lunedì 4 aprile 2005

11 a 2.

Forse aveva ragione Jay Nordlinger quando ci ha ospitato, a New York, nella redazione della National Review. "Mi ricordate i conservatori Usa di metà anni Sessanta", ci disse. Erano gli anni in cui il partito repubblicano, con Barry Goldwater, fu massacrato da Lyndon Johnson alle presidenziali del 1964 in 44 stati su 50. Ma fu proprio da quella umiliante sconfitta che il GOP trovò la forza per unificare le sue diverse anime, radicarsi sul territorio e rovesciare le sorti di uno scontro epocale. Ora, calcolatrice alla mano, 2 regioni su 13 rappresentano il 15% del totale, mentre 6 stati su 50 arrivano a malapena al 12%. Niente è perduto, finché si ha il coraggio di cambiare. Go get 'em, fellas!

12 commenti:

Mercuzio ha detto...

Ma per vincere domani dobbiamo buttare a mere molte zavorre, quasi tutte per quanto mi riguarda. Io il viaggio nel deserto con questi non lo faccio. Ma con voi sì.

a man ha detto...

Mercuzio, le zavorre non hanno resistenza nel deserto. Evaporano da sole :)

Legba ha detto...

Le membra stanno stritolando la testa, se continua così la testa cade. Bisogna radicarsi sul territorio. Non per questo bisogna fare intrallazzi, nepotismi, tangentine e affini. Ma bisogna rifare lo zoccolo. Per me è tardi, ma a cominciare ora non si perde nulla. Si è già perso prima! Vedi che succede? Lascio l'Italia 6 mesi e la ritrovo seduta ai tavoli del Comintern. Una domanda: Ma perché ogni volta che c'è una notizia tragica, di morte, 2 o 3 giorni prima delle elezioni, avviene una deriva a sinistra?

John Christian Falkenberg ha detto...

Una differenza rispetto alla NR del 1960: partivano dall'opposizione, qui in teoria si parte da un'esperienza di governo.
Forse sarebbe il caso di pensare bene, come scrive mercuzio, alle zavorre che ci portiamo dietro, a quanti compromessi di troppo si siano accettati per costruire la Casa delle Liberta'

Babs ha detto...

Jay profeta!!!
:-(

Anonimo ha detto...

Per usare una parola di Storace: ECATOMBE.

Al governo, cioe' a chi ora e' al potere, e' stato mandato un chiaro messaggio. Che Berlusconi resti, così la sua sconfitta nel 2006 sara' ancora piu' sonora.


Saluti

giobbi ha detto...

ho la sensazione che la batosta non sia stta ancora capita dal cav. le sue reazioni lo dimostrano; zero autocritica, è colpa degli alleati, se io non mi espongo perdiamo...sono tutti elementi che portano dalla parte sbagliata. qui bisogna cambiare rotta, c'è da fare una conversione ad 'u'. io nel mio piccolo ho scritto i consigli della massaia al cav ma mi rendo conto che siamo lontani anni luce...

a man ha detto...

Sinceramente, io credo che il lavoro da fare non debba avere come orizzonte le elezioni politiche del 2006. Quelle si perderanno (o si vinceranno di misura) in gran parte su altri terreni. La nostra deve essere una battaglia culturale di lungo periodo, da combattere vincendo i cuori e le menti dei cittadini italiani. Ci vorranno anni, probabilmente decenni. JCF ha ragione: il GOP negli anni Sessanta era minoranza (anche se veniva da 2 presidenze Eisenhower di fila). Ma, governo o non governo, non possiamo nasconderci il fatto che liberali, conservatori e riformatori siano minoranza, in Italia, ormai da decenni. Nella cultura, nella comunicazione, nell'educazione... devo continuare con la lista? E siamo sicuri che la situazione sia tanto diversa dalla sfida che attendeva i fusionisti americani nei Sixties? Come una Casa Bianca abitata un moderato repubblicano non era riuscita a scalfire più di tanto il sistema di potere basato sul "new deal", così cinque anni di governo Berlusconi non hanno certo reso i liberali e i conservatori (ecc.) italiani maggioranza nel paese. Molte occasioni sono state perse. Molti errori sono stati commessi. Ma non sarà certo una temporanea inferiorità numerica a farci fuggire dal campo di battaglia. Basta solo non pensare che le rivoluzioni culturali si possano fare in un anno.

a man ha detto...

p.s. Legba ha ragione da vendere.

Anonimo ha detto...

Studiamola bene, la storia del GOP. Qui non siano a Goldwater, che era un idealista radicale. Qui siamo nel peggior grigiore nixoniano. L'estremismo in difesa della libertà non è un vizio. La moderazione in difesa delle rendite sì.

a man ha detto...

Caro Anonimo,
mi sfugge il punto in cui ho paragonato Berlusconi a Zio Barry. Mi sfugge, per la verità, anche il parallelo con il Nixon 1960 (quello a cui Kennedy e il sindaco di Chicago rubarono le elezioni, non quello che le vinse due volte di fila). Io, casomai, penso al Berluska come ad Eisenhower: un moderato "republican in name only". E in questo senso concordo con la parte finale del tuo intervento.

KrilliX ha detto...

alé!
un altro voto per i knicks