RightNation
mercoledì 2 giugno 2010
martedì 1 giugno 2010
Utili idioti
Sembra che altre due navi di “Free Gaza” stiano dirigendo verso la costa palestinese. Evidentemente si vuole sfruttare il successo mediatico del sanguinoso evento di lunedì. Forse si cerca di provocare altra violenza, o si ritiene che dopo l’immancabile e unanime condanna, Tzahal non abbia il coraggio di ripetersi. Intanto, Israele ha già fatto sapere che non consentirà alcuna violazione al blocco navale.
Pare incredibile che ci sia ancora qualcuno che stenti a capire che con gli israeliani sulle questioni esistenziali è vietato scherzare. E per Israele, senza profondità strategica, qualsiasi violazione di questo tipo ha carattere esistenziale. È dal 1948 che la stanno spingendo a comportarsi così. D’altro canto, era qualche giorno che i media suonavano la grancassa per preparare il gioioso evento: il primo sbarco vittorioso a Gaza di truppe iridate. La flotta, quanto mai eterogenea per tipo e bandiera, era pronta da tempo al “colpo di mano” davanti a un settore di Cipro occupato dalla Turchia. Quello che la comunità internazionale non riconosce. Ne fanno parte anche due navi che battono bandiera greca, forse proprio quelle due ora in navigazione, tanto per dimostrare che l’odio per Israele sa affratellare anche acerrimi nemici.
Quanto vi fosse di umanitario e di politico in questa tragica pantomima non è difficile capirlo, anche se è bello – e fa anche “fino” – assumere un atteggiamento politicamente corretto e porre l’accento sulla vocazione pacifica degli organizzatori, piuttosto che sulla loro fama di mestatori internazionali. I quali, per ammorbidire le intransigenze israeliane, non si sono fatti scrupolo di tirare in ballo anche un presunto interessamento verso Hamas per le sorti del caporale Shalit, sequestrato e sparito nel nulla da quattro anni. Speranza che è stata un’altra delusione per i genitori del soldato, i quali hanno ammesso che, a detta del portavoce degli stessi “pacifisti”, l’obiettivo vero era solo quello di «rompere l’assedio». «Credo che siano solo dei provocatori», aveva detto il padre. I “pacifisti” in azione sono volontari di quaranta Paesi, alcuni certamente in buona fede – ai tempi di Giannini e del Merlo Giallo erano chiamati “utili idioti” – ma altri rispondono al nome del vescovo palestinese Hylarion Cappucci, a suo tempo condannato per contrabbando di armi e poi “salvato” per intercessione della Santa Sede, dello sceicco-estremista arabo Rahed Sallah, leader di una fazione del Movimento Islamico israeliano, e dell’ineffabile Nobel per la pace Mairead Corrigan-Maguire.
Oltre, naturalmente, al solito gruppetto di italiani. Questione politica quindi, e non umanitaria. “Free Gaza”, non “Free Shalit”. In quanto alle 10mila tonnellate di aiuti e di cemento, gli israeliani avevano indicato per tempo dove sbarcarli – questo le cronache non lo dicono – e si erano incaricati del trasporto a Gaza. Invece, niente. Lo stesso capo di Hamas, Hanieh, si era predisposto per salutare lo sbarco a Gaza, in un tripudio di bandiere.
Singolari, nella vicenda, le responsabilità della Turchia e, indirettamente, anche di quella parte di Europa che ora, piangendo lacrime di coccodrillo, si associa ipocritamente alle immancabili lagne dell’Onu. Una ong turca, già nota per le simpatie verso al-Qaeda e Hamas, sembrerebbe aver finanziato questa spedizione, che il governo di Erdogan non ha impedito. La Turchia laica di Ataturk era il maggiore alleato dell’occidente in Medioriente. Fantasticando di democrazia a propria immagine e somiglianza, la burocrazia dell’Unione, piuttosto che accoglierla, l’ha insipientemente spinta a ricercarsi un proprio ruolo regionale, e perché questo possa accadere non c’è nulla di meglio che lasciarsi trasportare da una deriva islamista cui, all’interno, è stata devitalizzata ogni forma di contrasto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. “Chi è causa del suo mal, pianga se stesso...”
L'iPad (quello vero)
La caccia è scattata all’alba di ieri, ma era stata pianificata in tutti i dettagli da più di un mese. Tanto, infatti, hanno dovuto attendere gli italiani (come quasi tutti gli europei, i giapponesi e gli australiani) per mettere le mani sull’iPad di Apple, il nuovo “oggetto del desiderio” hi-tech che negli Stati Uniti è stato lanciato sul mercato ad aprile. Code a Milano (dove gli Apple Store avevano accettato soltanto prenotazioni online), ma anche a Bologna e Roma. Mentre a Palermo sono arrivati solo i “modelli da esposizione”, lasciando a bocca asciutta centinaia di appassionati. Euforia contenuta, in ogni caso, rispetto a quello che è accaduto all’Apple Store principale di Tokyo, dove nelle prime ore della mattina si era già formata una fila di 800 metri, con più di mille ansiosi acquirenti.
Tanta attesa, naturalmente, ha il suo prezzo. Perché il Italia il nuovo touch-screen di Apple costerà 499 euro (per la versione Wi-Fi a 16gb) e addirittura 799 euro (per la versione Wi-Fi+3G a 64gb). Prezzi non bassi, in termini assoluti, visto che ormai un laptop di fascia media non costa più di 400-500 euro, ma che negli Stati Uniti non hanno frenato vendite-record: un milione di unità in ventotto giorni (contro i 74 che ci aveva messo l’iPhone per raggiungere lo stesso traguardo) e quasi nove milioni previste per il 2010 (il 43% delle quali negli Usa). Il successo, almeno iniziale dell’iPad, unito a quello ormai consolidato di iPod e iPhone, ha portato nei giorni scorsi la Apple a diventare la compagnia hi-tech più valutata sui mercati (221 milioni di dollari), scavalcando i rivali storici di Microsoft (219 milioni). È tutto oro quello che luccica, insomma? Non esattamente.
Intendiamoci, l’iPad è un oggetto splendido e probabilmente, per usare le parole di Steve Jobs, davvero «rivoluzionario». Chiunque abbia avuto per le mani, anche per qualche minuto, un iPhone o un iPod Touch può intuire immediatamente le potenzialità del nuovo gioiellino di Apple. La velocità, la semplicità d’uso e la pulizia del sistema operativo sviluppato a Cupertino sono ormai leggendarie. Proprio come la straordinaria base di software sviluppato per iPhone da cui l’iPad può partire, in attesa che vengano prodotte applicazioni “specializzate” in grado di sfruttare il monitor più ampio (9,7 pollici) e la risoluzione più alta (1024x768). Con le sue caratteristiche tecniche, poi, l’iPad sembra poter dominare senza troppi sforzi il mercato dei lettori di E-book, finora quasi monopolizzato dal Kindle di Amazon.
Aggiungete una cpu (Apple A4 PoP da 1 gigahertz) in grado di surclassare qualsiasi console portatile per videogiochi in commercio, tanta memoria e una connettività estremamente flessibile (soprattutto nei modelli di punta), audio e video di altissima qualità e il cerchio, in teoria, dovrebbe chiudersi. E proprio questo ci hanno raccontato la schiacciante maggioranza dei giornalisti e dei commentatori che hanno invaso giornali e web nei giorni successivi al suo lancio statunitense. Il problema è che, troppo spesso, questi giornalisti - per “amore”, più che per interesse - quando scrivono dei prodotti Apple sembrano Emilio Fede quando parla di Silvio Berlusconi o Chris Matthews quando «sente i brividi» dopo un discorso di Barack Obama.
Qualsiasi creatura di Steve Jobs, insomma, viene osannata a prescindere e i suoi difetti vengono accuratamente ignorati. Di difetti, invece, l’iPad ne ha. E parecchi. Andiamo in ordine sparso. L’iPad non ha una porta Usb (o Firewire) per il collegamento di periferiche esterne. Una precisa strategia commerciale più che una mancanza incidentale, perché Apple preferisce vendere (a carissimo prezzo) ogni espansione, piuttosto che permettere all’utente di scegliere il proprio prodotto preferito. In un apparecchio multimediale così sofisticato, poi, non si può fare a meno di notare l’assenza di una webcam (o almeno di una fotocamera), di un’uscita video standard che permetterebbe di collegare senza troppi problemi l’iPad a un monitor o a una televisione hd e di qualsiasi compatibilità con Adobe Flash (la tecnologia software più utilizzata per i video e i videogiochi sul web). Tutto, insomma, sembra il frutto del tentativo di “sigillare” il tablet per impedirgli qualsiasi comunicazione con prodotti non targati Apple.
Una filosofia che Steve Jobs persegue da decenni, con alterne fortune. E che trova il suo completamento in quello che è il più grande asset, ma anche il più grave difetto dei prodotti multimediali Apple: iTunes. Se è vero, infatti, che proprio dalla vendita di musica e applicazioni (negli Usa anche film e serie tv) arrivano i profitti più vistosi per la casa della mela morsicata, è anche vero che il passaggio “obbligatorio” da iTunes per riempire di contenuti iPod, iPhone e iPad rappresenta una limitazione della libertà inaccettabile per chiunque non sia un utente occasionale o un fanatico della setta di Cupertino. Ecco perché sono sempre di più i clienti Apple che ricorrono alla tecnica del “jailbreaking” che permette un utilizzo molto più flessibile di iPhone e iPad (oltre che l’accesso, illegale, ad una miriade di applicazioni “piratate” a costo zero). Ed ecco perché, proprio nei giorni in cui l’iPad sbarca in Europa, una piccola compagnia tedesca - la Neofonie - si prepara a lanciare sul mercato un anti-iPad (significativamente battezzato “WePad”), che promette di far dimenticare tutte le limitazioni imposte da Apple al proprio hardware: display più grande (11,6 pollici); maggiore risoluzione (1366x768); processore più veloce (Intel Atom N450 a 1.66GHz); una webcam; due porte Usb; un lettore di memorie flash; un modem Wwan integrato; compatibilità assicurata con il software Adobe. Il tutto, racchiuso nelle accoglienti braccia del sistema operativo Android, sviluppato da Google per tablet e smartphone. Il prezzo? Probabilmente il modello di punta costerà come l’iPad di fascia più bassa. Apple deve stare attenta, insomma. Non sempre sono i rivoluzionari a vincere la rivoluzione.
UPDATE. Il nuovo nome del tablet di Neofonie sarà “WeTab” e putroppo il lancio è stato rimandato a settembre (h/t: Paolo Della Sala)
lunedì 31 maggio 2010
Pacifisti
Un pacifista offre il suo ramoscello d'ulivo (ricurvo) ai militari israeliani che pretendevano di ispezionare la nave carica di “aiuti umanitari” per Gaza. E che si sono scioccamente rifiutati di farsi linciare. Sullo sfondo, fotografi della stampa indipendente.
UPDATE. Ugo Volli, da “Il blog di Barbara”: lettura obbligatoria.
UPDATE/2. Simone Bressan, su Freedomland: Con Israele.
mercoledì 26 maggio 2010
The Road to Socialism
Percentuale degli stipendi che arrivano dal settore privato? Ai minimi storici. Percentuale delle entrate provenienti dal welfare? Ai massimi storici. USA Today analizza i dati (federali) del primo trimestre 2010. E noi dedichiamo questa analisi a chi ancora sorride quando legge nella stessa frase “Obama” e “socialismo”.
Per un (mezzo) miracolo italiano
martedì 25 maggio 2010
42!
Rasmussen Reports
Run, Dino, Run!
lunedì 24 maggio 2010
Aloha
giovedì 20 maggio 2010
mercoledì 19 maggio 2010
Rand Revolution
«I have a message. A message from the tea party. A message that is loud and clear and does not mince words. We've come to take our government back». Rand Paul, 18 maggio 2010
martedì 18 maggio 2010
Gilder and me
lunedì 17 maggio 2010
mercoledì 12 maggio 2010
Settled
Franco Battaglia, continua su Free News Online
martedì 11 maggio 2010
Free
Free news online nasce per offrire una lettura della realtà italiana. Mette a disposizione una chiave interpretativa delle notizie, un modo per interpretarle, un ordine per meglio comprenderle. Nasce per presentare e far nascere idee, la materia prima che scarseggia in un Paese che si culla nel luogo comune e nella faziosità, che anima scontri roventi, talora forsennati, ma troppo spesso privi di contenuto reale. L’Italia è un Paese colmo di energie nascoste e inespresse, quindi sprecate. A cominciare dai giovani, tenuti a marinare in un sistema dell’istruzione che li addestra più al galleggiamento che alla competizione, e posti fuori dal mercato del lavoro. Il nostro è un Paese nel quale si è “giovani”, considerati debuttanti, ad età in cui i nostri nonni erano da tempo padri di famiglia, lavoratori, professionisti, in ogni caso padroni della loro sorte. Una situazione intollerabile, resa ancora più preoccupante dall’assenza di reazione, di ribellione, dall’eclissi del desiderio di cambiare. Forse perché non ci si crede, o forse perché la droga dei trasferimenti pubblici ha fiaccato il tessuto più giovane.
Rassegnazione e galleggiamento sono i mali contro i quali contiamo d’impegnare il nostro ragionare, la nostra passione civile. Può darsi che scrivere non basti, di sicuro tacere è da complici. E noi non vogliamo esserlo. Free news nasce con una struttura volontaristica, sarà costruito con le opinioni e le competenze di chi le mette liberamente a disposizione degli altri. Contiamo di essere ripagati dalle risposte di chi legge e vorrà scrivere, divenendo uno spazio aperto, ma certo non privo d’idenità o in balia degli umori. Di roba simile ce n’è già troppa, nella politica e nella pubblicistica italiane. (Davide Giacalone)
lunedì 10 maggio 2010
Gilder, l'uomo che sussurra al futuro
Da casa Gilder a casa Rockefeller
George F. Gilder nasce a New York nel 1939. Suo padre Richard, aviatore, muore nei cieli europei durante la Seconda guerra mondiale quando George ha soltanto tre anni. Prima di partire per il fronte, però, Richard ha stretto un patto di sangue con il suo compagno di stanza al college: se morirà in guerra, l’amico provvederà all’educazione del figlio. Alla morte di Richard, il roommate mantiene la promessa. E, nella tragedia della perdita paterna, il piccolo George inciampa in una fortuna sfacciata. Perché l’amico del padre risponde al nome di David Rockefeller, sesto figlio del banchiere John Davison Rockefeller Jr. e nipote più giovane (e oggi unico erede sopravvissuto) di J.D. Rockefeller Senior, fondatore della Standard Oil e capostipite di una delle dinastie più ricche e potenti degli Stati Uniti d’America. Poteva capitargli di peggio. George viene educato in “comproprietà” tra la famiglia Rockfeller, nel cuore dell’aristocrazia finanziaria di Manhattan, e quella naturale, in una fattoria nei pressi di Tyringham, in Massachusetts. Inutile dire che, facendo la spola tra Wall Street e l’allevamento di bovini, George si trasforma ben presto nella “pecora nera” della dinastia di cui, a pieno titolo, fa parte. E fin da giovane abbraccia un’ideologia schiettamente conservatrice, almeno rispetto allo standard della prole di David Rockefeller. Così, mentre Peggy diventa amica personale di Fidel Castro, Abby dedica la propria vita a spiegare al mondo la malvagità degli scarichi delle toilette moderne (oltre a fondare il MoMA) ed Eileen si sollazza con le meraviglie della medicina alternativa, George inizia a flirtare con il Grand Old Party. Non prima, però, di aver trascorso un’adolescenza burrascosa. Gilder frequenta la Hamilton School, un liceo molto progressista (almeno per l’epoca) di New York, dove si fa notare soprattutto per qualche furto in libreria. Entrato ad Harvard, si fa espellere durante il primo anno perché non ha nessuna intenzione di frequentare regolarmente i corsi. In un impulso di orgoglio decide di entrare nei marine. Ma la vita militare non fa per lui. Così dopo sei mesi torna ad Harvard con la coda tra le gambe, si laurea (nel 1962) e inizia a frequentare la Ripon Society, il thinktank dei “centristi repubblicani” che dominano in quel periodo il partito fondato da Lincoln.
Repubblicano progressista
Negli anni Sessanta, Gilder è il perfetto prototipo del progressive republican: è lo speechwriter di molti uomini politici in vista nell’establishment del Gop (da Nelson Rockefeller a George Romney, passando per il giovane Richard Nixon), diventa il portavoce del senatore moderato Charles Mathias (Maryland) nei momenti più caldi della protesta anti Vietnam. E nel 1966, insieme a Bruce Chapman (suo compagno di stanza ad Harvard), scrive un durissimo pamphlet contro lo strappo anti elitario di Barry Goldwater – “The Party That Lost Its Head” (“Il partito che ha perso la testa”) – in cui denuncia il disprezzo nei confronti degli intellettuali che caratterizza la svolta “populista” dei repubblicani post 1964. Qualche anno più tardi, ripensando a questa fase della sua vita, Gilder non riuscirà trattenere un profondo disprezzo: “Ero un tipico sottoprodotto del Ventesimo secolo, liberal, secolarista e malato di priapismo, che si atteggiava a poeta per nascondere il proprio senso di colpa wasp. Infatuato del jazz, del blues, del soul e di tutto quello che appartiene alla cultura nera in un disperato tentativo di assorbirne la mascolinità più sfacciata. Convinto che i più grandi scrittori del mondo fossero Norman Mailer, Joan Didion e Robert Lowell, senza rendersi conto che la maggior parte della poesia contemporanea era infettata da sciocchezze nichiliste e fantasie marxistoidi. Sicuro che Castro e Ho Chi Minh fossero soltanto riformatori agrari, mentre si cullava nella sua seduta settimanale dallo psicanalista reichiano sulla East End Avenue. Sprezzante nei confronti degli uomini d’affari e degli esperti di tecnologia per la loro mancanza di ‘anima’. In parole povere, ero un tipico esempio di intellettuale parassita del Capitalismo”.
Svolta a destra
Sono almeno tre gli episodi che spingono Gilder a sganciarsi dal progressive republicanism che caratterizza i suoi anni del college: l’incontro con William F. Buckley jr., che qualche anno prima ha fondato la National Review; la pubblicazione del Moynihan Report sulla disgregazione della famiglia afroamericana, che appiccherà il sacro fuoco della sua battaglia contro il welfare; il reportage di Theodore Draper per The New Leader che inizia a far trapelare le prime crude verità sul regime castrista. Ma nessuno di questi tre episodi può essere collegato direttamente con quello che rende George Gilder, all’improvviso, uno degli uomini più odiati degli Stati Uniti. All’inizio degli anni Settanta, Gilder vive a Cambridge dove si occupa della pubblicazione del Ripon Forum, lo storico giornale della Ripon Society. Un giorno, però, ha la malaugurata idea di scrivere un articolo in difesa di Nixon, che ha appena esercitato il suo diritto di veto su una legge approvata dal Congresso a maggioranza democratica e sponsorizzata al Senato da Walter Mondale, che avrebbe esteso a dismisura il “day care” per i meno abbienti. La teoria di Gilder è semplice: dopo che il welfare, soprattutto nelle famiglie nere delle grandi città, ha praticamente reso superflua la figura paterna (a garantire il mantenimento del nucleo familiare, infatti, ci pensa l’assistenza pubblica), non è il momento più adatto per compiere lo stesso errore con la figura materna, sostituendola con lo stato-balia. Il ragionamento, oggi, non sfiora neppure i confini del “politicamente corretto”, abituati come siamo a decenni di dimostrazioni sull’impatto disgregativo dell’assistenzialismo sul tessuto connettivo delle famiglie.
Suicidio sessuale
Nel 1971, però, quella di Gilder è una bomba atomica. Anche per i repubblicani mainstream. Le ricercatrici della Ripon Society sono indignate e pretendono – ottenendolo – il licenziamento immediato di Gilder dal giornale dell’associazione. E la controversia assume quasi immediatamente contorni nazionali. Invitato a un confronto pubblico dalla tv pubblica Pbs, deve affrontare centinaia di femministe imbufalite che vorrebbero scorticarlo vivo. Dopo aver speso anni alla ricerca di un modo per conquistare l’attenzione femminile, Gilder sembra finalmente esserci riuscito. Ma il prezzo che deve pagare è l’esilio. Lascia Cambridge e si trasferisce a New Orleans, dove inizia a lavorare per un amico – Ben C. Toledano – che ha deciso di candidarsi al Senato per il Partito repubblicano. Solo, reietto e senza un dollaro in tasca, in Louisiana George affoga la sua disperazione esistenziale nella scrittura di “Sexual Suicide” (pubblicato nel 1973 e ripubblicato con qualche aggiornamento nel 1986 con il titolo “Man and Marriage”), in cui sostiene che il femminismo ha scardinato la “costituzione sessuale” della civiltà umana, che era riuscita a trasformare l’istinto predatorio del maschio per il sesso, la guerra e la caccia, “costringendolo” a diventare marito e padre. Se l’articolo per il Ripon Forum era un’esplosione atomica, “Sexual Suicide” è un bombardamento nucleare a tappeto su un asilo nido. Per il movimento femminista Gilder diventa il Grande Satana da esorcizzare a ogni costo, tanto da meritare – sia per il settimanale Time che per l’organizzazione Now (National Organization of Women) – il titolo di “Porco Sciovinista dell’Anno”. Titolo di cui, a distanza di tanti anni, va ancora fiero.
L’invenzione della Reaganomics
Tanto scandalo, naturalmente, procura a Gilder un momento di forte notorietà che l’autore sfrutta per approfondire una serie di temi appena sfiorati in “Sexual Suicide”. Il risultato d questo cambio di paradigma è altro libro molto controverso: “Visible Man: A True Story of Post-Racist America” (“L’uomo visibile: una storia vera dell’America post-razzista”, uscito nel 1978 e ripubblicato nel 1995) che rappresenta il passaggio ideale dalla sua fase sociologica a una più concentrata sui temi dell’economia. La teoria economica della supplyside inizia a entrare nel dibattito politico statunitense verso la metà degli anni Settanta, soprattutto grazie al lavoro di due giornalisti del Wall Street Journal – Jude Wanniski e Robert L. Bartley – che riescono a creare un formidabile contrappeso teorico al keynesianesimo dominante. Al centro del sistema c’è la famosissima “curva di Laffer”, che dimostra matematicamente come l’aumentare delle tasse non comporti necessariamente un aumento delle entrate per lo stato. Anzi, che esiste un “punto di rottura”, in qualsiasi sistema economico, oltre il quale aumentare le tasse diventa controproducente, a prescindere da qualsiasi criterio di equità fiscale. La leggenda vuole che la prima “bozza” della curva sia stata scarabocchiata nel 1974 dallo stesso Arthur Laffer su un tovagliolo di carta, durante una riunione in cui l’economista voleva convincere alcuni notabili del Gop dell’inutilità dell’ultimo aumento delle tasse voluto da Gerald Ford. Oltre a Wanniski e Laffer, intorno allo stesso tavolo c’erano Dick Cheney (all’inizio per niente convinto) e Donald Rumsfeld. Qualche anno dopo Gilder, che ormai scrive con continuità sulla pagina degli editoriali del Wall Street Journal e partecipa alla stesura degli economic reports di Laffer, prende a punto di partenza il lavoro di Wanniski, lo miscela abilmente con l’ossatura filosofica di Friedrich August von Hayek e Milton Friedman, e scrive lo splendido “Wealth and Poverty” (“Ricchezza e povertà”) che sarà pubblicato nei primi mesi del 1981, pochi giorni dopo l’insediamento di Ronald Reagan alla Casa Bianca. Il timing è perfetto: “Wealth and Poverty” vende milioni di copie e diventa il “manifesto ufficiale” della Reaganomics. Gli analisti scopriranno che proprio Gilder è stato l’autore vivente più citato da Reagan durante la sua presidenza.
Uno sguardo nel futuro
Il cerchio filosofico-ideologico di Gilder sembra chiudersi: la rottura del nucleo familiare tradizionale e il welfare portano alla povertà; la famiglia, il lavoro e la libertà di impresa portano alla ricchezza. A 42 anni, Gilder sembra ormai arrivato: il New York Times definisce il suo libro come la “più intelligente guida al capitalismo in circolazione”, il suo nome è sulla bocca di tutti quelli che contano nel movimento conservatore, le sue apparizioni sono contese dai network televisivi nazionali. Tutti vogliono “assaggiare” un pezzo dell’astro nascente della Reaganomics. L’unico a non essere d’accordo è proprio Gilder. Lui, infatti, già vive nel futuro. Analizzando a fondo i meccanismi del capitalismo, Gilder si innamora un’altra volta. E anche questa volta si tratta di un amore tormentato. Dopo una “pausa” lunga quasi un decennio, in cui studia – partendo da zero – la tecnologia e le dinamiche del mercato della microelettronica (con il fervore di un ventenne, lo spirito di sacrificio di un quarantenne e l’umiltà di un sessantenne), Gilder rinasce come il guru più osannato del movimento tecno- utopista che forgia le fondamenta di una rivoluzione digitale ai suoi primi vagiti. Nel 1989 esce “Microcosm: the Quantum Revolution in Economics and Technology” (“Microcosm: la rivoluzione quantica nell’economia e nella tecnologia”), che diventa prestissimo una bibbia per tutti i visionari della Silicon Valley. Nel 1992 pubblica “Live After Television” (“La vita dopo la televisione”) in cui anticipa di qualche decennio temi che soltanto oggi iniziano a essere trattati dalla saggistica mainstream, preconizzando la convergenza tra telecomunicazioni, microelettronica e fibra ottica. Insieme a Gordon Moore (fondatore di Intel) e Robert Meltcafe (creatore di Ethernet e fondatore di 3Com), Gilder ha anche l’onore di essere il titolare di una delle “Tre leggi della tecnologia” che governano il mondo contemporaneo. Secondo la Legge di Moore, la potenza di calcolo dei microchip raddoppia ogni 18 mesi (corollario: il prezzo di un computer con una data potenza di calcolo si dimezza ogni 18 mesi). Secondo la Legge di Metcalfe, il valore di un network è proporzionale al quadrato del numero di nodi che lo compongono. Secondo la Legge di Gilder, la larghezza di banda totale dei sistemi di telecomunicazione triplica ogni dodici mesi. Queste tre leggi, che molti hanno giudicato transitorie ma che continuano a funzionare alla perfezione da decenni (quella di Moore addirittura dal 1965) scandiscono – a nostra insaputa – i ritmi della società tecnologica in cui viviamo. E Gilder è una delle poche persone che ha immaginato questo mondo prima di tutti gli altri. La sua capacità di anticipare le tendenze del mercato, la sua prosa messianica e la sua incrollabile fede nel futuro gli garantiscono uno status quasi mitologico nella ristretta cerchia dei tecno-entusiasti che si radunano intorno alla rivista Wired creata e diretta da Louis Rossetto. Gilder, oltre che per Wired, scrive per Forbes (di cui dirige lo spin off tecnologico Asap) e per il Wall Street Journal. Profetizza una rivoluzione fatta di sabbia (silicio), vetro (fibra ottica) e aria (wireless). E quando le società hi-tech, nella seconda metà degli anni Novanta, iniziano a diventare gli investimenti più appetibili per le banche d’affari, Gilder si trova – quasi spontaneamente – in posizione perfetta per sfruttare il vento digitale che soffia alle sue spalle. Tra il 1999 e il 2000, quando esce “Telecosm: The World After Bandwidth Abundance” (“Telecosm: il mondo dopo l’abbondanza della banda larga”), Gilder non è più soltanto il più riverito guru delle nuove tecnologie e il consigliere strategico di Newt Gingrich e Steve Forbes. E’ l’uomo capace di far muovere i mercati con un tratto di penna. La sua newsletter a pagamento, il mitico Gilder’s Report, ha 110 mila abbonati negli Stati Uniti, incassa sette milioni di dollari all’anno e si parla di un’imminente quotazione in Borsa che oscillerebbe tra i 150 e i 200 milioni di dollari. Al Gilder’s Report lavorano 55 analisti a tempo pieno, ma tutto si regge sulle intuizioni di George, che sceglie personalmente le società più “calde” su cui puntare. La cosa straordinaria è che i suoi “seguaci” sono tanto fedeli che, pochi minuti dopo la segnalazione di un titolo, gli acquisti sono così numerosi che le quotazioni del titolo in questione raddoppiano.
Scoppia la bolla
Tutto, però, finisce in un istante, nel marzo del 2000, con lo scoppio della “bolla” delle dotcom. Nel giro di un paio di settimane, nel fuggi fuggi generale da Wall Street, Gilder si ritrova con meno di diecimila abbonati, cinque impiegati, qualche milione di dollari di debiti e il fisco avvinghiato alla gola. E’ costretto a rivendere la rivista The American Spectator, che aveva comprato un paio di anni prima per trasformarla nel magazine della “destra digitale”. Lo salvano gli amici Steve Forbes e Bruce Chapman, che lo ospita come senior fellow nel suo think-tank di Seattle, il Discovery Institute. I giorni delle vacche grasse sono ormai un ricordo, e George si ritira in buon ordine a lavorare nelle colline della contea di Berkshire, al confine tra il Massachusetts e il Connecticut. Fibra ottica o no, resta un uomo di campagna. Nel 2005 pubblica “The Silicon Eye: How a Silicon Valley Company Aims to Make All Current Computers, Cameras, and Cell Phones Obsolete” (“L’occhio di silicio: come una società della Silicon Valley vuole rendere obsoleti i computer, le macchine fotografiche e i telefoni cellulari”), forse il suo lavoro più tecnico, che ne conferma però le doti di divulgatore.
Dietro c’è un Disegno (intelligente)
Mentre si allontana il ricordo dei suoi giorni da guru hi-tech, anche per perché tutte le sue profezie iniziano ad avverarsi, magari con qualche decennio di ritardo, Gilder è pronto per una nuova sfida intellettuale. Il durissimo colpo del 2000 avrebbe ucciso un cavallo. Tra il 2004 e il 2005 convince Chapman ad aprire un ufficio del Discovery Institute a Washington D.C., con l’obiettivo di trasformare un think-tank nato per risolvere i problemi di traffico a Seattle nella punta di diamante intellettuale del movimento di rivolta contro il neodarwinismo. Per lo scorno e il disorientamento degli scientisti di ogni colore politico, la parola d’ordine di Gilder e del Discovery Institute non è “creazionismo”, ma “intelligent design”. E non si tratta di una differenza di poco conto. Gilder parte dalla Teoria dell’informazione di Claude E. Shannon del Mit (tratteggiata nel classico “Teoria matematica della comunicazione” del 1948) per dimostrare come l’evoluzione non possa, in ultima analisi, essere spiegata semplicemente ricorrendo a cause fisiche “non intelligenti”. Nel luglio 2005 la National Review pubblica un suo lungo e devastante saggio, dal titolo “Evolution and Me” che scatena, ancora una volta, un dibattito senza precedenti nel mondo accademico e politico statunitense. L’articolo è una sorta di “teoria unificata del metodo gilderiano” in cui tutte le intuizioni contenute nei lavori del futurologo statunitense – da “Sexual Suicide” a “Telecosm” – vengono utilizzate per sottolineare come il darwinismo sia ormai diventato un “ostacolo per l’avanzamento della scienza”. “Dopo circa un secolo di tentativi di appiattimento filosofico – scrive Gilder – abbiamo scoperto che l’universo è testardamente gerarchico (…) e nessuna accumulazione di conoscenza nella fisica e nella chimica è in grado di rivelarci il minimo insight sull’origine della vita, sui processi di calcolo, sulle fonti della coscienza, sulla natura dell’intelligenza o sulle cause della crescita economica (…) Il materialismo in genere, come il riduzionismo darwinista in particolare, contraddice se stesso. Come scrisse il biologo britannico Haldane nel 1927, ‘Se i miei processi mentali sono determinati interamente dal movimento degli atomi nel mio cervello, non ho ragione di supporre che le mie convinzioni siano vere; e dunque non ho ragione di supporre che la mia mente sia composta soltanto da atomi’. L’intelligent design è semplicemente un modo per rivendicare l’esistenza di un universo gerarchico (…) e si guarda bene dal sostenere che l’intelligenza manifestamente presente nell’universo sia di origine sovrannaturale”. La reazione dei neodarwinisti è scomposta. Abituati a dileggiare una destra religiosa che invoca l’interpretazione letterale della Bibbia e crede che la razza umana sia comparsa sulla Terra appena da pochi millenni, non sanno che pesci prendere quando si trovano a dibattere con persone che masticano con disinvoltura matematica applicata, ingegneria elettronica e biologia. Chris Mooney della rivista progressive The American Prospect, non trovando di meglio, ricorda i trascorsi “moderati” di Gilder e Chapman. E li accusa di essere diventati più estremisti degli estremisti che un tempo combattevano. Ma ci vuole altro per ribattere alle argomentazioni di Gilder e al suo durissimo attacco alla “trappola della superstizione materialistica” da cui prendono le mosse i lavori sull’Intelligent design. “Presentarci come trogloditi che credono nell’Arca di Noè è davvero bizzarro – dice – Ma se questo è il modo che hanno scelto per attaccarmi, peggio per loro. In realtà è tutto piuttosto divertente. E’ come se ti sparassero a bruciapelo mancandoti totalmente”. Così dopo qualche anno di dibattito sull’ID, con i neodarwinisti arroccati in difesa in tutto il mondo, Gilder può tranquillamente passare il testimone ai suoi colleghi del Discovery Institute, come Ann Gauger, Douglas Axe e Brendan Dixon. Per lui, a settantuno anni, è arrivato il momento di combattere un’altra battaglia della Culture war. E il fronte, stavolta, è in medio oriente.
The Israel Test
Non era certamente nelle intenzioni dell’autore – scrive Michael Medved nella sua recensione a “The Israel Test” – ma siamo di fronte a un libro che potrebbe provocare nei lettori ebrei un raro caso di invidia nei confronti dei wasp. Ci voleva un protestante al cento per cento come George Gilder, infatti, per trovare qualcuno con il coraggio di dare vita a un saggio così favorevole a Israele e agli ebrei”. E ci voleva Gilder per scrivere una verità che è spesso rimasta oscurata dalle nebbie del politicamente corretto: “Intrappolati nel dibattito sui suoi vizi e sui suoi errori, i critici di Israele non vedono il filo rosso che unisce la lunga storia dell’antisemitismo. Israele è odiato soprattutto per le sue virtù”. La tesi di Gilder è che le radici del conflitto mediorientale non siano legate al controllo del territorio o alla religione, ma siano soprattutto psicologiche e derivino dal risentimento nei confronti dei successi di Israele. L’antisionismo, insomma, è spinto dagli stessi fenomeni che hanno sempre alimentato l’antisemitismo: l’invidia e l’incapacità di comprendere il libero mercato. Emozioni che si manifestano con l’odio nei confronti dei commercianti, degli imprenditori, dei banchieri e degli altri creatori di ricchezza, soprattutto nel caso in cui una minoranza si distingue sotto il profilo economico. Le persone “normali”, secondo Gilder, non nutrono questo tipo di risentimento, tipico piuttosto delle élite intellettuali che diffondono un concetto tanto antico quanto falso: la povertà è causata sempre dallo sfruttamento, perché qualcun altro. Questo è il motivo per cui Israele divide il mondo: da una parte le Nazioni Unite, le organizzazioni internazionali e i dipartimenti umanistici delle università, che considerano il capitalismo come un gioco a somma zero, in cui il successo si ottiene a spese dei poveri e dell’ambiente; dall’altra, chi ammira i successi di Israele e capisce che il capitalismo è un gioco a somma positiva in cui tutti possono trarre benefici dalle fortune di chi è in grado di creare ricchezza. I collettivisti e i loro apologeti, dunque, invidiano Israele e gli ebrei perché non sono capaci di emularli. E la loro reazione è quella di tentare di distruggere tutto quello che mette in evidenza i loro fallimenti. Imprenditori e scienziati ebrei come Albert Einstein, Niels Bohr, Heinrich Hertz, John von Neumann e Richard Feynman sono il fondamento della rivoluzione tecnologica che ha disegnato la società contemporanea, ma Gilder analizza in dettaglio tutti i campi d’eccellenza che hanno portato Israele (soprattutto dopo le riforme economiche del primo governo Netanyahu) a diventare la nazione con il maggiore tasso di innovazione pro capite, superando addirittura gli Stati Uniti. Il destino di Israele, però, è appeso a un filo sottile: prevarranno le forze dell’invidia o quelle che riconoscono la forza creativa dell’eccellenza? È questo il “test” che deciderà le sorti, non solo dello stato ebraico, ma dell’intera civiltà occidentale.
Larry Silverbud, da Il Foglio di sabato 8 maggio 2010
giovedì 6 maggio 2010
UK: Final Predictions
| CON | LAB | LDEM | Con Lead | |
| Populus | 37 | 28 | 27 | +9 |
| ComRes | 37 | 28 | 28 | +9 |
| Opinium | 35 | 27 | 26 | +8 |
| ICM | 36 | 28 | 26 | +8 |
| YouGov | 35 | 28 | 28 | +7 |
| Angus Reid | 36 | 24 | 29 | +7 |
| Harris | 35 | 29 | 27 | +6 |
| TNS BMRB | 33 | 27 | 29 | +4 |
mercoledì 5 maggio 2010
Dems: primarie deserte
lunedì 3 maggio 2010
Idee Marginali
Late Surge?
venerdì 30 aprile 2010
Three Way is Better
In una sfida a tre, Crist raccoglie il 32% degli elettori di Obama, ma solo il 22% di quelli di McCain (e anche prima di mollare il partito “rubava” più elettori a Meek che a Rubio). Attualmente (sempre in una gara a tre), Crist raccoglie il 18% del voto repubblicano. È già poco, e si tratta di una percentuale destinata a scendere nei prossimi mesi (Jensen fa un paragone con Specter in Pennsylvania). Infine, il 45% dei democratici ha un'opinione favorevole di Crist (e solo il 29% una favorevole di Meek). Al contrario, il 52% dei repubblicani ha un'opinione favorevole di Rubio (contro il 28% per Crist). Fatevi un paio di conti e iniziate a pitturare di rosso la cartina del Sunshine State.
giovedì 29 aprile 2010
Ted, White & Blue
«If Sarah Palin played a loud, grinding instrument, she would be in my band. The independent patriotic spirit, attitude and soul of our forefathers are alive and well in Sarah». Ted Nugent, sul Time, dice la sua su Sarah Palin. A proposito, se non avete ancora letto Ted, White and Blue: The Nugent Manifesto, sappiate che vi siete persi uno dei libri più divertenti e più politicamente scorretti degli ultimi anni.
Useless Stimulus
Independent In Name Only
mercoledì 28 aprile 2010
MSM Addicted
Sad Meal
martedì 27 aprile 2010
Centrodestra cercasi
Simone Bressan, su Freedom Land. Lettura obbligatoria.
Techno-GOP
giovedì 22 aprile 2010
Suburban Revolutionaries
«(...) Secondo alcuni storici, la Rivoluzione francese non fu causata dalla povertà o dall'ideologia, ma dal collasso di aspettative eccessive. Quando ti aspetti che le cose possano andare meglio, ma improvvisamente iniziano ad andare peggio, ecco che scatta la rivoluzione. Se questa teoria ha un fondamento, è il caso di aspettarsi una versione “suburbana” della Rivoluzione francese alle elezioni di mid-term di novembre. Gli abitanti dei sobborghi che un tempo si aspettavano un futuro di mobilità sociale verso l'alto, oggi affrontano la triste realtà di budget scoppiati, debiti cronici, scuole mediocri, strade congestionate e crimine dilagante. E non sono per niente contenti. L'elettore suburbano, che si era progressivamente spostato a sinistra nell'ultimo decennio, sta rapidamente tornando a destra. I repubblicani, se sono intelligenti , troveranno un modo per attrarre questi elettori e riportarli nel loro partito, prima che questi rivoluzionari suburbani decidano di costruirselo da soli, il partito». John Feehery, via The Weekly Standard (si consiglia vivamente la lettura completa).
mercoledì 21 aprile 2010
Double Standard
martedì 20 aprile 2010
venerdì 16 aprile 2010
Jewish Meltdown
giovedì 15 aprile 2010
Mignolo alzato
UPDATE. The Great Tea-Bait, James Taranto sul Wall Street Journal.
mercoledì 14 aprile 2010
Al peggio non c'è mai fine
Ron '12
venerdì 2 aprile 2010
SuperStorm
New Low
Break Up the Banks
mercoledì 31 marzo 2010
L'Onore dei Frizzy
Entrando in dettaglio, l'Ippodromo di Frizzy ha avuto la performance migliore in due regioni (Lombardia e Calabria), salendo sul podio in altre sei (Piemonte, Veneto, Liguria, Emilia, Umbria e Campania): un'ottima prova di solidità complessiva con poche sbavature. Tre primi posti (Piemonte, Campania e Marche) ma “solo” due presenze sul podio (Lazio e Puglia) per l'Ippodromo Digital. Si segnalano con due vittorie anche l'Ippodromo de l'Emegé (cinque volte sul podio), l'Ippodromo Meneghino (più un podio) e l'Ippodromo di Nancy (un podio anche in questo caso). Una vittoria (Veneto) e tre podii (Toscana, Basilicata e Calabria) anche per l'Ippodromo di Spinòl. Una vittoria e un podio per l'Ippodromo di Nicholas.
Interessante anche notare come la media delle rilevazioni cronometriche calcolata da Notapolitica.it nelle settimane precedenti ai Grand Prix regionali sia uscita dal “margine d'errore” soltanto in 4 casi su 13 (Umbria, Campania, Basilicata e Calabria), quasi sempre in competizioni in cui il nome del vincitore era scontato. Una buona performance complessiva dunque, per il sistema nazionale degli Ippodromi, che - dopo qualche anno di appannamento - potrebbe rilanciare il glorioso sport dell'ippica nella considerazione dell'opinione pubblica.
Clicca sull'immagine per ingrandire
lunedì 29 marzo 2010
SuperMappa e SuperMedie
PIEMONTE: Fan Bressol +1.0
LOMBARDIA: Formighenne +22.4
LIGURIA: Fan Burlan +2.4
VENETO: Zaienne +31.9
EMILIA-ROMAGNA: Fan Erran +19.1
TOSCANA: Fan Rouge +21.6
MARCHE: Fan Casser +12.2
UMBRIA: Fan Marin +12.5
LAZIO: Fan Bonin +0.6
CAMPANIA: Caldenne +2.8
PUGLIA: Fan Vendol +3.7
BASILICATA: Fan De Philippe +15.0
CALABRIA: Scopellenne +18.2

























