domenica 27 dicembre 2009

Fireworks

Mentre tutti gli organi d'informazione mondiali riportavano la notizia del fallito attentato sul volo Amsterdam-Detroit, e mentre era già noto che il terrorista nigeriano si era dichiarato un "affiliato di al-Qaeda", che era già conosciuto dalle unità anti-terrorismo di molti paesi e che, soprattutto, la strage era stata evitata soltanto per il mancato funzionamento dell'innesco, la gloriosa CNN scriveva: "Passeggero accende fuoco d'artificio a bordo di un aereo". Leggere qui sotto per credere...

martedì 15 dicembre 2009

Il volto oscuro dell'ambientalismo

Con un breve saggio che prende spunto dall'ultimo libro del francese Laurent Larcher sul “volto oscuro dell'ambientalismo”, parte con il numero in edicola oggi la collaborazione dell'ottimo Marco Respinti con Liberal quotidiano. Per dargli il benvenuto, pubblichiamo uno stralcio del suo articolo.

(...) sulle “ecoballe” esiste oramai anche in italiano una buona bibliografia specifica. Eppure il nodo autentico della vicenda ancora non è questo. Per ciò appare assolutamente indispensabile la lettura de “Il volto oscuro dell’ecologia. Che cosa nasconde la più grande ideologia del XXI secolo?”, il libro di Laurent Larcher, appena edito in versione italiana dalla torinese Lindau. (...) Un giornalista di altro profilo, certamente engagé, ma altrettanto certamente non descrivibile come un “reazionario oscurantista”, che ha il coraggio di chiamare le cose con il nome che hanno: per esempio “ideologia” l’ecologismo, anzi l’ideologia maggiore che stia funestando questo primo decennio di millennio nuovo. Perché? Perché ad avviso di Larcher, ed egli lo dimostra con raffinatezza e precisione nel libro, il “pensiero verde” è attualmente la punta più avanzata e acuminata del sentimento antiumano: anzi, un pensiero radicalmente anticristiano poiché antiumano e antiumano giacché anticristiano, così corroborando l’idea che la cultura cristiana sia latrice dell’unico, vero umanesimo possibile e riconquistando l’idea “umanista” alla tradizione cristiana.

Quello del giornalista francese, insomma, non è un libro in più nel novero di quanti si peritano, opportunamente, di smontare a norma di scienza vera le illazioni ecologiste; è un libro molto diverso, persino più importante di altri scritti sul tema proprio perché si spinge alla radice del pensiero verde. Questa sua “contro-bibbia” dell’ambientalismo coglie infatti in castagna le premesse filosofiche su cui la grande bugia verde è stata costruita nel tempo, ravvisandoci un coacervo eterogeneo di teorie smozzicate e d’idee peregrine mescolate in un calderone talvolta contraddittorio e caotico, ma solo apparentemente inconcludente. Dottrine, pensieri e parole che riguardano la teoria del “pianeta vivente” Gaia, il mito di un “paradiso perduto” di foggia solo materiale e materialistica, l’idea del “buon selvaggio”, l’animalismo più radicale e persino le fantasie su Atlantide si rincorrono e si abbracciano dentro il pentolone dell’ecologismo profondo, cercando di emarginare l’essere umano dal panorama di una natura presupposta pura e incontaminata. (...) Se l’uomo è un virus, infatti, anzi l’unico solo virus davvero nocivo a una natura altrimenti bastevole a se stessa e autoconservativa, ogni azione umana è in quanto tale intrinsecamente errata e dannosa. Ecco qua come l’ideologismo del “mito verde” persegue la propria battaglia radicale contro l’uomo in forma debolista, rinunciando cioè alla verità delle cose sulla natura e sull’uomo, e introducendo un catechismo di superstizioni desunto dall’ampio catalogo delle contro-verità illuministiche, progressistiche e neopagane. Contro l’uomo creatura, quindi, e contro il suo Creatore, in una versione ammodernata della vecchia hybris giacobina, comunista e nazionalsocialista.


Diversi lo sono solo in apparenza i padri di questo pensiero irriducibilmente contrario all’uomo, pensatori che si rifiutano di riconoscerne il ruolo di steward di una natura che, in realtà, senza la continua azione trasformatrice proprio dell’uomo in breve soccomberebbe a se stessa. Dal fondatore dell’“ecosofia”, il norvegese Arne Naess (1912-2009), al teorico di Gaia James Lovelock, dal padre del neopaganesimo contemporaneo “di destra” Alain De Benoist” al padrino del neopaganesimo sessantottino di sinistra Daniel Cohn-Bendit, dal teologo tedesco della disubbidienza Eugen Drewermann al grande profeta dell’ambientalismo odierno, l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore: in ognuno di costoro decisivo è il disprezzo verso l’uomo e le sue realtà, l’odio per le sue intraprese e la sua libertà responsabile, il ribrezzo nei confronti della sua dimensione creaturale e la sua signoria graziosa sul mondo animale, vegetale e minerale (...).

domenica 13 dicembre 2009

Tolleranza

Il liberale ama la tolleranza e la libertà. Il suo amore per la tolleranza è la necessaria conseguenza della convinzione di essere uomini fallibili. Tuttavia, egli è tollerante con i tolleranti, ma intollerante con gli intolleranti. La tolleranza, al pari della libertà, non può essere illimitata, altrimenti si autodistrugge. Infatti, la tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l'illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l'attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.
(Karl R. Popper, Congetture e confutazioni)

giovedì 10 dicembre 2009

Perspective

Date un'occhiata ai grafici qui sotto (via Anthony Watts). Il primo è quello che vi spacciano da decenni sui mainstream media, magari un po' ritoccato per renderlo più drammatico. L'hockey stick che dimostrerebbe come il processo d'industrializzazione - e dunque l'uomo - sia responsabile diretto del surriscaldamento terrestre. Anche senza taroccare i dati (in questo caso si tratta di misurazioni affidabili), la prima impressione è che i catastrofisti abbiano ragione, almeno se ci limitiamo agli ultimi 500 anni.

Se andiamo indietro nel tempo, però, la “great global warming swindle” emerge in tutta la sua gigantesca evidenza. Nel secondo grafico si nota benissimo il Medieval Warm Period che i climatologi-truffatori cercano sempre di nascondere (perché basterebbe, da solo, a falsificare la loro teoria).

Nel terzo si vede la Little Ice Age che lo ha preceduto, e si iniziano a intuire gli sbalzi di temperatura - anche vistosi - degli ultimi 5000 anni.

Nel quarto si capisce perfettamente che per quasi tutto l'olocene (l'epoca geologica più recente, iniziata circa 11.700 anni fa), la temperatura è stata più alta di quella che abbiamo oggi.

Nel quinto si vede chiaramente la terra emergere dall'ultima era glaciale e diventare come la conosciamo ora (agricoltura e civilizzazione compresa).

Osservando il sesto e ultimo grafico, infine, qualsiasi essere senziente (non Al Gore, dunque) è in grado di comprendere come siano le glaciazioni lo “standard” del nostro pianeta negli ultimi 500.000 anni, mentre i periodi di “pausa” durano, in genere, “appena” 10.000 anni. Come scrive Watts: «siamo parecchio fortunati a vivere in questo raro, caldo periodo della storia climatica terrestre».


martedì 8 dicembre 2009

Global Cooling

Secondo un sondaggio Opinion Research per CNN, il numero di cittadini americani che crede che il “global warming” sia causato dall'uomo è sceso dal 54% della scorsa estate al 45% di oggi. E, per Rasmussen Reports, il 59% degli americani pensa che sia “molto probabile” (35%) o “abbastanza probabile” (24%) che «alcuni climatologi abbiano falsificato i dati per supportare le proprie teorie sul global warming», mentre soltanto il 26% non crede a questa possibilità (o crede che sia “poco probabile”).

lunedì 7 dicembre 2009

«My name is Barack H. and I am an alcoholic»

Immaginate una riunione degli Alcolisti Anomimi in cui tutti i membri si presentano ubriachi e con scorte extra di vino, birra e liquori per tenersi allegri. Ora immaginate che lo stesso gruppo di ubriaconi abbia il potere di prendere decisioni economiche - per migliaia di miliardi di dollari - a carico dei cittadini di tutto il mondo. Questo assurdo scenario riassume brevemente la Conferenza sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite che inizia oggi (per finire il 18 dicembre) a Copenhagen. Malgrado il fatto che l'intera conferenza sia fondata sulla credenza che l'attività dell'uomo - e soprattutto guidare automobili e volare con gli aerei - stia provocando l'emissione di gas serra che presto ci uccideranno tutti, plutocrati di tutto il mondo hanno mobilitato più di 1,200 limousine e 140 aerei privati per viaggiare da e per Copenhagen nelle prossime due settimane. Quando non si sollazzeranno con la più antica professione del mondo, i conferenzieri negozieranno un trattato in grado di succedere al Protocollo di Kyoto del 1997, che obbligava le nazioni più sviluppate a ridurre, entro il 2012, le loro emissioni di gas serra del 5% al di sotto dei valori di riferimento del 1990. Quale è stato, dunque, il risultato di questi impegni sulla riduzione delle emissioni presi a Kyoto? Secondo i dati delle Nazioni Unite, tra il 2000 e il 2006 i 27 firmatari europei hanno aumentato le loro emissioni dello 0,1%. Il Canada, addirittura, ha fatto registrare un'aumento delle emissioni del 21,3%. Mentre gli Stati Uniti, che non avevano ratificato il trattato - visto che il Senato aveva votato 95 a 0 per non imbrigliare l'economia americane con regolamenti costosi da cui Cina e India erano esplicitamente esentate - hanno di fatto ridotto le proprie emissioni del 3% nello stesso periodo.

Continua (in inglese), su The Foundry, il blog della Heritage Foundation

mercoledì 2 dicembre 2009

Climategate: rotolano le prime teste

Lo scandalo del “Climategate” inizia a fare le prime vittime illustri. A poco più di una settimana dal vertice internazionale sul clima di Copenhagen, Phil Jones, il direttore della Climate Research Unit della University of East Anglia è stato costretto a «fare un passo indietro» in attesa della conclusione di un’inchiesta interna avviata dalla stessa università. E, dall’altra parte dell’Atlantico, un’indagine analoga è in corso su Michael Mann alla Pennsylvania State University.

Jones e Mann sono due figure assolutamente centrali nel dibattito - scientifico e politico - che circonda il global warming (o, come i climatologi mainstream preferiscono chiamarlo ultimamente, il climate change). Jones è il climatologo che possiede - ma sarebbe meglio dire “possedeva”, visto che nessuno alla Cru riesce più a trovarle - le serie storiche di dati sulla temperatura terrestre che sono alla base dei lavori dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’organizzazione internazionale creata nel 1988 dall’Onu per valutare i rischi dei cambiamenti climatici causati dall’attività umana. La stessa organizzazione che, nel 2007, ha condiviso con Al Gore il Premio Nobel per la Pace. Mann, invece, è il creatore dell’ormai celebre “hockey stick” (bastone da hockey), il contestatissimo grafico che dimostrerebbe - almeno visivamente - le responsabilità dell’uomo nell’aumento della temperatura terrestre degli ultimi decenni.

I due climatologi sono anche gli autori del 12° capitolo del terzo rapporto Ipcc, pubblicato nel 2001, dal titolo più che significativo: «Identificazione dei cambiamenti climatici e attribuzione delle cause». Sono proprio Jones e Mann, dunque, i veri autori del mantra algoriano sulle cause umane del global warming, ripetuto ossessivamente nell’ultimo decennio dalla stragrande maggioranza dei mezzi d’informazione, dei partiti politici e dei movimenti d’opinione pubblica occidentali. E sono proprio Jones e Mann le prime due (finora potenziali) vittime di quello che è stato definito, forse prematuramente, «il più grande scandalo scientifico della storia». Ma facciamo un passo indietro.

Lo scorso 21 novembre, un hacker (ma c’è anche di chi parla di un inside job) ha sottratto dai server della Climate Research Unit circa 172 di megabyte tra email interne e documenti vari. E li ha pubblicati online, non senza averne dato notizia a vari blog specializzati sul clima, in larga parte appartenenti al fronte degli “scettici”. Immediatamente, è partita una minuziosa analisi dei dati, che ha restituito un quadro inquietante dello stato in cui versa quella che Al Gore chiama «una scienza ormai consolidata».

Dopo qualche giorno di scrutinio, sono iniziati ad emergere alcuni fatti inequivocabili. Partiamo dalle email, che rivelano l’esistenza di almeno tre gravi problemi. Il primo è gli scienziati della Cru, o almeno la maggior parte di essi, lavorava costantemente perché sulle riviste accademiche ufficiali venissero pubblicati soltanto gli studi favorevoli alla teoria Agw (Anthropogenic global warming), che stabilisce la responsabilità diretta dell’uomo nei cambiamenti climatici. Questi tentativi di mettere il silenziatore a qualsiasi ricerca “controcorrente”, arrivavano al punto di esercitare pressioni nei confronti dei redattori e dei responsabili delle riviste, il tutto condito da minacce di ostracismo generalizzato nei confronti delle riviste che manifestavano anche fugaci cenni di dissenso. Un’interessante scambio di email riguarda il sito RealClimate.org (fino a qualche settimana fa considerato dai più come una delle più affidabili risorse online sull’argomento), i cui responsabili offrono i loro “servigi” alla cricca della Cru, promettendo di “moderare” (si legga “censurare”) qualsiasi commento sgradito al “partito Agw”.

In risposta a un articolo “scettico” pubblicato sulla rivista Climate Research, il direttore della Cru, Phil Jones, elabora strategie per «sbarazzarsi del pericoloso direttore» che ha avuto l’ardire di pubblicare una ricerca non perfettamente ortodossa. E Michael Mann replica: «Credo dovremmo smettere di considerarla una rivista legittima, incoraggiando i nostri colleghi della comunità scientifica a non proporre più articoli e a smettere di citarla nei loro lavori». Un perfetto caso di logica circolare. Lo scetticismo sul global warming (o sulle cause umane di esso) non è “scientifico” perché non è supportato da articoli pubblicati da riviste accademiche ufficiali. Ma se una rivista pubblica articoli “scettici”, allora diventa “non scientifica” per definizione. «Il mare è mosso perché Nettuno è infuriato. E come fai a stabilire che la causa del mare mosso sia il pessimo umore di Nettuno? Ma come, non vedi com’è mosso il mare?». Pura scienza.

In altre email, gli “scienziati” della Cru (sarà forse il caso di iniziare a utilizzare le virgolette), si scambiano consigli su come “taroccare” alcuni dati grezzi che contraddicono il graduale aumento delle temperature terrestri. Si ammette esplicitamente l’utilizzo di «trucchi» statistici per «nascondere il declino» delle temperature. Sarà poi il blogger (ed ex metereologo) Anthony Watts a spiegare i dettagli tecnici del “trucco”, che consiste nel mescolare selettivamente due serie differenti di dati sulla temperatura in modo da produrre un grafico globale che finisce nel modo preferito dall’establishment sul global warming: con la classica curva all’insù tipica dell’hockey stick.

Dalle comunicazioni tra gli “scienziati” si percepisce anche una forte insicurezza di fondo sulla solidità delle stesse teorie su cui hanno costruito le proprie fortune, accademiche e finanziarie. «Dove diavolo è finito il global warming?», si chiede qualcuno dopo aver analizzato dati che dipingono un quadro generale di diminuzione delle temperature. E un articolo di Der Spiegel che sottolinea proprio questa tendenza al “raffreddamento globale” viene accolto quasi con terrore...

Poi c’è un aspetto altrettanto inquietante che rischia in più di avere conseguenze penali (ed è al centro delle inchieste avviate dalle università britanniche e statunitensi): quello del deliberato occultamento di dati scientifici che potrebbero falsificare la teoria di fondo dell’Anthropogenic global warming. «I due MMs - si legge in una mail di Phil Jones - stanno inseguendo i dati delle stazioni Cru da anni. Se scoprissero che ora esiste un Freedom of Information Act anche nel Regno Unito, credo che cancellerei tutti i file piuttosto che darli a qualcuno». I due MMs non sono caramelle, ma Ross Mckittrick e Steve McIntyre, due degli esponenti di punta dei climatologi scettici. E ancora: Phil Jones, evidentemente pressato dai vertici amministrativi della Cru che lo spingono a rendere pubblici i dati per evitare polemiche e cattiva pubblicità, perde la pazienza e invita i suoi collaboratori a sbarazzarsi di tutte le email in cui questi dati sono stati allegati. E l’aspetto più interessante di tutta la vicenda è che, recentemente, la Cru ha ammesso che i “dati grezzi” su cui sono state elaborate tutte le teorie dell’Ipcc sono stati «inavvertitamente cancellati» durante l’ultimo trasloco di sede dell’organizzazione. Una coincidenza strabiliante. O un atto criminale di cui Jones dovrà rispondere, non solo nelle sedi accademiche.

Fin qui, si tratta di email che dipingono un quadro disarmante della situazione. Ma c’è anche un’altra serie di “chicche” nascoste in uno dei documenti pubblicati online. Si tratta di un lungo file di testo denominato “Harry_Read_Me.txt” in cui, tra le linee di codice di un programma (scritto nel vecchio linguaggio fortran), il programmatore incaricato di «dare una sistemata ai dati» esprime tutta la sua frustrazione per essere costretto a lavorare con serie di dati incompleti, incoerenti e - in ultima analisi - del tutto inutilizzabili. Si tratta di commenti troppo tecnici per essere riportati in questa sede, ma dai quali si evince una realtà che gli “scettici” avevano intuito da tempo: quella sui cambiamenti climatici non è una «scienza consolidata», ma nella migliore delle ipotesi una “scienza neonata” in cui si avrebbero difficoltà quasi insormontabili nel ricostruire una serie di misurazioni coerenti e vagamente utilizzabili, figuriamoci nell’elaborare una teoria “perfetta” in cui si arriva perfino a stabilire un nesso di causalità. Eppure, negli ultimi anni, è accaduto proprio questo.

Lo scenario che emerge dal Climategate è drammatico, ma semplice da raccontare. In ogni discussione sul global warming, nella letteratura scientifica come nei mainstream media, il risultato è sempre lo stesso: è colpa dell’uomo. Lo ha scritto Robert Tracinski su Real Clear Politics, «come i grafici sulla temperatura prodotti dalla Cru sono sempre truccati per far vedere la curva all’insù dell’hockey stick, ogni discussione sui cambiamenti climatici finisce con l’attribuire ogni responsabilità all’uomo; e ogni dato o lavoro scientifico che tende a falsificare questa teoria viene screditato come “non scientifico” proprio perché insidia questo dogma prestabilito». Ma le email (e i documenti) del “Climategate” dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che siamo in presenza di un caso gigantesco di frode scientifica organizzata. Negli ultimi cinque anni, Phil Jones ha “raccolto” finanziamenti per 13,7 milioni di sterline dal governo britannico, grazie a dati falsi, minacce trasversali e trucchi statistici. Ed è stato trattato dall’opinione pubblica, manipolata da media compiacenti, come un eroe.

Il danno, poi, potrebbe andare molto oltre questa piccola truffa milionaria, nel momento in cui una teoria non dimostrata (e probabilmente non dimostrabile) venisse utilizzata per introdurre gabbie legislative capaci di distruggere ricchezza per migliaia di miliardi, soltanto nel mondo occidentale. Proprio come rischia di accadere nei prossimi anni.

(domani in edicola su Liberal quotidiano)

lunedì 30 novembre 2009

Sondaggio SpinCon [24-30 novembre]

Sale a 13 punti il vantaggio di Silvio Berlusconi sul rivale Pierluigi Bersani: è il risultato di una ricerca effettuata dall'istituto di sondaggi online SpinCon per Notapolitica.it. Se gli italiani potessero eleggere direttamente il Presidente del Consiglio, il 47,3% sceglierebbe Berlusconi, il 34,1% Bersani e l'11,5% Casini. Sarebbero ancora indecisi circa 7 italiani su 100. Berlusconi conferma sostanzialmente il dato di inizio novembre, facendo registrare un +0,5% rispetto al testa a testa precedente. In crescita Pierferdinando Casini (+1,5%) che sembra rubare voti al segretario del Pd Bersani, in calo quasi di un punto. Scendono (-0,9%) gli indecisi.

Tra i partiti, il centrodestra conferma il buono stato di salute con il Pdl al 37,7% (+0,2), la Lega al 9,6 (+0,1), La Destra 1,6 (-0,3) e l'Mpa all'1,1% e un dato complessivo di coalizione che arriva al 50%. Ritorna a quota 28% il Pd in leggerissima salita rispetto alla scorsa settimana, mentre cedono qualche punto i Comunisti (1,6%, - 0,1), Sinistra e Libertà (1,7%, -0,4) e i Radicali (1,4% , -0,1). Più 0,1% per i Verdi e stabili Grillo (0,6%) e Italia dei Valori (6,1%) .

Segnali positivi arrivano dal nuovo polo di centro. La partnership Casini-Rutelli sembra portare frutti positivi per entrambi, con l'Udc che arriva al 7,5% (+0,5%) e l'Alleanza per l'Italia che guadagna lo 0,2% e fa registrare un solido 2,3%. La somma dei due movimenti è vicinissima alla soglia psicologica del 10%, risultato assolutamente alla portata soprattutto se in vista ci fosse un riavvicinamento con l'Mpa di Lombardo.

martedì 24 novembre 2009

Sondaggio SpinCon [14-23 novembre]

Se si votasse domani mattina, l'Alleanza per l'Italia di Francesco Rutelli otterrebbe il 2,1% dei consensi, "rubando" voti al Partito Democratico, al Pdl e pescando nel bacino degli indecisi. E' quanto rileva l'ultimo sondaggio di SpinCon per Notapolitica che ha testato le intenzioni di voto degli italiani dopo la scissione dei rutelliani dal Pd e l'inizio di un percorso "neocentrista" che vedrebbe coinvolti anche l'Udc di Casini e l'Mpa di Lombardo.

Ad oggi, questo terzo polo varrebbe circa il 10%. Merito delle forze fresche rutelliane ma merito soprattutto di una Udc in ottima forma e in costante ascesa, data al 7,2% e capace di guadagnare nell'ultimo mese quasi un punto e mezzo percentuale. Completerebbe il quadro il Movimento per le Autonomie, costante al 1,1%.

Nella maggioranza di governo rimangono sostanzialmente invariati sia il Pdl al 37,5% in leggero calo rispetto all'ultimo sondaggio, che La Destra in leggera ascesa all'1,9%. Soffre invece la Lega Nord che sembra pagare i "tira e molla" di queste settimane circa i suoi possibili candidati governatori in Veneto (Zaia) e Piemonte (Cota). E proprio grazie al malcontento della base in queste due regioni, il partito di Bossi perde l'1.2% rispetto all'ultimo osservatorio politico. Nel centrosinistra perde qualche decimo di punto il Pd (-0,7%) e ritorna seppur di poco sotto quota 28.

Perdono qualche decimale anche l'Italia dei Valori (-0,3%) e i Comunisti (-0,4%) che si fermano rispettivamente al 6,1% e all'1,7%. Torna sopra il 2%, Sinistra e Libertà e rimangono stabili all'1,5% i Radicali. I nuovi Verdi in solitaria rimangono costanti attorno allo 0,3%.

Con questo ultimo osservatorio politico, Spincon ha testato anche il gradimento di un'ipotetica Lista Grillo. Secondo i risultati in nostro possesso, un movimento di questo tipo non andrebbe oltre lo 0,6%. Un dato che deve far riflettere, soprattutto tenendo in considerazione il fatto che si tratta di un sondaggio effettuato sul web e che quindi tende a sovrarappresentare il cosiddetto "popolo della rete" e i suoi movimenti.

lunedì 23 novembre 2009

Il crollo degli idoli

In attesa di finire la lettura (completa) delle email “uscite” dall'Hadley Centre (c'è chi non crede alla teoria dell'hacker ma segue la pista del leak interno), abbiamo chiesto a Carlo Stagnaro dell'Istituto Bruno Leoni un articolo per il numero di Liberal in edicola domani. Lo pubblichiamo integralmente, in anteprima, per i lettori di The Right Nation.

Potessero tornare indietro nel tempo, forse i climatologi vorrebbero un lodo Alfano globale. Almeno potrebbero salvarsi dal fango che sta schizzando ovunque, dopo essere entrato nel ventilatore della rete. Un hacker ha messo a disposizione la corrispondenza privata di molti di loro, saccheggiando i server dell’Hadley Centre, il centro di ricerca sul clima dell’Università della East Anglia. Nelle centinaia di email, c’era di tutto: discussioni scientifiche, scambi di idee sulle tattiche da utilizzare e tanta, tanta disonestà intellettuale. Del tipo che uno, quando sprofondato in poltrona si gusta una spy-story in tv, si aspetta dai cattivi. Solo che, nella percezione mondiale, i chierici del global warming sono i buoni più buoni, gli onesti più onesti, i ricercatori più disinteressati del pianeta Terra.

Intendiamoci: la violazione delle mailbox private degli scienziati è una vergogna. La magistratura britannica si è messa a caccia del responsabile e bisogna sperare che lo trovi e lo punisca in modo esemplare (come andrebbe fatto con chiunque irrompa nella privacy altrui). Detto questo, non possiamo far finta di non aver visto. L’indignazione per quello che è accaduto non può cancellare quello che abbiamo letto. Non possiamo ignorare che la percezione di integrità degli scienziati ne esce con le ossa rotta. Non tutti hanno perso la verginità intellettuale, beninteso: ma molti, sì. Per esempio, Kevin Trenberth si lamenta che “in questo momento non possiamo dare una spiegazione alla mancanza di riscaldamento ed è una finzione che non possiamo permetterci” (negli ultimi anni le temperature globali sembrano aver smesso di crescere).

Phil Jones parla con leggerezza del “trucchetto di Mann” (l’autore del grafico “a mazza da hockey”, su cui si basano tutti gli scenari più catastrofisti) “per nascondere il declino [delle temperature] in alcune serie a partire dal 1981”. Un loro collega spiega che “taglierò gli ultimi punti dalla curva prima del mio prossimo discorso, in modo che quel trend verso il basso sembri l’effetto della fine della serie, piuttosto che il risultato dei recenti anni freddi”. E poi dibattiti su come rafforzare il “clan” degli allarmisti e ripulire le riviste scientifiche dai contributi degli scettici, e addirittura esortazioni a cancellare dati scomodi. Se non è un complotto, è almeno un comportamento sospetto e sospettosamente diffuso. I testi di altre lettere sono disponibili, tra l’altro, sui blog “ClimateMonitor” e “Cambi di stagione”.

Questo significa che dobbiamo riavvolgere il nastro della storia, mettere in dubbio il riscaldamento globale o la sua componente antropica? Non necessariamente. L’approccio politico che molti protagonisti dell’allarmismo hanno dimostrato di avere ne compromette, almeno in parte, la credibilità, ma di per sé non ne confuta le tesi. E tuttavia fa suonare un campanello d’allarme. Perché significa che la comunità di cui il mondo si fidava ciecamente, non è in realtà né santa né pura. Dunque, le indicazioni che da essa giungono non vanno prese per oro colato, ma vanno valutate alla luce da un lato della posizione della comunità scientifica nel suo complesso, inclusi i settori meno compiacenti, dall’altro delle implicazioni economiche e politiche. In altre parole, quello che le email rubate rivelano è che i climatologi non sono i dodici apostoli: e, nella misura in cui lo sono, sono un po’ Pietro prima che il gallo canti, un po’ Giuda. Bisognerebbe riprendere in mano oggi, dopo l’esplosione di questo scandalo, il romanzo “Stato di paura” del compianto Michael Crichton, in cui una setta di fanatici ambientalisti è disposta a tutto, perfino a uccidere e causare disastri di ogni sorta, pur di trascinare il mondo dalla sua parte. Pur nell’estremizzazione narrativa, quelle pagine appaiono meno fantasiose e più profetiche.

Sul piano politico, una vicenda del genere avrà delle ripercussioni. Se email simili fossero state sottratte agli scettici, lo scandalo sarebbe anzi esploso con ben maggiore attenzione ed effetti più devastanti (invece i giornali l’hanno presa comoda). Di certo, il prossimo vertice di Copenhagen – già dato per semimorto – non se ne gioverà. Se gli individui che più di tutti strepitano perché si faccia qualcosa si dimostrano dei disonesti o, nella più benevola delle interpretazioni, degli onesti demagoghi, necessariamente il senso di urgenza per le azioni da essi invocate si riduce. E la questione climatica passa, come in parte è già accaduto e come sarebbe naturale, in secondo piano rispetto a temi più urgenti, a partire dalla recessione.

Ma c’è anche un altro e più duraturo risultato: improvvisamente, la statua equestre che le chiacchiere internazionali hanno eretto al catastrofismo ondeggia sul suo piedistallo. I fautori della certezza sono meno affidabili, e quindi diventano più credibili i difensori dell’incertezza. Se la scienza è meno solida, anche la politica lo deve diventare. Se non siamo così sicuri della componente antropogenica del riscaldamento globale, dei suoi drammatici effetti ambientali, della sua inevitabilità e dell’assoluta urgenza della riduzione delle emissioni, allora possiamo valutare le scelte politiche che stiamo per compiere con più calma. Inoltre, le scelte devono essere costruite in modo tale da incorporare l’incertezza: altrimenti rischiamo di partire per una crociata al termine della quale non c’è alcun beneficio ambientale.

Da ultimo, c’è un’implicazione più vasta, che prescinde dal dato climatico. Come ha scritto Guido Guidi, «registriamo il definitivo sorpasso della blogosfera sull’informazione di tipo tradizionale». I blog si sono subito accorti dello scoop, e hanno saputo distinguere in modo corretto il peccato originale (il furto di corrispondenza) dal contenuto delle email. La grande stampa vi ha dedicato poca attenzione e per dovere, senza il gusto della notizia. È sempre difficile, abbattere gli idoli venerati fino al giorno prima. (Carlo Stagnaro)

Da leggere (in italiano): Giornalettismo, Climate Monitor, Chicago-Blog, Il Mango di Treviso, 1972, Giova.

domenica 22 novembre 2009

Climategate

Abbiamo deciso di aspettare almeno 48 ore prima di analizzare in profondità quello che potrebbe rivelarsi il più gigantesco scandalo scientifico dell'ultimo secolo. Prima, vogliamo avere la certezza (certezza che sta diventando sempre più solida con il passar dei minuti) che le email che sono circolate nel weekend siano tutte vere. Perché ancora ci sembra tutto troppo bello per essere reale... Intanto potete iniziare a capire quello che sta succedendo, leggendo - in italiano - l'ottimo pezzo scritto da Piero Vietti per Il Foglio online e quello, appena decente (un miracolo, vista la testata) di Paolo Valentino per il Corriere della Sera. Se masticate l'inglese, invece, vi consiglio Rob Piccoli su Wind Rose Hotel (o il round-up qui sotto).

Round-Up. Daily Telegraph, Watts Up with That?, Andrew Bolt, Macsmind, Investigate Magazine, Clusterstock, Little Green Footballs, The Astute Bloggers, Pajamas Media, Gateway Pundit, Tim Blair, Don Surber, Washington Examiner, Townhall.com, Wizbang, The Air Vent, Hit & Run, Shout First…, Sister Toldjah, The Corner, Big Government, Vox Popoli, The Other McCain, Winds of Change, Dean's World, Neptunus Lex, Stop The ACLU, Atlas Shrugs, AmSpecBlog, Freerepublic, YID With LID, Weasel Zippers, The Strata-Sphere, Planet Gore, Michelle Malkin, Little Green Footballs, American Power, The Enterprise Blog, Hot Air.

giovedì 19 novembre 2009

Sondaggio SpinCon: Berlusconi 80,2% Fini 19,8%

L'80% degli elettori del centrodestra continua a preferire Silvio Berlusconi a Gianfranco Fini. Lo conferma il sondaggio Spincon per Notapolitica.it che ha testato il gradimento dei due leader del centrodestra e li ha messi virtualmente in competizione per la carica di Presidente del Consiglio.

Se nel centrodestra ci fossero delle ipotetiche primarie con in palio la candidatura a Premier, Berlusconi stravincerebbe sul Presidente della Camera, convincendo l'81,8% degli elettori del PdL e il 79,6% degli elettori della Lega. Una vittoria nettissima, che ha percentuali quasi imbarazzanti al centro-nord con Berlusconi che sfiora il 90% in Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Gianfranco Fini che supera il 25% soltanto in alcune regioni del Sud.

Il recente dualismo tra Presidente della Camera e Premier sembra quindi penalizzare Fini, almeno tra gli elettori del PdL, partito di cui è co-fondatore, che scelgono in massa Berlusconi e sembrano vivere le ultime uscite dell'ex leader di Alleanza Nazionale come un parziale tradimento dell'alleato. Netta affermazione di Berlusconi anche tra gli elettori leghisti, che sembrano avergli ormai perdonato gli anni delle liti con Bossi e, soprattutto in Lombardia e Veneto, gli regalano un autentico plebiscito.

Più equilibrata la sfida tra l'elettorato dei partiti minori della coalizione, La Destra e Mpa, dove assistiamo ad un sostanziale pareggio tra i due. Se sull'elettorato de La Destra pesa ancora la comune provenienza aennina che garantisce a Fini una leggera maggioranza, nell'Mpa la bilancia pende, seppur leggermente, a favore del Cavaliere.

L'uomo che chiede scusa al mondo

«Se era sciocco un anno fa negare la rilevanza storica dell'elezione di Obama, sarebbe ancora più miope oggi ignorare la rapidità con la quale l'inquilino della Casa Bianca più amato dagli europei si sta incaricando di demolire a colpi di piccone la percezione che degli Stati Uniti hanno coloro che li ammirano e li difendono (...) Puoi essere un gran conferenziere, un ottimo diplomatico, un buon maggiordomo, ma non il leader del mondo libero. Obama è amato in Europa, nei circoli snob che assegnano i premi, nella sinistra che non crede in se stessa, nei sogni dei liberali confusi, non perché sta cambiando l'America. Obama è osannato perché sta indebolendo l'America, proprio come piace a chi l'America l'ha sempre detestata».

Enzo Reale, leggi tutto il post su 1972.

mercoledì 11 novembre 2009

Spincon per Notapolitica.it [11 novembre 2009]

In un'ipotesi di corsa a tre Berlusconi-Bersani-Casini per la Presidenza del Consiglio, gli italiani sceglierebbero ancora il Cav. Secondo il sondaggio effettuato da Spincon per Notapolitica, infatti, il Premier sarebbe accreditato del 47% dei consensi degli italiani. Dodici punti indietro (con un distacco invariato rispetto all' ultimo sondaggio) il leader del Pd, mentre si ferma al 10% la corsa di Pierferdinando Casini come possibile candidato solitario. Un risultato, quello del leader dell'Udc, che raccoglie comunque un numero di consensi nettamente superiore rispetto a quello del suo partito e che finisce per portar via voti, trasversalmente, a entrambi gli schieramenti.

L'8% di elettori, invece, non sceglie nessuno dei tre e sarà su questi indecisi che gli schieramenti si daranno battaglia anche in vista delle prossime regionali. Abbastanza stabile la situazione dei partiti, con le due formazioni più importanti (PDL e PD) che perdono rispettivamente 1.1 e 0.8 punti percentuali rispetto al sondaggio Spincon della settimana scorsa e vedono il partito di Berlusconi e Fini fermarsi al 37.8%, mentre il neosegretario Bersani riporta il Pd sotto quota 29, al 28,6%.

In ottima forma l'Udc che, complice anche la scelta di questi giorni dei rutelliani, guadagna un punto percentuale e si avvicina moltissimo al 7% con un dato in costante crescita negli ultimi giorni. Un possibile polo centrista che vedesse aggregati Casini, Rutelli e magari l'MPA di Lombardo potrebbe agevolmente sfondare il muro psicologico del 10% e diventare la terza forza politica nazionale dietro PDL e PD.

In lieve calo la Lega Nord (10.7%, meno 0.3%) che perde qualche posizione in Emilia Romagna e Liguria, ma si conferma partito fortissimo in Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia e Piemonte. L'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro (6.4%, meno 0.3%) cede ancora qualche decimo di punto e sembra ormai assestarsi attorno al 6%. In salita La Destra (1.6%, più 0.3%)e Radicali (1.5%, più 0.3%) mentre sostanzialmente stabili Comunisti (2%), Sinistra e Libertà (1.9%) e Verdi (0.2%).

lunedì 9 novembre 2009

Fort Hood. Conclusioni (non) affrettate

Nell'offrire le sue glaciali condoglianze alle famiglie delle vittime del massacro di Fort Hood, il presidente Obama si è affannato ad invitare gli americani a non «saltare subito a conclusioni affrettate» identificando Nidal Malik Hasan come un terrorista islamico. Anche se italiani (almeno di passaporto), gli abbiamo voluto dare ascolto, astenendoci da qualsiasi commento “di pancia” in merito. Ormai, però, sono passati quattro giorni. E la nostra pancia non vuole smetterla di brontolare. Anche perché continuano ad accumularsi gli indizi che puntano verso il movente “islamista” della strage, nel totale disinteresse dei mainstream media americani e italiani.

A squarciare il velo di omertà che avvolge il sistema dei media, finora ci ha pensato soprattutto il quotidiano britannico Daily Telegraph. Nell'edizione di sabato, Philip Sherwell e Alex Spillius hanno raccontato come Hasan, nel 2001, frequentasse la «controversa moschea Dar al-Hijrah, di Great Falls (Virginia) insieme a due dei terroristi dell'11 settembre». Nella stessa moschea, nel maggio 2001, si sono svolti i funerali della madre di Hasan. «L'imam di quei giorni - scrivono Sherwell e Spillius - era Anwar al-Awlaki, un americano di origine yemenita a cui è stato impedito di partecipare a un incontro pubblico a Londra, perché accusato di aver sostenuto gli attacchi terroristici contro le truppe britanniche in Iraq e in Afghanistan». Il Telegraph ha anche raccolto la testimonianza di Charles Allen, ex sottosegretario all'intelligence del dipartimento per la Homeland Security, che descrive al-Awlaki (che ora vive in Yemen), come un «supporter di al-Qaeda, leader spirituale di tre dei dirottatori dell'11 settembre, che indottrinava i musulmani americani con prediche online che incoraggiavano gli attacchi terroristici contro le strutture militari statunitensi».

Hasan, che alcuni dei sopravvissuti dichiarano aver sentito urlare «Allah Akhbar» mentre sparava alle sue vittime con due pistole semi-automatiche, prima della strage ha distribuito copie del Corano ai vicini di casa. E chi lo conosce bene dice di avergli sentito esprimere l'opinione che «la guerra al terrorismo è in realtà una guerra contro l'Islam», il tutto condito da «sentimenti anti-semiti» e la difesa d'ufficio dei suicide bombers. «Non sono sorpreso dalla notizia della strage - dice al Telegraph il dottor Val Finnell, che insieme ad Hasan aveva seguito un corso nel 2008 - era una bomba ad orologeria pronta ad esplodere». Secondo i parenti, dopo la morte dei genitori (nel 1998 e nel 2001), Hasan era diventato sempre più devoto, affogando la propria malinconia nella lettura ossessiva del Corano. «Non aveva una fidanzata, non andava a ballare, non frequentava locali», dicono. Sembra che, quando viveva nei sobborghi washingtoniani di Silver Spring, Hasan si fosse iscritto ad un servizio di “ricerca dell'anima gemella” per musulmani, specificando che cercava una donna che indossasse il velo e che pregasse almeno cinque volte al giorno. Una ricerca rivelatasi inutile.

Nell'edizione di domenica
del Daily Telegraph, il corrispondente degli Stati Uniti, Nick Allen, scava ancora di più in profondità, svelando che Hasan - durante un convegno a cui partecipava insieme ad altri dottori al Walter Reed Army Medical Centre, dove lavorava fino a sei mesi fa, prima di essere trasferito a Fort Hood - aveva dichiarato che «gli infedeli dovrebbero essere decapitati e costretti a bere olio bollente» (non si sa se prima o dopo la decapitazione). Vi sembra il ritratto di un uomo sotto stress o quello di un fondamentalista islamico? Molti suoi colleghi, scrive Allen, raccontano che Hasan diceva di sentirsi «prima musulmano e poi americano”. E uno dei poliziotti che ha tentato di impedirgli la strage spiega che, durante la sparatoria, Hasan gli è sembrato «molto calmo». Per il senatore democratico Joe Lieberman, che presiede il comitato per la Homeland Security, questi sono «forti segnali di avvertimento» che avrebbero dovuto mettere l'esercito statunitense sull'avviso e identificare Hasan come «un fondamentalista islamico». «In casi come questi l'esercito dovrebbe seguire una linea di “tolleranza zero” - spiega il senatore - e procedere ad una espulsione immediata». Ma i colleghi di Hasan si difendono, affermando di non aver voluto presentare un reclamo ufficiale per paura di essere etichettati come “razzisti”.

Ecco le conseguenze della dittatura contemporanea del politically correct: ignorare l'evidenza, per paura di essere tacciati di razzismo o anti-islamismo dai campioni del multiculturalismo. E continuare ad ignorare la realtà, sistematicamente e metodicamente, perfino di fronte al sangue di tredici innocenti, vittime del peggiore attacco terroristico subito dagli Stati Uniti d'America dopo l'11 settembre 2001. Welcome to Obamaland.

UPDATE. Qualcosa inizia a muoversi, sul canale che - secondo Obama - non trasmette «news».

Sfida a tre

giovedì 5 novembre 2009

The Power of Memory

Change I Can Believe In!

Pensate quello che volete di Ann Coulter, ma questo articolo è divertentissimo ed estremamente lucido. Appena qualche assaggio.

«Con il 49% del repubblicano Chris Christie contro il 44% di Corzine, le elezioni non erano abbastanza incerte per poter essere rubate da ACORN. Malgrado Corzine sia andato specialmente bene tra le prostitute minorenni del Salvador che vivono in case di proprietà del governo».

«I media cercheranno di salvare la riforma sanitaria parlando soltanto del 23° distretto di New York, dove ha vinto un democratico. Congratulazioni, democratici: avete vinto un seggio del Congresso a New York. La prossima sarà: un cattolico eletto Papa».

«I conservatori sono più popolari dei repubblicani. Al contrario, i liberal sono meno popolari dei democratici. Quando i conservatori prendono il controllo del Partito repubblicano, i repubblicani vincono. Quando i liberal prendono il controllo del Partito democratico, i democratici restano senza potere dagli 8 ai 12 anni».

mercoledì 4 novembre 2009

La sconfitta di Obama

La parola d’ordine, alla Casa Bianca, è “fare finta di niente”. Secondo il guru di Obama, David Axelrod, il presidente «non ha neppure seguito lo spoglio delle schede in Virginia e New Jersey alla televisione», preferendo concentrarsi sulla partita casalinga dei Chicago Bulls (che, per la cronaca, hanno vinto in rimonta sui Milwaukee Bucks). E secondo il portavoce Robert Gibbs, i giornalisti fanno male a trarre conclusioni troppo affrettate dall’esito dell’ultima tornata elettorale.

«Non guardiamo a queste corse per il governatore - ha detto, ancora prima dei risultati ufficiali - come a qualcosa che possa significare molto per i nostri sforzi riformatori o in vista delle elezioni del 2010». Ma si trattava del più classico degli spin pre-elettorali. Perché, nella notte tra martedì e mercoledì, la batosta è arrivata. Dura e per certi versi inaspettata. E le “vittime” principali sono senz’altro il Partito democratico e l’amministrazione guidata da Barack H. Obama. «Anche nel 2001 - ha spiegato Gibbs, questa volta a sconfitta ormai consumata - i Repubblicani hanno perso Virginia e New Jersey, ma non credo che questo abbia influito sulle scelte legislative del presidente Bush».

Tutto vero, naturalmente, ma questo racconta soltanto una parte (e tutto sommato marginale) della realtà. Perché a vedere le sfide per le poltrone di governatore in Virginia e New Jersey come un “referendum su Obama” non erano soltanto i repubblicani più ottimisti, ma anche gli strateghi democratici che avevano deciso di investire nelle due elezioni una montagna di dollari e il “capitale politico” dello stesso Obama. Il presidente, infatti, si è fatto vedere moltissimo negli ultimi mesi, soprattutto in New Jersey, dove i democratici hanno subito una delle sconfitte più amare degli ultimi decenni.

La Casa Bianca può anche continuare a “far finta di niente”, insomma, ma è davvero poco probabile che questo mini-test elettorale non provochi contraccolpi sulle dinamiche politiche nella beltway washingtoniana, soprattutto perché le due docce fredde di Virginia e New Jersey non sono arrivate da sole. Ma proviamo a entrare nel dettaglio.

La sconfitta democratica dalle proporzioni più vistose è arrivata in Virginia, dove il candidato repubblicano Bob McDonnell ha sconfitto Creigh Deeds con più di 300mila voti e 17 punti percentuali di distacco (58,6% contro 41,2%), “trascinando” con sé anche i candidati del Gop per le cariche di Liutenant Governor (Bill Bolling) e Attorney General (Ken Cuccinelli), anche loro vincenti, rispettivamente, con 13 e 15 punti di vantaggio. Nel Commonwealth della Virginia, la carica di governatore è limitata a un solo mandato, quindi tecnicamente nessuno dei due candidati era un incumbent, ma il governatore uscente era il democratico Tim Kaine, che nel 2005 aveva battuto il repubblicano Jerry W. Kilgore con quasi 100mila voti 5 punti percentuali di distacco. Ecco le proporzioni reali - e impreviste - della disfatta democratica di quest’anno: uno swing di quasi mezzo milione di voti (e oltre 20 punti percentuali) in cinque anni. Oppure in un anno, visto che nel 2008 Obama aveva ottenuto in Virginia più o meno lo stesso risultato di Kaine.

Spazzato via, in questo caso soprattutto per colpa della pessima campagna elettorale di Deeds, anche lo storico vantaggio democratico nelle contee del nord (in pratica sobborghi di Washington), dove il partito da sempre costruisce le fortune elettorali necessarie per contrastare lo strapotere repubblicano nel resto dello stato. Oggi la mappa della Virginia è tornata a essere “rosso scuro”, con qualche isolata macchia blu intorno alle città di Alexandria, Richmond e Petersburg. Dopo appena dodici mesi, insomma, un purple state strappato al Gop dopo oltre 40 anni (l’ultimo democratico a vincere, prima di Obama, era stato Lyndon Johnson nel 1964), torna solidamente nella colonna repubblicana. That’s change.

Non con proporzioni così vistose, ma la sconfitta democratica in Virginia era tutto sommato prevista e, forse, già “digerita” dall’establishment del partito. Quella in New Jersey, invece, non era ipotizzata neppure dagli attivisti repubblicani più accesi, visto che il Garden State ha una tradizione che - da decenni - tende a registrare un distacco molto ridotto tra i due partiti durante i sondaggi effettuati in campagna elettorale, per poi trasformarsi in un sonoro landslide democratico nel giorno del voto. Anche quest’anno, dunque, il vantaggio accumulato dallo sfidante repubblicano Chris Christie nei confronti del governatore uscente Jon Corzine durante la primavera e l’estate, sembrava destinato ad evaporare in autunno. Complice anche la presenza di un “terzo incomodo”, l’indipendente (ex repubblicano) Chris Daggett.

Effettivamente, in settembre e ottobre i numeri di Christie sono iniziati a scendere pericolosamente, ma quelli di Corzine hanno stentato a decollare, fermandosi sempre appena al di sopra del 40% (un risultato pessimo, per un incumbent). Negli ultimi sondaggi prima del voto, Christie e Corzine erano praticamente alla pari. E la conventional wisdom era che, in qualche modo, i democratici sarebbero riusciti a portare a casa uno stato “blu” da oltre vent’anni. Il massimo a cui il Gop poteva puntare sembrava una “notte molto lunga” con l’esito deciso dal risultato del candidato indipendente (che in teoria tende a scemare nel giorno delle elezioni). Nessuno, ma proprio nessuno, ipotizzava una vittoria di Christie con oltre 100mila voti e oltre 4 punti percentuali di distacco.

È vero che Corzine era un governatore estremamente impopolare, perfino per gli standard del New Jersey. Ma in questo caso Obama si era speso moltissimo per impedire il pick-up repubblicano, battendo lo stato in lungo e in largo per sostenere il suo candidato. Nonostante il “tocco” di Barack, rispetto alla vittoria del 2005 Corzine ha perso 200mila voti e quasi 9 punti percentuali, mentre Christie, in confronto al candidato del Gop di allora, Doug Forrester, ha guadagnato più di 50mila voti e oltre 5 punti. Uno swing vicino al 15%, in uno stato “blu” coperto dal mercato pubblicitario di New York e su cui Obama e il partito democratico hanno investito decine di milioni di dollari. Una sconfitta clamorosa. Anche per Obama.

Qualche magro motivo di consolazione, i democratici possono trovarlo nella conferma di John Garamendi al 10° distretto congressuale della California e dalla vittoria più risicata del previsto del sindaco indipendente (ed ex-Gop) di New York, Michael Bloomberg contro William Thompson (50,6% contro 46%). Mentre il movimento progressive non si aspettava affatto la sconfitta nel referendum sul “matrimonio gay” in Maine, che lo ha visto sconfitto con oltre 5 punti di distacco.

Tutta un’altra storia è quella relativa al 23° distretto congressuale nello stato di New York, dove il democratico Bill Owens ha sconfitto di misura il candidato del Conservative Party, Doug Hoffman. In questo distretto storicamente repubblicano, si svolgevano special elections per sostituire John M. McHugh, scelto da Obama per essere il suo Secretary of the Army. I vertici del Gop hanno scelto Dede Scozzafava, candidato giudicato (non a torto) troppo liberal dalla base del partito, che si è ribellata riversando i propri consensi su Hoffman. Nel distretto si è scatenata una guerra senza quartiere all’interno del partito repubblicano, che ha portato al ritiro anticipato della Scozzafava (che ha poi appoggiato i democratici) e alla corsa all’endorsement per Hoffman da parte dei vertici del Gop.

A beneficiarne, è stato Owens, che ha vinto per poco più di cinquemila voti, ma che dovrà rimettere in palio il seggio il prossimo anno durante le elezioni di mid-term. I democratici, ora, cantano vittoria. Ma, come spiega Patrick Ruffini, “cyberguru” della campagna di Bush nel 2004, «a NY-23 si sono appena svolte le primarie del partito repubblicano e ha vinto Hoffman; le elezioni generali si svolgeranno nel 2010». Obama e i democratici faranno meglio a ricordarselo.

(domani in edicola, su Liberal quotidiano)

lunedì 2 novembre 2009

venerdì 30 ottobre 2009

NY-23. Do You Believe in Miracles?

Fino a quando i committenti dei sondaggi sul 23° distretto della Camera erano il Club for Growth e il Minuteman Movement - che appoggiano vigorosamente la candidatura di Doug Hoffman - si poteva anche far finta di niente. Ma quando il committente è l'ultra-sinistro Daily Kos gli indizi iniziano ad assomigliare sempre di più a una prova. Secondo Research2000, la candidatura ufficiale repubblicana di Dede Scozzafava sta sciogliendosi come i ghiacciai nei sogni di Al Gore: il democratico Bill Owens è ancora in testa (33%), ma con un solo punto percentuale di distacco nei confronti di Hoffman (32%); mentre la Scozzafava è distante terza (20%). Sarà per questo che la leadership del GOP, dopo aver tentato di difendere l'indifendibile, sembra ormai essersi arresa?

UPDATE. Sullo stesso argomento, JCF e Giova.

UPDATE/2. Il dibattito televisivo tra Hoffman, Owens e Scozzafava su NewsChannel 9.

giovedì 29 ottobre 2009

Tutti gli uomini di via Gradoli

Un direttore di giornale, un ministro, un ex ministro, un'altra importante figura apicale della politica italiana...
(Attilio Gambino, su
Notapolitica.it)

mercoledì 28 ottobre 2009

Ahhnold!

Premessa: Arnold Schwarzenegger non è il mio tipo preferito di repubblicano, con quella zavorra kennedyana che si porta appresso e i suoi sproloqui sul global warming. Il modo con cui ha mandato “a quel paese” l'assemblea legislativa californiana, però, è un capolavoro.

The Garden State Enigma

Sei nuovi sondaggi, nell'ultima settimana, per la corsa a governatore del New Jersey che vede contrapposti l'incumbent democratico Jon Corzine, lo sfidante repubblicano Christopher Christie e l'incognita indipendente (transfuga del GOP) Chris Daggett. E il caos statistico regna sovrano. Secondo metà degli istituti di ricerca, sarebbe in vantaggio Corzine: Democracy Corps (+3%); Suffolk (+9%); Quinnipiac (+5%). Secondo l'altra metà, invece, sarebbe in testa Christie: Survey USA (+2%); PPP (+4%); Rasmussen (+3%). Con i numeri di Daggett che oscillano spaventosamente tra il 7% (Suffolk) e il 19% (Survey USA). Da un punto di vista aritmetico, Corzine appare in leggero vantaggio, ma si tratta di un distacco molto lieve (0,6% secondo la media RCP), che addirittura sparirebbe se si ignorasse il sondaggio della Suffolk University, sul quale molti hanno espresso fondati dubbi (come non averli, se si utilizza uno screening dei likely voters che prevede il 93% di turnout?). Per quanto ci riguarda, continuiamo ad essere scettici su qualsiasi possibilità di vittoria repubblicana in New Jersey. Il Garden State ha già tradito il GOP troppe volte.

martedì 27 ottobre 2009

Virginia on my Mind

Intanto, dalla Virginia, tre sondaggi in doppia cifra si preparano ad accogliere il “tour della disperazione” di Obama nell'Old Dominion. Il repubblicano Bob McDonnell infila, come in un crescendo rossiniano, un +11% del Washington Post (si saranno arresi?), un +15% del pollster democratico PPP e un +17% di Survey USA. Change this!

Conservative Breakdown/3

Bill Kristol, sul Washington Post (h/t: Alessandro Tapparini) scrive che il «futuro del GOP» sarà una «conservative mind con un mood populista». E se la prende con le «élite conservatrici benpensanti e i grossi calibri repubblicani amici dell'establishment» che vorrebbero un partito «più moderato, temperato e sofisticato». Il riferimento alle elezioni per il 23° distretto di New York è esplicito. Intanto, il giorno dopo l'endorsement (un po' tardivo) del governatore del Minnesota, Tim Pawlenty, e quello che ormai può essere considerato come un goffo tentativo di suicidio politico da parte di Newt Gingrich, Doug Hoffmann è in testa nel secondo sondaggio effettuato in due giorni. Anche in questo caso si tratta di un committente “amico”, ma il candidato del Conservative Party, secondo Neighborhood Research, raccoglierebbe il 35% dei consensi: 5 punti in più del democratico Bill Owens e ben 20 in più della “repubblicana” Dede Scozzafava.

Berlusconi vs Bersani

lunedì 26 ottobre 2009

Conservative Breakdown/2

Prendetelo con il beneficio d'inventario (visto che il committente è il Club for Growth, che appoggia Doug Hoffman), ma l'ultimo sondaggio di Basswood Research su NY23 vede il candidato del Conservative Party in testa, con il 31%, inseguito dal democratico Bill Owens al 27%. Il candidato ufficiale repubblicano, Dede Scozzafava, sarebbe crollato invece al 20%, rendendo la corsa - di fatto - un testa a testa tra Hoffman e Owens. Fino a qualche giorno fa, i sondaggi disegnavano uno scenario diverso, ma non c'è dubbio che nel profondo nord, tra il Canada e Vermont, qualcosa si stia muovendo.

Nation Building

(...) Our national security interest in destroying Taliban and al Qaeda exists whether Afghans are doing well or poorly economically or whether Afghan elections become more corrupt or less corrupt. These characteristics relate to military activity, but are neither prerequisites for troop increases nor the inevitable outcome of successful military operations. “Nation building” deserves our endorsement but cannot be the measure of our success, since it rests fundamentally with Afghans, not Americans. We are not in Afghanistan to spruce up its quality of life, but to protect America. Otherwise, we have no point being there. This the hard truth: neither nation building nor military action guarantees forever against Taliban’s return; there is only continuing struggle, which at the moment America and NATO are not winning in either Afghanistan or Pakistan. We need urgently to grind Taliban and al Qaeda between two military millstones: NATO in Afghanistan and stepped-up Pakistani military operations on their side of the border. That requires substantial U.S. (and European) troop increases, and soon. If Afghanistan thereby “nation builds” into a more pleasant country, so much the better, but Afghan wholesomeness is irrelevant to the strategic judgment President Obama is long overdue in making.

John R. Bolton, (in italiano) su Liberal di domani

Outside the Beltway

Lasciate stare il Washington Post che, come spiega Jim Geraghty, farebbe una figura migliore se dicesse «qui siamo in stragrande maggioranza liberal e dunque siamo inclini a preferire l'opzione più liberal in quasi tutte le elezioni», invece di arrampicarsi sugli specchi nei suoi endorsement. Oggi i giornali della Virginia che appoggiano apertamente Bob McDonnell sono arrivati a quota 14. Direttamente dalla newsletter del candidato repubblicano: Culpeper Star Exponent, Bristol Herald Courier, Waynesboro News Virginian, Fredericksburg Free Lance-Star, The Richmond Times-Dispatch, Culpeper Times, The Washington Examiner, The Washington Times, The Loudoun Times-Mirror, News and Messenger (InsideNoVa.Com), The Daily Press, The Winchester Star, The Harrisonburg Daily News Record, Northern Virginia Sun-Gazette Newspapers.

venerdì 23 ottobre 2009

Brunetta-Sacconi: continua la carica anti-Tremonti

Il documento che abbiamo anticipato qualche giorno fa, contenente indirizzi di politica economica ed elaborato probabilmente da ambienti vicini al Pdl, non sarebbe un caso isolato. Voci insistenti parlano di un altro gruppo di lavoro che avrebbe prodotto un secondo testo ricco di spunti riformatori sui temi del mercato del lavoro e del welfare...
(Attilio Gambino per
Notapolitica.it)

Conservative Breakdown

Sarah Palin ha deciso di rendere pubblico il suo endorsement a favore del candidato del Conservative Party, Doug Hoffman, alle elezioni per il 23° distretto di New York della Camera. Malgrado l'appoggio di Newt Gingrich al candidato “ufficiale” repubblicano, Dede Scozzafava, Hoffman è sostenuto con forza dalla base del partito, oltre che dalla National Review e dal Weekly Standard, che giudicano la Scozzafava troppo liberal. A trarre beneficio da questo scontro a destra, potrebbe essere il democratico Bill Owens, in testa negli ultimi sondaggi in quello che è sempre stato considerato un solido distretto repubblicano. Ma a NY23, più che un seggio, c'è il palio l'anima del GOP.

giovedì 22 ottobre 2009

Virginia on my Mind

Torniamo ad occuparci di cose serie. Mancano ormai meno di due settimane all'elezione per il governatore della Virginia e il repubblicano Robert McDonnell viaggia con un vantaggio in doppia cifra (+10,9%) sul democratico Creigh Deeds nella media dei sondaggi di Real Clear Politics. Nelle rilevazioni di ottobre, il vantaggio minimo è quello registrato da Rasmussen Reports (+7%), mentre quello massimo è stato rilevato da Survey USA con uno strabiliante +19% (59% contro 40%). Perfino il sondaggista democratico Public Policy Polling vede McDonnell davanti a Deeds di 12 punti percentuali (52% contro 40%). Malgrado la telenovela della “tesi ultra-conservatrice” scritta da McDonnell vent'anni fa, malgrado la tambureggiante campagna di stampa del Washington Post, malgrado gli endorsement a pioggia per Deeds che arrivano dai mainstream media (perfino della Pennsylvania), il popolo della Virginia sembra orientato a scegliere nuovamente il GOP dopo la parentesi obamiana del 2006. La battaglia non è ancora finita, sia chiaro - e una disperata october surprise potrebbe ancora essere dietro l'angolo - ma la sensazione che l'Old Dominion possa tornare a casa si rafforza ogni giorno che passa.

Smentite e riflessioni

Attilio Gambino per Notapolitica.it

C'è la smentita ufficiale del PdL sul presunto documento anti-Tremonti. Ed è giusto prenderne atto e registrarla. Quel documento non esiste, o forse esiste ma non è così importante. Non siamo stati, però, gli unici a parlarne se è vero come è vero che Mario Sechi in questi giorni su “Libero” sta scrivendo pagine e pagine su questa questione. Oggi che il dibattito è finito su tutti i giornali, “Libero” garantisce che "il manifesto è farina del sacco del partito" e rilancia analizzando punto per punto i temi messi sul tavolo dal presunto documento. Che ci sia o meno un documento scritto con quei contenuti, quel che conta è la questione politica che ci sta dietro. Nicola Porro in un editoriale su “Il Giornale” chiede al governo di abbassare le tasse. E il quotidiano della famiglia Berlusconi quando parla, non lo fa certo a vanvera.

Sempre di tasse da abbassare parla Caludio Scajola su “La Stampa” e uguale appello arriva dal direttore di Libero Maurizio Belpietro. Non c'è il documento, forse. Ma c'è il dibattito. E c'è una visione diversa sulla politica economica di questo paese. Da un lato Tremonti e i suoi fedelissimi, dall'altro il PdL un po' più liberale e legato al mito berlusconiano delle due aliquote. Nel mezzo, Silvio Berlusconi. Che prende le difese del superministro ma non è certo insensibile agli appelli dei "dissidenti". I partiti, su temi come questo, dovrebbero confrontarsi anche al proprio interno. Dovrebbero proporre, emendare, correggere, stimolare il dibattito. Quel che è successo nel nostro paese, invece, è l'esatto contrario: si è spostata ogni discussione sulla figura del Premier con acuti persino morbosi e si è letteralmente anestetizzato ogni dibattito interno ai partiti.

La storia di questo documento, o presunto tale, rilancia l'idea che nei partiti si possa e si debba parlare, contrapporre idee diverse su alcuni temi, proporre percorsi nuovi. Non partiti, quindi, in cui i documenti e le proposte programmatiche vengono tenuti sapientemente nei cassetti, ma movimenti che non reagiscono offesi, quasi vi fosse un delitto di lesa maestà, se quei documenti vengono divulgati e diventano parte del dibattito politico del Paese.

(crosspost su Freedomland)

mercoledì 21 ottobre 2009

Notapolitica.it - Auto-rassegna stampa

GIALLO SU DOCUMENTO 'ANTI-TREMONTI'; PDL, NON E' NOSTRO/ANSA
RUMORS,POI PIOGGIA DI SMENTITE DAI BIG;E IL TESTO RESTA APOCRIFO (di Chiara Scalise) (ANSA) - ROMA, 21 OTT - Nessun documento del Pdl per mettere in campo una politica economica alternativa alla linea dettata dal superministro Giulio Tremonti: il partito smentisce ufficialmente la paternita' di qualsiasi iniziativa, cercando di chiudere cosi' un nuovo potenziale fronte di scontro all'interno della maggioranza e del governo.Prima le indiscrezioni pubblicate sulle pagine del quotidiano 'Libero', poi il tam tam crescente nei corridoi della politica; infine, nel tardo pomeriggio, la pubblicazione di un vero e proprio decalogo sul sito 'notapolitica.it' (che i ben informati riconducono all'area del centrodestra) fanno dunque scoppiare un altro caso dando cosi' spazio ai rumors che raccontano di diffusi maldipancia nei confronti del titolare del Tesoro.La smentita cha arriva da via dell'Umilta' definisce il testo pero' 'fantomatico', spiegando come le firme non siano certo quelle dei vertici del partito e tantomeno quelle dei ministri (Denis Verdini, Fabrizio Cicchitto, Claudio Scajola, Stefania Prestigiacomo e Raffaele Fitto sono citati dal sito). Al massimo, si concede, si puo' essere trattato di un contributo di 'singoli parlamentari o gruppi di lavoro'.'Quel documento c'e' - spiega il ministro e coordinatore del Pdl Ignazio La Russa all'ANSA - ma e' uno come centinaia di altri che ogni giorno ci arrivano. Non so chi l'abbia scritto, so per certo chi non l'ha scritto: ne' ministri ne' organi interni di partito ne' gruppi di lavoro di qualsiasi genere riconducibili al Pdl'. Lui comunque lo ha avuto tra le mani piu' di 10 giorni fa e dice di non averci 'fatto grande attenzione'. E quindi l'idea del ministro e' che 'si voglia utilizzare un documento come tantissimi altri per creare un clima che danneggia i rapporti nel partito e nel governo Berlusconi'.Che sia uno solo o meno, nessuno comunque si assume la paternita' del testo. Fioccano invece le prese di distanza. Il presidente del gruppo alla Camera Cicchitto, il ministro dello Sviluppo Economico Scajola mettono nero su bianco la loro 'innocenza': 'Voci completamente destituite di fondamento', dice il primo; 'Non ho partecipato alla stesura di alcun contro-documento', aggiunge il secondo. E proprio perche' nessuno rivendica il testo, per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti, occorrerebbe mantenere il sangue freddo e evitare 'di dare corpo alle ombre'. L'unico commento ironico arriva ovviamente dall'opposizione: 'Smentito il documento del Pdl? Peccato - dice il presidente dell'Udc Rocco Buttiglione - per una volta che parlavano di contenuti...'.Fatto sta che nel pomeriggio, quando ancora il decalogo non era apparso in rete, in molti tra i deputati del Pdl erano pronti a spiegare, anche se rigorosamente fuori dai taccuini, che il nervosismo nei confronti del ministro dell'Economia non fa che crescere nelle file della maggioranza e che un gruppo ristretto stava lavorando alla preparazione di un documento che mettesse insieme alcune indicazioni in grado di favorire una svolta nella gestione della politica economica del Paese. Che e' appunto quel cambiamento di cui da' conto il dossier anticipato da 'notapolitica.it' dove si chiede un passo diverso dal fisco alle riforme e soprattutto si chiede di voltare pagina nei rapporti con imprese e banche.(ANSA).

Apc-Governo/Pdl fibrilla su testo anti-Tremonti,big dietro iniziativa
Partito smentisce, ma fonti insistono: opera di Verdini-Cicchitto Roma, 21 ott. (Apcom) - Un documento anti Tremonti per chiedere un cambio di passo nella gestione della politica economica del governo, promosso da diversi big del Pdl. E' questa la voce che, rilanciata prima da alcuni quotidiani e poi dal sito 'notapolitica.it, agita il pomeriggio del centrodestra. Prima le smentite ufficiali dei diretti interessati, poi una mezza conferma: esiste un documento, ma si tratta di una delle centinaia di contributi al lavoro del governo, senza alcun carattere polemico contro il ministro dell'Economia. Ma a sera, nonostante le smentite e i tentativi di ridimensionare la portata del testo, continuano a circolare i nomi degli autori già emersi in giornata: secondo fonti del Pdl Denis Verdini e Fabrizio Cicchitto avrebbero raccolto i contributi di diversi ministri, fra i quali Raffaele Fitto, Stefania Prestigiacomo, Claudio Scajola e Renato Brunetta.Il primo a intervenire nel pomeriggio è il ministro per lo Sviluppo economico: "Non ho partecipato alla stesura di alcun contro-documento di politica economica, né ad alcuna iniziativa per `ridimensionare` il Ministro Tremonti", dice secco Scajola.Anche Fabrizio Cicchitto è chiaro: "Circolano voci completamente destituite di fondamento che hanno come unico scopo quello di provocare qualche fenomeno di destabilizzazione all'interno del Pdl".Poi arriva una nota ufficiale del partito. Da via dell'Umiltà non si smentisce l'esistenza del documento, ma lo derubrica a iniziativa personale: "Nella giornata di oggi si è scatenata una ridda di voci riguardanti un fantomatico 'documento' prodotto in via dell'Umiltà che si porrebbe in antitesi alle posizioni del ministro Tremonti. Ogni giorno, da sempre, vengono prodotti spontaneamente, da singoli parlamentari o da gruppi di lavoro, documenti che vogliono essere solo ed esclusivamente un contributo all'attività di governo o di un singolo ministro.Anche in questo caso tale appare probabilmente la natura del testo in questione". In realtà, anche uno dei dirigenti indicato tra gli estensori del documento, conferma che il lavoro di elaborazione andava avanti da mesi, con il contributo di "diversi ministri" e numerosi parlamentari.Un documento, sembra, discusso anche dai coordinatori nell'incontro avuto sabato con il premier Silvio Berlusconi. Un documento che in realtà sarebbe stato scritto da un personaggio non di secondo piano del Pdl. A sera fonti del partito insistono: è stato scritto da Denis Verdini e Fabrizio Cicchitto. Dai rispettivi entourage negano con decisione, resta aperto il giallo del documento senza paternità. Così come resta il mistero su chi abbia avuto interesse a diffondere il documento: tra le fila degli anti-tremontiani, è forte il sospetto che si sia fatto uscire il testo per 'bruciarlo' prima che assumesse un carattere di ufficialità.Tom/Rea/Bac 212148 ott 09