RightNation
giovedì 11 settembre 2008
Il paradigma del 12 settembre
(di Robert Kagan)
Il mondo non appare oggi come la maggior parte di noi aveva previsto dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989. Si riteneva che la competizione fra grandi potenze avrebbe ceduto il posto ad un’ era di geoeconomia. Si riteneva che la competizione ideologica fra democrazia ed autocrazia sarebbe terminata con la "fine della storia." Erano in pochi a prevedere che il potere senza precedenti degli Stati Uniti avrebbe dovuto affrontare così tante sfide, non soltanto da parte delle potenze emergenti, ma anche di vecchi e cari alleati. Fino a che punto questo destino era già scritto nelle stelle e fino a che punto nella natura stessa degli americani? E che cosa può fare ora l’America a tale riguardo – ammesso che qualcosa possa fare?
Per quanto possa essere difficile da ricordare, i problemi degli Stati Uniti con il resto del mondo -- o, piuttosto, i problemi del mondo con gli Stati Uniti – iniziarono ben prima che George W. Bush andasse al potere. Il Ministro degli Esteri francese, Hubert Védrine, si lamentava di questa "iperpotenza" già nel 1998. Nel 1999, in queste pagine, Samuel Huntington affermava che gran parte del mondo considerava gli Stati Uniti una "superpotenza canaglia," "invadente, interventista, sfruttatrice, unilateralista, egemonica ed ipocrita."
Sebbene Huntington ed altri ne attribuissero la colpa al fatto che l’amministrazione Clinton si vantasse costantemente della "potenza americana e della virtù americana," non erano stati i Clintoniani ad inventare il moralismo americano. L’origine del problema andava ricercata nel cambiamento geopolitico che era seguito al crollo dell’Unione sovietica ed ai sottili effetti psicologici che questo cambiamento ebbe sul modo in cui gli Stati Uniti e le altre potenze percepivano se stesse ed i loro reciproci rapporti. Alla fine degli anni novanta del secolo scorso, si parlava già di una crisi delle relazioni transatlantiche e, nonostante i reciproci scambi di accuse, la causa fondamentale era semplice da individuare: gli alleati non avevano più bisogno gli uni degli altri come in passato. La spinta a cooperare durante la Guerra Fredda era per un quarto dovuta ad una sorta di illuminata virtù e per i restanti tre quarti ad una fredda necessità. La dipendenza reciproca, e non certo l’affetto reciproco, erano state il fondamento dell’alleanza. Quando venne meno la minaccia sovietica, le due parti furono libere di andarsene ognuna per conto proprio.
Ed in un certo qual modo esse lo fecero. L’Europa, liberata dalla minaccia e dalla paura dell’Unione sovietica, si concentrò con tutte le sue forze nella difficile opera di creazione della nuova Europa. Negli anni novanta del secolo scorso, l’Unione europea definì un nuovo corso dell’evoluzione umana, dimostrando che le nazioni possono mettere in comune le loro sovranità e sostituire il potere della politica con il diritto internazionale. Ciò ha contribuito ad alimentare un’era caratterizzata dalla codificazione di norme e dalla creazione di istituzioni internazionali. In molti paesi del mondo, ma in particolar modo in Europa, un nuovo dibattito internazionale in tema di “governo globale” soppiantò i vecchi timori dell’epoca della Guerra Fredda. Le preoccupazioni relative ai cambiamenti climatici portarono all’elaborazione del Protocollo di Kyoto. Una nuova Corte Penale Internazionale era in fase di gestazione. In molto operarono a favore della ratifica internazionale del Trattato sulla messa al bando degli esperimenti nucleari (CNTBT), di un rafforzamento del regime di non-proliferazione nucleare e della redazione di un nuovo trattato per la messa al bando delle mine anti-uomo. Il primo Ministro britannico Tony Blair parlava di una "dottrina della comunità internazionale" nella quale gli interessi comuni della comunità internazionale avevano la meglio sui singoli interessi delle nazioni.
Negli Stati Uniti, il dibattito rimase di natura più tradizionale. I funzionari dell’amministrazione Clinton condividevano la prospettiva europea, ma ritenevano altresì che gli Stati Uniti avessero un ruolo speciale da svolgere quali garante della sicurezza internazionale – il leader "indispensabile" della comunità internazionale – secondo modalità tradizionali, orientate al potere e stato-centriche. Di fronte alle crisi su Taiwan o in Iraq ed in Sudan, inviavano portaerei e lanciavano missili, spesso in modo unilaterale. Persino Bill Clinton non avrebbe avallato il Trattato sulle mine anti-uomo o il Tribunale Penale Internazionale senza salvaguardie per garantire il ruolo speciale degli Stati Uniti a livello mondiale. Ammoniva sul fatto che esistessero ancora "predatori" internazionali, terroristi e "nazioni fuorilegge" alla ricerca di "arsenali di armi nucleari, chimiche e biologiche nonché dei missili necessari ad utilizzarle." Neppure i funzionari dell’amministrazione Clinton riuscivano a nascondere la loro insofferenza nei confronti di ciò che consideravano una mancanza di serietà da parte dell’Europa in relazione a questi pericoli, in special modo l’Iraq. Come ebbe a dire l’allora Segretario di Stato Madeleine Albright, "se dobbiamo usare la forza è perché siamo l’America. . . . Vediamo oltre, guardiamo al futuro."
La fine della Guerra Fredda dette a tutti la possibilità di guardarsi con una prospettiva nuova ed agli Europei, in particolare, non piacque ciò che videro. La società americana appariva loro grossolana e brutale – proprio come era apparsa ai loro predecessori del XIX secolo. Védrine chiedeva all’Europa di opporsi all’egemonia degli Stati Uniti in parte come forma di difesa contro il diffondersi dell’Americanismo. Dichiarò: "Non possiamo accettare . . . un mondo politicamente unipolare" e "questa è la regione per la quale stiamo lottando per un mondo multipolare".
Alla fine degli anni novanta del secolo scorso, i tempi del multipolarismo sembravano maturi. Anche le relazioni degli Stati Uniti con la Cina e la Russia si stavano inasprendo. Per lungo tempo i cinesi si erano lamentati delle ambizioni "superegemoniche degli Stati Uniti" e Beijing legittimamente riteneva Washington ostile nei confronti del crescente potere della Cina. Il nazionalismo anti-americano esplose dopo il bombardamento accidentale dell’ambasciata cinese a Belgrado nel 1999 da parte di piloti statunitensi durante la guerra in Kosovo, che sia i cinesi che i russi ritenevano illegale. Il Ministro degli esteri russo, Igor Ivanov, definì quella guerra la peggiore aggressione verificatasi in Europa dalla Seconda Guerra mondiale. A questo sentimento russo non contribuiva di certo il fatto che il 1999 fu anche l’anno in cui la Repubblica ceca, l’Ungheria e la Polonia entrarono a far parte della NATO. Stavano finendo i giorni di una Russia quiescente, desiderosa di integrarsi nell’Occidente liberale, alle condizioni dell’Occidente stesso. Nell’agosto del 1999 il Presidente russo Boris Yeltsin nominò primo Ministro Vladimir Putin che, a settembre, invase la Cecenia ed in meno di un anno passò a guidare la Russia con una politica più nazionalistica e meno democratica.
BUSH, IL REALISTA
George W. Bush salì al potere in questo mondo sempre più diviso. Anche prima di essere eletto, i vignettisti lo ritraevano come un cowboy texano con la rivoltella a sei colpi ed il laccio. Il politico francese Jack Lang lo definì "assassino seriale". Il 7 gennaio 2001 Martin Kettle del Guardian scrisse sul Washington Post che "la crescente insofferenza del mondo" nei confronti degli Stati Uniti risaliva a ben prima di Bush, ma che la sua elezione rappresentò quella del "miglior sergente reclutatore che il nuovo anti-Americanismo avesse mai potuto sperare."
Ironia della sorte – una delle tante – fu che Bush salì al potere con la speranza di ridurre le pretese degli Stati Uniti a livello mondiale. In politica estera il realismo era di moda. Durante i dibattiti elettorali per le presidenziali, quando veniva chiesto quali principi avrebbero dovuto ispirare e guidare la politica estera degli Stati Uniti, il candidato
democratico, Al Gore, affermava che si trattava di una "questione di valori", mentre Bush affermava che si trattava di capire "cosa fosse nel supremo interesse degli Stati Uniti." Gore dichiarava che gli Stati Uniti, il "leader naturale" a livello mondiale, dovevano avere la "consapevolezza di dover svolgere una missione" e fornire agli altri popoli "una sorta di modello che li avrebbe aiutati ad essere più simili a noi". Bush affermava che gli Stati Uniti non sarebbero dovuti "andare in giro per il mondo dando lezioni su come comportarsi necessariamente in ogni situazione" e che questo era "un modo per non farci più considerare, una volta per tutte, i cattivi americani."
Ma neppure il realismo dell’amministrazione Bush si rivelò in grado di guadagnarsi consensi ed alleati a livello mondiale. I funzionari dell’amministrazione Bush avevano sprezzo per il dibattito internazionale degli anni novanta del secolo scorso. Nei primi nove mesi, l’amministrazione si ritirò dal negoziato di Kyoto, dichiarò la propria opposizione nei confronti della Corte Penale Internazionale e del Trattato sulla messa al bando degli esperimenti nucleari (CNTBT) ed iniziò a ritirarsi dal Trattato sui Missili anti-balistici (ABM). Alcuni di questi trattati erano già morti e sepolti all’epoca di Clinton, ma mentre quest’ultimo aveva cercato di placare la rabbia a livello internazionale tenendo viva la speranza che gli Stati Uniti avrebbero potuto in fondo ratificarli in futuro, Bush vi si opponeva in via di principio. Come negli anni venti del secolo scorso, i Repubblicani temevano quegli accordi che avrebbero potuto ridurre la sovranità americana. Su queste stesse pagine nel 2000, Condoleezza Rice, l’allora consigliere di Bush in materia di politica estera, che si auto-definiva una "seguace della Realpolitik," ebbe a lamentarsi di tutto quel gran parlare di "interessi umanitari" in un dibattito superficiale ed affettato. La politica estera degli Stati Uniti doveva essere radicata nel "solido terreno degli interessi nazionali” e non negli “interessi di un’illusoria comunità internazionale."
Alla base della nuova impostazione vi era un calcolo realistico: nel nuovo mondo successivo alla fine della Guerra Fredda, gli interessi e gli obblighi degli Stati Uniti si erano ridotti. Si rendeva necessaria una politica estera più circoscritta e basata sugli interessi nazionali. La maggior parte dei funzionari dell’amministrazione concordavano con la critica del politologo Michael Mandelbaum, pubblicata anch’essa su queste pagine nel 1996, secondo la quale l’amministrazione Clinton si era impegnata in una sorta di "opera sociale" internazionale nei Balcani e ad Haiti, dove non erano in gioco interessi nazionali vitali. Rispondendo alla domanda se avrebbe inviato truppe in Rwanda, il candidato Bush affermò che gli Stati Uniti non avrebbero dovuto "inviare truppe per fermare la pulizia etnica ed il genocidio in paesi al di fuori della portata dei nostri interessi strategici." Una volta saliti al potere, i realisti dell’amministrazione Bush – dal Vice-President Dick Cheney a Condoleeza Rice, dal Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld al Segretario di Stato Colin Powell – erano tutti concordi nel ritenere che gli interventi umanitari e quelli di creazione, ricostruzione e consolidamento delle nazioni andassero evitati.
La strategia era quella di trasformare gli Stati Uniti in qualcosa di simile ad un fattore di equilibrio d’oltremare, un salvatore di ultima istanza,o, per dirla con le parole di Richard Haass, uno "sceriffo riluttante." Durante la campagna del 2000, la Rice parlò di una "nuova divisione del lavoro," nella quale le potenze locali avrebbero dovuto mantenere la pace a livello regionale, mentre gli Stati Uniti avrebbero fornito sostegno logistico ed informativo, ma non truppe di terra. Richard Perle invocava una nuova posizione militare nelle quale le forze di terra americane sarebbero state dimezzate. I problemi mondiali sarebbero stati affrontati non con gli eserciti, bensì con i missili di precisione. L’unica minaccia immediata – proveniente dagli stati canaglia muniti di missili a lungo raggio – avrebbe potuto essere affrontata unilateralmente tramite la difesa missilistica. Era il momento di una "pausa strategica," durante la quale gli Stati Uniti avrebbero potuto alleggerire il peso dei loro oneri a livello mondiale e prepararsi ad affrontare le minacce che avrebbero potuto emergere di lì ai prossimi venti o trenta anni. Secondo il parere dei realisti, un mondo nel quale gli interessi nazionali americani non fossero gravemente minacciati era un mondo nel quale il potere e l’influenza degli Stati Uniti avrebbero dovuto ridursi.
Per dirla in altri termini, gli Stati Uniti non erano più impegnati ad essere leader mondiale, per lo meno non come lo erano stati durante la Guerra Fredda. Nel 1990, a seguito della sconfitta del comunismo e dell’impero sovietico, Jeane Kirkpatrick sosteneva che gli Stati Uniti avrebbero dovuto cessare di accollarsi il peso di quegli "insoliti fardelli" che la leadership comporta e, "con il ritorno alla 'normalità', . . . tornare ad essere un paese normale." Come scrisse John Bolton in un suo saggio del 1997, era giunto il momento "di riconoscere che la nostra maggiore sfida ce la eravamo ormai lasciata alle spalle." Ormai il mondo era in grado di badare a se stesso e lo stesso valeva per gli Stati Uniti.
Questa fu essenzialmente la politica che Bush adottò nei primi nove mesi del suo mandato ed il resto del mondo comprese rapidamente il messaggio. Secondo un sondaggio effettuato dal Pew Research Center pubblicato nell’agosto del 2001, il 70% degli europei occidentali intervistati (l’85% in Francia) riteneva che l’amministrazione Bush adottasse le sue decisioni "soltanto in base agli interessi americani."
SIAMO TUTTI AMERICANI, MA . . .
Era questo il sentimento prevalente all’epoca in cui vi fu l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001. Naturalmente gli attentati portarono ad una modifica della politica estera dell’amministrazione Bush, ma non si trattò di una vera rivoluzione dottrinale. L’amministrazione non abbandonò la sua impostazione basata sugli interessi nazionali. Il fatto era che la tutela d’interessi definiti in modo ancor più restrittivo – quali la difesa della madrepatria – richiesero all’improvviso una strategia più espansionistica ed aggressiva a livello mondiale. La "pausa strategica" era terminata e gli Stati Uniti si lanciavano di nuovo in un’estesa operazione di coinvolgimento a livello mondiale in quella che divenne nota come "guerra al terrorismo."
Ciò significava dunque che gli Stati Uniti erano tornati ad impegnarsi in un’attività di leadership mondiale? L’amministrazione Bush ritenne di sì. Tuttavia, nel mondo successivo alla fine della Guerra Fredda ed all’attacco dell’11 settembre , gravi ostacoli si frapponevano sulla via del ritorno al vecchio stile di leadership dell’epoca della Guerra Fredda.
Uno di questi era il comprensibile ripiegamento su se stessi degli americani e dei loro leader a seguito dell’11 settembre. Le prime avvisaglie del fatto che non si sarebbe facilmente ricreata la vecchia solidarietà nei confronti degli Stata Uniti vennero dall’Afghanistan. L’invasione dell’ Afghanistan – a differenza della Guerra in Kosovo e della prima Guerra del Golfo – aveva come primo obiettivo la sicurezza degli Stati Uniti e non la creazione di un "nuovo ordine mondiale." A differenza della guerra del Golfo nel 1991, quando George H. W. Bush cercò in tutti i modi di chiamare a raccolta la comunità internazionale, nella guerra in Afghanistan, la seconda amministrazione Bush, con molte delle sue figure di spicco ancora in posizioni di rilievo, si preoccupò di eliminare le basi di al Qaeda e di rovesciare il regime dei Talebani. Ciò significò agire rapidamente e senza quei problemi di gestione dell’alleanza che avevano assillato il Generale Wesley Clark in Kosovo.
Questo approccio più restrittivo non sorprende affatto, considerato il panico e la rabbia degli Stati Uniti. Ma non sorprende neppure il fatto che il resto del mondo non considerasse gli Stati Uniti un leader mondiale alla ricerca del bene a livello mondiale, bensì un furioso Leviatano esclusivamente concentrato a distruggere coloro che li avevano attaccati. Il mondo dimostrava meno comprensione e sostegno per questa iniziativa. E questo fu il secondo ostacolo che si frappose sulla via del ritorno al vecchio stile di leadership americana nel mondo: il resto del mondo, ivi compresi i più stretti alleati degli Stati Uniti, era anch’esso ripiegato e concentrato su se stesso.
Non si trattava di una fuga dalla realtà del dopo 11 settembre. Ciò che era accaduto agli Stati Uniti era accaduto soltanto a loro. In Europa e nella maggior parte degli altri paesi del mondo, la gente reagì con orrore, dolore e comprensione. Ma gli americani attribuirono a queste manifestazioni di solidarietà un significato molto maggiore rispetto al loro effettivo significato. La maggior parte degli americani, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, ritennero che il mondo condividesse non soltanto la loro sofferenza ed il loro dolore, ma anche i loro timori, le loro ansie e paure nei confronti della minaccia terroristica e ritennero altresì che il mondo si sarebbe unito ad essi in una risposta comune. Alcuni osservatori americani ancora si aggrappano a questa illusione. Ma, in realtà, il resto del mondo non condivideva né i timori americani né la loro urgenza nel reagire. Gli europei provarono solidarietà nei confronti della superpotenza americana all’epoca della Guerra Fredda, quando l’Europa stessa era minacciata e gli Stati Uniti garantivano sicurezza. Ma con la fine della Guerra Fredda, ed anche dopo l’11 settembre, gli europei si sentivano relativamente sicuri. Soltanto gli americani erano spaventati.
Quando lo shock e l’orrore vennero meno, apparve chiaro che l’attentato terroristico dell’11 settembre non aveva modificato il fondamentale atteggiamento del mondo nei confronti degli Stati Uniti. I risentimenti restavano. Un sondaggio del Pew Research Center effettuato nel dicembre 2001 su un campione di leader d’opinione rivelò che se, da un lato, la maggior parte di essi "si doleva della triste esperienza che l’ America aveva dovuto affrontare", dall’altro , un numero altrettanto vasto di essi (il 70% degli intervistati nel mondo ed il 66% nell’Europa occidentale) riteneva che fosse "un bene per gli americani sapere cosa vuol dire essere vulnerabili." Molti leader d’opinione in tutto il mondo, ivi compresa l’Europa, affermarono di ritenere che "le politiche e le azioni americane nel mondo” fossero state una delle "cause principali" degli attacchi terroristici e che, in un certo senso, quelle azioni si erano loro ritorte contro.
Molti ritenevano altresì che gli Stati Uniti stessero intraprendendo la lotta contro il terrorismo esclusivamente nel loro interesse. Nell’Europa occidentale, il 66% dei leader d’opinione intervistati affermava di ritenere che gli Stati Uniti stessero pensando solo a se stessi. Ciò non sorprendeva affatto considerato il fatto che l’amministrazione Bush stava facendo ben poco per convincere gli alleati del contrario o trasformare la lotta in Afghanistan in una lotta per l’ordine internazionale.
Tuttavia gli americani non si percepivano affatto come egoisti ed interessati soltanto a se stessi. Un buon 70% dei leader d’opinione americani intervistati affermava di ritenere che gli Stati Uniti stessero agendo anche nell’interesse dei loro alleati. Questa discrasia delle relative percezioni metteva in luce uno dei problemi fondamentali del paradigma della "guerra al terrorismo". Gli americani, ritornati improvvisamente a svolgere un’opera di vasto coinvolgimento a livello mondiale, ritenevano di essere tornati anche a svolgere il ruolo di leader mondiale. La maggior parte dei paesi nel mondo non condividevano questa convinzione.
Giudicata di per sé, la guerra al terrorismo è stata di gran lunga il maggior successo di Bush. Dopo l’11 settembre nessun serio osservatore avrebbe immaginato che sarebbero trascorsi sette anni senza che si verificasse un ulteriore attacco terroristico sul suolo americano. Solo una nuda e cruda partigianeria ed un giustificabile timore di sfidare troppo la sorte hanno impedito all’amministrazione Bush di attribuirsi il merito di ciò che sette anni fa la maggior parte di noi avrebbe considerato quasi un miracolo. Inoltre, molti dei successi dell’amministrazione Bush sono stati resi possibili da una vasta cooperazione internazionale, in special modo con le potenze europee nei settori dello scambio di informazioni, delle attività di polizia e della sicurezza interna. Indipendentemente da eventuali insuccessi dell’amministrazione Bush, va rilevato che essa è riuscita a proteggere gli americani da un ulteriore attacco in patria. La prossima amministrazione potrà ritenersi fortunata se potrà dire altrettanto – e sarà perdente nel confronto con l’amministrazione Bush nel caso in cui non possa farlo.
Il problema insito nel paradigma della "guerra al terrorismo" non è il fatto che essa abbia fallito nel suo principale obiettivo di vitale importanza. Il problema è che il paradigma sul quale basare tutta la politica estera degli Stati Uniti era e rimane insufficiente. In un mondo di stati e di popoli egoisti – qual è il mondo attuale – la domanda che ci si pone sempre è: "Cosa ce ne viene in tasca?" L’inadeguatezza del paradigma della "guerra al terrorismo" deriva dal fatto che ben pochi paesi a parte gli Stati Uniti ritengono che il terrorismo sia la sfida principale che essi debbano raccogliere. La battaglia degli Stati Uniti non è stata considerata una battaglia per il "bene pubblico" internazionale della quale il mondo possa essere loro grato. Al contrario, la maggior parte dei paesi ritiene di fare un favore agli Stati Uniti quando invia truppe in Afghanistan (o in Iraq) e spesso hanno l’idea di star sacrificando i loro stessi interessi.
Ovviamente tutti i paradigmi di politica estera hanno le loro pecche. Anche il paradigma del contenimento in funzione anti-comunista era inadeguato in quanto dal 1947 al 1989 stava accadendo molto di più nel mondo che non la sola lotta fra il comunismo ed il capitalismo democratico. Certo l’anti-comunismo tendeva ad attirare la lealtà degli altri paesi nei confronti degli Stati Uniti ed a persuaderli ad accettare la leadership americana. Ciò era più importante dell’immagine stessa degli Stati Uniti, che non era sempre specchiata, pura ed incorrotta. Se la guerra del Vietnam non provocò nelle alleanze degli Stati Uniti quelle stesse spaccature provocate dalla guerra in Iraq, la ragione non sta non sta nel fatto che l’America di Lyndon Johnson e di Richard Nixon fossero più amate dell’America di Bush. Il motivo è che gli Stati Uniti stavano allora fornendo qualcosa di cui gli altri popoli ritenevano di aver bisogno – in primo luogo protezione dall’Unione sovietica – e che non fece loro prestare attenzione alle azioni americane in Vietnam e ad una cultura americana che, nello spazio di soli sette anni, riuscì a produrre l’assassinio di Martin Luther King Jr. e di Robert Kennedy, le rivolte di Watts, le sparatorie della Kent State ed il Watergate.
La guerra al terrorismo non ha mai attirato quello stesso tipo di lealtà internazionale. La Cina e la Russia la hanno accolta con favore in quanto distoglieva da esse l’interesse strategico degli Stati Uniti – e poichè entrambe avevano compreso l’utilità di una guerra al terrorismo che per Mosca ha significato una guerra contro i ceceni e per Beijing una guerra contro gli ughuri. Ma per la maggior parte dei tradizionali alleati degli Stati Uniti, essa è stata, nella migliore delle ipotesi, un’indesiderata distrazione dalle questioni alle quali tengono maggiormente.
In Europa, si è rivelata essere ben più di una semplice distrazione. Gli americani ritengono che gli europei condividano le loro preoccupazioni in materia di Islam radicale. Ma le preoccupazioni europee sono di diversa natura. Per gli americani, il problema sta principalmente "laggiù," in quelle terre lontane da dove i terroristi islamici radicali possono sferrare i loro attacchi e pertanto la soluzione è anche "laggiù." Per gli europei, il radicalismo islamico è innanzitutto una questione nazionale, per capire se ed in che modo i mussulmani possano essere integrati ed assimilati nella società europea del XXI secolo. Agli occhi degli europei, le azioni americane possono soltanto infiammare ulteriormente i problemi dell’Europa. Quando gli Stati Uniti vanno a stuzzicare un nido di vespe, suscitando un vespaio, tutto ciò si ripercuote sull’ Europa, o per lo meno questo è ciò che gli europei temono.
Per dirla in breve, la guerra al terrorismo è stata più fonte di divisione che di unità. Gli Stati Uniti, che negli anni novanta del secolo scorso erano già considerate da molti una potenza egemonica prepotente ed arrogante, a seguito dell’attentato dell’11 settembre sono stati considerati una potenza egemonica prepotente ed arrogante, ripiegata e concentrata su stessa, che non presta attenzione alle conseguenze delle sue azioni.
Questa è stata la prospettiva dalla quale molti hanno valutato la decisione di attaccare l’Iraq nel 2003. E questa è un’altra ironia della sorte. Il rovesciamento del regime di Saddam Hussein è stata una delle azioni meno egoiste degli Stati Uniti dopo l’11 settembre e più in linea con l’immagine di leader mondiale attivo e responsabile che gli Stati Uniti avevano di se stessi prima di quel terribile evento rispetto alla più ristretta politica estera di Bush, attenta esclusivamente agli interessi americani.
L’ invasione fu parzialmente correlata alla guerra al terrorismo. Anche l’amministrazione Clinton si era preoccupata dei legami che Saddam aveva con il terrorismo ed aveva utilizzato questi presunti legami per giustificare la sua azione militare nei confronti dell’Iraq nel 1998. Clinton stesso aveva messo in guardia in merito al fatto che se gli Stati uniti non avessero intrapreso azioni contro Saddam, il mondo sarebbe stato "maggiormente esposto a quel tipo di minaccia che l’Iraq pone oggi – quella di uno stato canaglia con armi di distruzione di massa, pronto ad utilizzarle o a fornirle a terroristi, trafficanti di droga o membri della criminalità organizzata che vanno in giro nei nostri paesi, passando inosservati." Dopo l’11 settembre , un livello notevolmente minore di tolleranza nei confronti delle minacce ci aiuta a spiegare il perché realisti quali Cheney, che in passato avevano ritenuto che Saddam potesse essere arginato e tenuto a bada senza correre rischi cambiarono improvvisamente idea. La stessa logica spinse la Senatrice democratica dello Stato di New York, Hillary Clinton, e molti altri Democratici e Repubblicani in Congresso ad autorizzare l’uso della forza nell’ottobre del 2002, provocando lo sbilanciato voto al Senato di 77 a 23. Fu questo il motivo per il quale una chiara e manifesta opposizione alla guerra fu così rara. L’editorialista del Time, Joe Klein, rispecchiò quel sentimento prevalente in un intervista alla vigilia della guerra: "Prima o poi, questo tipo dovrà essere scovato. . . . Bisogna lanciare ora questo messaggio perché in caso contrario . . . si rafforzerebbe qui qualsiasi potenziale Saddam e qualsiasi potenziale terrorista."
Tuttavia, i principali presupposti alla base della decisione d’invadere l’Iraq risalgono a ben prima della guerra al terrorismo ed anche del realismo di Bush. Erano coerenti con una visione più ampia degli interessi americani che erano prevalsi negli anni dell’amministrazione Clinton e durante la Guerra Fredda. Negli anni novanta del secolo scorso l’Iraq era considerato non una minaccia diretta per gli Stati Uniti, bensì un problema di ordine mondiale nei confronti del quale gli Stati Uniti avevano una speciale responsabilità. Come affermò l’allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Sandy Berger, nel 1998, "il futuro dell’Iraq influenzerà il modo in cui il Medio Oriente, ed il mondo arabo in particolare, evolveranno nel prossimo decennio e ben oltre." Ecco perché nel 1998 personalità quali Richard Armitage, Francis Fukuyama e Robert Zoellick poterono firmare una lettera che richiedeva la rimozione forzata di Saddam. Ecco perché, come Bill Keller del New York Times (oggi direttore esecutivo di questo giornale) scrisse all’epoca, i liberal in quello che egli definì "The I-Can't-Believe-I'm-a-Hawk Club" (quelli del non posso credere di far parte del Club dei falchi) sostennero la guerra, ivi compresi "quelli del New York Times e del Washington Post, i direttori e gli editori del New Yorker, del New Republic e di Slate, gli editorialisti di Time e Newsweek," nonché molti ex-funzionari dell’amministrazione Clinton.
Quei liberali e progressisti favorevoli alla guerra contro l’Iraq lo erano principalmente per gli stessi motivi per i quali erano stati favorevoli alla guerra nei Balcani: la ritenevano necessaria a preservare l’ordine internazionale liberale. Preferivano che gli Stati Uniti ottenessero il sostegno delle Nazioni Unite alla guerra, ma sapevano anche che ciò si era rivelato impossibile nel caso del Kosovo. La loro principale preoccupazione era che l’amministrazione Bush, dopo aver rovesciato il regime di Saddam, non adottasse un approccio strettamente realista nell’affrontarne le conseguenze. Come ebbe a dire il Senatore democratico dello Stato del Delaware, Joe Biden, "Alcuni non sono qui per creare, ricostruire e consolidare una nazione." Un ex-funzionario dell’amministrazione Clinton, Ronald Asmus, si chiedeva: "è una questione di potere americano o è una questione di democrazia?" Riteneva che se fosse stata una questione di democrazia gli Stati Uniti avrebbero "avuto un sostegno più vasto a livello nazionale e più amici ed alleati a livello internazionale."
Tuttavia, questo stesso vasto consenso di conservatori, liberali, progressisti e neo-conservatori americani, non si registrò nel resto del mondo. Per gli europei vi era una grande differenza fra il Kosovo e l’ Iraq. Non era un problema di legalità o di imprimatur da parte delle Nazioni Unite. Il problema era la collocazione geografica. Gli europei erano pronti ad entrare in guerra senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite su una questione che li riguardava tutti, vale a dire la loro sicurezza, la loro storia e la loro morale. L’Iraq era tutta un’altra storia. Per i liberal americani quali l’editorialista del New York Times, Thomas Friedman, "il cinismo e l’insicurezza dell’Europa, spacciati per superiorità morale," erano "intollerabili."
Per lungo tempo, l’Iraq era stata una questione controversa, causa di divisioni. Negli anni novanta del secolo scorso, si era aperto un ampio divario fra il Regno Unito e gli Stati Uniti da un lato, che favorivano la politica di contenimento dell’Iraq tramite sanzioni e pressioni militari e la Cina, la Francia, la Russia e la maggior parte degli altri paesi dall’altro, che erano favorevoli a porre fine alla politica di contenimento. Nel 2000, l’amministrazione Clinton temeva che la politica di contenimento stesse diventando insostenibile, ma aveva già perso la battaglia volta a convincere gli altri che così fosse. La situazione non era di molto cambiata nel 2003. Il livello di tolleranza dimostrata dal resto del mondo nei confronti dell’Iraq di Saddam non si era ridotto a seguito degli attacchi dell’11 settembre, a differenza di quello degli Stati Uniti. Al contrario, era il livello di tolleranza del resto del mondo nei confronti degli Stati Uniti che era diminuito.
Nel 2003, pochi paesi erano animati dalla consapevolezza dell’urgenza di una guerra al terrorismo, dagli interessi umanitari in Iraq o dal desiderio di vedere gli Stati Uniti alla guida di una crociata internazionale per ripristinare l’ordine con la forza, come era accaduto con la Guerra del Golfo nel 1991. Erano in pochi a credere che gli Stati Uniti, specialmente nell’era di Bush, stessero improvvisamente agendo avendo a cuore l’ordine mondiale. Pertanto molti potevano soltanto spiegare le ragioni di quella guerra come una guerra per il petrolio, per Israele, per l’imperialismo americano o per tutto fuorché ciò che i suoi sostenitori, in tutto l’arco politico statunitense, ritenevano che fosse: una guerra sia nell’interesse degli Stati Uniti che nell’interesse nella parte migliore dell’umanità.
Chi può dire che cosa sarebbe successo se gli Stati Uniti avessero scoperto quelle armi, quei materiali e quei programmi che tutti, ivi compresi gli europei ed i detrattori di quella guerra, ritenevano che fossero in Iraq? Anche nel caso in cui non fossero state scoperte armi, come avrebbe reagito il mondo se gli Stati Uniti avessero rapidamente riportato un certo ordine ed una certa stabilità in Iraq? L’allora Segretario di Stato Colin Powell riteneva all’epoca che "una volta vinta la guerra rovesciando il regime di Saddam e una volta che la gente si fosse resa conto del fatto che era intenzione degli Stati Uniti garantire una vita migliore al popolo iracheno," sarebbe stato possibile modificare "piuttosto rapidamente" l’opinione mondiale.
Ovviamente ciò non è accaduto. Gli Stati Uniti, dopo aver rovesciato il regime di Saddam, hanno immediatamente iniziato a brancolare nel buio, annaspando nel tentativo di riportare ordine e stabilità nell’Iraq del dopo Saddam. Sono molte le ragioni alla base di questo insuccesso, ivi compreso l’effetto combinato di errori di valutazioni e di sfortuna che si possono verificare in ogni guerra, nonché le difficoltà insite nella società irachena così divisa. Ma una parte del problema stava nell’idea che molti alti funzionari dell’amministrazione Bush ancora mantenevano come retaggio degli anni novanta del secolo scorso e della prima fase dell’amministrazione Bush stessa . Gli alti funzionari del Pentagono erano ancora ancorati al concetto della "pausa strategica" ed ostili nei confronti di un’eccessiva dipendenza dalla forze di terra. Inoltre, come aveva temuto il Senatore Biden, persisteva l’allergia dei realisti Repubblicani nei confronti della ricostruzione del paese. Le conseguenze sia in Afghanistan che in Iraq furono lo spiegamento di un numero troppo ridotto di truppe per poter ottenere il commando effettivo di quei paesi e porre fine alle inevitabili lotte di potere conseguenti alla caduta delle precedenti dittature ed alla troppa scarsa capacità dei civili di intraprendere quella massiccia rigenerazione sociale ed economica necessaria per adempiere al compito ineludibile della ricostruzione nazionale successiva alla guerra. In Iraq questi errori divennero evidenti pochi mesi dopo l’invasione. Ci sono voluti altri 4 anni all’amministrazione Bush per adeguarsi ed aggiustare il tiro.
L’amministrazione Bush ha infine adeguato la sua strategia e pertanto le prospettive di successo in questo paese sono di gran lunga migliori oggi rispetto a quanto apparisse possibile un paio di anni fa. Ma gli Stati Uniti hanno pagato un prezzo altissimo per il fatto di avere esitato e sbagliato per anni. Indipendentemente dal danno che l’invasione stessa possa aver arrecato all’immagine degli Stati Uniti, il danno inferto da 4 anni d’insuccessi – ivi comprese le manifestazioni più sensazionali di questo fallimento, quali lo scandalo della prigione di Abu Ghraib – è ben maggiore. In un mondo che si divide sempre più, l’unica cosa peggiore di una potenza egemonica ripiegata e concentrata solo su se stessa è una potenza egemonica incompetente, ripiegata e concentrata solo su se stessa.
POTERE ED ILLUSIONE
La prossima amministrazione ha la possibilità di apprendere dagli errori dell’amministrazione Bush, nonché di fare tesoro dei progressi che l’amministrazione Bush ha fatto nel correggerli. Oggi la posizione degli Stati Uniti nel mondo non è poi così negativa come qualcuno sostiene. Le previsioni in base alle quali altrr potenze si sarebbe unite in uno sforzo volto a controbilanciare l’influenza della superpotenza canaglia si sono rivelate inesatte. Altre potenze stanno emergendo, ma non si stanno affatto unendo in funzione anti-americana. La Cina e la Russia hanno tutto l’interesse e la voglia di ridurre il predominio americano e ricercano più potere relativo per se stesse, ma restano altrettanto diffidenti e sospettose l‘una nei confronti dell’altra di quanto lo siano nei confronti di Washington. Altre potenze in ascesa, quali il Brasile e l’India, non stanno cercando di controbilanciare l’influenza degli Stati Uniti.
In realtà, nonostante i sondaggi negativi, geopoliticamente la maggior parte delle grandi potenze a livello mondiale si sta sempre più avvicinando agli Stati Uniti. Alcuni anni fa, la Francia di Jacques Chirac e la Germania di Gerhard Schröder avevano accarezzato l’idea di rivolgersi alla Russia per controbilanciare il potere americano. Ma oggi Francia, Germania e resto d’Europa tendono verso un’altra direzione. Ciò non è dovuto ad un rinnovato affetto nei confronti degli Stati Uniti. La politica estera maggiormente filo-americana del Presidente francese Nicolas Sarkozy e del Cancelliere tedesco Angela Merkel riflettono la loro convinzione che relazioni più strette con gli Stati Uniti, anche se non esenti da critiche, rafforzino il potere e l’influenza europea. Al contempo, i paesi est-europei sono preoccupati dal risorgere della Russia.
Gli stati dell’Asia e del Pacifico si sono sempre più avvicinati agli Stati Uniti, per lo più in quanto preoccupati del crescente potere della Cina. Alla metà degli anni novanta del secolo scorso, l’alleanza fra Stati Uniti e Giappone era a rischio di erosione. Ma a partire dal 1997, la relazione strategica fra i due paesi si è rafforzata sempre più. Alcuni dei paesi del Sud-est asiatico hanno anche iniziato a proteggersi dall’ascesa della Cina. (L’Australia può rappresentare l’unica eccezione a questa tendenza prevalente, in quanto il suo nuovo governo si sta spostando verso la Cina ed allontanando dagli Stati Uniti e dalle altre potenze democratiche della regione.) Lo spostamento più evidente si è verificato in India, ex-alleato di Mosca, che oggi intrattiene buone relazioni con gli Stati Uniti quale fattore importante per il conseguimento dei suoi più vasti obiettivi strategici ed economici.
Persino in Medio Oriente, dove l’anti-americanismo divampa ai massimi livelli e dove le immagini dell’occupazione americana ed il ricordo di Abu Ghraib continuano a bruciare nell’immaginario popolare, l’equilibrio strategico non si è modificato a svantaggio degli Stati Uniti. Egitto, Giordania, Marocco ed Arabia saudita continuano ad operare a stretto contatto con gli Stati Uniti e lo stesso dicasi per i paesi del Golfo Persico preoccupati dall’Iran. L’Iraq è passato dall’ implacabile anti-americanismo dei tempi di Saddam alla dipendenza dagli Stati Uniti e, negli anni a venire, un Iraq stabile sposterebbe decisamente l’equilibrio strategico in direzione filoamericana in quanto l’Iraq ha vaste risorse petrolifere e potrebbe diventare un’ importante potenza in seno alla regione.
Questa situazione contrasta fortemente con le principali battute d’arresto subite dagli Stati Uniti in Medio Oriente negli anni della Guerra Fredda. Negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, un movimento nazionalista pan-arabo si diffuse nella regione e spianò la strada ad un coinvolgimento sovietico senza precedenti, ivi compresa una quasi alleanza fra l’Unione sovietica e l’Egitto di Gamal Abdel Nasser, nonché un’alleanza sovietica con la Siria. Nel 1979, venne meno uno dei pilastri fondamentali della posizione strategica americana nella regione quando il regime iraniano filoamericano dello scià fu rovesciato dalla virulenta rivoluzione anti-americana dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini. Ciò portò ad un fondamentale spostamento dell’equilibrio strategico nella regione del quale gli Stati Uniti stanno ancora soffrendo. Niente di simile si è ancora verificato a seguito della guerra in Iraq.
Coloro che oggi proclamano che gli Stati Uniti siano in una fase di declino spesso immaginano un passato nel quale il mondo danzava al ritmo di una solenne e maestosa musica americana. Questa è un’illusione. Cresce la nostalgia per la meravigliosa era dominata dagli Stati Uniti a seguito della Seconda Guerra mondiale. Tuttavia, anche se gli Stati Uniti hanno avuto successo in Europa, hanno subito disastrose battute d’arresto altrove. Ciascuno di questi avvenimenti – quali la "perdita" della Cina a seguito dell’instaurarsi del comunismo, l’invasione nord-coreana della Corea del Sud, la sperimentazione sovietica della bomba ad idrogeno, le agitazioni del nazionalismo postcoloniale in Indocina – è stato una calamità strategica di immensa portata ed è stata compreso all’epoca come tale. Ciascuno di essi ha notevolmente determinato il resto del XX secolo e non di certo per il meglio. E ciascuno di essi si è chiaramente rivelato sfuggire al controllo e persino alla capacità di gestione degli Stati Uniti. Nessun singolo avvenimento dello scorso decennio può essere minimamente paragonato alla portata di uno qualsiasi di questi eventi che hanno segnato una battuta d’arresto per la posizione americana nel mondo.
Gli strateghi cinesi ritengono probabile che l’attuale configurazione internazionale duri ancora per qualche tempo e probabilmente hanno ragione. Finché gli Stati Uniti resteranno al centro dell’economia internazionale e continueranno ad essere la potenza militare dominante ed il principale apostolo della filosofia politica più popolare nel mondo, finché l’opinione pubblica americana continuerà a sostenere il predominio americano, come ha fatto coerentemente per sessant’anni, e finché i potenziali concorrenti ispirano più timori che comprensione fra i paesi vicini, la struttura del sistema internazionale dovrebbe restare immutata, con una superpotenza e molte grandi potenze.
Tuttavia, sarebbe altresì illusorio immaginare che si possa facilmente ritornare a quella leadership americana ed a quella cooperazione fra gli alleati degli Stati Uniti che avevano caratterizzato l’epoca della Guerra Fredda. Non vi è più un’unica minaccia simile a quella costituita in passato dall’Unione sovietica, che possa fungere da collante nei confronti degli Stati Uniti e degli altri paesi e li porti ad unirsi in un’alleanza quasi permanente. Oggi il mondo sembra più simile a quello del XIX secolo che non a quello dell’ultima parte del XX secolo. Coloro che ritengono che questo sia positivo dovrebbero ricordare che l’ordine del XIX secolo non finì bene come quello della Guerra Fredda.
Per evitare un tale destino, gli Stati Uniti e gli altri paesi democratici dovranno avere una visione più generosa ed illuminata dei loro interessi rispetto a quella che avevano anche ai tempi della Guerra Fredda. Gli Stati Uniti, quale paese con la più forte democrazia, non dovrebbero opporsi, ma piuttosto accogliere con favore, un mondo più coeso caratterizzato da una riduzione della sovranità nazionale. Hanno ben poco da temere e molto da guadagnare in un mondo che aumenti leggi e norme basate sugli ideali liberali e volte a salvaguardarli. Al contempo, le democrazie asiatiche ed europee devono riscoprire che il progresso verso questo più perfetto ordine liberale dipende non soltanto dal diritto e dalla volontà popolare, ma anche da nazioni potenti che possano sostenerlo e tutelarlo.
In un mondo egoista, questo tipo di saggezza illuminata può andare ben al di là delle capacità di tutti gli stati. Ma se esiste davvero una speranza, essa risiede in una rinnovata comprensione dell’importanza dei valori. Gli Stati Uniti e gli altri paesi democratici condividono un’aspirazione comune nei confronti di un ordine liberale internazionale, costruito su principi democratici e tenuto ben saldo – seppure in modo imperfetto – da leggi ed accordi fra paesi. Questo ordine sta progressivamente subendo pressioni man mano che le autocrazie delle grandi potenze crescono in forza ed in influenza e man mano che attecchisce la lotta anti-democratica del terrorismo islamico radicale. Se la necessità per le democrazie di sostenersi reciprocamente appare meno ovvia che in passato, si rivela ben maggiore la necessità per queste nazioni, ivi compresi gli Stati Uniti, di "guardare oltre, verso il futuro".
48 Hours
* Nota: nei sondaggi nazionali, il numero tra parentesi è il distacco (positivo o negativo) di McCain nei confronti di Obama. Nei sondaggi statali, il numero tra parentesi è la variazione (positiva o negativa) del risultato di McCain rispetto all'ultimo sondaggio condotto nello stesso stato dallo stesso istituto di ricerca. Il simbolo (-) indica l'assenza di rilevazioni precedenti dello stesso sondaggista.
Ultimi sondaggi nazionali
FOX News (8-9 sett. RV) McCain 45 Obama 42 (+3)
Gallup Tracking (7-9 sett. RV) McCain 48 Obama 43 +5 (+5)
Hotline Tracking (7-9 sett. RV) McCain 45 Obama 45 (=)
Rasmussen Tracking (7-9 sett. LV) McCain 47 Obama 48 (-1)
NBC/WSJ (6-8 sett. RV) McCain 45 Obama 46 (-1)
ABC/WP (5-7 sett. LV) McCain 49 Obama 47 (+2)
USA Today/Gallup (5-7 sett. LV) McCain 54 Obama 44 (+10)
CBS News (5-7 sett. RV) McCain 46 Obama 44 (+2)
CNN (5-7 sett. RV) McCain 48 Obama 48 (=)
Media RCP: McCain +2.2%
Ultimi sondaggi statali
Alabama (Capital Survey) McCain +20 (+7)
Alaska (Rasmussen) McCain +31 (+25)
Colorado (Rasmussen) Obama +3 (-4)
Florida (Rasmussen) Tie (-2)
Florida (PPP) McCain +5 (+2)
Florida (Quinnipiac) McCain +7 (+3)
Maryland (Gonzales) Obama +14 (=)
Michigan (CNN/Time) Obama +4 (-)
Michigan (Strategic Vision) Obama +1 (-)
Michigan (PPP) Obama +1 (+2)
Missouri (CNN/Time) McCain +5 (-)
Montana (Rasmussen) McCain +11 (+11)
New Hampshire (CNN/Time) Obama +6 (-)
New Jersey (Fairleigh Dickinson) Obama +6 (+10)
New Mexico (Rasmussen) McCain +2 (+6)
North Carolina (PPP) McCain +4 (+1)
North Carolina (SurveyUSA) McCain +20 (+16)
North Dakota (Rasmussen) McCain +14 (+14)
Ohio (Rasmussen) McCain +7 (+2)
Ohio (Quinnipiac) Obama +5 (-4)
Oklahoma (SurveyUSA) McCain +33 (+10)
Pennsylvania (Strategic Vision) Obama +2 (+7)
Pennsylvania (Rasmussen) Obama +2 (+1)
Pennsylvania (Quinnipiac) Obama +3 (+4)
Virginia (CNN/Time) McCain +4 (-)
Virginia (Rasmussen) McCain +2 (+1)
Virginia (SurveyUSA) McCain +2 (+1)
Wisconsin (Strategic Vision) Obama +3 (+2)
Washington (SurveyUSA) Obama +4 (+3)
West Virginia (Blankenship) McCain +5 (-)
UPDATE. Aggiunti i sondaggi di Capital Survey (Alabama), Blankenship (West Virginia) e Quinnipiac (Florida, Ohio, Pennsylvania).
martedì 9 settembre 2008
Prediction Markets
lunedì 8 settembre 2008
Don't Panic!
Lo abbiamo già detto e lo ripetiamo ancora: affidarsi in questi giorni ai sondaggi (nazionali, peraltro) non è solo inutile, ma dannoso. La corsa era equilibrata prima e lo sarà anche in futuro, a meno che uno dei due ticket non decida di suicidarsi. Il rumore statistico dei bounce post-convention renderà impossibile un'analisi seria dei numeri ancora per tutta la settimana. Poi, forse, inizierà ad arrivare qualche dato significato dagli swing-states (che a mio avviso non sono più di 4-5). Se l'effetto-Palin ha davvero cambiato la dinamica della corsa - e potrebbe essere vero, almeno in 2-3 stati - lo scopriremo presto. Tutto il resto è panico (o godimento) prematuro.
UPDATE. Circolare! Non c'è niente da vedere!
UPDATE/2. Niente! Nicht! Nada!
UPDATE/3. Basta! Vi prego! Fateli smettere!
Pubblicità Progresso - Atreju 08
“Parte mercoledì 10 settembre
Anche quest’anno l’appuntamento si ripete. Chi vuole seguire e commentare in diretta sul proprio sito l’intera manifestazione avrà perciò a disposizione uno spazio, con connessione wireless gratuita. Basterà cercare il logo di Tocqueville tra gli stand della kermesse, presentarsi e… accendere il proprio pc. I blogger iscritti a Tocqueville possono annunciare la propria presenza scrivendo a jean@tocque-ville.it. Lo stesso invito vale per i blogger non iscritti che potranno accreditarsi e chiedere ulteriori informazioni allo stesso indirizzo email. Cliccate qui se volete il banner di Atreju 2008 per il vostro blog”.
p.s. Io ci sarò certamente, almeno sabato e domenica (ma probabilmente anche in qualche sera prima del weekend). Potrebbe essere una buona occasione per incontrarci e bere qualcosa alla faccia di Obambi :)
USA 2008 - 22. Michigan

MICHIGAN (17)
Popolazione: 10,071,822 (8°)
Città più grande: Detroit (916.952 - metro area: 5.405.918)
Governatore: Jennifer Granholm (D)
Senato: Carl Levin (D); Debbie Stabenow (D)
Camera: GOP 9 DEM 6. Bart Stupak (D); Peter Hoekstra (R); Vernon Ehlers (R); Dave Lee Camp (R); Dale Kildee (D); Fred Upton (R); Tim Walberg (R); Michael Rogers (R); Joseph Knollenberg (R); Candice Miller (R); Thad McCotter (R); Sandy Levin (D); Carolyn Kilpatrick (D); John Conyers Jr. (D); John Dingell (D)
Il Michigan è il 16° stato meno conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 5,9% inferiore alla media nazionale. Il trend degli ultimi anni è piuttosto stabile, con una leggerissima tendenza a favore del partito repubblicano. Considerato uno stato blue-collar in cui i cattolici giocano un ruolo molto importante, il Michigan è una roccaforte repubblicana fino alla Grande Depressione. Dal 1856 al 1928, il GOP vince 18 elezioni presidenziali su 19. E l'unica eccezione è la vittoria di Theodore Roosevelt nel 1912 davanti William H. Taft (repubblicano), quando l'ex presidente (repubblicano) si presenta con un ticket Progressive dopo aver perso le primarie (repubblicane) proprio contro Taft. La crisi del '29 sposta decisamente gli equilibri in campo, e il Wolverine State si consegna a Franklin D. Roosevelt nel 1932 e nel 1936, anche se nel 1940 è uno dei pochi stati a votare (di misura) per Wendell Wilkie e nel 1944 regala i suoi 19 electoral votes (oggi sono due di meno) a FDR per poco più di 20mila voti. Nel dopoguerra, il Michigan sembra lentamente tornare alla "normalità": Dewey batte Truman (di poco) nel 1948 ed Eisenhower batte Stevenson (di molto) nel 1952 e nel 1956. Ma i tempi sono maturi per un'altra "serie" democratica: nel 1960 Kennedy vince di misura contro Nixon; nel 1964 lo stato si adegua al landslide di Johnson nei confronti di Goldwater; nel 1968 Humphrey vince, addirittura comodamente, contro Nixon. Lo stesso Nixon si prende la rivincita nel 1972, quando strapazza McGovern con 500mila voti e 15 punti percentuali di distacco, inaugurando per il GOP una striscia positiva di cinque elezioni presidenziali che prosegue con Ford nel 1976 (+5 su Carter), Reagan nel 1980 (+7 su Carter) e nel 1984 (+19 su Mondale), Bush Sr. nel 1988 (+8 su Dukakis). Con Clinton nel 1992 (+7 su Bush Sr. con l'aiuto decisivo di Perot), i democratici tornano a controllare gli electoral votes dello stato. E lo fanno in tutte le tre elezioni più recenti: Clinton nel 1996 (+13 su Dole), Gore nel 2000 (+5 su Bush Jr.) e Kerry nel 2004 (+3 su Bush Jr.).
Già nel 2004, il Michigan era considerato un possibile target per il partito repubblicano. E il GOP ha investito una quantità di risorse considerevoli nello stato durante la campagna elettorale. Tutto questo sforzo, però, è servito solo a ridurre il margine di vantaggio dei democratici da 220mila a 165mila voti. E anche i sondaggi del ciclo elettorale 2008 sembrano presagire una sconfitta di misura per i repubblicani, ma pur sempre una sconfitta. I democratici, del resto, hanno vinto nove delle ultime dieci gare per il Senato (anche quest'anno Carl Levin dovrebbe avere vita facile nel mantenere il suo seggio) e controllano il governatore, mentre i repubblicani riescono ad essere competitivi soltanto in alcuni (la maggioranza, per la verità) distretti della Camera, ma soffrono terribilmente nelle elezioni che coinvolgono tutto lo stato (più in là scopriremo perché). Nella media RCP dei sondaggi, Obama ha più di 4 punti percentuali di vantaggio su McCain e, da giugno ad oggi, il suo distacco è oscillato tra i 2 e i 9 punti. McCain è stato in testa per qualche mese, durante i giorni più caldi delle primarie democratiche, probabilmente a causa della decisione di Obama di opporsi al pieno riconoscimento dei delegati del Michigan (e della Florida) alla convention di Denver. Questa ondata di risentimento, però, sembra essersi molto attenuata con il passare del tempo. E il Wolverine State, a nostro avviso, è tornato ad occupare il suo posto nella colonna degli stati blu, anche se in questo caso si tratta di un blu pericolosamente (per Obama) sbiadito.

Geograficamente, il Michigan è composto da due penisole collegate dal Mackinac Bridge e bagnate - da est a ovest - dai laghi Erie, Huron, Michigan e Superiore. Nella Upper Peninsula, che soltanto acqua particolarmente gelida separa dal Canada, nessuno dei due partiti prevale nettamente sull'altro (a parte un paio di contee orientali in cui il GOP arriva vicino al 60%). Nella Lower Peninsula, i repubblicani superano il 60% e sfiorano il 70% nelle contee del nord (Antrim, Otsego, Missaukee) e dell'ovest (Ottawa, Allegan), oltre che nelle zone più rurali dello stato, specialmente nell'area intorno a Grand Rapids. Come sempre, invece, i democratici vanno molto bene nelle aree urbane, in particolare a Saginaw, Flint, Ann Harbor e - naturalmente - Detroit. Nelle contee in cui risiedono queste due ultime città (rispettivamente, Washtenaw e Wayne), votano più di un milione di elettori (un quinto del totale) e grazie ad esse i democratici, nel 2004, hanno accumulato un vantaggio di 400mila voti nei confronti del GOP. Se pensiamo che, sempre nel 2004, i democratici hanno vinto lo stato con uno scarto di circa 160mila voti, ci rendiamo conto di quanto soprattutto Detroit (dove risiede la quasi totalità della comunità afro-americana che rappresenta il 15% della popolazione totale), sia fondamentale nell'assegnazione degli electoral votes del Michigan al partito democratico.
Senza recuperare almeno un centinaio di migliaio di voti ai democratici nelle aree urbane, il partito repubblicano ha pochissime speranze di passare da una "sconfitta di misura" ad una "vittoria di misura". Eppure, anche quest'anno, il Michigan resta (insieme alla Pennsylvania) uno dei migliori obiettivi potenziali del GOP per un pick-up, non fosse altro che per la sua "consistenza" elettorale. Non c'è dubbio che un ipotetico passaggio di mano dei 17 electoral votes dello stato avrebbe un impatto devastante sulla struttura della corsa (forse soltanto con una controffensiva in Ohio o Florida, Obama potrebbe sperare di vincere le elezioni perdendo il Michigan). Fino ad oggi, però, questa eventualità - seppure non impossibile - resta comunque abbastanza remota. Per ora il Michigan è DEM Leaning, ma occhi spalancati sui sondaggi condotti nelle prossime settimane di campagna elettorale.
domenica 7 settembre 2008
Raccolta differenziata
Round-Up: Hot Air, Ace of Spades HQ, Gateway Pundit, Stop The ACLU, Little Green Footballs, Flopping Aces, Blue Crab Boulevard, Betsy's Page, Silent Running, The Astute Bloggers
sabato 6 settembre 2008
venerdì 5 settembre 2008
giovedì 4 settembre 2008
Rates
Mike Huckabee: ispirato.
Rudy Giuliani: fantastico.
Sarah Palin: al di là del bene e del male.
mercoledì 3 settembre 2008
«I Hate Sarah Palin»
Con ogni probabilità dietro al nickname di David Kahane si nasconde un uomo. Ma si tratta di un uomo che vive a contatto con l’epicentro del “culto obamista” (Hollywood) e che negli ultimi giorni ha certamente sperimentato in prima persona la violenza degli attacchi concentrici che sono partiti nei confronti di Sarah Palin dopo la sua candidatura alla vicepresidenza.
Ora, che le campagne elettorali statunitensi possano raggiungere livelli di “negatività” anche elevatissimi è cosa nota. «If you can’t stand the heat, get out of the kitchen» («Se non sopporti il calore, esci dalla cucina»), diceva il presidente Harry S. Truman già negli Anni Quaranta. E per restare alla storia più recente basterebbe pensare agli attacchi con cui George Bush Sr. riuscì a recuperare il suo svantaggio nei confronti di Mike Dukakis o alla “october surprise” (la notizia di un arresto per guida in stato d’ubriachezza vecchio di decenni) con cui Al Gore riuscì quasi a battere George Bush Jr. sul filo di lana.
La lista potrebbe continuare a lungo, ma in nessun caso si è assistito ad uno spiegamento di forze così compatto, violento ed organizzato come quello che si è scatenato contro Sarah Palin. Ma andiamo con ordine. Prima le accuse generiche di “inesperienza” che, lanciate dagli obamisti, facevano oggettivamente un po’ ridere. Poi le tonnellate d’inchiostro spese per raccontare i dettagli di una mini-inchiesta per presunto “abuso di potere” che sembra avere tutte le caratteristiche per scomparire in una bolla di sapone. Poi le voci - insistenti e volgari - sull’ultimo figlio (quello affetto dalla sindrome di Down) che non sarebbe stato il frutto di una sua gravidanza, ma di quella della figlia Bristol (“coperta” dalla madre con questo brillante escamotage alla Desperate Housewives). Gossip che ha costretto la Palin a rivelare la gravidanza - vera, questa sì - della figlia teen-ager, gettando il diritto alla privacy di una minorenne in pasto ai piranha dell’opinione pubblica. Poi il falso, accertato, di una sua fantomatica iscrizione ai “secessionisti” dell’Alaskan Independence Party. Poi l’arresto per guida in stato d’ubriachezza del marito Todd (anche in questo caso, una notizia di una ventina d’anni fa). Ieri è stata la volta dell’ex capo della polizia di Wasilla - la città dell’Alaska di cui la Palin è stata sindaco prima di diventare governatore - che “rivela” di essere stato licenziato ingiustamente da Sarah Barracuda.
Sono trascorsi appena cinque giorni dalla sua ascesa nel panorama politico nazionale, ma Sarah Palin è già stata costretta ad ingoiare una quantità di fango che soltanto il doppio mandato dell’amministrazione Bush - con il complotto sull’11 settembre e l’allagamento intenzionale di New Orleans - riuscirebbe forse ad eguagliare. Una parte di questi attacchi è nata “spontanamente” nei blog vicini all’estrema sinistra americana, ma un’altra consistente fetta è stata partorita (è proprio il caso di dirlo) direttamente dalla campagna di Obama o - fenomeno assai più grave - dai cosiddetti mainstream media neutrali. Provate a pensare alla stessa operazione mediatica compiuta dalla vast right-wing conspiracy nei confronti di una candidata democratica, a qualsiasi carica. E immaginate le universali strilla di sdegno.
Con Sarah Palin, invece, tutto è permesso. Perché una donna repubblicana (un modello “inferiore” di donna, evidentemente), perché è pro-life, pro-gun e schiettamente - normalmente, sarebbe il caso di dire - conservatrice.
Proprio per questo, forse, gli attacchi nei suoi confronti sono tanto feroci. Perché questa sua “normalità” rischia di trasformare un passaggio obbligato di una campagna elettorale (la scelta di un candidato alla vicepresidenza) in un fattore in grado cambiare la dinamica della corsa. Con l’effetto-Palin, il fundraising repubblicano è cresciuto di 10 milioni di dollari in quarantott’ore, portando McCain ad avvicinarsi ai livelli raggiunti negli ultimi mesi da Barack Obama. E, soprattutto, la base conservatrice del partito sembra “eccitata” come mai prima, con un coinvolgimento a cui non si assisteva dai tempi di Ronnie Reagan. È questa, probabilmente, la spiegazione della Palin Derangement Syndrome che ha colpito le tribù obamiste nell’ultima settimana. Ma chi crede che questo sia sufficiente a sbarazzarsi del “barracuda” ha fatto male i suoi conti.
Bill Kristol racconta di aver sentito un componente dello staff di McCain spiegare alla Palin le difficoltà a cui sarebbe andata incontro dopo l’annuncio della sua candidatura, la cattiveria degli attacchi che avrebbe subito, l’intrusione dei media nella sua vita privata. «Grazie per l’avvertimento - ha risposto Sarah - ma sai quale è la differenza tra una hockey mom e un pitbull?». «No, governatore», ha sussurato lo staffer repubblicano. «Una hockey mom porta il rossetto». Gli animalisti obamisti sono avvertiti.
(domani in edicola su Liberal quotidiano)
martedì 2 settembre 2008
USA 2008 - 21. Massachusetts

MASSACHUSETTS (12)
Popolazione: 6.449.755 (14°)
Governatore: Deval Patrick (D)
Senato: Edward Kennedy (D); John Kerry (D)
Camera: GOP 0 DEM 10. John Olver (D); Richard Neal (D); James McGovern (D); Barney Frank (D); Niki Tsongas (D); John Tierney (D); Edward Markey (D); Michael Capuano (D); Steven Lynch (D); William Delahunt (D)
Il Massachusetts è lo stato meno conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 27,6%% inferiore alla media nazionale. Il Bay State non è sempre stata la People's Republic of Massachusetts che conosciamo oggi, in cui - negli ultimi quattro cicli elettorali - nessun candidato repubblicano alla Camera è riuscito a contenere il distacco dal proprio avversario democratico al di sotto dei 25 punti percentuali (si tratta di 40 elezioni consecutive!). Nella prima metà del 1900, al contrario, si trattava di uno stato fortemente conservatore, con sconfinamenti nel puritanesimo, in cui neppure F.D Roosevelt riusciva a convincere del tutto (nel senso che vinceva, ma con percentuali molto inferiori alla media nazionale). Dal dopoguerra ad oggi, però, soltanto Ike Eisenhower (nel 1952 e nel 1956) e Ronald Reagan (di pochissimo nel 1980 e di poco nel 1984) sono riusciti a portare il Massachusetts nella colonna dei red states. Per il resto, la storia recente dello stato è una lunga sfilza di successi democratici: Kennedy +21%; Johnson +53% (!); Humphrey +31%; McGovern +9% (nel 1972 il Massachusetts è stata l'unica vittoria democratica); Carter +16%; Dukakis +8%; Clinton +18% e +33%; Gore +27%; Kerry +25%. Questo dominio non si limita alle elezioni presidenziali: nelle elezioni di mid-term del 2006, il partito repubblicano ha raccolto meno del 13% dei seggi in entrambe le Camere locali. Alla Camera del Massachusetts i rapporti di forze sono 141 a 19 per i democratici (al Senato 35-5).
Nel ciclo elettorale del 2008, il Bay State non sembra destinato ad abbandonare il suo ruolo di roccaforte liberal. E' interessante notare, però, che i sondaggi condotti negli ultimi mesi sono piuttosto "ballerini", con il vantaggio di Barack Obama che oscilla tra i 5 e i 25 punti percentuali. La media di RealClear Politics vede comunque il candidato democratico in doppia cifra (+12,6%), anche se con una performance nettamente inferiore rispetto a quelle di Gore e Kerry. I sondaggi più recenti sono quelli effettuati all'inizio di agosto da Rasmussen Reports (+16%) e Suffolk University (+9%): in entrambi i casi Obama sembra in leggera flessione, ma non per questo siamo disposti a concedere qualche speranza ai repubblicani per i 12 electoral votes delle presidenziali o nelle sfide per la Camera.

Geograficamente, il Massachusetts è una lago blu notte nel blu, già scuro, del New England. Nelle ultime quattro elezioni presidenziali, i democratici hanno conquistato tutte le contee, nessuna esclusa, con percentuali che vanno dal 73% di Berkshire County, al confine occidentale con lo stato di New York, al 75% di Suffolk County, sede della capitale Boston, sulla costa all'altra estremità dello stato. Per trovare una contea "repubblicana" bisogna affittare una macchina del tempo - spostare le lancette dell'orologio indietro di vent'anni - e dirigersi verso la parte centrale dello stato (Worcester County) o verso est (Plymouth e Barnstable County, entrambe ex roccaforti del GOP). Erano gli anni in cui i Boston Celtics di Larry Bird si giocavano, spesso con i Los Angeles Lakers, le finali Nba. Anche nel 2008, dopo un lungo periodo di astinenza, i Celtics hanno vinto il campionato di basket più bello del mondo. Ma politicamente il Massachusetts (proprio come la California) sembra tutto un altro pianeta.
Nel primo stato dell'Unione a legalizzare il same-sex marriage, i repubblicani hanno davvero poche probabilità di mantenere il loro svantaggio al di sotto dei 20 punti percentuali. Il parco-giochi della famiglia Kennedy è DEM Solid solo perché non abbiamo previsto una categoria ultra-solid. Altri 12 electoral votes per il partito democratico.
Tuesday Tidbits
• Il fundraising repubblicano arriva a quota 47 milioni di dollari soltanto ad agosto (il record precedente era di 26 milioni a luglio). Almeno 10 milioni sarebbero effetto-Palin. La campagna di Obama non ha ancora diffuso le cifre dell'ultimo mese.
• "In contrast to any national candidate in recent memory, Palin is the one that exudes the economic and cultural sensibilities of a geniune Western-style libertarian": David Harsanyi su RealClearPolitics.
• Sempre su RealClear Politics, il mitico Jay Cost analizza le ultime mosse del candidato repubblicano.
• "Before, they were excited about her, with the Down syndrome baby. But now with this, they are over the moon. It reinforces the fact that this family lives its pro-life values". Grover Norquist risponde, su Cnn.com, a chi spera che la storia della figlia teen-ager incinta possa allontanare gli evangelici da Sarah Palin.
• "Palin and the Bloggers": Byron York, su The Corner (uno dei blog della National Review), in diretta dalla convention repubblicana.
Trova la differenza
“Look, I got two daughters — 9 years old and 6 years old. I am going to teach them first about values and morals, but if they make a mistake, I don’t want them punished with a baby.” (Barack Hussein Obama)
UPDATE. Stefano Scardovi traduce in italiano.
Passo falso
A volte si leggono cose sensate perfino sul Washington Post: Chris Cilizza (via Don Surber).
lunedì 1 settembre 2008
Of Mice and Men
"John Coale, uno dei più autorevoli avvocati di Washington, marito di Greta Van Susteren di Fox Tv e sostenitore della senatrice Hillary Clinton, ha annunciato oggi che appoggerà John McCain nella sua corsa alla presidenza. Coale, che ha viaggiato con la senatrice Clinton, l'ex presidente Bill e la sua famiglia durante la stagione delle primarie, si è lamentato del sessismo interno al partito democratico, affermando che esso è ormai 'ostaggio di tipi alla moveon.org' in una intervista esclusiva con Newsweek".
Scandalo!
domenica 31 agosto 2008
USA 2008 - 20. Maryland

MARYLAND (10)
Popolazione: 5.618.344 (19°)
Città più grande: Baltimora (637.455 - metro area: circa 2.600.000)
Governatore: Martin O'Malley (D)
Senato: Barbara Mikulski (D); Benjamin Cardin (D)
Camera: GOP 2 DEM 6. Wayne Gilchrest (R); Dutch Ruppersberger (D); John Sarbanes (D); Albert Wynn (D); Steny Hoyer (D); Roscoe Bartlett (R); Elijah Cummings (D); Christopher van Hollen (D)
Il Maryland è il 5° stato meno conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato dell'15,5% inferiore alla media nazionale. Il trend degli ultimi anni è favorevole al partito democratico. Fin dagli anni precedenti alla Guerra Civile, il controllo politico del Maryland è sempre stato saldamente nelle mani del partito democratico. E quando le posizioni dei due partiti maggiori, nell'ultimo secolo, hanno subito un profondo processo di trasformazione, lo spirito dell'Old Line State è cambiato con esse. L'unico punto di forza, per il GOP, è una discreta presenza dei cosiddetti "Reagan Democrats" (blue-collar, soprattutto), che non temono di "tradire" il proprio partito per votare il candidato del GOP, anche alle presidenziali. Nella storia recente degli Stati Uniti, il Maryland vota con entusiasmo decrescente per F.D. Roosevelt durante gli anni del New Deal (+25% nel 1932 e nel 1936; +18% nel 1940; +3% nel 1944), per poi scegliere di misura Dewey su Truman nel 1948 (+1%) e molto più nettamente Eisenhower contro Stevenson (+12% nel 1952; +20% nel 1956). Negli Anni Sessanta, il partito democratico torna a conquistare con regolarità lo stato, con Kennedy (+7% nel 1960), Johnson (+31% nel 1964) e Humphrey (+2% nel 1968); prima di piegarsi al landslide di Nixon nel 1972 (+24%) e tornare "a casa" con Carter nel 1976 (+6%) e nel 1980 (+3%). Reagan, nel 1984 (+5%) e Bush Sr. nel 1988 (+3%) riescono, a stento, a vincere in Maryland, ma lo stato scivola definitivamente nella colonna blu durante gli Anni Novanta e nel decennio in corso, con distacchi sempre in doppia cifra: Clinton nel 1992 (+14%) e nel 1996 (+18%); Gore nel 2000 (+16%); Kerry nel 2004 (+13%).
Nel ciclo elettorale del 2008, il Maryland è uno degli stati meno analizzati dagli istituti di ricerca. In ogni caso, la performance di Obama sembra più o meno in linea con quella di Kerry nel 2004, con un vantaggio che oscilla tra i 10 e i 14 punti percentuali (il livello minimo di questo range è quello registrato da Rasmussen Reports a luglio, mentre gli altri sondaggi sono molto più vecchi). Non sembra verosimile che McCain possa ribaltare questa situazione, visto che lo stato - già blu - è diventato ancora più blu alle elezioni di mid-term del 2006, quando il pur ottimo governatore repubblicano Bob Erlich non è riuscito ad evitare la sconfitta contro lo sfidante democratico Martin O'Malley. Nemmeno l'ex vice-governatore repubblicano, Michael Steele, uno dei più brillanti politici afro-americani dell'ultima generazione, è riuscito a combinare molto di più nel suo tentativo di conquistare un seggio vacante del Senato. Il Maryland è territorio ostile per il GOP. E quest'anno non farà eccezione.

Il dominio democratico nell'Old Line State nasce nelle due aree urbane maggiori, quella di Washington (il District of Columbia è praticamente al confine tra Virginia e Maryland, a cavallo tra le contee di Prince George's e Montgomery) e quella di Baltimora. Per dare un'idea di questo strapotere, nel 2004 Kerry ha vinto a Baltimore City con l'81,9% dei voti (contro il 16,9% di Bush), a Prince George's con l'81,8% (contro il 17,4%) e a Montgomery con il 65,9% (contro il 32,8%). In queste tre contee - con una numerosa comunità afro-americana e in cui molti posti di lavoro sono, direttamente o indirettamente, legati al governo federale - vota circa un milione di persone, poco meno della metà degli elettori di tutto il Maryland. Il GOP raggiunge percentuali ottime (tra il 55% e il 70%) nel resto dello stato, in particolare nei sobborghi più esterni delle aree urbane, al confine occidentale con il West Virginia e nelle contee della Eastern Shore al confine con il Delaware. Ma questo non è sufficiente a bilanciare il dominio democratico nelle zone più popolose.
Nel 1980, il Maryland è stato uno dei pochi (sei) successi di Jimmy Carter nella sua corsa alla rielezione. Nel 1992, Bill Clinton ha raggiunto proprio qui il suo miglior risultato (a parte l'Arkansas). Nel 1996, è stata la sua sesta migliore performance. Nel 2000, è stata la quarta migliore prestazione di Gore. E nel 2004 la quinta migliore di Kerry. Non c'è nessun motivo razionale per dubitare del fatto che, nel 2008, Obama non riesca a fare altrettanto. L'Old Line State è DEM Solid. Altri 10 electoral votes per il partito democratico.
Sunday Tidbits
• I sondaggi "interattivi" di Zogby sono una fregatura. Ma, per quello che valgono, ieri McCain aveva recuperato 4 punti a Obama: da -2% a +2% ("Brash McCain pick of AK Gov. Palin neutralizes historic Obama speech, stunts the Dems' convention bounce").
• Mentre i democratici si augurano che l'uragano Gustav colpisca gli Stati Uniti durante la convention repubblicana - Michael Moore lo considera una prova dell'esistenza di Dio, ma non è l'unico a pensarla così - più di 400 italiani vengono evacuati da Cayo Largo, a Cuba, dove facevano del loro meglio per consentire alla dittatura comunista di sopravvivere.
• Newt about Sarah (via Bill).
sabato 30 agosto 2008
Spectre
Bill Kristol, sul Weekly Standard.
August Surprise
Tutto il resto, come il fatto che il governatore dell'Alaska sia una donna, è marginale e rivolto soprattutto ai mainstream media (che ci sono caduti in pieno) per arginare l'effetto del discorso di Obama nell'ultimo giorno della convention di Denver. Anche in questo caso, la campagna di McCain non avrebbe potuto compiere una scelta più dirompente.
venerdì 29 agosto 2008
VeePee, micro liveblogging
17:09. BBC News: It's Sarah!
17:08. Washington Post: It's Sarah!
17:07. Sarah Palin in home page anche sul Corrierino.
16:59. Dopo Gallup, anche Rasmussen Reports registra un “rimbalzino” per Obama dopo la conclusione della convention.
16:54. Bill Kristol, sul sito del Weekly Standard: It's Sarah! (via Andrea)
16:50. Rob Schenck (National Clergy Council): It's Sarah!
16:47. The Caucus (blog del Nyt) si sbilancia: It's Sarah!
16:41. Nel mercato virtuale di InTrade, la quota di Sarah Palin sfiora il 92%. Dietro di lei, Tom Ridge e Mitt Romney intorno al 2,5%, Joe Lieberman e Tim Pawlenty sotto l'1%.
16:34. Il Chicago Tribune si iscrive al partito della Palin.
16:32. Il volo misterioso di Sarah.
16:30. Jonathan Martin, su The Politico, esclude definitivamente Joe Lieberman.
16:19. A Marc Ambinder (di The Atlantic) hanno riferito che Mitt Romney sarà questa sera a Dayton, in Ohio, dove McCain ha intenzione di annunciare il suo candidato alla vicepresidenza.
16:13. Nbc punta ancora su Sarah.
16:11. Four chicks for Old Mac: Kay Bailey Hutchinson (senatore del Texas); Sarah Palin (governatore dell'Alaska); Carly Fiorina (ex amministratore delegato della Hp); Meg Whitman (ex amministratore delegato di eBay). Interessante articolo di Anne Kingston su McLeans.ca.
16:04. Tim Pawlenty è ufficialmente fuori da stamattina. Secondo Abc News, Sarah Palin non sarebbe volata in Ohio, ma è ancora a casa sua in Alaska.
The Speech Clinton Wanted to Give
I set Hillary up on the ten yard line, goal to goal, more money than even I ever had and my legacy to run on, and she couldn't close the deal against a freshman running on hope and change? Hell, she only had to remind everybody, I am the man from Hope, not this little dweeb. I'm the one that changed the world. I beat the Republicans at every turn, every damn time, I beat the Republicans and you nominate this guy? He couldn't carry Hillary Clinton's bra. Now look at me. I have to sit here, mouthing 'I love you' while my wife brags about her historic run. I had to eat this sandwich every damn day during the campaign. There ain't no history worth having, folks, in losing. And that's what she did. What history? Nobody would even know her name if it weren't for me. I mean hell, what did you all think with Operation Chaos? For crying out loud, Limbaugh even tried to pull it out for her. If I'd have had Limbaugh behind me, I'd have gotten over 50% in both elections in the nineties. She had it all. She had me. She had my legacy, and she even had Limbaugh, and she's up against an inexperienced dweeb.
They played the race card on me, I'm the first black president, and you bought it. Why am I even here gracing your presence? This is pathetic. She can't even say in her speech that she is a proud wife. All my black friends, they want nothing to do with me now, they're gone. After all I have done for you black people. I lied about all your church fires that Republicans set. I did everything you asked me to do and you have abandoned me for a guy that runs around with terrorists in Chicago and has that wacko nut preacher. I wouldn't even go to that church, and he went there for 20 years and you nominate this clown? Don't blame me when this ends up bad, this is all over. You'll be back to me looking for advice. Next time I'm charging full price. I will never, ever forget this, and you have been warned. It ain't going to be pretty when this is over.
Rush Limbaugh, stratosferico, in una delle sue migliori performance di sempre (per sentire l'audio bisogna essere abbonati a Rush 24/7).
mercoledì 27 agosto 2008
Bill, anyone?
martedì 26 agosto 2008
I trucchetti del Corrierino
In effetti, a guardare l'andamento del grafico, sembrerebbe proprio così. Il 16 luglio Obama era a +7, il 14 agosto a +2, il 20 agosto a -5 e il 24 agosto nuovamente a +2. C'è un solo, piccolissimo problema: questi 4 sondaggi (tutti di Zogby) sono effettuati con due metodologie completamente diverse. In particolare, il primo e il terzo sondaggio - commissionati dall'agenzia di stampa Reuters - sono condotti con metodi tradizionali (e McCain è passato dal -7 di luglio al +5 di agosto), mentre il secondo e il quarto fanno parte dei cosiddetti “Zogby Interactive”, prevedono l'utilizzo di questionari compilati via Internet e sono generalmente scartati come inattendibili da tutti gli analisti (e Obama è rimasto stabile a +2).
Qualsiasi giornale o giornalista ha il diritto di essere fazioso e preferire un candidato a un altro. Quando, però, una testata che ama definirsi “neutrale” ricorre a questi kindergarten tricks per ingannare i propri lettori più disattenti, la faziosità si trasforma in truffa.
domenica 24 agosto 2008
USA 2008 - 19. Maine

MAINE (4)
Popolazione: 1.317.207 (40°)
Città più grande: Portland (64.250 - metro area: 513.102)
Governatore: John Baldacci (D)
Senato: Olympia Snowe (R); Susan Collins (R)
Camera: GOP 0 DEM 2. Tom Allen (D); Michael Michaud (D)
Il Maine è il 9° stato meno conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato dell'11,5% inferiore alla media nazionale. E il trend degli ultimi anni è favorevole al partito democratico. Il Maine è, per il partito repubblicano, quello che sono gli stati della Bible Belt per il partito democratico: una ex roccaforte che ultimamente è stata capace di regalare solo grandi dispiaceri. Tra il 1916 e il 1988, il Pine Tree State ha votato soltanto due volte per i democratici: nella vittoria landslide di Johnson contro Goldwater nel 1964 e nel 1968, quando nel ticket con Humphrey c'era l'home-stater Edmund Muskie. Il Maine è riuscito a resistere perfino al fascino di F.D.Roosevelt, che ha perso quattro volte di fila, dal 1932 al 1944. Nel 1936, FDR ha conquistato gli electoral votes di tutti gli stati dell'Unione, ad eccezione di quelli di Maine e Vermont. Dopo la parentesi degli anni Sessanta, a cui abbiamo già accennato, il Maine è tornato in linea con le proprie tradizioni nei due decenni successivi, ma negli anni Novanta lo stato è diventato definitivamente (almeno per ora) democratico, votando per Clinton nel 1992 e nel 1996 (nel '92 Ross Perot arrivò davanti a Bush Sr e nel '96 il Maine fu lo stato in cui il miliardario texano si comportò meglio), per Gore nel 2000 e per Kerry nel 2004, con distacchi percentuali crescenti nei confronti dei candidati repubblicani.
Anche se - alle elezioni presidenziali - la superiorità dei democratici sembra ormai allineata con quella degli altri stati più popolosi del nord-est, il Maine resta uno stato con un forte spirito "indipendente". Indipendenti sono stati due governatori della sua storia recente (James B. Longley dal 1975 al 1979 e Angus King dal 1995 al 2003). E i due senatori in carica appartengono entrambi al partito repubblicano (le posizioni di Olimpia Snowe sono, però, indistinguibili da quelle di un qualsiasi democratico moderato). Il Maine è, insieme al Nebraska, uno dei due stati che assegna "proporzionalmente" i suoi electoral votes: il vincitore di ogni distretto congressuale conquista un voto; chi raccoglie più voti nello stato ne conquista altri due. Il distretto più "conservatore" è il 2°, quello che raccoglie i sobborghi di Portland e Augusta (e in cui sono ambientati moltissimi romanzi di Stephen King). Ma nel ciclo elettorale del 2008 i sondaggi hanno sempre registrato un vantaggio così consistente a favore di Barack Obama che sembra davvero improbabile che i repubblicani riescano a conquistare anche un solo EV (come ha provato a fare Bush jr., senza riuscirci, sia nel 2000 che nel 2004). Il distacco da febbraio ad oggi, per i democratici, è oscillato tra il 10 e il 22%, con un timido barlume di speranza per il GOP che si era aperto a luglio (+8% per Obama, secondo Rasmussen Reports) ma che si è subito chiuso ad agosto (+14%, sempre secondo Rasmussen).

A resistere all'invasione democratica, nella storica roccaforte repubblicana sono ormai rimaste un paio di contee (Washington and Piscataquis), mentre nel 2004 sono "crollate" anche Waldo e Knox, che pure nel 2000 era state portate a casa da George W. Bush. Nelle altre contee, comunque, il partito democratico (anche se più forte) non riesce mai ad ottenere percentuali superiori al 55-56%. Segno che forse, in un decennio non troppo lontano, il Pine Tree State potrebbe nuovamente iniziare a regalarci qualche sopresa.
E' estremamente improbabile, però, che queste sorprese arrivino già nel 2008. Il trend storico a favore dei democratici è evidente e, anche se il Maine ha dimostrato di gradire i candidati "maverick", per McCain è più conveniente continuare a ricucire i rapporti con la base conservatrice piuttosto che amplificare le sue caratteristiche di "indipendente" alla ricerca di stati molto difficili da conquistare. Obama, da parte sua, può contare sul fatto che negli ultimi anni il Maine è diventato uno stato nettamente più liberal rispetto alla media nazionale (è 4° nel numero di "same-sex households" ed è molto in basso nella classifica dei "white evangelicals"). In più, la quasi totale assenza di una comunità afro-americana - che a prima vista potrebbe sembrare un problema - lo garantisce anche dalla possibilità di qualsiasi racial backlash. Da queste parti non abbiamo dubbi: il Maine è DEM Solid. Altri 4 electoral votes per il partito democratico.
sabato 23 agosto 2008
C-c-c-change!
Se Joe Biden è il simbolo del cambiamento per gli obamisti, McCain ha più chance di quante pensavo fino a qualche ora fa. Come fa notare Jim Geragthy, il senatore del Delaware è stato eletto al Senato quando BHO aveva ancora 11 anni, ha votato per la guerra in Iraq (la più importante decisione politica dalla fine della Guerra Fredda, secondo Obama), sostiene il partial-birth abortion ed è conosciuto soprattutto per le sue gaffe in campagna elettorale. Durante le primarie per le elezioni del 1988, fu costretto a ritirarsi dalla corsa dopo essere stato scoperto a "copiare" un discorso dell'allora leader laburista britannico, Neil Kinnock. K-i-n-n-o-c-k... avete letto bene.Ieri David Brooks, sul New York Times, scriveva che la sua tendenza a parlare "senza peli sulla lingua" sarà apprezzata dagli elettori americani, ma quando Rush Limbaugh inizierà a trasmettere il the best della sua carriera politica ci sarà da divertirsi.
"Joe's a good guy, we all criticize each other during this time... But for Joe Biden to talk about qualifications — he's never run a city, he's never run a state, he's never run a business." (Rudy Giuliani, 31 ottobre 2007)
UPDATE. O'Biden: Jonah Goldberg su The Corner commenta la scelta di Obama.
UPDATE/2. Jay Nordlinger (caporedattore della National Review e persona - fidatevi - fantastica) rincara la dose, sempre su The Corner.
mercoledì 20 agosto 2008
USA 2008 - 18. Louisiana

LOUISIANA (9)
Popolazione: 4.293.204 (25°)
Città più grande: New Orleans (454.865 - prima dell'uragano Katrina)
Governatore: Bobby Jindal (R)
Senato: Mary Landrieu (D); David Vitter (R)
Camera: GOP 4 DEM 3. Steve Scalise (R); William Jefferson (D); Charlie Melancon (D); Jim McCrery (R); Rodney Alexander (R); Don Cazayoux (D); Charles Boustany (R)
La Louisiana è il 18° stato più conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 12,0% superiore alla media nazionale. E il trend degli ultimi anni è favorevole al GOP. Nelle elezioni recenti della storia americana, il Bayou State - come la Bible Belt in generale - è passata da un solido dominio democratico ad un quasi altrettanto solido dominio repubblicano (con la consueta parentesi di Clinton nel 1992 e nel 1996). Per dare un'idea di quanto, nell'era pre-Goldwater, la Louisiana fosse integrata nel sistema di potere democratico del Sud, potrebbe essere sufficiente ricordare che F.D.Roosevelt vince nel 1932 con il 92,7% e che nelle tre elezioni successive non va mai più in basso dell'80%. Dopo la vittoria del segregazionista (ex-democratico) Thurmond nel 1948 contro Truman e Dewey, la serie di successi democratici continua - da Stevenson a Johnson - fino al 1968, quando prevale un altro segregazionista (democratico): Wallace con il 48%. Ma ormai la Southern Strategy del GOP è in piena fase ascendente. E le cose iniziano a farsi più complicate. Nel 1972 Nixon batte nettamente McGovern (65-28); nel 1976 il sudista Carter vince non di molto (51-45) contro Ford per poi perdere con lo stesso distacco nel 1980 contro Reagan; netta vittoria di Ronnie nel 1984 contro Mondale (60-38); dieci punti di distacco per Bush Sr. nel 1988 contro Dukakis (54-44); poi la doppia vittoria clintoniana a cui abbiamo già accennato, più netta nel 1996 (52-39) che nel 1992 (45-40). Concludono questa serie storica le due vittorie di Bush Jr.: nel 2000 contro Gore (52-44) e nel 2004 contro Kerry (56-42).
Nei sondaggi condotti in questo ciclo elettorale, il vantaggio di McCain in Louisiana non è mai sceso sotto i 9 punti percentuali (Rasmussen Reports a fine maggio). Sempre secondo Rasmussen, però, il candidato repubblicano aveva un distacco di 19 punti a luglio e di 18 ad agosto (l'ultimo sondaggio è recentissimo). McCain, insomma, sembra viaggiare su medie addirittura superiori a quelle - già ottime - di George W. Bush nel 2004. Un ottimo segnale per il GOP, che per qualche mese ha addirittura pensato di poter impensierire i democratici nelle elezioni per il Senato, dove John Kennedy (R) è opposto all'incumbent Mary Landrieu (D). Questo, almeno, fino all'ultimo sondaggio (sempre Rasmussen) con la Landrieu a +16. L'unico (forse) seggio democratico alla portata dei repubblicani in questa difficilissima congiuntura politica sembra così già fuori dai giochi. Con ogni probabilità, però, il GOP potrà consolarsi con i 9 electoral votes della Louisiana alle elezioni presidenziali.

Geograficamente, almeno negli anni più recenti, il Bayou State è diventato sempre più "rosso". E le uniche contee (il termine corretto, in Lousiana è "parish") in cui i democratici resistono, con percentuali sempre più basse, sono ormai quelle - scarsamente popolate - al confine nord-orientale con il Mississippi (East Carrol, Madison e Tensas) e quelle, più al sud, in cui scorre il Great River (Pointe Coupee, Iberville, Assumption, St. James, St. John the Baptist). Oltre, naturalmente, alla contea di New Orleans, in cui i democratici battono i repubblicani regolarmente e con un largo margine (77-21 nel 2004). In tutto il resto dello stato - e in particolare al confine occidentale con il Texas - il GOP domina con percentuali che oscillano dal 55 all'80%.
In vista delle elezioni di novembre, alla superiorità "strutturale" del GOP in Louisiana, bisogna aggiungere un dato molto importante: dopo la tragedia dell'uragano Katrina, la popolazione di New Orleans (quasi al 70% afro-americana e storicamente con una maggioranza democratica schiacciante) è scesa da 480mila a 270mila unità. Il calcolo è semplice: con la popolazione di The Big Easy ridotta ai minimi termini, le possibilità che i democratici riescano a strappare i 9 electoral votes della Louisiana ai repubblicani sono praticamente inesistenti. Con ogni probabilità, anzi, McCain riuscirà a fare meglio di Bush nel 2004 (il miglior risultato del GOP negli ultimi vent'anni). La Louisiana è GOP Solid. Senza se e senza ma.
martedì 5 agosto 2008
Electoral Map Update
Florida: da GOP Solid a GOP Leaning
Colorado: da DEM Leaning a Toss-Up
USA 2008 - 17. Kentucky

KENTUCKY (8)
Popolazione: 4.041.769 (26°)
Città più grande: Louisville (693.604)
Governatore: Steven Beshear (D)
Senato: Mitch McConnell (R); Jim Bunning (R)
Camera: GOP 4 DEM 2. Edward Whitfield (R); Ron Lewis (R); John Yarmouth (D); Geoff Davis (R); Hal Rogers (R); Ben Chandler (D)
Il Kentucky è il 14° stato più conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 17,4% superiore alla media nazionale. E il trend degli ultimi anni è favorevole al GOP. Nella storia politica recente degli USA, il Kentucky - che è abitualmente considerato uno dei stati del sud (anche se, geograficamente e demograficamente avrebbe caratteristiche assimilabili al Midwest) - ha seguito, almeno alle elezioni presidenziali, la parabola classica del Solid South (anche se il Kentucky non è mai stato troppo “solido”), slittando lentamente dal partito democratico verso quello repubblicano (con la parentesi-Clinton). Dopo aver votato per F.D. Roosevelt - in maniera sempre meno convinta - dal 1932 (59%) al 1944 (54%), il Bluegrass State ha scelto Truman nel 1948 (56%), Stevenson nel 1952 (con soli 700 voti di margine), Eisenhower nel 1956 (54%), Nixon nel 1960 (53%), Johnson nel 1964 (64%), ancora Nixon nel 1968 (43%) e nel 1972 (63%), Carter nel 1976 (52%), Reagan nel 1980 (49%) e nel 1984 (60%), Bush sr. nel 1988 (55%), Clinton nel 1992 (44%) e nel 1996 (45%), Bush jr. nel 2000 (55%) e nel 2004 (60%).
Nei sondaggi condotti in questo ciclo elettorale, il vantaggio di McCain in Kentucky non è mai sceso sotto i 9 punti percentuali (con un picco massimo del 36 per cento, per Survey USA, a marzo). Attualmente la media di Real Clear Politics registra un margine di 14 punti a favore del candidato repubblicano. Nel 2008, si vota anche per il seggio del Senato occupato da McConnell: non sarà una passeggiata, ma il senatore senior del GOP dovrebbe farcela (nella media RCP è in vantaggio dell'8,7%). Non si tratta, in ogni caso, di una sfida in grado di alterare la dinamica delle presidenziali, che resta solidamente in mano ai repubblicani.

Geograficamente, i democratici sono più forti nella Jefferson County (dove risiede la città più popolosa, Louisville) e nello “spigolo” all'estremità orientale dello stato (al confine con Virginia e West Virginia). In tutto il resto del Kentucky, almeno nelle elezioni recenti, domina il GOP, con percentuali che oscillano da un 60-65% di media e arrivano a sfiorare e qualche volta a superare l'80% in alcune contee centrali come Adair, Casey, Pulaski, Rockcastle e Jackson. Negli anni in cui il partito democratico è riuscito a vincere in Kentucky, le contee “blu” si estendevano spesso a tutta la zona orientale dello stato e comprendevano anche quelle al confine occidentale con Illinois e Missouri.
Neppure nei loro sogni più audaci, gli strateghi democratici hanno mai pensato di poter portare a casa il Kentucky nel 2008, ribaltando i 20 punti percentuali di svantaggio incassati da George W. Bush appena quattro anni fa. La nostra previsione assegna gli 8 electoral votes dello stato alla colonna GOP Solid. E ci vorrebbe davvero un cataclisma di proporzioni cosmiche per cambiare le carte in tavola.
Landslide?
Nell'ultimo Zogby nazionale, Obama passa da +10 (46-36) a -1 (41-42), con il candidato repubblicano che recupera nel segmento di età 18-29, tra le donne, tra gli indipendenti, tra i democratici e perfino tra gli afro-americani. Una disfatta, soprattutto se si tiene in considerazione il fatto che Zogby (da buon sondaggista democratico) ha una lunga storia di sottorappresentazione per il GOP. Nei due ultimi tracking quotidiani, invece, Obama ha 3 punti di vantaggio per Gallup e 1 punto di svantaggio secondo Rasmussen Reports (per il secondo giorno consecutivo, dopo che Obama era sempre stato in testa dal 3 giugno in poi).
Buone notizie anche dai sondaggi stato per stato. Secondo Survey USA, McCain avrebbe 6 punti di vantaggio in Florida. Mentre Rasmussen registra un distacco a favore del candidato repubblicano di 20 punti in Alabama e di 19 punti in Arizona. Obama, invece, sarebbe avanti di 13 punti in Connecticut (sempre per Rasmussen) e di 9 punti in Massachusetts (per la Suffolk University). Due risultati inferiori alle aspettative, che arrivano dal profondo blu della East Coast. Quando mancano ormai meno di 100 giorni alle elezioni, della tanto annunciata marea obamiana ancora non c'è traccia. Anzi...
lunedì 4 agosto 2008
mercoledì 30 luglio 2008
I'm Back (Like Mac)
In the meantime... segnaliamo che ieri, per la prima volta dall'inizio di maggio, è stato pubblicato un sondaggio nazionale (USA Today/Gallup, likely voters) che registra un vantaggio di McCain nei confronti di Obama (+4). E sempre ieri il tracking quotidiano di Rasmussen Reports vedeva il vantaggio del candidato democratico scendere a +1 (sabato era +6). Sembra proprio che i democratici non abbiano ancora imparato che le folle di fedeli europei in estasi adorante non servono per vincere le elezioni negli States. Anzi, possono addirittura essere controproducenti.
P.S. Scusate il ritardo sul Kentucky, ma la vacanza mi ha un po' arruginito... ;) Spero di recuperare lunedì o martedì.
venerdì 11 luglio 2008
martedì 8 luglio 2008
Pourquoi Monsieur?
La sua richiesta di grazia, infatti, è davvero poco ortodossa e denuncia, nella migliore delle ipotesi, una grave ignoranza in materia di procedure e protocolli. Perché chiedere l’intercessione di Silvio Berlusconi, quando il potere di grazia è prerogativa esclusiva del Quirinale? Quanto influiscono, sull’atteggiamento dell’Eliseo, le posizioni di chi in Francia si oppone da sempre all’abbandono della cosiddetta “dottrina Mitterand”? E che impatto hanno avuto le proteste della corrente di sinistra dei magistrati francesi che, nei giorni dell’arresto della Petrella, avevano parlato di «vendetta di Stato con trent’anni di ritardo»? Sarkozy non può pensare di “farsi bello” agli occhi della sua sinistra a spese dell’Italia. E almeno il rispetto dovuto ai familiari delle vittime del terrorismo dovrebbe consigliare al presidente francese di evitare queste sceneggiate.
Anche perché - è bene ricordarlo - stiamo parlando di un personaggio condannato all’ergastolo nel 1992 per delitti commessi nel 1981 (speedy trial?), che non ha mai manifestato il minimo accenno di pentimento. Fino all’agosto del 2007, Marina Petrella viveva tranquillamente in Francia, dove si era rifatta una vita senza mai degnarsi di fare i conti con il proprio passato. Non fosse stato per un banale controllo delle forze dell’ordine francesi, l’ex brigatista non sarebbe mai stata arrestata. E le sue «condizioni psicologiche» sarebbero rimaste, presumibilmente, ottime.
In uno dei tanti siti Internet che, anche a tanti anni di distanza, non nascondono il proprio istinto di fiancheggiamento per le Brigate Rosse, vecchie e nuove, si legge che l’unica colpa della Petrella sarebbe quella di aver partecipato «al largo movimento di rivolta anticapitalista che ha visto decine di migliaia di giovani militanti impegnarsi politicamente, la cui rivolta spesso è arrivata sino alla “critica delle armi”». Sarkozy farebbe bene a ricordare che, in uno Stato di diritto, sparare alle spalle di un poliziotto non può essere considerato un libero esercizio di critica sociale. In uno Stato di diritto, le responsabilità penali sono personali e gli individui devono affrontare le conseguenze delle proprie azioni. Nel caso della Petrella, queste conseguenze si chiamano ergastolo.
(domani su Liberal quotidiano)
sabato 5 luglio 2008
USA 2008 - 16. Kansas

KANSAS (6)
Popolazione: 2.688.418 (33°)
Città più grande: Wichita (357.698; metro area 596.452)
Governatore: Kathleen Sebelius (D)
Senato: Sam Brownback (R); Pat Roberts (R)
Camera: GOP 2 DEM 2. Jerry Moran (R); Nancy Boyda (D); Dennis Moore (D); Todd Tiahrt (R)
Il Kansas è il 9° stato più conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 22,9% superiore alla media nazionale. E il trend degli ultimi anni è favorevole al Partito Repubblicano. Nella storia politica recente degli USA, il Kansas si è dimostrato una delle roccaforti più affidabili del GOP, non solo alle elezioni presidenziali. Il Sunflower State, per esempio, non elegge un democratico al Senato dal 1932 (nel ciclo elettorale che portò F.D. Roosevelt alla Casa Bianca dopo la Grande Depressione): si tratta del record di vittorie consecutive di qualsiasi partito per il Senato. Dalla schiacciante vittoria del repubblicano Abraham Lincoln nel 1864 (79,1% contro il 17.7% di George McClellan), poi, il Kansas ha votato solo per quattro candidati "non repubblicani" alle presidenziali: il populista James Weaver nel 1892; i democratici Woodrow Wilson (1912 e 1916), F.D. Roosevelt (1932 e 1936; ma FDR perse sia contro contro Wendell Willkie nel 1940 che contro Thomas Dewey nel 1944) e Lyndon Johnson (1964). In tutte le altre elezioni presidenziali della storia americana, a prevalere è stato il candidato del GOP, con percentuali a volte davvero significative (tra gli exploit più recenti oltre il 65% ricordiamo Dwight Eisenhower nel 1952, Richard Nixon nel 1972 e Ronald Reagan nel 1984).
Nei sondaggi più recenti condotti negli ultimi mesi in Kansas, la performance di McCain è nettamente inferiore a quella di Bush Jr. nel 2004, ma il candidato repubblicano conserva un vantaggio stimato intorno ai 10-11 punti percentuali, sia per Rasmussen Reports che per Survey USA e Research 2000. Questo testimonia le difficoltà di Old Mac con la base dei social conservatives che costituiscono il nocciolo duro dell'elettorato repubblicano in Kansas, ma non dovrebbe lasciare troppi margini per l'ipotesi di un ribaltone, a novembre, capace di portare i 6 electoral votes dello stato nella colonna democratica. Per una volta, poi, le altre corse previste a novembre potrebbero portare acqua al mulino repubblicano, perché l'ex congressman Jim Ryun sembra davvero intenzionato a riprendersi il seggio del 2° distretto che Nancy Boyda gli ha strappato alle ultime elezioni di mid-term. E le sue chance non sono poche.

Geograficamente, il dominio del GOP in Kansas è molto accentuato nella zona occidentale dello stato (al confine con il Colorado) - dove i repubblicani oscillano tra l'80 e l'85% - e cala progressivamente spostandosi verso il confine orientale con il Missouri: nella zona centrale il GOP è tra il 70 e il 75%; nella zona orientale tra il 60 e il 70%. Si tratta, in ogni caso, di un divario molto netto. Nel 2004, soltanto due contee in tutto lo stato hanno votato per John Kerry: Wyandotte (con Kansas City) e Douglas (con Lawrence, dove ha sede la University of Kansas). Anche nel Sunflower State, insomma, si riproduce uno schema demografico piuttosto classico, con i Democratici che vincono soltanto nelle grandi città e nelle college-towns. Il problema, per i Dems, è che in Kansas grandi città non ce ne sono e di università ce n'è una sola.
Almeno per il momento, non c'è un solo motivo razionale per non assegnare il Kansas alla colonna GOP Solid. Se poi, nei prossimi mesi, Obama riuscisse a giocare di sponda con alcuni dei temi cari alla cosiddetta destra religiosa per sfruttare la debolezza di McCain con i social conservatives (e qualche sondaggio portasse il vantaggio del candidato repubblicano in "singola cifra"), la nostra previsione potrebbe anche cambiare. Ma abbiamo la netta sensazione che si tratti di un'operazione complicata e troppo costosa, visto che tutto sommato ci sono soltanto 6 electoral votes che, per ora, restano saldamente in mano al GOP.
giovedì 3 luglio 2008
USA 2008 - 15. Iowa

UPDATE 15/09/2008
da DEM Leaning a DEM Solid
IOWA (7)
Popolazione: 2.926.324 (30°)
Governatore: Chet Culver (D)
Senato: Tom Harkin (D); Chuck Grassley (R)
Camera: DEM 3 GOP 2. Bruce Braley (D); David Loebsack (D); Leonard Boswell (D); Tom Latham (R); Steve King (R)
L'Iowa è il 31° stato più conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato dell'1,8% inferiore alla media nazionale, con un trend degli ultimi anni sostanzialmente stabile. L'Iowa della storia recente è sostanzialmente un classico swing state. Dal 1968 al 1988 ha scelto il candidato repubblicano alle presidenziali: Nixon nel 1968 e nel 1972, Ford nel 1976 e Reagan nel 1980 e nel 1984. Nel 1988, invece, Dukakis riusci a battere Bush Sr. con un margine piuttosto ampio, vincendo anche in molte contee tradizionalmente repubblicane. Dalle elezioni del 1988 in poi, i democratici sono riusciti a piazzare una serie vincente: Clinton nel 1992 e nel 1996, Gore nel 2000. Nel 2004, infine, l'Hawkeye State è tornato nella colonna del GOP, seppure con un margine inferiore all'1%, con Bush Jr.
Tutti i sondaggi condotti nel 2008 in Iowa hanno registrato un vantaggio - più meno consistente - di Obama nei confronti di McCain. Le rilevazioni condotte da Rasmussen Reports e Survey USA negli ultimi due mesi, però, vanno in direzioni opposte: per Rasmussen il vantaggio del candidato democratico sta crescendo (dal +2 di maggio al +7 di giugno); per Survey USA, invece, sta diminuendo (dal +9 di maggio al +4 di giugno). Non c'è dubbio, comunque, che in questo ciclo elettorale Obama parta leggermente favorito. E nessuna delle corse locali (i cinque seggi della Camera e quello del potente senatore democratico Ton Harkin) sembra in grado di influenzare la dinamica della sfida.

Geograficamente, i repubblicani sono più forti nelle contee occidentali (al confine con Nebraska e South Dakota) e meridionali (Missouri), mentre i democratici partono avvantaggiati soprattutto nelle contee orientali (al confine con Illinois e Wisconsin) vicine al corso del fiume Mississippi. L'Iowa è un piccolo, omogeneo, stato rurale del Midwest, composto in larga parte da piccole città e zone agricole. Sembrerebbe, a prima vista, un perfetto esempio di American Heartland, se non fosse per l'invecchiamento della popolazione e la quasi assoluta mancanza di “diversità” etnica, che ne rendono ancora più bizzarro il ruolo importantissimo che i suoi caucus ormai rivestono nel meccanismo di selezione dei candidati alle presidenziali.
Proprio questo ruolo (cresciuto a dismisura, negli ultimi anni, con il crescere della "mediatizzazione” del processo elettorale), rende l'Iowa particolarmente “imprevedibile” nei suoi comportamenti (chi si aspettava la sconfitta di Jim Leach nel 2° distretto della Camera alle ultime elezioni di mid-term?). Per la sfida di novembre, tutto finora lascia pensare che i 7 electoral votes dell'Hawkeye State possano cambiare proprietario, passando dal GOP ai Dems. Per ora, dunque, ci limitiamo ad un poco appassionante DEM Leaning, pronti a cambiare idea - in un senso o nell'altro - in corso d'opera.




Arrivederci a fine luglio!