giovedì 14 ottobre 2010

USA 2010 - Prima puntata: il Nordest

Larry Silverbud su "Il Foglio" di oggi

L’unico dubbio è “quanti?”. Quanti seggi perderanno i democratici alle elezioni di mid-term del 2 novembre? Abbastanza da farsi sfuggire il controllo della Camera? O addirittura abbastanza da dissipare una super-majority che, fino a gennaio, era in grado di bloccare qualsiasi velleità repubblicana al Senato? E quanti governatori riconquisterà il GOP, che oggi ne ha un paio in meno degli avversari? Quanto alta e devastante, insomma, sarà l’onda rossa che minaccia di travolgere la prima metà di mandato del presidente Obama, consegnandogli un Congresso capace di trasformarlo in una “anatra zoppa” alla vigilia del 2012?




La memoria non può non andare verso altre elezioni storiche che hanno cambiato – a volte per decenni –le dinamiche del sistema politico statunitense. Il paragone più frequente individuato dagli analisti è quello con il 1994, anno in cui il GOP di Newt Gingrich e del “Contract with America” strappò ai democratici 54 seggi alla Camera e 8 al Senato, conquistando per la prima volta dal 1954 il controllo totale del Congresso. Ma ci sono esempi anche più inquietanti, per il partito di Barack Obama, Nancy Pelosi e Harry Reid. Con un presidente eletto trionfalmente due anni prima (come oggi) e un Congresso reduce da una decisa svolta legislativa a sinistra (come oggi), nel 1938 il partito democratico di Franklin D. Roosevelt perse la bellezza di 72 seggi alla Camera e 6 al Senato. O le elezioni del 1946, con 55 seggi conquistati dal GOP alla Camera e addirittura 12 al Senato, in quello che tutti consideravano un referendum su Harry Truman. A ruoli invertiti (e con una magnitudo più contenuta), anche i 31 seggi conquistati alla Camera dai democratici nel 2006, insieme a 6 senatori, rappresentano un esempio minaccioso della forte tendenza dell’elettorato americano a “punire” il partito del presidente nelle elezioni di mid-term. 


Quest’anno poi, oltre alla storia, anche il clima politico ed economico sembrano presagire una batosta, per i democratici, di quelle che meritano un capitolo a parte negli almanacchi dei politologi. Il flop della riforma sanitaria con l’opinione pubblica, la ripresa incerta, il tasso di disoccupazione ormai fermo da mesi appena al di sotto del 10%, le incertezze in politica estera che irritano sia la destra che la sinistra, il disastro ambientale in Louisiana, l’emorragia di consiglieri in fuga dall’amministrazione, il fenomenale successo popolare del movimento Tea Party, la progressiva perdita di appeal del presidente e il ripidissimo calo del suo job approval, il solido (e rarissimo) vantaggio repubblicano nei sondaggi relativi al generic congressional ballot: tutto sembra cospirare contro Obama e il suo partito. E le previsioni degli analisti, pur con gradi diversi, confermano uno scenario molto preciso.



Secondo il modello statistico creato da Nate Silver di Fivethirtyeight.com (recentemente approdato al New York Times), che si è dimostrato molto preciso negli ultimi cicli elettorali, il GOP dovrebbe riuscire a conquistare il controllo della Camera, passando da 178 a 226 seggi (+48), sfiorando la maggioranza al Senato (+7/8 seggi rispetto ai 41 attuali) e strappando 6 governatori ai democratici (da 24-26 a 30-20). Per RealClearPolitics, che da anni elabora le medie di tutti i sondaggi nazionali e locali, i repubblicani sono favoriti in 211 distretti della Camera. Al GOP, insomma, basterebbe vincere in 7 dei 36 distretti ancora incerti per conquistare il controllo della Camera. E la storia ci insegna che in genere i distretti toss-up si muovono massicciamente verso il partito “vincente”, soprattutto in quelle che sono considerate wave elections. Al Senato RCP vede un 50-50 frutto di 9 pick-up repubblicani, a cui va aggiunto un +7 tra i governatori che porterebbe il totale a 31-19. Numeri simili a quelli di Scott Elliot, il mitico “blogging Caesar” di Election Projection, che pronostica un +49 alla Camera, un +9 al Senato e un +7 tra i governatori. 


Una forte affermazione repubblicana è prevista anche da Larry Sabato, direttore del Center for Politics dell’Università della Virginia e titolare di “Crystal Ball”: +47 alla Camera; +7/8 al Senato; +8 tra i governatori. Per Charlie Cook del Cook Political Report, “è molto probabile che i repubblicani riescano a conquistare i 39 seggi di cui hanno bisogno pe ottenere la maggioranza”. Cook scrive di non voler giocare a “indovina quanto pesa il cocomero”, ma afferma di credere che il numero finale di pick-up sarà “molto superiore a 39”. La sua previsione per il Senato, invece, è di +7/9 (con un +6/8 tra i governatori). 




Con nuvole tanto minacciose all’orizzonte, ci accingiamo a partire per un viaggio dettagliato – stato per stato – tra le sfide più interessanti che stanno caratterizzando questo turbolento ciclo elettorale. Partiremo dalle roccaforti democratiche del Nordest (Maine, New Hampshire, Vermont, Massachusetts, Rhode Island, Connecticut, New York, New Jersey, Delaware e Maryland) per poi dirigerci decisamente verso il Sud e la Bible Belt (West Virginia, Virginia, Kentucky, Tennessee, North e South Carolina, Georgia, Florida, Alabama, Mississippi, Louisiana, Arkansas, Oklahoma e Texas). Il Lone Star State sarà la nostra porta verso il West gli stati del Pacifico (New Mexico, Colorado, Wyoming, Utah, Arizona, Nevada, California, Hawaii, Oregon, Washington, Alaska, Idaho e Montana). Dall’estremo nord, infine, ci sposteremo nuovamente verso l’Atlantico, attraversando le regioni del Midwest, dove si stanno combattendo alcune delle battaglie elettorali più appassionanti (North e South Dakota, Nebraska, Kansas, Missouri, Iowa, Minnesota, Wisconsin, Illinois, Indiana, Ohio e Pennsylvania). Arrivati ai confini della linea Mason-Dixon, che un tempo separava gli yankee dai confederati, potremo forse avere le idee più chiare sull’esito di queste elezioni di mid-term. Per capire se il vento che da qualche mese soffia verso Capitol Hill è soltanto una brezza di stagione o sta per trasformarsi in un tornado. Ma è tempo di partire.

PRIMA PUNTATA: IL NORDEST


Maine
2008: Obama +17%
Gov: Baldacci (D) – open
Cam: GOP 0 DEM 2

Bastione repubblicano fino agli anni Ottanta (tra il 1916 e il 1988 ha scelto soltanto due volte un candidato democratico alle elezioni presidenziali), negli ultimi decenni il Maine ha svoltato decisamente a sinistra, pur mantenendo quello spirito “indipendente” che ha sempre caratterizzato la sua storia politica recente.
Nel 2010, il Pine Tree State non mette in gioco i suoi due seggi al Senato (saldamente nelle mani di due Rino Ladies, republicans in name only, come Olimpia Snowe e Susan Collins), ma la contesa più interessante  riguarda la poltrona di governatore lasciata vacante dal democratico John Baldacci. Il candidato repubblicano è Paul LePage, ex sindaco di Waterville, nettamente spostato a destra sia in campo sociale che economico. Dall’altra parte c’è Libby Mitchell, presidente del Senato statale, che spera di diventare la prima donna-governatore nella storia del Maine. In due sondaggi su tre, tra quelli effettuati nelle ultime settimane, LePage ha un vantaggio che sfiora i 20 punti percentuali. Ed è visto dagli analisti come il favorito, soprattutto perché – almeno finora – i temi fiscali hanno dominato la campagna elettorale. In uno stato con una forte inclinazione liberal, sarà comunque dura per lui mantenere la testa fino a novembre.
Alla Camera, invece, i due incumbent democratici (Chellie Pingree e Mike Michaud) non dovrebbero avere troppi problemi nel difendere i propri seggi dall’attacco degli sfidanti repubblicani (Dean Scontras e Jason Levesque), rispettivamente nel 1° e 2° distretto dello stato.

New Hampshire
2008: Obama +9%
Gov: Lynch (D)
Sen: Gregg (R) - open
Cam: GOP 0 DEM 2

Unico residuo purple nell’oceano blu del New England, il Granite State (in cui, secondo alcuni storici, è nato il partito repubblicano) è stato una roccaforte del GOP fino all’era Clinton, votando per soli tre candidati democratici in tutta la sua storia (Wilson, Roosevelt e Johnson) e dimostrando di preferire nettamente l’approccio individualista all’economia del partito dell’elefante. Con un motto come “Live free or die”, però, negli ultimi decenni il New Hampshire ha dimostrato di gradire sempre meno il conservatorismo sociale di un GOP che parlava con uno spiccato accento del Sud. E ha eletto sempre più frequentemente candidati democratici, ad ogni livello.
Nel 2010, oltre alla corsa per il governatore (in cui lo sfidante repubblicano John Stephen non sembra poter impensierire l’incumbent democratico John Lynch), è in ballo il seggio del Senato lasciato libero dal repubblicano Judd Gregg, scelto nel 2009 da Obama come proprio secretary of commerce e quasi subito fuggito a gambe levate dall’amministrazione. Di fronte si trovano l’ex congressman del 2° distretto, il democratico Paul Hodes, e l’attorney general repubblicana Kelly Ayotte (una delle “mama grizzlies” di Sarah Palin). Per ora Ayotte sembra la favorita, con un vantaggio nei sondaggi che oscilla intorno al 9-10%.
Con l’indice di popolarità di Obama che nel Granite State è particolarmente basso, il GOP intravede anche la possibilità di conquistare entrambi i seggi della Camera, attualmente in mano ai democratici. Nel 1° distretto, gli analisti vedono nettamente favorito l’ex sindaco di Manchester, Frank Guinta, nei confronti di Carol Shea-Porter. Nel 2° la battaglia sarà più difficile, ma il repubblicano moderato Charlie Bass (l’ex congressman sconfitto proprio da Hodes nel 2006) ha ottime chance di vittoria contro la democratica Ann Kuster.

Vermont
2008: Obama +37%
Gov: Douglas (R) - open
Sen: Leahy (D)
Cam: GOP 0 DEM 1

Fino agli anni Novanta, in tutta la storia degli Stati Uniti soltanto Lyndon Johnson, nella vittoria landslide contro Barry Goldwater nel 1964, era riuscito a portare il Vermont nella casella democratica delle elezioni presidenziali. A cavallo tra il 19° il 20° secolo, il GOP dominava a tal punto la politica del Green Mountain State che i suoi candidati peggiori non scendevano mai sotto il 70% dei voti. E soltanto qui (oltre che in Maine), Franklin D. Roosevelt ha perso tutte e quattro le volte che ha corso per la Casa Bianca. Prendete questo scenario, ribaltatelo, e avrete una fotografia del Vermont di oggi, totalmente controllato dal partito democratico e capace di eleggere al Senato l’unico candidato “socialdemocratico” del Congresso, l’indipendente Bernie Sanders.
In questo ambiente particolarmente ostile, i repubblicani non hanno alcuna chance di essere competitivi nell’unico distretto della Camera (l’incumbent Peter Welch viaggia con 35-40 punti percentuali di vantaggio sullo sfidante Paul Beaudry) o nella corsa per il Senato (in cui soltanto una catastrofe di proporzioni epiche potrebbe permettere al repubblicano Len Britton di insidiare Patrick J. Leahy, “padrone” del seggio dal 1974).
In più, il GOP rischia di perdere anche la poltrona di governatore, lasciata vacante da Jim Douglas dopo otto anni. Il suo vice, Brian Dubie, avrebbe avuto ottime possibilità di farcela contro Douglas A. Racine (giù sconfitto da Douglas nel 2002), ma a vincere le primarie democratiche – con un distacco di appena 182 voti, dopo un contestatissimo recount – è stato a sorpresa Peter Shumlin, il presidente del Senato statale, che si è subito dimostrato più competitivo di Racine nei sondaggi. Al momento, viste le forti inclinazioni politiche del Vermont, Shumlin deve essere considerato il (leggero) favorito.

Massachusetts
2008: Obama +26%
Gov: Patrick (D)
Cam: GOP 0 DEM 10

Nato come stato repubblicano, il Massachusetts si è lentamente – ma inesorabilmente – spostato a sinistra nel corso della sua storia. Gli aristocratici yankee che avevano dominato la politica del Bay State furono spazzati via da Boston alla fine dell’800 (soprattutto a causa della fortissima immigrazione irlandese), per poi scomparire progressivamente dagli anni Trenta in avanti ed estinguersi definitivamente negli anni Sessanta. Poi, dopo la morte di Ted Kennedy, è arrivato il terremoto. Nelle special elections di questo gennaio, infatti, il semi-sconosciuto candidato repubblicano Scott Brown ha conquistato Camelot, spiazzando una distratta Marta Coakley, convinta di avere la vittoria in tasca. Brown, oltre al seggio della dinastia Kennedy, ha strappato a Obama il 60° voto al Senato, complicando l’iter della sua riforma sanitaria e certificando lo stato di estrema difficoltà in cui versa il partito democratico in questo ciclo elettorale.
Vista la vittoria di Brown, il governatore uscente Deval Patrick (il primo afro-americano a Beacon Hill) è stato a lungo considerato vulnerabile. Anche perché, nonostante il dominio dell’asinello a livello federale e locale, il GOP ha vinto quattro sfide per il governatore nelle ultime cinque elezioni, soccombendo soltanto all’onda blu del 2006. Le chance di rielezione di Patrick, però, sono aumentate con la discesa in campo di un candidato indipendente, il Tesoriere dello stato Tim Cahill. Con la presenza di Cahill a dividere il voto anti-Patrick, il candidato repubblicano Charlie Baker ha iniziato a vedere incrinarsi la speranza di poter ripetere l’exploit di Brown. Almeno fino a qualche settimana fa, quando la campagna di Cahill  ha iniziato a sfaldarsi (e sono iniziate a circolare strane voci su una “benedizione” ricevuta da Patrick per la sua candidatura di disturbo). Negli ultimi giorni, insomma, Baker sembra aver ripreso quota e la corsa è tornata incertissima.
Se i repubblicani hanno conquistato un seggio al Senato e sperano di riprendersi la poltrona di governatore, alla Camera invece la People’s Republic of Massachusetts sembra orientata a riconfermare tutti i suoi democratici incumbent. Con l’unica, interessante eccezione del 10° distretto, nella parte più orientale dello stato, in cui il seggio lasciato vacante da Bill Delahunt dopo sette mandati è difeso da Bill Keating, district attorney di Norfolk County, di fronte allo sfidante repubblicano Jeff Perry, ex sergente della polizia che sta conducendo una campagna molto aggressiva. Dalle parti di Cape Cod, a gennaio, Scott Brown ha dilagato. Potrebbe essere un buon segno per il GOP.

Rhode Island
2008: Obama +25%
Gov: Carcieri (R) – open
Cam: GOP 0 DEM 2

Il Rhode Island è il più piccolo stato dell’Unione per estensione territoriale. Ed è forse quello colorato del blu più scuro. Il dominio democratico è iniziato quasi all’improvviso nel 1935 con una “bloodless revolution” che ha decapitato la macchina elettorale repubblicana dalla sera alla mattina. Da quegli anni, il GOP è riuscito qualche volta a controllare il Senato statale (negli anni Cinquanta), ma tutto il resto è rimasto sempre saldamente in mano al partito democratico.
L’unica eccezione è sempre stata la corsa a governatore, in cui i candidati repubblicani riescono spesso ad imporsi presentandosi contro la democratic machine con una piattaforma “riformista”. Dopo aver controllato la poltrona di governatore negli ultimi 16 anni senza troppi risultati, però, questa reform platform non sembra più troppo convincente per gli abitanti dell’Ocean State. Scartato il debole candidato repubblicano, John Robitaille, la strada per i democratici non è però affatto in discesa. Contro il treasure secretary Frank Caprio, infatti, si presenta come indipendente l’ex senatore rino Lincoln Chafee, ex repubblicano in rotta con un GOP “troppo estremista” (cacciato da Washington nel 2006), che secondo i sondaggi ha discrete chance di vincere questa strana corsa a tre. Sarebbe un modo, per i Rhode Islanders, di porre un freno al dominio democratico nello stato senza essere costretti ad eleggere un odiatissimo repubblicano.
Passeggiata di salute per l’asinello, invece, nei due distretti della Camera, in cui gli sfidanti repubblicani John Loughlin e Jim Langevin hanno pochissime possibilità di insidiare i democratici David Cicilline (che difende il seggio lasciato vacante da Patrick J. Kennedy) e Jim Langevin (incumbent).

Connecticut
2008: Obama +23%
Gov: Rell (R) - open
Sen: Dodd (D) - open
Cam: GOP 0 DEM 5

Patria di Prescott Bush (padre di George H.W. e nonno di George W.) e della polemista conservatrice Ann Coulter, il Connecticut è ormai uno stato blu come pochi altri, anche se il numero degli iscritti ai registri elettorali sotto l’etichetta “indipendente” resta superiore a quello dei due partiti maggiori, come ha dimostrato l’elezione di Joseph Lieberman al Senato nel 2008 (dopo la sconfitta alle primarie democratiche).
Nel 2010, con il ritiro da governatore della repubblicana moderata Mary J. Rell, il GOP rischia seriamente di perdere la poltrona di governatore che, dal 1990, è l’unica carica importante che controlla nel Constitution State. Il favorito è il sindaco democratico di Stamford, Dan Malloy, ma il repubblicano Tom Foley, ex ambasciatore in Irlanda, nelle ultime settimane sta lentamente recuperando nei sondaggi. E la corsa è a un passo dal diventare un toss-up.
Più agevole, per i democratici, la difesa del seggio senatoriale lasciato “aperto” da Chris Dodd (ultimo esponente di una potente dinastia politica locale). Con Dodd a tentare la rielezione, il GOP avrebbe avuto buone possibilità di compiere un clamoroso pick-up. Ma, purtroppo per i repubblicani, Dodd si è fatto da parte dopo una serie cospicua di accuse di corruzione. E l’attorney general democratico Richard Blumenthal sembra poter resistere, piuttosto comodamente, all’assalto di uno dei candidati più “coloriti” di questo ciclo elettorale: Linda McMahon, ex presidente della lega professionista di wrestling.
Per quanto riguarda la Camera, dando per scontata la rielezione degli incumbent democratici nei primi tre distretti dello stato, qualche sorpresa potrebbe arrivare dal 4° e dal 5°, dove Jim Himes e Chris Murphy stanno soffrendo più del previsto contro gli sfidanti repubblicani (e chiaramente italo-americani) Dan Debicella e Sam Caligiuri. Se l’onda del GOP fosse abbastanza alta, la parte più occidentale del Connecticut potrebbe essere una delle vittime più clamorose dell’alluvione.

New York
2008: Obama +25%
Gov: Paterson (D) – open
Sen: Shumer (D) – Gillibrand (D)
Cam: GOP 2 DEM 26

Swing-state puro nei primi anni della storia politica americana (dal 1866 al 1896 nessun candidato ha avuto un vantaggio superiore al 5% nei confronti dell'avversario), agli inizi del '900 lo stato di New York ha conosciuto un lungo dominio repubblicano (interrotto solo da Wilson nel 1916) fino all'era-Roosevelt. Dopo aver attraversato con entusiasmo decrescente le presidenze di FDR, l'Empire State è tornato a votare per il GOP dal 1948 al 1956; per poi tornare all'ovile democratico dal 1960 al 1968. Nixon e Carter sono stati il preludio agli ultimi due successi repubblicani nello stato, grazie a Reagan. Ma ormai New York stava scivolando sempre di più in casa democratica, come avrebbero dimostrato Dukakis, Clinton, Gore, Kerry e Obama con le vittorie democratiche sempre più larghe degli ultimi vent’anni.
Senza storia, nel 2010, la corsa per il posto di governatore lasciato libero da David A. Paterson: l’attorney general Andrew Cuomo è sembrato leggermente in difficoltà verso metà settembre contro il repubblicano (e prediletto dal movimento del Tea Party) Carl Paladino. Ma nelle ultime settimane è tornato sui livelli precedenti, con un vantaggio che oscilla intorno al 20%.
Niente da fare, per il GOP, anche nelle due sfide del Senato. L’incumbent Charles Shumer viaggia con una trentina di punti di distacco dallo sfidante Jay Townsend. E nella special election, Kirsten Gillibrand sembra aver rintuzzato l’attacco di Joe DioGuardi (che dopo le primarie aveva ridotto il distacco entro la singola cifra) per tornare intorno ai 15-20 punti di vantaggio.
Lo scenario cambia radicalmente alla Camera, dove attualmente i democratici controllano 26 seggi contro i 2 dei repubblicani (uno è vacante). Il GOP non dovrebbe avere difficoltà a conservare il 3° e il 26° distretto, mentre è decisamente all’attacco in almeno otto distretti. In quattro di questi distretti (19°, 23°, 24° e 29°) i repubblicani sono addirittura favoriti per la vittoria, mentre negli altri (1°, 13°, 20° e 25°), ancora incertissimi, tutto dipenderà dall’intensità della red wave. Certo che passare dall’attuale 26-2 a un ipotetico 18-10 sarebbe uno sconvolgimento epocale per le dinamiche politiche dell’Empire State.

New Jersey
2008: Obama +15%
Cam: GOP 5 DEM 8

Sogno proibito dei repubblicani in tutte le presidenziali del dopo-Clinton, da decenni il New Jersey sembra a lungo competitivo durante la campagna elettorale, per poi deludere sistematicamente il GOP all’apertura delle urne. Una clamorosa eccezione a questa regola non scritta della storia politica recente degli Stati Uniti è stata la performance di Chris Christie nella corsa alla poltrona di governatore che si è svolta nel novembre del 2009, in cui il candidato repubblicano ha clamorosamente battuto l’incumbent democratico Jon Corzine.
Nel 2010, con il governatore ormai assegnato al GOP e nessuna corsa prevista al Senato, tutta l’attenzione si è spostata sulla Camera. A differenza che in altri stati, però, soltanto uno dei tredici distretti in gioco sembra poter dare vita a una vera competizione. Si tratta del 3° distretto, in cui il democratico uscente, John Adler, ha un vantaggio estremamente ridotto nei confronti dello sfidante repubblicano Jon Runyan, ex stella del football professionistico americano (ha giocato a Houston, Philadelphia e San Diego). “Big ‘Ol” Runyan sembra, in questo ciclo elettorale, l’unica possibilità per il GOP di strappare un pick-up nel Garden State. In caso di cataclisma, però, i democratici potrebbero essere a rischio anche nel 6° e nel 12° distretto.

Delaware
2008: Obama +25%
Sen: Kaufman (D) – open
Cam: GOP 1 DEM 0

Dal 1952 alla fine dello scorso secolo, il Delaware è stato uno dei cosiddetti bellwether states, in cui ha sempre vinto il candidato poi arrivato alla Casa Bianca. Nelle elezioni presidenziali del 2000 e del 2004, però, scegliendo i candidati democratici sconfitti, il First State (fu il primo dei 13 stati originari a firmare la Costituzione americana) ha perso questa caratteristica per mimetizzarsi sempre di più nel blu scuro degli stati del nord-est.
Nel 2010, a lungo i repubblicani hanno contato di conquistare il seggio del Senato, lasciato libero dal vicepresidente Joe Biden e temporaneamente occupato da Edward E. Kaufman. Il “campione” del GOP era il popolarissimo congressman Mike Castle, che tutti i sondaggi davano per largamente vincente contro l’oscuro county executive di New Castle County, Chris Coon. Alle primarie del 14 settembre, però, il movimento dei Tea Party ci ha messo lo zampino, portando ad una inaspettata vittoria la “dissidente” repubblicana Christine O’Donnell. Per tutta l’estate, il duello tra Castle e O’Donnell ha provocato scintille ed astio in campo conservatore, con i “puristi” e i “pragmatici” a darsela di santa ragione su blog e giornali. I risultato è stato la vittoria della O’Donnell, che avrà pure fatto fuori un repubblicano-troppo-moderato ma ha anche, di fatto, consegnato il seggio a Coons, che è in vantaggio in tutti i sondaggi con un distacco in doppia cifra.
Ad aggiungere danno al danno, la candidatura (fallita) di Castle al Senato ha “liberato” l’unico distretto della Camera, che il repubblicano Glenn Urquhart ha pochissime possibilità di difendere contro l’ex vicegovernatore democratico John C. Carney. Due seggi persi, per il GOP, al prezzo di uno.

Maryland
2008: Obama +25%
Gov: O’Malley (D)
Sen: Mikulski (D)
Cam: GOP 1 DEM 7

Spezzato geo-politicamente in due, con i democratici fortissimi nelle zone urbane di Baltimora, Prince George e Montgomery (oltre che nella periferia orientale di Washington) e i repubblicani dominanti nelle meno popolose contee occidentali e nella Eastern Shore, il Maryland è (almeno in teoria) uno stato del Sud che si comporta elettoralmente come un qualsiasi stato del New England. Questo ha portato a un dominio democratico addirittura precedente alla Guerra Civile, che ha sempre regalato pochissime soddisfazioni al GOP.
Nel 2010, la corsa per il governatore è la rivincita (a ruoli invertiti) di quella del 2006, con l’incumbent democratico, l’ex sindaco di Baltimora, Martin O’Malley, opposto a Robert Ehrich Jr, ex congressman che nel 2002 era riuscito a diventare il primo governatore repubblicano dell’Old Line State dai tempi di Spiro Agnew. Per tutta l’estate, il diffuso sentimento anti-establishment e le difficili condizioni dell’economia hanno portato Ehrlich molto vicino a O’Malley nei sondaggi. Nelle ultime settimane, però, il candidato democratico sembra aver allungato il passo. Non ancora abbastanza, però, per potersi sentire definitivamente al sicuro.
Negli otto distretti della Camera, infine, di cui sette controllati dai democratici, il GOP punta molto forte sul 1° (proprio quello che comprende la Eastern Shore), perso per un soffio nel 2006, che – nel clima politico attuale – il candidato repubblicano Andy Harris non dovrebbe avere troppi problemi a strappare al freshman democratico Frank Kratovil.

1/continua


7 commenti:

ringo ha detto...

Ma secondo te, a Chattanooga - Tennesse chi vince?

And-L ha detto...

grande Andre :)

il pulsante per la condivisione si preme da solo!

Jean ha detto...

Bellissimo. :)

governmc ha detto...

wow che lavoro....bravo!!!!

Giovanni ha detto...

No, non recupererai mai lo svantaggio. Noi siamo già a 39/50 :P

Namath ha detto...

Non troppi mesi fa gli analisti (the so-called pundits) parlavano di un eventuale guadagno di 5 seggi al Senato per il GOP come di un grande successo, visti i pochi seggi blu attaccabili in palio. Ora si giudica un eventuale 49+2 a49 quasi un insuccesso per la red wave. Considerando che ad inizio 2009 si partiva da un terrificante 58+2 a 40 ed ora siamo 57+2 a 41, mi pare che una "razor-thin majority" per i blues ad inizio 2011 sarebbe un trionfo rosso, altro che storie.
Io poi dicevo, in tempi non sospetti, che il GOP avrebbe riagguantato la Camera dopo la cura-Obamba suscitando commenti ironici, ora tutti lo danno per scontato.

Lydia ha detto...

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