martedì 16 marzo 2010

Maledetta riforma

Larry Silverbud, su Il Foglio di oggi

THEODORE ROOSEVELT (1912)
Tutto inizia con un alce. Un alce maschio, per la precisione. O un “bull moose”, come gli americani chiamano il gigantesco cervide che ogni anno, in Siberia, Scandinavia e Alaska, uccide più uomini dei grizzlies. È un “bull moose”, infatti, il simbolo del Progressive Party creato nel 1912 da Theodore Roosevelt dopo il suo divorzio dal partito repubblicano. Ed è sotto l’insegna dell’alce che Roosevelt presenta una piattaforma programmatica – “A Contract with the People” – in cui, per la prima volta nella storia statunitense, è presente un piano per garantire una copertura sanitaria universale a tutti i cittadini ameriacani.

Roosevelt, diventato nel 1901 (a 42 anni) il più giovane presidente degli Stati Uniti, dopo l’assassinio di William McKinley (di cui era il vice), viene rieletto con un ampio margine nel 1904, ma nel 1908 decide di non correre per un terzo mandato, lasciando via libera a William H. Taft e partendo per un lunghissimo safari in Africa (oltre 10mila animali uccisi, tra cui sei rinoceronti bianchi) per conto del National Museum. Neppure il brivido della caccia grossa, però, è sufficiente per guarire Teddy dal virus della politica. Taft, secondo lui, ha impresso al GOP una piega troppo smaccatamente pro-business. Mentre il partito – e l’America – hanno un disperato bisogno di recuperare la propria anima populista. Roosevelt sfida Taft alle primarie repubblicane, ma la sua campagna elettorale parte troppo in ritardo, quando il presidente può già contare sull’appoggio dell’establishment del partito. Così, quando alla Convention di Chicago Teddy si rende conto di non avere abbastanza delegati per poter sconfiggere Taft, si decide a compiere il grande salto: diventa il candidato del Progressive Party e punta forte sul sogno della “sanità per tutti”, che fino a quel momento aveva fatto capolino soltanto in qualche pamphlet socialista di inizio secolo.

Purtroppo per Roosevelt, alle primarie i democratici scelgono il loro progressista migliore, Woodrow Wilson. E il ticket del Bull Moose Party, pur conquistando più voti elettorali di quasiasi altro terzo partito nella storia americana (prima e dopo), non va oltre il 27% del voto popolare. Meglio del GOP (fermo al 23%), ma molto peggio dei democratici, che schizzano al 42%, ringraziano sentitamente e portano Wilson alla Casa Bianca. Per qualche decennio, di riforma sanitaria non si sentirà più parlare.

FRANKLIN DELANO ROOSEVELT (1935)
Sarà un lontano cugino di Theodore Roosevelt, Franklin Delano, a riportare il tema della sanità “pubblica” sul tavolo della politica statunitense. Dopo l’orgia interventista dei primi “100 giorni” del suo primo mandato, FDR deve aspettare le elezioni di mid-term del 1934 – in cui i democratici conquistano solide maggioranze sia alla Camera che al Senato – per dare corpo a una struttura legislativa compiuta del New Deal. Tra queste misure ci sono la creazione della Work Progress Administration (Wpa), un’agenzia nazionale che darà lavoro (“scava la buca, riempi la buca”) a quasi due milioni di americani, il Wagner Act con cui ai lavoratori viene concesso il diritto federale di organizzarsi in sindacati, scioperare e firmare contratti collettivi e, soprattutto, il Social Security Act con cui viene creata quella rete di sicurezza sociale (e di “dipendenti” dal welfare) che consentirà ai democratici di governare per decenni.

La “quarta gamba” della seconda ondata New Deal, in teoria, dovrebbe essere un piano nazionale di assicurazione sanitaria finanziato con denaro pubblico. Roosevelt sceglie anche i due “architetti” più adatti per dare vita al suo progetto: Edgar Sydenstricker, capo del dipartimento di statistica del Public Health Service (Phs) e Isidore S. Falk, che lavora al Committe on Economic Security creato qualche mese prima dal presidente. Se, però, il New Deal del 1933 è stato approvato praticamente senza opposizione, quello del 1935 incontra la durissima resistenza della classe imprenditoriale, di quello che è rimasto del partito repubblicano, di un manipolo di combattivi conservatori democratici (Al Smith su tutti) e di alcune organizzazioni come la American Liberty League. Sul piano sanitario, poi, Roosevelt incontra un’opposizione addirittura feroce, quella della American Medical Association (Ama). L’associazione dei medici americani, sotto la guida di Morris Fishbein, parla del progetto come di «un passo risoluto verso il comunismo o il totalitarismo». Una definizione che scuote l’opinione pubblica e molti membri del Congresso. È proprio il capo del Committe on Economic Security, Frances Perkins, a suggerire a Roosevelt un passo indietro, per paura che l’opposizione crescente al piano sanitario possa compromettere tutto il Social Security Act. La riforma, ancora una volta, è rinviata a data da destinarsi.

HARRY TRUMAN (1945)
Dopo la morte di Franklin Delano Roosevelt, avvenuta pochi mesi dopo la rielezione del 1944, arriva alla Casa Bianca un altro tenace sostenitore di un piano di sanità pubblica: Harry Truman. Ma dopo il tentativo fallito da FDR e la fine della seconda guerra mondiale l’argomento è ormai diventato uno spartiacque ideologico. Per i conservatori, la resistenza contro l’introduzione della “socialized medicine” è un elemento centrale nella montante battaglia contro il comunismo internazionale. Per i progressisti, è addirittura impensabile che gli Stati Uniti non siano ancora dotati di un sistema sanitario pubblico come quasi tutti i paesi europei.

Il piano di Truman del 1945 è più “estremo” di quello di Roosevelt, perché prevede un singolo sistema universale, pubblico e valido per tutti, non soltanto per le classi più bisognose. Il Congresso reagisce piuttosto freddamente. Il leader repubblicano del Senato, Robert Taft (il figlio dell’ex presidente William H.), non usa giri di parole: «Lo considero un progetto socialista. Anzi, credo che sia la misura più socialista mai sbarcata al Congresso degli Stati Uniti». Per Taft, e per i repubblicani in genere, questa «assicurazione sanitaria obbligatoria» esce direttamente dalle pieghe della costituzione sovietica. E anche l’Ama, la American Hospital Association, la American Bar Association e gran parte della stampa nazionale disapprovano con forza il piano di Truman, che stenta a decollare sia alla Camera che al Senato.

Alle elezioni di mid-term del 1946, poi, il GOP riesce a riconquistare il controllo del Congresso. E frena il progetto fino alle presidenziali del 1948. Dopo la (risicata) vittoria di Truman, però, sembra proprio che l’Armageddon sia sul punto di compiersi. L’associazione dei medici americani e i repubblicani si preparano al peggio, continuando denunciare la potenziale deriva comunista degli Stati Uniti. In un volantino distribuito dall’Ama, viene citata una frase di Lenin che definisce la “socialized medicine” come l’architrave di uno stato socialista. Stavolta la sorte aiuta gli oppositori di Truman: pochi mesi dopo la re-introduzione del bill al Congresso, infatti, scoppia la Guerra di Corea. Per qualche anno gli americani, di comunismo (vero o presunto), non avranno nessuna intenzione di sentir parlare. E non sarà certo Truman a stuzzicarli sull’argomento.

LYNDON JOHNSON (1965)
Pur senza riuscire a portare a termine la riforma sanitaria, Truman riesce comunque a riportare l’argomento al centro del dibattito politico nazionale e a renderlo parte permanente delle piattaforme elettorali democratiche. Il momento giusto per raccogliere questa eredità arriva dopo l’elezione “a valanga” di Lyndon Johnson nel 1964. Sull’onda delle elezioni presidenziali, i repubblicani al Congresso sono ridotti ai minimi termini (e in piena ricostruzione ideologica dopo la rivoluzione conservatrice goldwateriana) e i democratici possono contare su oltre 150 seggi di vantaggio alla Camera (295 a 140) e su una maggioranza di 68 a 32 al Senato. Perfino in una situazione tanto favorevole, Johnson si rende conto che deve agire in fretta, se vuole inserire la sanità nel suo progetto di Great Society.

Il presidente, a differenza dei suoi predecessori, rinuncia fin dall’inizio a pretese “universali” per concentrarsi sulle fasce sociali più bisognose: gli anziani e i poveri. Cambiando in questo modo i termini del dibattito, malgrado la forte resistenza repubblicana e dell’American Medical Association Johnson riesce ad evitare gli scogli parlamentari più insidiosi, dimostrandosi molto abile nel negoziare un compromesso efficace. Il presidente concede qualcosa ai dottori (soprattutto rimborsi statali per le loro prestazioni), agli ospedali (rimborsi e copertura dei costi) e ai repubblicani (il passaggio da un piano universale ad uno volontario, anche se finanziato dal governo). I frutti di questa mediazione sono il Medicare, che garantisce la copertura assicurativa sanitaria ai cittadini di età superiore ai 65 anni, e il Medicaid, che controlla i piani sanitari amministrati dai singoli stati. I due provvedimenti vengono approvati come emendamenti al Social Security Act e diventano legge durante una cerimonia ufficiale alla Casa Bianca, il 30 luglio del 1965, quando il Johnson firma i provvedimenti consegnando la prima tessera Medicare all’ex presidente Truman, che ha da poco compiuto 81 anni. Dopo trent’anni di sconfitte, i democratici possono finalmente celebrare una vittoria. Ma il loro sogno è ancora molto lontano dall’essere realizzato.

BILL CLINTON (1993)
Nel 1992, dopo molti decenni di stallo (compreso un tentativo fallito di Ted Kennedy durante la presidenza di Jimmy Carter), Bill Clinton riporta la riforma sanitaria sotto i riflettori della politica nazionale. E ne fa uno dei suoi cavalli di battaglia per la campagna elettorale che lo porta alla Casa Bianca (grazie, soprattutto, a Ross Perot e alle divisioni interne al movimento conservatore). Il piano di Clinton è ambizioso: garantire una copertura sanitaria universale a tutti gli americani. Nel gennaio del 1993, subito dopo l’Inauguration Day, Slick Willie crea una task-force per affrontare il problema e ha la brillante idea di affidarla alla moglie Hilllary. La mossa, unita alla fissazione per la segretezza della First Lady, porta l’amministrazione in tribunale, con l’accusa di aver violato i requisiti minimi di trasparenza governativa stabiliti dal Federal Advisory Committee Act (Faca). I guidici salvano il “dinamico duo” per un pelo, ma l’avventura sembra nascere fin dall’inizio sotto un cattivo presagio.

Il “discorso alla nazione” del presidente, di fronte alle sessioni congiunte di Camera e Senato, nel 22 settembre 1993, non sposta di molto l’opposizione al progetto, che continua a crescere nel paese e al Congresso. La task force di Hillary partorisce un mostro di oltre mille pagine (vi ricorda qualcosa?) che cerca goffamente di conciliare il dna statalista del progetto con il tentativo di mantenere in vita una qualche forma di competizione nel sistema. Tra gli oppositori più attivi, oltre all’industria assicurativa e alle associazioni dei medici, c’è il Project for Republican Future di William Kristol, che inonda di fax i rappresentanti repubblicani al Congresso con “political memos” che diventano presto leggendari. La Health Insurance Association spende quasi 20 milioni di dollari per una serie di spot televisivi dove una coppia di mezza età (Harry e Louise) compie mille peripezie per affontare la complessità burocratica di quello che la stampa ha ormai ribattezzato “Hillarycare”. E anche i mass media di orientamento liberal - Washington Post e New York Times, ma anche CBS News e CNN - iniziano a chiedersi se la soluzione proposta dall’amministrazione Clinton sia effettivamente praticabile.

Le cose non vanno meglio al Congresso. Per senatore democratico Daniel Patrick Moynihan, «chiunque pensi che il piano di Clinton possa funzionare nel mondo reale, evidentemente non vive nel mondo reale». E molti democratici, invece di serrare i ranghi dietro la proposta originale della Casa Bianca, iniziano a proporre piani alternativi. Nell’agosto del 1994, il leader democratico del Senato, George J. Mitchell, elabora un compromesso che esclude dal piano le piccole imprese, cercando di vincere l’ostruzionismo repubblicano e le perplessità dei democratici più conservatori. Ma il tentativo va a vuoto. E qualche settimana più tardi Mitchell si arrende, dichiarando che la riforma sanitaria avrebbe dovuto aspettare il prossimo Congresso.

Le elezioni di mid-term del novembre 1994 diventano un referendum sul “big government” e il GOP ha buon gioco nel denunciare l’Hillarycare come l’esempio più vistoso dello statalismo liberal che pervade l’amministrazione Clinton. Il risultato di questo referendum è nettissimo. Spinti dal Contract with America di Newt Gingrich, i repubblicani stravincono e conquistano il controllo di Camera e Senato per la prima volta dal 1954. Per sopravvivere politicamente, Clinton è costretto ad una svolta “centrista” che gli garantisce la rielezione nel 1996. Ma di riforma sanitaria, dalle parti di Pennsylvania Avenue, non si sentirà più parlare. Almeno fino a Barack H. Obama.

Corse Clandestine/Grand Prix della Lombardia

Tre cavalli in gara, un favorito d'obbligo (che però ha rischiato di non presentarsi alla partenza per una serie di inghippi burocratici). La diretta del Gran Prix di Lombardia, dall'Ippodromo del NordEst, su Notapolitica.it.

lunedì 15 marzo 2010

Corse Clandestine/Grand Prix del Veneto

La prima corsa clandestina regionale si corre in Veneto, nel piccolo ma fidato Ippodromo del NordEst. Tre purosangue si sfidano davanti a 1300 spettatori. Su Notapolitica.it.

sabato 13 marzo 2010

Corse Clandestine/Grand Prix de La Lagune

Ricominciano da oggi su Notapolitica.it le corse clandestine che ci vedranno impegnati a seguire 13 Grand Prix Regionali e diversi Grand Prix Cittadini. Iniziamo offrendovi in esclusiva una corsa cittadina davvero prestigiosa, il Grand Prix de la Lagune, che vede impegnati cavalli di assoluto livello. Ready? Set. Go!

Corse Clandestine 2010





venerdì 12 marzo 2010

Regionali 2010 - Ultimo Sondaggio SpinCon

Lombardia, Veneto e Calabria assegnate al centrodestra; Toscana, Umbria, Emilia Romagna, Marche e Basilicata ormai nella colonnina del centrosinistra, Puglia con Vendola in vantaggio, Campania con Caldoro davanti e guerra all'ultimo voto in Piemonte, Liguria e Lazio: è questo lo scenario disegnato dall'ultimo sondaggio SpinCon pubblicato oggi dal quotidiano online Notapolitica.it. Il miracolo per Renata Polverini sarebbe quindi ancora possibile considerato che, nonostante il caos liste di questi giorni, il vantaggio di Emma Bonino non riesce ad andare oltre il 2.4%, un margine assolutamente recuperabile nelle prossime due settimane di campagna elettorale. Anche senza la lista targata Pdl, infatti, il centrodestra risulta assolutamente competitivo e la discesa in campo in prima persona di Berlusconi potrebbe spostare gli equilibri. In ogni caso, sarà sfida al photofinish. Così come è battaglia all'arma bianca in Piemonte dove, nonostante l'appoggio anche dell'Udc, Mercede s Bresso non riesce ad allungare sul leghista Cota. I due sono divisi da meno di mezzo punto percentuale con il candidato del centrodestra che da fine gennaio ad oggi è riuscito a guadagnare ben 3 punti percentuali e pare oggi in corsia di sorpasso. In Liguria, altra regione in bilico, il candidato del centrosinistra sembra essere in leggerissimo vantaggio. Anche qui un ruolo decisivo potrebbe giocarlo il "traino" nazionale, ma Biasotti parte con un gap difficile da colmare. La Puglia sembra invece ormai persa per il candidato Pdl Palese, distanziato di 6 punti da Vendola e che si vede portar via una fetta consistente di consenso da Adriana Poli Bortone. La candidata centrista è accreditata di un lusinghiero 9.7%. Troppo poco per vincere le elezioni in solitaria ma sufficiente a far perdere il blocco moderato a vantaggio del candidato di Sinistra-Ecologia e Libertà.

Da domani, su Notapolitica.it, allacciatevi le cinture: tornano le Corse Clandestine.

martedì 9 marzo 2010

Democrazia

Mentre il sistema politico italiano offre al mondo lo spettacolo penoso della propria decadenza – a colpi di carte bollate, ricorsi e controricorsi, minacce di piazza e strilli bipolari al golpe antidemocratico – c’è un pezzo di mondo che muore. Un pezzo di mondo derubato (davvero) della democrazia e delle libertà fondamentali che dovrebbero essere garantite a ogni essere umano. Ma siamo troppo affascinati dalle querelle su firme, timbri e panini per accorgerci della sua esistenza. E così, mentre l’Onu dei “grandi” e dei dittatori accarezza l’idea di concedere all’Iran di Ahmadinejad un seggio al Consiglio per i diritti umani (dopo averne dato la presidenza alla Libia di Gheddafi), nell’indifferenza generale si è consumato il Summit di Ginevra che ha visto sfilare dissidenti da tutto il mondo, con le loro terribili testimonianze. Studenti, attivisti per i diritti umani e semplici cittadini sono arrivati dalla Cina, dal Tibet, dal Sudan, dalla Corea del Nord, da Cuba, dal Venezuela, dalla Birmania, dall’Indonesia per raccontare le loro storie, la loro disperata ricerca di libertà.

Ma la nostra grassa democrazia, con la pancia piena e le tasche unte, è troppo impegnata a piroettare su se stessa per smettere, fosse anche per un giorno, di interrogarsi sulla trigonometria dei timbri e sull’ermeneutica delle firme. Per uscire, una volta tanto, dal provincialismo auto-referenziale che l’ha ormai colpita a morte. In gioco ci sono questioni serie, come un manipolo di posti di sottogoverno locale e qualche assessorato alla sanità, mica sciocchezze come il diritto ad esistere. E mentre i cittadini iracheni sfidano le bombe dei terroristi per intingere le loro dita nell’inchiostro indelebile della democrazia, la classe politica italiana non riesce neppure a raccogliere qualche migliaio di firme senza cadere nella tentazione della scorciatoia furbetta, del lei-non-sa-chi-potrei-essere-io.

Intanto lunedì a Ginevra ha parlato Yang Jianli, il dissidente che molti ritengono essere “l’uomo col sacchetto” che frenò per qualche minuto – a Piazza Tiananmen – l’avanzata dei carri armati cinesi. Un’icona vivente. Quasi come Alfredo Milioni e il suo panino immaginario.

mercoledì 3 marzo 2010

Dagli amici mi guardi Iddio...

(DIRE) Roma, 3 mar. - "Colpisce che questi errori si siano verificati in Lombardia e nel Lazio, in due regioni strategiche. Dare la colpa ai radicali o ai magistrati non ha senso. E' il Pdl che deve riflettere su se stesso, sulla sua organizzazione che evidentemente a livello periferico dimostra delle lacune spaventose". Cosi', ai microfoni di Cnrmedia, Alessandro Campi, direttore di "Farefuturo", la fondazione di Gianfranco Fini commenta le vicende delle elezioni regionali. "Bisogna prendere atto di questi problemi, denunciati piu' volte in questi mesi - sottolinea- il rapporto tra centro e perfiferia nel Pdl non funziona. Il Pdl - continua - deve prendere quello che e' successo come una lezione salutare. Regolamenti e norme di legge non possono essere considerati orpelli. Da sempre - continua Campi - i radicali utilizzano dei cavilli burocratici per la loro battaglia poltica, e' una loro vecchia regola, persone che sono in politica da decenni dovrebbero saperlo. Le regole in democrazia sono sostanza. Si deve avere il coraggio di ammettere gli errori che sono stati commessi. Bisognava pensarci prima".

SE FOSSE SUCCESSO A CENTROSINISTRA SAREMMO GIA' IN PIAZZA (ANSA) - ROMA, 3 MAR - 'Se fosse successo a noi del centrosinistra saremmo gia' in piazza. Se i giudici escludono Formigoni in Lombardia e il Pdl a Roma, vanno oltre il loro ambito e compiono un atto che somiglia a un golpe'. Mario Adinolfi sul suo blog contesta cosi' le esclusioni di candidati e liste di centrodestra dalle prossime regionali: 'Voglio che il centrosinistra vinca le elezioni, senza scorciatoie e soprattutto senza appoggiarsi alla magistratura, perche' se passa questo precedente le conseguenze possono essere pericolosissime per la democrazia. Se fosse successo ai nostri saremmo gia' in piazza' ribadisce aggiungendo che 'la democrazia si difende sempre e la possibilita' degli elettori di centrodestra di votare il centrodestra va salvaguardata anche da noi di centrosinistra'.(ANSA).

martedì 2 marzo 2010

Al Gore Lied, People Died

Una bambina di sette mesi è sopravvissuta per tre giorni con una pallottola nel petto, accanto ai cadaveri dei genitori e del fratello. Gli argentini Francisco Lotero, 56 anni, e Miriam Coletti, 23 anni, hanno sparato ai loro figli prima di uccidere se stessi, dopo aver stretto quello che sembra un "patto suicida per paura del global warming". Il loro figlio Francisco, di due anni, è morto all'istante dopo essere stato colpito alla schiena. Ma la bambina è sopravvissuta perché la pallottola sparata dalla pistola del padre non ha colpito nessun organo vitale. (Daily Mail)

Pensate ai titoli dei giornali se il "patto suicida" (e omicida) fosse stato stretto sull'eccessiva pressione fiscale invece che sulla "paura del global warming".

martedì 23 febbraio 2010

Road-map per un miracolo


Larry Silverbud
su Il Foglio di oggi


Se appena un mese fa un analista politico americano avesse ipotizzato la possibile riconquista del Congresso da parte del GOP alle prossime elezioni di mid-term, lo sventurato sarebbe stato costretto a cambiare mestiere, inseguito dalle risate di scherno dei colleghi. Poi, però, è arrivata la vittoria di Scott Brown in Massachusetts. Ed è cambiato tutto. Lo swing di consensi a favore dei repubblicani nel Bay State tra il novembre 2008 (Obama +26%) e il gennaio 2010 (Brown +5%) è stato di 31 punti percentuali: qualcosa di gigantesco, oltre che di inaspettato.

Martedì 2 novembre 2010, gli americani voteranno per rinnovare tutti i 435 seggi della Camera, 36 dei 100 seggi del Senato e 37 governatori su 50. Un test elettorale importante, non solo per valutare la tenuta dell’amministrazione Obama a metà mandato, ma anche per delineare gli equilibri politici futuri della politica statunitense. E se, fino a poche settimane fa, i democratici puntavano a consolidare – magari rendendola permanente – la “maggioranza strutturale” ottenuta sulla scia dell’elezione del primo presidente nero, oggi i repubblicani possono permettersi di sognare una clamorosa rivincita.

LA RICONQUISTA DELLA CAMERA
Basterebbe un’onda “rossa” molto più contenuta di quella che ha travolto il Massachusetts per riportare nella colonna del GOP quei 48 distretti della Camera che, nel 2008, hanno eletto un congressman democratico ma hanno votato per John McCain alle elezioni presidenziali. E i repubblicani potrebbero accontentarsi di vincere nell’83% di quei collegi per riconquistare il controllo della Camera. La vittoria di Brown nel collegio storico della Dinastia Kennedy, poi, ha già spinto un buon numero di potenziali candidati repubblicani - che erano rimasti nell’ombra in attesa degli eventi – ad annunciare la loro volontà di correre nei distretti più deboli controllati dei democratici, come quelli dei blue dog del Sud, colpiti duramente dall’Obamacare nel già complicato rapporto con la propria constituency.

La riconquista della Camera (oggi i Dems possono contare su 258 seggi contro i 178 del GOP) sembra insomma possibile. Sempre, naturalmente, che l’attuale clima politico di rivolta anti-statalista sia in grado di resistere fino a novembre. A rischio, per i democratici, sono soprattutto distretti conservatori della Bible Belt (Alabama 2, Arkansas 1, Louisiana 3, Mississippi 1, Tennessee 6 e 8), ma anche alcuni distretti dell’Ovest (Colorado 4, Idaho 1, Kansas 3, New Mexico 2) e di purple states che nel 2008 hanno votato per Obama (Florida 8, Michigan 7, Ohio 1 e 15, Pennsylvania 7 e 12, Virginia 5). A completare il quadro di una potenziale disfatta, poi, ci sono un pugno di distretti in bilico in stati con una consolidata tradizione democratica (Maryland 1 e Washington 3 sono solo un paio di esempi).

Secondo il Cook Political Report, dei 50 distretti più in bilico della Camera, 40 sono attualmente controllati dai democratici. Mentre la Crystal Ball di Larry Sabato attualmente prevede 27 pick up per il GOP, una cifra che porterebbe la maggioranza democratica alla Camera da un rinfrescante +80 a uno striminzito +26. Il “ribaltone” è tutt’altro che scontato, insomma, ma ormai quasi tutti scommettono su un guadagno consistente di seggi alla Camera per i repubblicani.

GOVERNATORI IN SALDO
Oltre che alla Camera, il GOP sembra avviarsi verso un buon risultato anche nelle corse alle poltrone di governatore, in cui al momento i democratici sono in vantaggio 26 a 24 (dopo le vittorie repubblicane dello scorso novembre in Virginia e New Jersey). Nel 2010 saranno in gioco ben 37 statehouse. Il moltissimi stati, però, le corse sono ancora a livello “embrionale” e diventa molto complicato farsi un’idea precisa del potenziale risultato senza conoscere il nome degli sfidanti. Secondo Larry Sabato, comunque, se le elezioni si svolgessero oggi i repubblicani conquisterebbero 9 governatori a danno dei democratici, perdendone a loro volta 3, con un bilancio netto di +6 che sposterebbe i rapporti di forza verso un rassicurante 30 a 20. Anche per Scott Elliot di Election Projection, il “blogging Caesar” con un impressionante record positivo di previsioni elettorali, i democratici sarebbero destinati a perdere 9 governatori, strappandone però 5 ai repubblicani. Elliot prevede anche la vittoria dell’indipendente Lincoln Chafee (ex senatore del GOP) in Rhode Island. E questo porterebbe lo score sul 27 a 22 per i repubblicani (con Chafee a fare il “cinquantesimo uomo”).

Incrociando le previsioni di Sabato ed Elliot, i pick up del GOP potrebbero essere Iowa, Kansas, Maryland, Michigan, Ohio, Oklahoma, Pennsylvania, Tennessee e Wisconsin. Mentre i Dems dovrebbero sfondare in California e Hawaii, con buone speranze di vittoria in Connecticut e Vermont. Si tratta comunque di pronostici da prendere con le molle, perché mancano ancora molti mesi alle elezioni e perché su 37 corse ben 21 non avranno un incumbent in lizza (e in altre 4 l’incumbent potrebbe perdere le primarie del proprio partito). Comunque vada, la metà delle statehouse cambierà proprietario a novembre. Un turnover impensabile in qualsiasi altra democrazia occidentale.

SENATO, MISSIONE IMPOSSIBILE?
Se la riconquista della Camera e il contro-sorpasso nel computo dei governatori sono due operazioni molto difficili, ma non impossibili, per il GOP la vittoria assumerebbe contorni schiaccianti nel caso di “ribaltone” al Senato. Per qualche mese, dopo la sofferta (e contestata) vittoria al recount di Al Franken contro Norm Coleman in Minnesota, i democratici hanno potuto contare al Senato sulla cosiddetta “supermajority”, quei 60 seggi che permettono al partito di maggioranza di aggirare qualsiasi tattica ostruzionistica dell’opposizione. Con l’elezione di Scott Brown, però, i democratici hanno perso questa storico vantaggio. E a novembre rischiano, nel migliore dei casi, di allontanarsi ancora di più dal “magic number”. Ma esiste davvero la possibilità che il GOP riesca a strappare quei dieci seggi (in caso di perfetta parità il voto decisivo sarebbe quello del vicepresidente Joe Biden) che consentirebbero al partito di riconquistare il pieno controllo del Senato? La montagna da scalare è altissima, ma basta fare un salto all’indietro di un paio di mesi per capire quanto sia cambiato lo scenario elettorale.

Secondo Nate Silver di FiveFortyEight.com, l’analista di sondaggi più lucido della sinistra americana, a dicembre il Massachusetts era in 26ª posizione nella classifica dei seggi con maggiore probabilità di cambiare partito. E prima di Casa Kennedy c’erano altri 12 seggi democratici considerati maggiormente a rischio di pick up. Due in più, insomma, di quanti ne servirebbero al GOP per riconquistare la maggioranza al Senato. In quest’ultimo mese, poi, le “classifiche” degli esperti sono cambiate sensibilmente. Proviamo a percorrerle in salita, partendo dai pick up potenzialmente più “facili” per il GOP, per poi addentrarci nei meandri della “missione impossibile”.

I MAGNIFICI QUATTRO
In quattro stati i repubblicani dovrebbero avere vita piuttosto facile, a meno di grandi scossoni da qui a novembre. Il primo è il North Dakota, dove al ritiro del democratico Byron Dorgan (che avrebbe avuto chance consistenti di riconferma), si è aggiunta la discesa in campo dell’attuale governatore repubblicano John Hoeven. Nei sondaggi più recenti, Hoeven batte la probabile candidata democratica Heidi Heitkamp con margini sempre superiori ai 20 punti percentuali. E gli avversari della Heitkamp alle primarie (8 giugno) vanno addirittura peggio.

Poi c’è il Nevada, dove l’incumbent democratico è il leader della maggioranza al Senato, Harry Reid. Secondo Nate Silver, con lui in campo i Dems non hanno più del 20% di probabilità di mantenere il seggio, complice anche un indice d’approvazione (o meglio, di disapprovazione) con pochi precedenti nella storia elettorale degli Stati Uniti. L’uomo giusto, per i Dems, poteva essere il popolare sindaco di Las Vegas, Oscar Goodman, l’unico – nei sondaggi – in grado di battere il trio di potenziali candidati repubblicani (Sue Lowden, Danny Tarkanian e Brian Krolicki) che si sfideranno alle primarie dell’8 giugno. Per il GOP è un seggio quasi sicuro.

Il 18 maggio, alle primarie repubblicane dell’Arkansas, il repubblicani sceglieranno il proprio candidato per sfidare l’incumbent Blanche Lincoln. Nel 2010, il Natural State sembra destinato ad essere terra di conquista per i repubblicani. Dei quattro front-runner del GOP, il congressman John Boozman è il favorito; ma negli ultimi sondaggi anche Gilbert Baker, Kim Hendren e Curtis Coleman sono in vantaggio abbastanza comodamente nei confronti della Lincoln.

Il quarto stato “facile” per il GOP è il Delaware. Il trend elettorale dello stato che ha visto Hoover prevalere su Roosevelt nel 1932 e Dewey battere Truman nel 1948, negli ultimi decenni ha preso una piega estremamente favorevole al partito democratico. Ma questa tendenza rischia di capovolgersi a novembre, vista la decisione di Joseph “Beau” Biden (attorney general dello stato e primogenito del vicepresidente Biden) di non partecipare alla contesa del seggio lasciato libero dal padre (e occupato, nell’ultimo biennio, dal suo collaboratore Ted Kaufman). Il candidato repubblicano, con ogni probabilità, sarà Mike Castle, mentre i democratici dovranno “accontentarsi” del county executive di Wilmington, Chris Coons, che nei sondaggi accusa spesso svantaggi in doppia cifra.

INDIANA, PENNSYLVANIA, COLORADO E... ILLINOIS!
Dopo il ciclone-Massachusetts, i repubblicani hanno iniziato a guardare con interesse al seggio di Evan Bayh in Indiana, ma l’unico repubblicano in grado di impensierirlo seriamente sarebbe stato Mike Pence, attuale numero 3 del GOP alla Camera e astro nascente del movimento conservatore, o magari il segretario di stato Todd Rokita. Nessuno dei due, però, sembrava avere intenzione di correre. Almeno fino alla notizia del clamoroso ritiro di Bayh, che ha rimesso inaspettatamente in gioco l’Indiana, facendone una delle possibilità di pick up più appetitose per il partito repubblicano.

Secondo Scott Ellis è il quinto stato “più facile” per un pick up repubblicano. Per Nate Silver, una vittoria del GOP è addirittura più probabile che in Delaware. Mentre per Larry Sabato e Cook Report siamo ancora fermi a un toss-up. Stiamo parlando del seggio della Pennsylvania controllato da Arlen Specter (ex Rino: republican in name only) passato di recente nelle file democratiche. Specter, che ha indici di popolarità molto bassi, dovrà prima sbarazzarsi di Joe Sestak alle primarie democratiche del 18 maggio. Poi, in caso di vittoria, il suo avversario sarà Pat Toomey, presidente del think-tank liberista Club for Growth, una delle forze trainanti del movimento che ha dato vita ai Tea Party. Fino a qualche mese fa, la candidatura di Toomey era considerata troppo “estrema” per uno stato come la Pennsylvania. Ma ormai da qualche settimana il repubblicano è costantemente in testa nei sondaggi.

Uno degli stati vinti da Obama nel 2008, in cui il presidente sta incontrando maggiori difficoltà nei sondaggi (soprattutto tra gli elettori indipendenti) è senza dubbio il Colorado. E il suo job approval balbettante rischia di rimbalzare anche sulle elezioni di novembre, in cui sia l’incumbent democratico Michael Bennet che il suo sfidante alle primarie del 10 agosto, Andrew Romanoff, stentano nei confronti dei due front-runner repubblicani, Jane Norton e Ken Buck.

Incredibilmente, il “settimo indiziato” è proprio lo stato in cui Obama ha posato le fondamenta della sua straordinaria (finora) carriera politica: l’Illinois. In questo caso, complici le elezioni primarie estremamente anticipate, i candidati sono già sicuri: Alexi Giannoulias per i Dems e Mark Kirk per il GOP. I democratici partono dai 25 punti percentuali di vantaggio accumulati alle presidenziali del 2008, ma gli ultimi sondaggi regalano un quadro molto incerto della corsa, con Kirk e Giannoulias praticamente appaiati. Si tratta di un toss-up puro, almeno al momento. E in caso di vittoria repubblicana il GOP raggiungerebbe quota +8, portando gli equilibri al Senato sul 49 a 49 per i democratici (con due indipendenti, compreso il “mezzo-repubblicano” Joe Lieberman, che partecipano al caucus dei Dems). Pur stravincendo le elezioni, però, il GOP si fermerebbe a un passo dalla vetta.

LA VETTA DELLA MONTAGNA
Dopo l’Illinois, l’impresa dei repubblicani diventa – oggettivamente – quasi impossibile. Ad oggi, soltanto la California è vagamente competitiva: Barbara Boxer ha vinto il suo terzo mandato nel 2004 con un vantaggio del 20%, ma in questi giorni riesce raramente a superare il 50% nei sondaggi. Molto dipenderà dal candidato repubblicano di novembre. L’ex amministratore delegato di Hewlett-Packard, Carly Fiorina, non sembra uno sfidante irresistibile. Mentre il congressman “moderato” Tom Campbell, che ha recentemente annunciato la sua scelta di correre, potrebbe avere qualche chance in più. Sia Campbell che la Fiorina, comunque, hanno bisogno di un upset su scala nazionale simile a quello che ha travolto il Massachusetts (o il New Jersey qualche mese prima) per poter sperare in una vittoria.

Poi c’è un gruppetto di stati per ora non competitivi che potrebbero diventarlo con il candidato repubblicano “giusto”: New York, Washington e Wisconsin. Nello stato di New York, Rudy Giuliani e George Pataki potrebbero provocare più di un grattacapo a Kirsten Gillinbrand, soprattutto vista la scarsa performance del governatore David Patterson e del suo predecessore Eliot Spitzer. Giuliani, però, ha già deciso di non partecipare. E per Pataki ormai non c’è più molto tempo. Stessa situazione nello stato di Washington, dove il candidato ideale del GOP sarebbe Dino Rossi (sconfitto nella corsa a governatore da Christine Gregoire nel 2004 dopo un contestatissimo recount), che però resta ancora “alla finestra”. Infine il Wisconsin, dove il democratico Russ Feingold è praticamente invulnerabile contro qualsiasi candidato repubblicano, con la notevole eccezione dell’ex governatore Tommy Thompson, la cui candidatura sembra però improbabile, almeno al momento.

LA ROAD-MAP PER IL MIRACOLO
Ecco, dunque, la difficile road-map dei repubblicani per la conquista del Senato:
1) Proteggere i quattro stati controllati dal GOP in cui il partito è più vulnerabile: Kentucky, New Hampshire, Missouri e Ohio (soprattutto gli ultimi due);
2) Sbrigare in fretta la pratica degli stati “facili” (North Dakota, Nevada, Arkansas, Delaware);
3) Provare l’impresa negli stati “difficili” (Pennsylvania, Colorado e Illinois);
4) Trovare i candidati giusti e sperare nel miracolo in almeno tre degli stati “quasi impossibili” (California, New York, Washington e Wisconsin).

Si tratta di una strada estremamente difficile da percorrere, ma che somiglia in maniera impressionante a quella del 1994, quando i repubblicani – guidati da Newt Gingrich e galvanizzati dal Contract with America – riuscirono a conquistare 54 seggi democratici alla Camera e 8 al Senato, ottenendo il controllo totale del Congresso per la prima volta dal 1954. Le similitudini con l’anno della “Republican Revolution” non sono poche: un presidente eletto con fortissime aspettative (anche grazie alle divisioni in campo conservatore) ma con un indice di gradimento in forte ribasso; un Congresso democratico percepito dagli elettori come molto spostato su posizioni progressive; un tentativo di riforma sanitaria condotto con metodi discutibili; una forte spinta riformatrice in ampi settori della società, con un flusso costante di “indipendenti” da sinistra verso destra; numeri traballanti in molti fondamentali dell’economia. Da qui a novembre, questo scenario potrebbe cambiare anche radicalmente. Ma se così non fosse, l’America potrebbe essere pronta per una nuova Rivoluzione.

lunedì 15 febbraio 2010

Quando la nave affonda...

Con il ritiro del senatore Evan Bayh, l'Indiana diventa improvvisamente una delle possibilità più appetitose di pick up per i repubblicani alle elezioni di mid-term di novembre. Dopo il ciclone-Massachusetts, i vertici del GOP avevano immediatamente adocchiato l'Hoosier State (di consolidata tradizione repubblicana, malgrado la parentesi obamiana). Con il popolare Bayh in sella, però, soltanto le improbabili candidature di Mike Pence, attuale numero 3 del GOP alla Camera, o del segretario di stato dell'Indiana, Todd Rokita, avrebbe potuto impensierire i democratici. Con Bayh fuori dai giochi, invece, il seggio passa automaticamente da likely dem a leaning gop. E ci tratteniamo soltanto perché mancano più di otto mesi alle elezioni.

venerdì 12 febbraio 2010

Climate Change in Washington

The Old Dumb Lady

Il job approval del presidente precipita al 46% anche nel sondaggio condotto dagli organi ufficiali dei pasdaran obamisti, CBS News e New York Times. Mentre CBS News, nel presentare i risultati del sondaggio, non trova di meglio che dare la colpa all'economia ("Economy Brings Down Obama's Job Approval Rating"), il New York Times tenta un'operazione così squallida da risultare quasi eroica e decide di mettere il titolo "Poll Finds Edge for Obama Over G.O.P." ("sondaggio scopre vantaggio di Obama nei confronti del GOP") all'articolo che certifica il punto più basso raggiunto da Obama dall'inizio del suo mandato. Cosa dovrà inventarsi la Old Gray Lady quando The One inizierà a scivolare verso i 30s?

martedì 9 febbraio 2010

L'onere della prova

«Berlusconi ha questa alternativa: o contribuisce direttamente, e con i suoi uomini, a dimostrare la falsità delle cose dette da Ciancimino oppure deve dimettersi». Orazio Licandro, PdCI

Sondaggio nazionale [2-7 febbraio]

Pdl e Lega Nord in ottima forma, Udc e Pd in leggera flessione: sono questi i risultati dell'ultimo osservatorio politico di Spincon per Notapolitica. Secondo il sondaggio effettuato tra il 2 e il 7 Febbraio, il Popolo della Libertà ottiene il 38,1% dei voti (+o,4% rispetto all'ultima rilevazione) mentre la Lega Nord guadagna addirittura 1,6 punti percentuali, superando di slancio la soglia del 10% e attestandosi a quota 11,2 con un risultato davvero sorprendente in Veneto dove diventa seppur di poco il primo partito.

Soffrono sia il Pd che si ferma al 27,7% (-0,3%) che l'Udc che perde 0,8 punti rispetto all'ultimo osservatorio Spincon e scende al 6,7%. Crolla l'Alleanza per l'Italia di Rutelli che vede dimezzarsi i suoi possibili elettori e non riesce ad andare oltre l'1,1%.

Sostanzialmente stabili tutti gli altri con La Destra all'1,6%, l'Mpa all'1,2%, Sinistra e Libertà all'1,7% e Comunisti all'1,5%. Bene i Radicali che, trainati dall'effetto Bonino, si riavvicinano al 2%, guadagnando quasi mezzo punto rispetto all'ultimo sondaggio.

venerdì 5 febbraio 2010

The Lil' Bounce is Over

Dopo una settimana di galleggiamento tra il 49% e il 50%, il job approval di Obama torna nei mid-forties. Il rimbalzino provocato dal discorso sullo Stato dell'Unione è già finito. Tra qualche giorno se ne accorgerà perfino Gallup.

Big Government

mercoledì 3 febbraio 2010

Change of Climate

Se anche George Monbiot del Guardian inizia a chiedere le dimissioni di Phil Jones e dei suoi complici, vuol dire che il vento è davvero cambiato. La cosa buffa è che il quotidiano ultra-laburista (ieri sull'argomento aveva scritto anche Fred Pearce) sembra quasi vantarsi di aver scoperto il Climetegate, mentre fino a cinque minuti fa aveva fatto di tutto per occultare la verità.

venerdì 29 gennaio 2010

SpinCon: Regionali 2010

Il cerchio si chiude

TERRORISMO: NUOVO MESSAGGIO BIN LADEN,
ATTACCA USA SU CAMBIAMENTI CLIMA
(Adnkronos/Aki) - «I paesi industrializzati e in particolare quelli più grandi sono responsabili dei cambiamenti climatici - afferma Bin Laden - Il cambiamento climatico del pianeta non è solo un'idea, ma una realtà. Loro sono responsabili perché hanno invocato gli accordi di Kyoto accordandosi sulla riduzione delle emissioni dei gas, salvo poi, per decisione di George Bush junior e prima ancora del Congresso americano, respingere gli accordi per accontentare le grosse multinazionali». «Ci sono loro dietro l'aumento generalizzato dei prezzi di prima necessità - dice il leader di al-Qaeda - e dietro la cattiva situazione economica nella quale ci troviamo». «Ha ragione Noam Chomsky quando sostiene che c'è un legame tra la politica americana e quella delle bande mafiose». È quanto afferma nella seconda parte del suo messaggio audio il leader di al-Qaeda, Osama Bin Laden. In quest'ultima registrazione, trasmessa dalla tv araba al-Jazeera, Bin Laden parla anche della crisi economica e cita il noto intellettuale americano e le sue tesi. «Sono loro i veri terroristi - afferma - Dobbiamo impedire l'uso del dollaro e liberarcene al più presto. È questa la via per liberare l'umanità dall'America e dalle sue multinazional». Bin Laden propone quindi il boicottaggio dei prodotti, delle societa' e della moneta statunitense come soluzione alla crisi economica mondiale.

Bin Laden, Al Gore, Noam Chomsky: tutto, ora, ha perfettamente senso.

giovedì 21 gennaio 2010

Scott, il vendicatore

Pubblichiamo un articolo di Marco Respinti, ospite (graditissimo) di The Right Nation, sulle elezioni suppletive in Massachusetts

Martedì nero per i Democratici statunitensi. Avrebbe dovuto essere la solita passeggiata di sempre e invece è stato un incubo. La vittoria del Repubblicano Scott Brown nelle elezioni suppletive per il Senato federale di Washington, che si sono volte martedì in Massachusetts, ha infatti non solo mandato all’aria certi giochetti politici “locali” vecchi e stantii, ma anzitutto e soprattutto lanciato alla Casa Bianca un nettissimo segnale di rivolta. Quella che potrebbe essere la fine della riforma del sistema sanitario nazionale fortemente voluta dal presidente Barack Hussein Obama parte infatti da qui, dal Massachusetts. Divenendo oggi il 41° dei senatori Repubblicani attualmente in carica, Brown infrange sugli scogli la maggioranza qualificata di 60 seggi che impedisce ogni ostruzionismo parlamentare. Per questo il Partito Repubblicano festeggia e il popolo conservatore gongola. Tenendo presente che, di tutto il castello di promesse mai mantenute, proprio la riforma sanitaria era ed è rimasta l’ultima speciosa arma retorica con cui la Casa Bianca cerca di mantenere la testa sopra la linea di galleggiamento, a solo un anno di distanza da quella montagna parolaia che nel novembre 2008 ha partorito il topolino Obama è opportuno che cronisti e commentatori inizino a rinfoderare la spocchia con cui da dodici mesi spadroneggiano nel nome di “Magic Barack”.

È dal 1952 che il seggio senatoriale ora conquistato da Brown stava inamovibilmente nelle mani del clan Kennedy, di JFK prima e dell’ineffabile “Ted” dopo; da trent’anni la rappresentanza del Massachusetts al Senato di Washington era un monolite monocolore Democratico, e pure ostaggio della componente più smaccatamente progressista del Partito Democratico. Che un Repubblicano come Brown abbia dunque infranto questa cortina di ferro è un fatto davvero eccezionale.

Per molti aspetti, Brown è un vir novus. Sì, in loco lo si conosce discretamente, le cronache mondane rimbalzano il suo nome da un bel po’, ma resta vero che per la politica di livello nazionale è ancora un “signor nessuno”. Che quindi sia un uomo così, più vicino alla gente di quanto s’immagini e più espressione del popolo di quanto si sospetti, a sbaragliare quelle gioiose macchine da guerra con ingranaggi ben oliati che in Massachusetts marciano alla guida di timonieri consumati (in tutti i sensi) e in una tornata elettorale tanto importante è un segnale politico di una forza straordinaria.

In poche settimane, il “parvenu” Brown ha polverizzato il “mito” che già manda cattivo odore di “Ted” Kennedy, ma soprattutto ha distrutto ciò che un uomo come lui ha per decenni rappresentato in politica. Vale a dire l’intrallazzo, il maneggionismo, l’inciucismo alternato volentieri al radicalismo ideologico, il binomio doppiopetto e sozzura, lo spregio della giustizia anzi del Paese intero in nome dei propri porci comodi, la politica annaffiata oltre ogni ragionevole soglia di tolleranza da caterve di denari viziati, vizianti e viziosi, nonché quella cosa da voltastomaco che è il vedere un fantastiliardario atteggiarsi a buon samaritano lasciando cadere dal vetro fumé della limousine qualche spicciolo per gli homeless, meglio-che-niente si dirà e invece no, la logica è che darne un po’ ai disperati li sottrae al fisco. Tipo Una poltrona per due, per intenderci.

Brown invece è un ruspantello di provincia, magari un po’ frescone ma piuttosto genuino, né ricco né povero, middle class come la maggior parte degli americani, proprietario e lavoratore, avvocato e militare, tocco di finto scandalo che non guasta mai e alla bisogna istinto politico dalla parte giusta. Mica san Giorgio cavaliere, ma oggi alla politica tutta basterebbero semplicemente uomini politici autentici, non dei superman. Dopo l’articolo su Brown comparso a firma del sottoscritto martedì su queste pagine, un gentile lettore mi ha raggiunto sul mezzo di comunicazione e relazione più à la page del momento, Facebook, laconicamente rimbrottandomi con un “Brown altro non è che un abortista moderato”. Vero, forse. A parte il fatto che oggi il suo istinto politico sembra averlo schierato mediamente più in linea con il mondo pro-life di quanto s’immagini, la cosa significativa da ricordare è che scegliendo lui il popolo del Massachusetts ha scelto di considerare mezzo pieno il bicchiere fino a oggi visto solo mezzo vuoto. Chi gielo va insomma a dire al popolo del Massachusetts, appesantito da 50 anni di Kennedy e da 30 di progressismo Democratico, che Brown non è (correggerei in “potrebbe anche forse non essere”) il top dei top?

L’impresa in cui Brown è riuscito è enorme. Ma è enorme soprattutto perché significa che dietro a uno Scott Brown, che è quello che è come tutti sono quello che sono, esiste un popolo di votanti pari a più della metà di chi martedì ha fisicamente votato alle urne il quale ha scelto di dire basta a Obama e ai Democratici. Come ignorare infatti che di tutti seggi che i Repubblicani avrebbero mai potuto conquistare in Massachusetts il primo a incrinare lo strapotere di una politica arrogante contro le persone e contro il Paese è quello che già fu di quel “Ted” Kenendy che nemmeno da morto, come di solito accade, ha fatto il miracolo, il “Ted” che per una vita si è battuto per quella riforma sanitaria che oggi la Casa Bianca sfoggia come un fiore all’occhiello e che proprio poco prima di passare a miglior vita l’ultimo Kennedy ha pubblicamente benedetto in Obama con il crisma della continuità progressista? Come non comprendere che avere mandato a casa il seggio di “Ted” significa avere già sconfitto la politica impopolare di Obama?

La vittoria di Brown è senza dubbio storica, sia come sia il futuro. Brown è riuscito in una singolare tenzone di alto valore politico e morale come prima non era praticamente mai successo. Non era successo al bravo William J. Federer, per esempio, omonimo di un bravo tennista come Brown lo è di un bravo calciatore, quel Federer storico e saggista prestato alla politica che in novembre ha sottoscritto la “Dichiarazione di Manhattan” (di cui occorrerà riparlare) la quale unisce protestanti evangelicali, cattolici e ortodossi americani in una sfida elegantemente “di piazza” all’establishment egemonizzato dai progressisti su temi di difesa intergale della persona umana, insomma il Federer semisconosciuto che nel 2000 cercò di battere in Missouri l’allora leader della minoranza Democratica alla Camera, il potentissimo Richard “Dick” Gephardt, perdendo con onore una sfida impari ma moschettiera. Federer fu al tempo sostenuto da William H.T. “Bucky” Bush, zio del presidente George W. Bush jr., dal leader della maggioranza Repubblicana alla Camera Richard “Dick” Armey, dal fuoriclasse Repubblicano, reaganiano, cattolico e antiabortista Alan Keyes (negro, più nero e più autentico di Obama), dalla madrina del femminismo antifemminista Phyllis Schlafly, dal popolare opinionista David Limbaugh (fratello minore del popolarissimo commentatore radiofonico Rush Limbaugh), dal presidente della Corte Suprema dell’Alabama Roy S. Moore (famoso perché si ostina a mantenere in piedi il monumento ai Dieci Comandamenti nel tribunale che presiede), dal grande Chuck Norris, dal rocker conservatore Ted Nugent e dal noto radiopredicatore James C. Dobson jr., di “Focus on the Family”. La vittoria di Brown oggi vendica tutti i Federer sconfitti di ieri, ma soprattutto incorona il popolo americano che cerca, che sceglie e che premia tipi come loro. Quando i Repubblicani puntano sui conservatori vincono. Il ripasso della lezione di storia parte dal Massachusetts. Dietro Brown, infatti, spunta il popolo dei “Tea Party”, cioè il movimento della rivolta fiscale ma non solo, torna la “Right Nation”, sogna ancora l’America.

Aggiungete alla vittoria di Brown i recentissimi trionfi Repubblicani ottenuti alle elezioni per il rinnovo dei governatori di Virginia e New Jersey. Aggiungete quel dato troppo a lungo scordato che è stato il clamoroso successo della proposition a difesa della famiglia naturale e del matrimonio eterosessuale che nel novembre 2008 si è registrato nella Californication (e in altri Stati) che al contempo premiava Obama (segno tra l’altro del fatto che non tutti gli elettori di Obama sono stati degl’ideologi trinariciuti). Aggiungete che forse forse anche Sarah Palin rientrerà presto nel giro, e allora non è davvero difficile dare ragione a FoxNews che il 3 novembre scorso qualificava come referendum pro o contro Obama le elezioni di metà mandato che gli Stati Uniti celebreranno nel novembre prossimo. Un referendum dopo il quale Obama potrebbe già mettersi a preparare la valigie. Forte della vittoria ottenuta con quasi il 52% de voti contro la rivale Martha Coakley, vassalla del feudo Kennedy-Obama, Scott Brown ha dichiarato: «Cercherò di essere un degno successore di Ted Kennedy». Ecco speriamo che questa promessa non la mantenga.

mercoledì 20 gennaio 2010

Waterloo, Massachusetts

È stata una notte più breve del previsto, quella che ha visto consumarsi in Massachusetts la più clamorosa batosta elettorale ai danni del partito democratico degli ultimi quindici anni. Già alle 9 della sera (le 3 del mattino, in Italia), Fox News ha assegnato la vittoria al candidato repubblicano, Scott Brown. Gli altri network hanno aspettato un po’ più a lungo, ma quando, verso le 10, anche Associated Press ha effettuato la chiamata, la percezione della disfatta democratica era ormai considerata un dato di fatto. Poi, da lì a qualche minuto, l’evento storico si è compiuto. La candidata democratica Marta Coakley ha riconosciuto la sconfitta, il quartier generale del Gop (già su di giri da qualche ora) è esploso come un petardo nella notte del 4 luglio e Scott Brown è diventato il nuovo senatore junior del Commonwealth del Massachusetts, conquistando il seggio che fu prima di John F. Kennedy e poi di suo fratello Ted, saldamente in mano democratica da oltre mezzo secolo. Brown, soprattutto, diventa il 41° voto repubblicano al Senato, togliendo al partito del presidente Obama quel preziosissimo sessantesimo seggio che, secondo i regolamenti del Congresso Usa, consente alla maggioranza di aggirare qualsiasi pratica ostruzionistica dell’opposizione.

Le due settimane più lunghe di Barack
Tutto era iniziato il 4 gennaio, quando il sondaggista Scott Rasmussen ha pubblicato una sorprendente ricerca sulle elezioni suppletive del Massachusetts, fino a quel momento considerate poco più di una formalità per i democratici. Il sondaggio di Rasmussen, invece, registrava un vantaggio per la Coakley inferiore ai dieci punti percentuali (9, per l’esattezza) che aveva in un primo momento provocato l’ilarità degli analisti, soprattutto democratici, che consideravano del tutto irrealistico uno scarto così ridotto. Per comprendere pienamente l’entità dell’evento sismico che si è verificato nella notte tra martedì e mercoledì, bisogna fare un breve excursus nella storia elettorale dello stato nel dopoguerra. In quella che i conservatori chiamano con disprezzo People’s Republic of Massachusetts (Repubblica Popolare del Massachusetts), JFK ha vinto a fatica le elezioni per il Senato nel 1952 (51-48), ma da quella data in poi il distacco tra democratici e repubblicani è sempre stato elevatissimo. Tanto che il risultato migliore per il Gop l’aveva ottenuto Mitt Romney (poi diventato governatore) che nel 1994 - anno favorevolissimo al Gop - aveva perso contro Ted Kennedy con “soli” 17 punti percentuali di scarto. Nel seggio non di proprietà diretta della dinastia Kennedy, invece, John Kerry nel 2002 è riuscito addirittura a correre senza oppositori. E appena un anno fa, Kerry aveva sconfitto Jeff Beatty 65-30: trentacinque punti percentuali e oltre un milione di voti di vantaggio.

Il panico (tardivo) dei democratici
Data per scontata la vittoria, i democratici hanno praticamente fermato la loro poderosa macchina elettorale in Massachusetts appena dopo la vittoria della Coakley alle primarie. Ma non hanno tenuto conto di almeno due fattori: la crescente opposizione nazionale al piano di riforma sanitario faticosamente approvato dal Congresso e la protesta montante della popolazione nei confronti della politica economica della Casa Bianca, maturata con il dilagare dei Tea Party in ogni angolo della nazione (Massachusetts compreso). Il sondaggio di Rasmussen è stato frettolosamente archiviato come una bizzarra “anomalia statistica”. E i democratici hanno continuato a dormire sonni ancora più tranquilli. L’incubo, invece, era appena iniziato.
Ad appena una settimana dal voto, infatti, è arrivato un altro fulmine a ciel sereno: secondo il sondaggista democratico Tom Jensen di Public Policy Polling, infatti, Brown era addirittura davanti alla Coakley (anche se solo dell’1%) e stava riuscendo a monopolizzare il voto degli indipendenti, strappando addirittura il consenso di qualche elettore tradizionalmente democratico. Se il partito di Obama aveva avuto buon gioco nel definire Rasmussen come un sondaggista vicino ai repubblicani (affermazione non del tutto corretta, per la verità), Jensen non poteva certo essere considerato un “guastatore” del nemico, vista la sua storica vicinanza, anche professionale, con il partito democratico. E il fulmine si è presto trasformato in un acquazzone fuori stagione.

Arrivano i rinforzi da Washington
La Casa Bianca e i vertici del partito, consapevoli che una sconfitta in Massachusetts avrebbe tolto alla maggioranza il 60° voto del Senato necessario a frenare ogni velleità di filibustering da parte del Gop, sono entrai immediatamente (si fa per dire) in emergency-mode. Bill Clinton e i suoi surrogati si sono precipitati nello stato a fare campagna per la Coakley. A ventiquattr’ore dall’apertura delle urne, si è scomodato addirittura il presidente, anche se già iniziavano a circolare memo interni dell’amministrazione che accusavano di inettitudine la candidata democratica e memo interni della campagna Coakley che accusavano la Casa Bianca di scarso impegno.
Mentre i repubblicani di tutti gli Stati Uniti si chiedevano, sbigottiti, se fosse davvero arrivato il momento della “liberazione” atteso da oltre mezzo secolo, gli attivisti dei Tea Party battevano lo stato palmo a palmo, sconfiggevano clamorosamente liberal e progressive proprio sui loro terreno preferito (guerrilla marketing, fundraising online e controllo dei social network) e smentivano ancora una volta chi li considera custodi un po’ ottusi della “purezza” conservatrice, appoggiando con tutta l’energia possibile un candidato in alcuni casi eterodosso rispetto al baricentro ideologico del movimento.

Il crollo verticale
Negli ultimi giorni della campagna elettorale, Brown inizia una surge statistica con pochi precedenti nella storia americana. I sondaggisti che registrano un vantaggio per Brown - a volte minimo, a volte più consistente - si moltiplicano. E perfino gli istituti di ricerca più vicini al partito democratico si arrendono all’ipotesi di una gara combattuta sul filo di lana. Un’eventualità, per il Massachusetts, semplicemente fantascientifica fino a un paio di settimane prima. In realtà, chiuse le urne e contati i voti, tutto è stato più semplice del previsto. Il turnout discreto dei democratici a Boston, provocato dal tentativo di “nazionalizzare” in extremis la sfida, è stato schiacciato dai numeri straordinari ottenuti dal Gop nei sobborghi di Bay State, dove il candidato repubblicano è riuscito non solo ad energizzare la base conservatrice, ma a smuovere la tradizionale apatia dell’elettorato “indipendente”, che si è spostato con percentuali “bulgare” dalla parte di Scott Brown, che alla fine ha vinto con 5 punti percentuali e oltre 100mila voti di distacco.
Ma qualsiasi considerazione locale scompare di fronte all’impatto di queste elezioni sul panorama politico nazionale. Dopo le sconfitte di novembre in Virginia e (soprattutto) New Jersey, Obama si trova di fronte a un ambiente politico estremamente ostile: il suo job approval è ormai stabilmente al di sotto della linea di galleggiamento del 50%; il suo partito perde regolarmente le sfide nel congressional generic ballot; la riforma sanitaria è a rischio; la sua politica ecomomica ha indici di approvazione che sfiorano il 30%; i potenziali candidati democratici alle elezioni di mid-term (incumbent compresi) fanno a gara nel ritirarsi dalla co,petizione; i repubblicani, che sembravano definitivamente usciti di gioco, sono più motivati e combattivi che mai; i Tea Party raccolgono libertarian, indipendenti e conservatori in un unico movimento di protesta anti-statalista, diffuso e sul piede di guerra. «La situazione, forse, è peggio di come ce le immaginavamo», ha ammesso ieri l’analista-blogger democratico Nate Silver, che fino all’ultimo minuto si rifiutava di credere all’eventualità di una vittoria repubblicana in Massachusetts. E il “peggio”, probabilmente, per Obama e i democratici deve ancora arrivare.

(domani in edicola su Liberal quotidiano)

A Midwinter Night's Dream

04:40. E' molto tardi e andiamo a dormire. Mancano all'appello una decina di seggi che non potranno in alcun modo cambiare il risultato finale. Scott Brown è il nuovo senatore jr. del Massachusetts, il successore di Ted Kennedy e il 41° voto del GOP al Senato. Oggi è accaduto qualcosa di impensabile, soltanto fino a pochi giorni fa, che avrà un impatto profondo sulla politica americana, non solo nel breve periodo. Avremo il tempo di analizzare tutto nelle prossime ore. Ma la riflessione, stavolta, tocca soprattutto ai Democratici, sempre che non siano già troppo impegnati a far scivolare la riformetta della sanità tra le pieghe della burocrazia. Noi, per ora, ci andiamo a godere questo fantastico e inaspettato sogno di mezzo inverno. Il Commonwealth del Massachusetts ha dimostrato che i seggi del Senato statunitense non appartengono alle famiglie, alle dinastie o ai partiti, ma al popolo. God Bless America!

04:37.
2154/2168
Coakley (Dem) 1,052,391 - 47%
Brown (GOP) 1,153,808 - 52%

04:25. (...) I can tell you right now, there are a whole crap load of Democrats in marginal seats thinking “if we can’t hold Teddy Kennedy’s seat in Massachusetts, what chance have I unless I do something completely different?” Nancy Pelosi and Harry Reid wake up to a whole new world tomorrow. McQ on QandO

04:18.
2107/2168
Coakley (Dem) 1,018,272 - 47%
Brown (GOP) 1,135,249 - 52%

04:12. Aspettando il discorso di Scott Brown, su Fox News c'è Karl Rove. Dopo il break.

04:08.
2084/2168
Coakley (Dem) 1,005,997 - 47%
Brown (GOP) 1,112,574 - 52%

04:02.Durante il concession speech, la Coakley ringrazia lo staff, i foot-soldiers e la famiglia Kennedy. Ci uniamo ai ringraziamenti.

04:00.
2066/2168
Coakley (Dem) 995,329 - 47%
Brown (GOP) 1,103,326 - 52%

03:54.
2031/2168
Coakley (Dem) 974,753 - 47%
Brown (GOP) 1,089,039 - 52%

03:45.
1994/2168
Coakley (Dem) 949,660 - 47%
Brown (GOP) 1,062,322 - 52%

03:43.
1939/2168
Coakley (Dem) 921,459 - 47%
Brown (GOP) 1,036,855 - 52%

03:39. Sarah Palin: Congratulations to the new Senator-elect from Massachusetts! Scott Brown’s victory proves that the desire for real solutions transcends notions of “blue state” and “red state”. Americans agree that we need to hold our politicians accountable and bring common sense to D.C. (via Twitter)

03:37.
1884/2168
Coakley (Dem) 887,754 - 47%
Brown (GOP) 996,990 - 52%

03:34. Dem pollster Celinda Lake: "There's a wave... it hit VA, it hit NJ, it hit MA." (via Twitter)

03:31.
1770/2168
Coakley (Dem) 837,684 - 47%
Brown (GOP) 934,045 - 52%

03:27.
1717/2168
Coakley (Dem) 811,036 - 47%
Brown (GOP) 907,421 - 52%

03:27.
1717/2168
Coakley (Dem) 811,036 - 47%
Brown (GOP) 907,421 - 52%

03:24. Ruffini: Coakley just conceded.

03:23. Associated Press chiama la corsa per Brown. Su Fox News dicono che la Coakley starebbe per concedere la sconfitta.

03:22.
1543/2168
Coakley (Dem) 720,460 - 46%
Brown (GOP) 822,901 - 53%

03:20.
1494/2168
Coakley (Dem) 696,751 - 46%
Brown (GOP) 791,972 - 53%

03:16.
1435/2168
Coakley (Dem) 668,881 - 46%
Brown (GOP) 757,885 - 53%

03:12.
1357/2168
Coakley (Dem) 630,859 - 46%
Brown (GOP) 715,962 - 53%

03:10. Patrick Ruffini projects Scott Brown elected the next U.S. Senator from Massachusetts, and the 41st Republican vote (via Twitter)

03:08.
1298/2168
Coakley (Dem) 607,073 - 46%
Brown (GOP) 694,897 - 53%

03:06. Romney si pavoneggia su Fox News. Io ancora non posso crederci...

03:05.
1234/2168
Coakley (Dem) 575,357 - 46%
Brown (GOP) 653,782 - 53%

03:03.
1119/2168
Coakley (Dem) 520,311 - 47%
Brown (GOP) 587,389 - 52%

03:02. I dati contea per contea. Il liveblogging di Pollster.com.

02:59. Francesco Costa non è per niente soddisfatto...

02:58.
980/2168
Coakley (Dem) 459,949 - 47%
Brown (GOP) 514,370 - 52%

02:56.
980/2168
Coakley (Dem) 459,949 - 47%
Brown (GOP) 514,370 - 52%

02:53.
783/2168
Coakley (Dem) 365,672 - 47%
Brown (GOP) 407,727 - 52%

02:49.
639/2168
Coakley (Dem) 301,283 - 47%
Brown (GOP) 337,954 - 52%

02:47.
543/2168
Coakley (Dem) 260,730 - 47%
Brown (GOP) 288,615 - 52%

02:44. Patrick Ruffini: Very close to calling it for Brown (via Twitter)

02:41.
445/2168
Coakley (Dem) 216,117 -46%
Brown (GOP) 249,106 - 53%

02:37. Is it happening?
283/2168
Coakley (Dem) 146,410 46%
Brown (GOP) 170,431 53%

domenica 17 gennaio 2010

Viva Chile y Piñera Presidente!

UPDATE. Primer cómputo: Sebastián Piñera 51.87 %; Eduardo Frei 48.12 %. Frei accetta la sconfitta.

UPDATE 2. Piñera 51,61% Frei 48,38%.

UPDATE 3. Lo streaming live di una tv cilena. Analisi e festeggiamenti.

sabato 16 gennaio 2010

Ense Petit Placidam Sub Libertate Quietem

Lasciate perdere i sondaggi: il vero segnale che in Massachusetts potrebbe accadere qualcosa di incredibile è questo.

venerdì 15 gennaio 2010

Ragazzacci...

Il Giornale si occupa della “rivolta online” contro la Polverini. E il pezzo di Gian Maria De Francesco è soprendentemente accurato, per venire dai mainstream media. L'unica cosa sbagliata è il titolo («Liberali del Pdl contro la Polverini»). Qui il problema non ce l'hanno soltanto i liberali, ma anche quelli che non si sono mai vergognati di essere conservatori.

giovedì 14 gennaio 2010

Schizofrenia, paranoia, ignoranza

Per descrivere il rapporto tra classe politica italiana e Internet si può soltanto ricorrere a concetti presi in prestito dalla letteratura medica. E in particolare da quella branca specialistica della medicina che si occupa della prevenzione, della cura e della riabilitazione dei disturbi mentali: la psichiatria.

Partiamo dalla schizofrenia.Chi scrive ha ascoltato con le proprie orecchie, dopo le elezioni presidenziali americani del 2008, un numero impressionante di esponenti politici nostrani incensare in modo addirittura eccessivo le sorti “magnifiche e progressive” della rete. I successi obamiani nel fundraising online, la capacità di mobilitazione di strati di popolazione mai coinvolti nelle dinamiche politiche, le potenzialità nella condivisione in tempo reale delle informazioni: tutto, proprio tutto, sembrava precludere a un futuro radioso della politica, alimentato da quella gallina dalle uova d’oro post-moderna che rispondeva (e risponde) al nome di Internet. In realtà, il ruolo svolto dalla rete nel processo politico statunitense era centrale da ormai quasi un decennio. Ed era già esploso alle presidenziali del 2004, quando un manipolo di blog conservatori aveva prima sventato un golpe mediatico della Cbs ai danni di Bush (il cosiddetto “Rathergate”) e poi compromesso definitivamente il nucleo centrale della narrativa alla base della candidatura di Kerry (lo scandalo delle medaglie “immotivate” in Vietnam).

Eppure, gli stessi uomini politici che fino a qualche settimana prima si erano allegramente disinteressati al fenomeno, dopo la sbornia obamista planetaria sono improvvisamente diventati guru dei new media e dei social network politici, pronti ad affrontare le insidie della blogosfera proprio nel momento in cui in fenomeno dei blog iniziava la sua parabola discendente. Misteri dell’ipnosi collettiva.

Ma i casi di schizofrenia non si fermano qui. Un esempio tra i tanti: fino a qualche settimana fa, se un politico italiano aveva meno di diecimila “amici” su Facebook era considerato un paria tra i suoi colleghi. Dopo l’aggressione a Berlusconi in piazza del Duomo – e la proliferazione di pagine a sostegno del lanciatore psicolabile di souvenir – il social network fondato da Mark Zuckerberg è improvvisamente diventato il corrispettivo telematico dell’anti-Cristo. E si sono moltiplicate le voci dei politici che ne chiedevano la chiusura immediata. Soprattutto a nome dei loro diecimila amici su Facebook.

Oltre alla schizofrenia, poi, c’è la paranoia. Come spiegare, altrimenti, il bizzarro decreto legislativo d’attuazione di una direttiva Ue sul quale il governo ha chiesto un parere (non vincolante) al Parlamento? Secondo alcuni, si tratterebbe del tentativo di trasformare Internet in una grande televisione. Secondo altri, la volontà è quella di mettere una zavorra sulle ali delle web-tv per impedire che possano fare troppa concorrenza alla televisione generalista (se nella definizione sia compresa anche YouTube è controverso, e il testo del provvedimento non aiuta a capire). Qualunque sia l’interpretazione più corretta, resta il fatto che l’istinto di “protezione” a cui si è lasciato andare il governo somiglia terribilmente a un “disturbo delirante” basato su un “tema persecutorio non corrispondente alla realtà”. La paranoia, appunto.

Ci sono, infine, i politici che non sono né schizofrenici né paranoici, ma che modulano il loro approccio alla rete seguendo i ritmi della cara, vecchia “ignoranza” (nel senso non-socratico del termine). Questo, però, è tutto un altro discorso.

mercoledì 13 gennaio 2010

Tea Party all'italiana

Sono due blogger di Tocqueville molto distanti tra loro: JimMomo e Giova. Per adoperare categorie “americane”, il primo appartiene al filone libertarian; il secondo a quello dei social conservatives. E rappresentano bene due dei filoni ideologico-culturali che compongono una classica coalizione di centrodestra, in Italia come negli Stati Uniti. Di solito hanno opinioni anche sensibilmente diverse su molti temi, dall'economia alla bioetica, dalla politica estera all'immigrazione. Oggi, però, un argomento li unisce: il rifiuto della candidatura di Renata Polverini alla presidenza della Regione Lazio. Io, che sono fusionista, mi trovo in sintonia al 100% con loro: che senso ha, per la destra, vincere le elezioni per poi ritrovarsi con un governatore di sinistra (o che vuole attuare politiche di sinistra, che poi è la stessa cosa)? È arrivato il momento, anche da noi, di un moto di ribellione dal basso come quello che ha impedito la vittoria della “rino” Dede Scozzafava a NY-23. Anche a costo di perdere una elezione.

domenica 10 gennaio 2010

The People's Republic of Massachusetts

Premessa: inizierò a credere ad una vittoria del repubblicano Scott Brown alle elezioni suppletive per il seggio senatoriale di Ted Kennedy soltanto se - dopo la chiusura delle urne - la sua avversaria, Martha Coakley, avrà reso pubbliche almeno un paio di concession e soltanto dopo che saranno passate almene tre settimane dall'insediamento ufficiale di Brown al Congresso. Fino a quel momento, per me i democratici sono destinati a conservare il seggio del Massachusetts fino al termine della Storia.

Fatta questa premessa, però, sono estremamente divertito dal fatto che un'ipotesi del genere (una vittoria del GOP in Massachusetts) possa perfino essere presa in considerazione sui mainstream media. A scatenare il putiferio, dopo qualche voce che era già circolata nei giorni scorsi, è stato senz'altro l'ultimo sondaggio di Public Policy Polling che vede un toss-up nello stato con Brown davanti di un punto percentuale. Ai più distratti, ricordiamo che Tom Jensen di PPP è un analista di provata fede democratica (e dalle discrete capacità, se escludiamo il recente flop di NY-23). Altri sondaggisti, comunque, continuano a registrare un vantaggio sensibile per la Coakley (+15% per il Boston Globe, +9% per Rasmussen Reports). Mentre Jim Gerathy della National Review parla anche di un sondaggio del Boston Herald, non ancora reso pubblico, in cui la Coakley sarebbe davanti di 7 punti, ma con un vantaggio che scenderebbe all'1% calcolando solo i likely voters.

Quindici, sette, uno o meno uno? Come stanno davvero le cose è impossibile dirlo, ma resta il fatto che Obama, appena un anno fa ha vinto in Massachusetts con un distacco di 26 punti percentuali (62.0% contro 36.2%) e di quasi 800mila voti (su 3 milioni). Sembra passato un secolo.

UPDATE. Sullo stesso argomento, in italiano, Giova.

venerdì 8 gennaio 2010

Contrordine compagni...

... Del Turco è innocente.

Unemployment

I dati sulla disoccupazione americana di dicembre sono peggio del previsto. La percentuale (seasonally adjusted) è inchiodata al 10%: 85mila posti di lavoro in meno rispetto a novembre (contro i 35mila stimati dagli economisti), in controtendenza rispetto ai numeri dello scorso mese (+4mila). Se la tendenza non si inverte in fretta, a novembre le elezioni di mid-term saranno uno spettacolo interessante.

Realignment

Secondo Gallup, noto sondaggista di estrema destra, alla fine del 2009 quattro cittadini americani su dieci si definiscono “conservatori”, contro il 36% di “moderati” e il 21% di “liberal”. Siamo esattamente alle stesse percentuali del biennio 2003-2004, che si concluse con la rielezione di George W. Bush alla Casa Bianca. Davvero strano: ci avevano assicurato che nel novembre 2008 eravamo stati testimoni di uno storico rialignment nello spettro ideologico statunitense...

domenica 27 dicembre 2009

Fireworks

Mentre tutti gli organi d'informazione mondiali riportavano la notizia del fallito attentato sul volo Amsterdam-Detroit, e mentre era già noto che il terrorista nigeriano si era dichiarato un "affiliato di al-Qaeda", che era già conosciuto dalle unità anti-terrorismo di molti paesi e che, soprattutto, la strage era stata evitata soltanto per il mancato funzionamento dell'innesco, la gloriosa CNN scriveva: "Passeggero accende fuoco d'artificio a bordo di un aereo". Leggere qui sotto per credere...

martedì 15 dicembre 2009

Il volto oscuro dell'ambientalismo

Con un breve saggio che prende spunto dall'ultimo libro del francese Laurent Larcher sul “volto oscuro dell'ambientalismo”, parte con il numero in edicola oggi la collaborazione dell'ottimo Marco Respinti con Liberal quotidiano. Per dargli il benvenuto, pubblichiamo uno stralcio del suo articolo.

(...) sulle “ecoballe” esiste oramai anche in italiano una buona bibliografia specifica. Eppure il nodo autentico della vicenda ancora non è questo. Per ciò appare assolutamente indispensabile la lettura de “Il volto oscuro dell’ecologia. Che cosa nasconde la più grande ideologia del XXI secolo?”, il libro di Laurent Larcher, appena edito in versione italiana dalla torinese Lindau. (...) Un giornalista di altro profilo, certamente engagé, ma altrettanto certamente non descrivibile come un “reazionario oscurantista”, che ha il coraggio di chiamare le cose con il nome che hanno: per esempio “ideologia” l’ecologismo, anzi l’ideologia maggiore che stia funestando questo primo decennio di millennio nuovo. Perché? Perché ad avviso di Larcher, ed egli lo dimostra con raffinatezza e precisione nel libro, il “pensiero verde” è attualmente la punta più avanzata e acuminata del sentimento antiumano: anzi, un pensiero radicalmente anticristiano poiché antiumano e antiumano giacché anticristiano, così corroborando l’idea che la cultura cristiana sia latrice dell’unico, vero umanesimo possibile e riconquistando l’idea “umanista” alla tradizione cristiana.

Quello del giornalista francese, insomma, non è un libro in più nel novero di quanti si peritano, opportunamente, di smontare a norma di scienza vera le illazioni ecologiste; è un libro molto diverso, persino più importante di altri scritti sul tema proprio perché si spinge alla radice del pensiero verde. Questa sua “contro-bibbia” dell’ambientalismo coglie infatti in castagna le premesse filosofiche su cui la grande bugia verde è stata costruita nel tempo, ravvisandoci un coacervo eterogeneo di teorie smozzicate e d’idee peregrine mescolate in un calderone talvolta contraddittorio e caotico, ma solo apparentemente inconcludente. Dottrine, pensieri e parole che riguardano la teoria del “pianeta vivente” Gaia, il mito di un “paradiso perduto” di foggia solo materiale e materialistica, l’idea del “buon selvaggio”, l’animalismo più radicale e persino le fantasie su Atlantide si rincorrono e si abbracciano dentro il pentolone dell’ecologismo profondo, cercando di emarginare l’essere umano dal panorama di una natura presupposta pura e incontaminata. (...) Se l’uomo è un virus, infatti, anzi l’unico solo virus davvero nocivo a una natura altrimenti bastevole a se stessa e autoconservativa, ogni azione umana è in quanto tale intrinsecamente errata e dannosa. Ecco qua come l’ideologismo del “mito verde” persegue la propria battaglia radicale contro l’uomo in forma debolista, rinunciando cioè alla verità delle cose sulla natura e sull’uomo, e introducendo un catechismo di superstizioni desunto dall’ampio catalogo delle contro-verità illuministiche, progressistiche e neopagane. Contro l’uomo creatura, quindi, e contro il suo Creatore, in una versione ammodernata della vecchia hybris giacobina, comunista e nazionalsocialista.


Diversi lo sono solo in apparenza i padri di questo pensiero irriducibilmente contrario all’uomo, pensatori che si rifiutano di riconoscerne il ruolo di steward di una natura che, in realtà, senza la continua azione trasformatrice proprio dell’uomo in breve soccomberebbe a se stessa. Dal fondatore dell’“ecosofia”, il norvegese Arne Naess (1912-2009), al teorico di Gaia James Lovelock, dal padre del neopaganesimo contemporaneo “di destra” Alain De Benoist” al padrino del neopaganesimo sessantottino di sinistra Daniel Cohn-Bendit, dal teologo tedesco della disubbidienza Eugen Drewermann al grande profeta dell’ambientalismo odierno, l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore: in ognuno di costoro decisivo è il disprezzo verso l’uomo e le sue realtà, l’odio per le sue intraprese e la sua libertà responsabile, il ribrezzo nei confronti della sua dimensione creaturale e la sua signoria graziosa sul mondo animale, vegetale e minerale (...).

domenica 13 dicembre 2009

Tolleranza

Il liberale ama la tolleranza e la libertà. Il suo amore per la tolleranza è la necessaria conseguenza della convinzione di essere uomini fallibili. Tuttavia, egli è tollerante con i tolleranti, ma intollerante con gli intolleranti. La tolleranza, al pari della libertà, non può essere illimitata, altrimenti si autodistrugge. Infatti, la tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l'illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l'attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.
(Karl R. Popper, Congetture e confutazioni)

giovedì 10 dicembre 2009

Perspective

Date un'occhiata ai grafici qui sotto (via Anthony Watts). Il primo è quello che vi spacciano da decenni sui mainstream media, magari un po' ritoccato per renderlo più drammatico. L'hockey stick che dimostrerebbe come il processo d'industrializzazione - e dunque l'uomo - sia responsabile diretto del surriscaldamento terrestre. Anche senza taroccare i dati (in questo caso si tratta di misurazioni affidabili), la prima impressione è che i catastrofisti abbiano ragione, almeno se ci limitiamo agli ultimi 500 anni.

Se andiamo indietro nel tempo, però, la “great global warming swindle” emerge in tutta la sua gigantesca evidenza. Nel secondo grafico si nota benissimo il Medieval Warm Period che i climatologi-truffatori cercano sempre di nascondere (perché basterebbe, da solo, a falsificare la loro teoria).

Nel terzo si vede la Little Ice Age che lo ha preceduto, e si iniziano a intuire gli sbalzi di temperatura - anche vistosi - degli ultimi 5000 anni.

Nel quarto si capisce perfettamente che per quasi tutto l'olocene (l'epoca geologica più recente, iniziata circa 11.700 anni fa), la temperatura è stata più alta di quella che abbiamo oggi.

Nel quinto si vede chiaramente la terra emergere dall'ultima era glaciale e diventare come la conosciamo ora (agricoltura e civilizzazione compresa).

Osservando il sesto e ultimo grafico, infine, qualsiasi essere senziente (non Al Gore, dunque) è in grado di comprendere come siano le glaciazioni lo “standard” del nostro pianeta negli ultimi 500.000 anni, mentre i periodi di “pausa” durano, in genere, “appena” 10.000 anni. Come scrive Watts: «siamo parecchio fortunati a vivere in questo raro, caldo periodo della storia climatica terrestre».


martedì 8 dicembre 2009

Global Cooling

Secondo un sondaggio Opinion Research per CNN, il numero di cittadini americani che crede che il “global warming” sia causato dall'uomo è sceso dal 54% della scorsa estate al 45% di oggi. E, per Rasmussen Reports, il 59% degli americani pensa che sia “molto probabile” (35%) o “abbastanza probabile” (24%) che «alcuni climatologi abbiano falsificato i dati per supportare le proprie teorie sul global warming», mentre soltanto il 26% non crede a questa possibilità (o crede che sia “poco probabile”).

lunedì 7 dicembre 2009

«My name is Barack H. and I am an alcoholic»

Immaginate una riunione degli Alcolisti Anomimi in cui tutti i membri si presentano ubriachi e con scorte extra di vino, birra e liquori per tenersi allegri. Ora immaginate che lo stesso gruppo di ubriaconi abbia il potere di prendere decisioni economiche - per migliaia di miliardi di dollari - a carico dei cittadini di tutto il mondo. Questo assurdo scenario riassume brevemente la Conferenza sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite che inizia oggi (per finire il 18 dicembre) a Copenhagen. Malgrado il fatto che l'intera conferenza sia fondata sulla credenza che l'attività dell'uomo - e soprattutto guidare automobili e volare con gli aerei - stia provocando l'emissione di gas serra che presto ci uccideranno tutti, plutocrati di tutto il mondo hanno mobilitato più di 1,200 limousine e 140 aerei privati per viaggiare da e per Copenhagen nelle prossime due settimane. Quando non si sollazzeranno con la più antica professione del mondo, i conferenzieri negozieranno un trattato in grado di succedere al Protocollo di Kyoto del 1997, che obbligava le nazioni più sviluppate a ridurre, entro il 2012, le loro emissioni di gas serra del 5% al di sotto dei valori di riferimento del 1990. Quale è stato, dunque, il risultato di questi impegni sulla riduzione delle emissioni presi a Kyoto? Secondo i dati delle Nazioni Unite, tra il 2000 e il 2006 i 27 firmatari europei hanno aumentato le loro emissioni dello 0,1%. Il Canada, addirittura, ha fatto registrare un'aumento delle emissioni del 21,3%. Mentre gli Stati Uniti, che non avevano ratificato il trattato - visto che il Senato aveva votato 95 a 0 per non imbrigliare l'economia americane con regolamenti costosi da cui Cina e India erano esplicitamente esentate - hanno di fatto ridotto le proprie emissioni del 3% nello stesso periodo.

Continua (in inglese), su The Foundry, il blog della Heritage Foundation

mercoledì 2 dicembre 2009

Climategate: rotolano le prime teste

Lo scandalo del “Climategate” inizia a fare le prime vittime illustri. A poco più di una settimana dal vertice internazionale sul clima di Copenhagen, Phil Jones, il direttore della Climate Research Unit della University of East Anglia è stato costretto a «fare un passo indietro» in attesa della conclusione di un’inchiesta interna avviata dalla stessa università. E, dall’altra parte dell’Atlantico, un’indagine analoga è in corso su Michael Mann alla Pennsylvania State University.

Jones e Mann sono due figure assolutamente centrali nel dibattito - scientifico e politico - che circonda il global warming (o, come i climatologi mainstream preferiscono chiamarlo ultimamente, il climate change). Jones è il climatologo che possiede - ma sarebbe meglio dire “possedeva”, visto che nessuno alla Cru riesce più a trovarle - le serie storiche di dati sulla temperatura terrestre che sono alla base dei lavori dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’organizzazione internazionale creata nel 1988 dall’Onu per valutare i rischi dei cambiamenti climatici causati dall’attività umana. La stessa organizzazione che, nel 2007, ha condiviso con Al Gore il Premio Nobel per la Pace. Mann, invece, è il creatore dell’ormai celebre “hockey stick” (bastone da hockey), il contestatissimo grafico che dimostrerebbe - almeno visivamente - le responsabilità dell’uomo nell’aumento della temperatura terrestre degli ultimi decenni.

I due climatologi sono anche gli autori del 12° capitolo del terzo rapporto Ipcc, pubblicato nel 2001, dal titolo più che significativo: «Identificazione dei cambiamenti climatici e attribuzione delle cause». Sono proprio Jones e Mann, dunque, i veri autori del mantra algoriano sulle cause umane del global warming, ripetuto ossessivamente nell’ultimo decennio dalla stragrande maggioranza dei mezzi d’informazione, dei partiti politici e dei movimenti d’opinione pubblica occidentali. E sono proprio Jones e Mann le prime due (finora potenziali) vittime di quello che è stato definito, forse prematuramente, «il più grande scandalo scientifico della storia». Ma facciamo un passo indietro.

Lo scorso 21 novembre, un hacker (ma c’è anche di chi parla di un inside job) ha sottratto dai server della Climate Research Unit circa 172 di megabyte tra email interne e documenti vari. E li ha pubblicati online, non senza averne dato notizia a vari blog specializzati sul clima, in larga parte appartenenti al fronte degli “scettici”. Immediatamente, è partita una minuziosa analisi dei dati, che ha restituito un quadro inquietante dello stato in cui versa quella che Al Gore chiama «una scienza ormai consolidata».

Dopo qualche giorno di scrutinio, sono iniziati ad emergere alcuni fatti inequivocabili. Partiamo dalle email, che rivelano l’esistenza di almeno tre gravi problemi. Il primo è gli scienziati della Cru, o almeno la maggior parte di essi, lavorava costantemente perché sulle riviste accademiche ufficiali venissero pubblicati soltanto gli studi favorevoli alla teoria Agw (Anthropogenic global warming), che stabilisce la responsabilità diretta dell’uomo nei cambiamenti climatici. Questi tentativi di mettere il silenziatore a qualsiasi ricerca “controcorrente”, arrivavano al punto di esercitare pressioni nei confronti dei redattori e dei responsabili delle riviste, il tutto condito da minacce di ostracismo generalizzato nei confronti delle riviste che manifestavano anche fugaci cenni di dissenso. Un’interessante scambio di email riguarda il sito RealClimate.org (fino a qualche settimana fa considerato dai più come una delle più affidabili risorse online sull’argomento), i cui responsabili offrono i loro “servigi” alla cricca della Cru, promettendo di “moderare” (si legga “censurare”) qualsiasi commento sgradito al “partito Agw”.

In risposta a un articolo “scettico” pubblicato sulla rivista Climate Research, il direttore della Cru, Phil Jones, elabora strategie per «sbarazzarsi del pericoloso direttore» che ha avuto l’ardire di pubblicare una ricerca non perfettamente ortodossa. E Michael Mann replica: «Credo dovremmo smettere di considerarla una rivista legittima, incoraggiando i nostri colleghi della comunità scientifica a non proporre più articoli e a smettere di citarla nei loro lavori». Un perfetto caso di logica circolare. Lo scetticismo sul global warming (o sulle cause umane di esso) non è “scientifico” perché non è supportato da articoli pubblicati da riviste accademiche ufficiali. Ma se una rivista pubblica articoli “scettici”, allora diventa “non scientifica” per definizione. «Il mare è mosso perché Nettuno è infuriato. E come fai a stabilire che la causa del mare mosso sia il pessimo umore di Nettuno? Ma come, non vedi com’è mosso il mare?». Pura scienza.

In altre email, gli “scienziati” della Cru (sarà forse il caso di iniziare a utilizzare le virgolette), si scambiano consigli su come “taroccare” alcuni dati grezzi che contraddicono il graduale aumento delle temperature terrestri. Si ammette esplicitamente l’utilizzo di «trucchi» statistici per «nascondere il declino» delle temperature. Sarà poi il blogger (ed ex metereologo) Anthony Watts a spiegare i dettagli tecnici del “trucco”, che consiste nel mescolare selettivamente due serie differenti di dati sulla temperatura in modo da produrre un grafico globale che finisce nel modo preferito dall’establishment sul global warming: con la classica curva all’insù tipica dell’hockey stick.

Dalle comunicazioni tra gli “scienziati” si percepisce anche una forte insicurezza di fondo sulla solidità delle stesse teorie su cui hanno costruito le proprie fortune, accademiche e finanziarie. «Dove diavolo è finito il global warming?», si chiede qualcuno dopo aver analizzato dati che dipingono un quadro generale di diminuzione delle temperature. E un articolo di Der Spiegel che sottolinea proprio questa tendenza al “raffreddamento globale” viene accolto quasi con terrore...

Poi c’è un aspetto altrettanto inquietante che rischia in più di avere conseguenze penali (ed è al centro delle inchieste avviate dalle università britanniche e statunitensi): quello del deliberato occultamento di dati scientifici che potrebbero falsificare la teoria di fondo dell’Anthropogenic global warming. «I due MMs - si legge in una mail di Phil Jones - stanno inseguendo i dati delle stazioni Cru da anni. Se scoprissero che ora esiste un Freedom of Information Act anche nel Regno Unito, credo che cancellerei tutti i file piuttosto che darli a qualcuno». I due MMs non sono caramelle, ma Ross Mckittrick e Steve McIntyre, due degli esponenti di punta dei climatologi scettici. E ancora: Phil Jones, evidentemente pressato dai vertici amministrativi della Cru che lo spingono a rendere pubblici i dati per evitare polemiche e cattiva pubblicità, perde la pazienza e invita i suoi collaboratori a sbarazzarsi di tutte le email in cui questi dati sono stati allegati. E l’aspetto più interessante di tutta la vicenda è che, recentemente, la Cru ha ammesso che i “dati grezzi” su cui sono state elaborate tutte le teorie dell’Ipcc sono stati «inavvertitamente cancellati» durante l’ultimo trasloco di sede dell’organizzazione. Una coincidenza strabiliante. O un atto criminale di cui Jones dovrà rispondere, non solo nelle sedi accademiche.

Fin qui, si tratta di email che dipingono un quadro disarmante della situazione. Ma c’è anche un’altra serie di “chicche” nascoste in uno dei documenti pubblicati online. Si tratta di un lungo file di testo denominato “Harry_Read_Me.txt” in cui, tra le linee di codice di un programma (scritto nel vecchio linguaggio fortran), il programmatore incaricato di «dare una sistemata ai dati» esprime tutta la sua frustrazione per essere costretto a lavorare con serie di dati incompleti, incoerenti e - in ultima analisi - del tutto inutilizzabili. Si tratta di commenti troppo tecnici per essere riportati in questa sede, ma dai quali si evince una realtà che gli “scettici” avevano intuito da tempo: quella sui cambiamenti climatici non è una «scienza consolidata», ma nella migliore delle ipotesi una “scienza neonata” in cui si avrebbero difficoltà quasi insormontabili nel ricostruire una serie di misurazioni coerenti e vagamente utilizzabili, figuriamoci nell’elaborare una teoria “perfetta” in cui si arriva perfino a stabilire un nesso di causalità. Eppure, negli ultimi anni, è accaduto proprio questo.

Lo scenario che emerge dal Climategate è drammatico, ma semplice da raccontare. In ogni discussione sul global warming, nella letteratura scientifica come nei mainstream media, il risultato è sempre lo stesso: è colpa dell’uomo. Lo ha scritto Robert Tracinski su Real Clear Politics, «come i grafici sulla temperatura prodotti dalla Cru sono sempre truccati per far vedere la curva all’insù dell’hockey stick, ogni discussione sui cambiamenti climatici finisce con l’attribuire ogni responsabilità all’uomo; e ogni dato o lavoro scientifico che tende a falsificare questa teoria viene screditato come “non scientifico” proprio perché insidia questo dogma prestabilito». Ma le email (e i documenti) del “Climategate” dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che siamo in presenza di un caso gigantesco di frode scientifica organizzata. Negli ultimi cinque anni, Phil Jones ha “raccolto” finanziamenti per 13,7 milioni di sterline dal governo britannico, grazie a dati falsi, minacce trasversali e trucchi statistici. Ed è stato trattato dall’opinione pubblica, manipolata da media compiacenti, come un eroe.

Il danno, poi, potrebbe andare molto oltre questa piccola truffa milionaria, nel momento in cui una teoria non dimostrata (e probabilmente non dimostrabile) venisse utilizzata per introdurre gabbie legislative capaci di distruggere ricchezza per migliaia di miliardi, soltanto nel mondo occidentale. Proprio come rischia di accadere nei prossimi anni.

(domani in edicola su Liberal quotidiano)