martedì 30 settembre 2008
Sunset
Daily Polls
Rasmussen Tracking (27-29 sett.) Obama +6 (-1)
Gallup Tracking (27-29 sett.) Obama +6 (+2)
Battleground Tracking (24-29 sett.) Obama +2 (-4)
Hotline Tracking (26-28 sett.) Obama +6 (-1)
American Research Group (27-29 sett.) Obama +4 (-2)
ABC News/WaPo (27-29 sett.) Obama +4 (+5)
Media RCP Obama +4.8%
Statali
Arizona (Rasmussen) McCain +21 (+2)
Florida (PPP) Obama +3 (-8)
Georgia (Survey USA) McCain +8 (-8)
New Jersey (Strategic Vision) Obama +9 (-5)
Ohio (InAdv) Obama +2 (-2)
Pennsylvania (Morning Call) Obama +8 (-1)
Virginia (InAdv) Obama +6 (-8)
Swing Bailout
p.s. Il discorso di Nancy Pelosi è stato vergognoso.
USA 2008 - 29. New Hampshire

NEW HAMPSHIRE (4)
Popolazione: 1.315.828 (41°)
Capitale: Concord (42.378)
Città più grande: Manchester (108.580; metro area: 176.663)
Governatore: John Lynch (D)
Senato: Judd Gregg (R); John Sununu (R)
Camera: GOP 0 DEM 2 - Carol Shea-Porter (D); Paul Hodes (D)
Il New Hampshire è il 18° stato meno conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 3.8% inferiore alla media nazionale e negli ultimi anni il trend è favorevole al partito democratico. Il New Hampshire è rimasto l'unico bastione purple nell'oceano blu del New England. Dalla nascita del partito repubblicano - che secondo qualche storico è avvenuta proprio nel Granite State, nella citta di Exeter (Rockingham County) - il New Hampshire è stato una roccaforte del GOP fino all'era Clinton, votando soltanto per tre candidati democratici in tutta la sua storia: Woodrow Wilson, Franklin D. Roosevelt e Lyndon B. Johnson. Di particolare peso, nel Dopoguerra, le vittorie di Eisenhower nel 1952 (+21%) e nel 1956 (+33%), di Nixon nel 1972 (+29%), di Reagan nel 1980 (+29%) e nel 1984 (+38%) e di Bush Sr. nel 1988 (+26%). Nel 1992, però, Bill Clinton è riuscito a strappare lo stato ai repubblicani (38,9% contro il 37,6% di Bush Sr.), con il contributo decisivo di Ross Perot (22,5%), consolidando questa vittoria con il netto +10% rifilato a Dole nel 1996. Nelle ultime due elezioni, sia Bush Jr. contro Gore (+1,2%) che Kerry contro Bush Jr. (+1,4%) hanno ottenuto due affermazioni molto risicate.
Nei sondaggi condotti durante il ciclo elettorale 2008, il Granite State è sempre rimasto - almeno in teoria - alla portata di McCain. A parte un paio di casi isolati (un +11% di Rasmussen a febbraio e un altro +11%, sempre di Rasmussen, a giugno), il vantaggio di Obama non è mai andato in doppia cifra. Anzi, ad aprile almeno 4 sondaggisti hanno registrato un lieve vantaggio per McCain, che a settembre è nuovamente tornato a farsi sotto. Negli ultimi sette sondaggi, tutti condotti negli ultimi quindici giorni, Obama conduce due volte con un vantaggio discreto (+6% Marist; +4% Research 2000), tre volte con un vantaggio minimo (+1% per Strategic Vision, Suffolk e National Journal) e altre due volte è leggermente dietro a McCain (-2% per University of NH e Rasmussen). Malgrado la vittoria di Kerry nel 2004, i flussi migratori dal Massachusetts e dal Connecticut che hanno diminuito la percentuale di "rosso" nello stato, e la pesante sconfitta repubblicana alle elezioni di mid-term del 2006, insomma, il New Hampshire non puo essere considerato una sicura vittoria per i democratici nel 2008. McCain, fin dalle primarie del 2000, ha costruito un grassroot network molto efficace e motivato. E l'anima "indipendente" dello stato si adatta bene alla personalità maverick del candidato repubblicano. Le combattute elezioni per il Senato (Sununu contro Shaheen) e per il 1° distretto della Camera (Bradley contro Shea-Porter) contribuiscono ad aumentare il margine di incertezza di questa tornata elettorale.

Nelle ultime, combattutissime, elezioni presidenziali del 2000 e del 2004, in nessuna contea del New Hampshire uno dei due partiti maggiori è mai riuscito ad andare oltre il 60%. E le quattro contee più popolose - quelle al confine sud-occidentale con il Massachusetts - si sono sempre divise equamente tra repubblicani (Rockingham e Hillsborough) e democratici (Merrimack e Strattford). E' interessante notare che Hillsborough County, in cui risiede l'area urbana più estesa dello stato, Manchester, non sia una roccaforte democratica ma anzi abbia votato (anche se di poco) per Bush Jr. sia nel 2000 che nel 2004. Un'anomalia, rispetto a quanto ci hanno abituato quasi tutti gli altri stati americani.
Visto lo stato generale della corsa alla Casa Bianca, assegniamo il Granite State alla sua "colonna di partenza": DEM Leaning. Si tratta di un azzurro chiaro particolarmente chiaro, però, perché (insieme al Minnesota) il New Hampshire è certamente lo stato vinto da Kerry nel 2004 in cui Obama rischia di più. Per sua fortuna, anche se i prossimi sondaggi lo facessero scivolare verso il toss-up nelle nostre previsioni, si tratta pur sempre di soli 4 electoral votes, che per ora attribuiamo al partito democratico.
UPDATE 10/10. da DEM Leaning a DEM Solid
lunedì 29 settembre 2008
Daily Polls
Rasmussen Tracking (26-28 sett.) Obama +5 (+1)
Gallup Tracking (26-28 sett.) Obama +8 (=)
Battleground Tracking (22-28 sett.) McCain +2 (=)
Hotline Tracking (26-28 sett.) Obama +5 (=)
Media RCP Obama +4.6%
Statali
Colorado (Rasmussen) Obama +1 (+2)
Florida (Survey USA) McCain +1 (-5)
Florida (Rasmussen) Tie (-1)
New Jersey (Survey USA) Obama +10 (-)
North Carolina (PPP) Obama +2 (-2)
Ohio (Rasmussen) McCain +1 (=)
Pennsylvania (Morning Call) Obama +7 (-3)
Pennsylvania (Rasmussen) Obama +8 (-4)
Tennessee (Middle Tn. State Univ.) McCain +12 (-2)
Virginia (Rasmussen) Obama +3 (+2)
domenica 28 settembre 2008
Daily Polls
Rasmussen Tracking (25-27 sett.) Obama +6 (=)
Gallup Tracking (25-27 sett.) Obama +8 (-3)
Hotline Tracking (25-27 sett.) Obama +5 (=)
Media RCP Obama +4.8%
Statali
Kentucky (Mason-Dixon) McCain +12 (-)
Tennessee (Mason-Dixon) McCain +16 (-)
sabato 27 settembre 2008
McCain is Right
Daily Polls
Rasmussen Tracking (24-26 sett.) Obama +6 (-1)
Gallup Tracking (24-26 sett.) Obama +5 (-2)
Hotline Tracking (24-26 sett.) Obama +5 (+2)
Media RCP Obama +4.3%
Statali
Connecticut (Survey USA) Obama +16 (+5)
Iowa (Rasmussen) Obama +8 (-3)
Louisiana (Rasmussen) McCain +15 (-3)
South Carolina (Research 2000) McCain +15 (+2)
Wyoming (Research 2000) McCain +21 (+8)
Scoreboard
McCain noioso ("earmarks!") e un po' impacciato; Obama noioso ("Bush!") e si mangia le parole. Nessuno dei due risponde alle domande dirette di Jim Lehrer. Almeno, però, McCain non dipinge una filosofia economica che farebbe rabbrividire perfino FDR... Darei un lievissimo vantaggio a Old Mac, ma lui se lo rimangia tutto con il climate change. Pari.
Seconda parte (esteri)
McCain gioca in casa. E gioca all'attacco. Obama si difende come può, ma almeno in paio di momenti barcolla. Come quando, in pratica, risponde che non ha la più pallida idea di cosa si stia parlando e che la sua soluzione è... telefonare a Joe Biden. Imbarazzante. Iniziare ogni intervento con "McCain is right", poi, sarà pure un segno di buona educazione, ma non ci si può lamentare se succede questo. Il momento peggiore per Obama: McCain che sfodera l'affondo sul "presidente che non può sedersi allo stesso tavolo con i dittatori"; Obama che risponde citando Kissinger; McCain che gli spiega come Kissinger non avrebbe mai potuto sostenere una posizione simile. Infatti. Vantaggio McCain.
Terza parte (terrorismo e conclusioni)
Si riscivola verso la noia. Obama si espone pericolosamente almeno un paio di volte: "Anch'io ho un braccialetto, gne gne gne"; "Una parte del problema terroristico è la mancanza di rispetto nei confronti dell'America". Ma McCain non ne approfitta. Un po' meglio Old Mac nel pistolotto finale. Pari.
Valutazione finale. E' tutto un problema di aspettative. Quelle per McCain non potevano essere più basse. Quelle per Obama sfioravano l'isteria collettiva. McCain (anche grazie agli argomenti trattati) è andato leggermente meglio di Obama. Risultato: netta vittoria per McCain. Adesso fateli sfogare con i sondaggi (?) taroccati. E ricordatevi: Kerry ha battuto Bush 3 a 0!
UPDATE. Ben Smith di The Politico: "The mild consensus in the press file was that McCain won, if not in particularly dramatic fashion. The two insta-polls out -- from CBS and CNN -- found the opposite". Chissà perché non sono sorpreso.
UPDATE/2. Su Usa2008.tocqueville.it, i commenti di Tom Bevan (RCP), Jonathan Last (Weekly Standard), Mickey Kaus (Slate), Jim Gerathy (National Review), Chris Cilizza (Washington Post), Roger Simon (The Politico).
UPDATE/3. Ci sono anche sondaggisti "not in the tank", come Survey USA (non vi fidate troppo di questo tipo di rilevazioni statistiche, in ogni caso).
venerdì 26 settembre 2008
Debate Open Thread
UPDATE. Intanto Obama ci anticipa quale sarebbe la filosofia alla base della sua presidenza, se venisse eletto: abolire il primo emendamento.
Daily Polls
Rasmussen Tracking (23-25 sett.) Obama +5 (-2)
Gallup Tracking (23-25 sett.) Obama +3 (-3)
Battleground Tracking (21-25 sett.) McCain +2 (+1)
Hotline Tracking (23-25 sett.) Obama +7 (-3)
Media RCP Obama +4.2%
Statali
Arkansas (Rasmussen) McCain +9 (-1)
California (Survey USA) Obama +10 (+2)
Colorado (ARG) McCain +3 (+1)
Florida (Rasmussen) McCain +1 (-4)
Florida (ARG) Obama +1 (-1)
Massachusetts (Rasmussen) Obama +20 (-4)
Missouri (Research 2000) McCain +1 (-3)
Missouri (Survey USA) McCain +2 (-3)
Montana (Research 2000) McCain +13 (-)
New Hampshire (Research 2000) Obama +4 (=)
Oregon (Research 2000) Obama +14 (-)
Pennsylvania (Morning Call) Obama +4 (-)
Virginia (Rasmussen) Obama +5 (-7)
giovedì 25 settembre 2008
USA 2008 - 28. Nevada

UPDATE 02/10
da GOP Leaning a Toss-Up
NEVADA (5)
Popolazione: 2.565.382 (35°)
Capitale: Carson City (52.457)
Città più grande: Las Vegas (558.880; metro area: circa 1.800.000)
Governatore: Jim Gibbons (R)
Senato: Harry Reid (D); John Ensign (R)
Camera: GOP 2 DEM 1 - Shelley Berkley (D); Dean Heller (R); Jon Porter (R)
Il Nevada è il 28° stato più conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato dello 0.1% superiore alla media nazionale, ma negli ultimi anni, il trend è leggermente favorevole al partito democratico. Il Nevada è uno swing-state per tradizione che nell'ultima metà del secolo scorso ha dimostrato una leggera preferenza per il GOP. Tra la fine dell'800 e l'inizio del '900 saltabeccava con disinvoltura tra repubblicani (Lincoln, Grant, Hayes, Blaine, Harrison, Teddy Roosevelt, Harding, Coolidge, Hoover), democratici (tre volte Bryan, due volte Wilson) e populisti (Weaver nel 1892). Poi è arrivata l'era-Roosevelt, in cui FDR ha vinto per quattro volte di fila (con un vantaggio massimo del 45% nel 1936 e uno minimo del 9% nel 1944), con lo strascico di Truman nel 1948 (+3%). Dal 1952 al 1992, invece, il GOP ha ottenuto otto vittorie su dieci, perdendo solo contro Kennedy nel 1960 (+2%) e Johnson nel 1964 (+17%). A tenere alta la bandiera repubblicana sono stati Eisenhower nel 1952 (+23%) e nel 1956 (+15%); Nixon nel 1968 (+8%) e nel 1972 (+27%); Ford nel 1976 (+5%); Reagan nel 1980 (+36%) e nel 1984 (+34%); Bush Sr. nel 1988 (+21%). Bill Clinton ha faticato moltissimo per spezzare questa serie nel 1992 (+3%) e nel 1996 (+1%). E Bush Jr. ha faticato quasi altrettanto per riportare il Nevada nella colonna degli stati rossi, nel 2000 (+4%) e nel 2004 (+3%).
I sondaggi relativi al Nevada nel ciclo elettorale 2008 sono piuttosto difficili da interpretare. A febbraio-marzo Obama era davanti sia per Rasmussen (+4%) che per Research 2000 (+5%). Tra aprile e giugno, McCain ha conquistato un vantaggio oscillante tra il 2% di Mason-Dixon e il 6% di Rasmussen. A luglio Obama è tornato davanti (+2% per Rasmussen). Ad agosto, McCain era in vantaggio per Rasmussen (+2%) e Mason Dixon (+7%), ma in svantaggio per CNN (-5%) e Reno Gazette (-1%). Dopo le convention, sono stati effettuati solo tre sondaggi. In tutti McCain è in vantaggio, anche se di pochissimo: Rasmussen +3%; Suffolk +1%; InsiderAdvantage +1%. A prima vista, insomma, il Silver State è un toss-up. E le speranze democratiche di strappare i 5 electoral votes al GOP sono rese ancora più concrete dal tasso di crescita della popolazione ispanica (+43.57% dal 2000 al 2005), che ormai è diventata circa un quarto del totale (gli afroamericani sono meno del 10%). Non sarà un'impresa facile, però, vista l'inclinazione libertarian dello stato e la sua ritrosia - quasi genetica - a fidarsi dei big-tax democrats.

L'87% degli elettori del Nevada vive in sole due contee: Clark (al confine sud-occidentale con l'Arizona, dove ha sede Las Vegas) e Washoe (al confine nord-orientale con la California, dove ha sede Reno). Mentre in tutto il resto dello stato - deserto e poco di più - dominano i repubblicani, a Las Vegas e Reno la situazione è molto più equilibrata. Nel 2004, a Las Vegas Kerry ha conquistato circa il 4% dei voti in più di Bush. A Reno la situazione è esattamente opposta. Con uno scarto totale di circa 20mila voti tra GOP e Democratici (sempre nel 2004), è chiaro che anche quest'anno la battaglia sarà vinta, o persa, in queste due contee. Un ruolo importante potrebbe giocarlo il peso politico dei due senatori del Silver State che, neanche a farlo apposta, sono il leader della maggioranza (Harry Reid) e quello della minoranza (John Ensign). Se vogliono vincere, però, tutti e due i candidati dovranno sfoderare una performance migliore di quella ottenuta alle primarie (o meglio, nei caucus), quando sono stati battuti da Hillary Rodham Clinton e Mitt Romney. Proprio Romney, però, potrebbe essere l'asset decisivo per McCain, visto che l'11% della popolazione è mormone.
Per ora, soprattutto vista la grande popolarità di Romney (che si sta dimostrando essere uno dei surrogates più efficaci e disciplinati di McCain), lasciamo il Nevada nella sua colonna di competenza: GOP Leaning. Pronti, però, a cambiare idea nel caso di una serie futura di sondaggi in cui l'attuale vantaggio repubblicano, molto lieve, venga annullato. Il Nevada, insieme ai vicini Colorado e New Mexico, è un tassello importante della strategia di Obama nel West. E i suoi 5 electoral votes, in un'elezione così combattuta, non devono essere sottovalutati.
There's Only One
Daily Polls
Rasmussen Tracking (22-24 sett.) Obama +3 (-1)
Gallup Tracking (22-24 sett.) Tie (+3)
Battleground Tracking (18-24 sett.) McCain +1 (-1)
Hotline Tracking (22-24 sett.) Obama +4 (+2)
CBS News/New York Times (21-24 sett.) Obama +5 (=)
Democracy Corps (22-24 sett.) Obama +3 (-5)
F&M/Hearst-Argyle (15-21 sett.) McCain +2 (+8)
Media RCP Obama +3.3%
Statali
Alaska (Fairleigh Dickinson) McCain +18 (-)
California (PPIC) Obama +10 (-1)
Delaware (Fairleigh Dickinson) Obama +20 (-)
Delaware (Survey USA) Obama +20 (-11)
Maine (Survey USA) Obama +5 (+9)
Massachusetts (Survey USA) Obama +16 (-3)
Michigan (Epic-MRA) Obama +10 (-9)
Michigan (Mason-Dixon) Tie (-)
Michigan (National Journal/FD) Obama +8 (-)
Michigan (Detroit Free Press) Obama +13 (-6)
Michigan (Strategic Vision) Obama +3 (-2)
New Hampshire (National Journal/FD) Obama +1 (-)
New Hampshire (Strategic Vision) Obama +1 (-)
New Hampshire (Suffolk) Obama +1 (-)
New York (Survey USA) Obama +19 (+1)
North Carolina (Rasmussen) Obama +2 (-5)
Ohio (Rasmussen) McCain +1 (-3)
Oregon (Survey USA) Obama +11 (-8)
Pennsylvania (Survey USA) Obama +6 (-)
Pennsylvania (National Journal/FD) Obama +2 (-)
Pennsylvania (Rasmussen) Obama +4 (-1)
West Virginia (Rasmussen) McCain +8 (=)
Wisconsin (Research2000) Obama +6 (-)
Nota. Lasciamo questo post in evidenza perché verrà aggiornato per tutto il giorno (e parte della notte). Per chi fosse interessato, l'analisi del Nebraska è nel post qui sotto. Lettura consigliata ai repubblicani tristi. Qui, invece, c'è un update minore della mappa elettorale.
USA 2008 - 27. Nebraska

NEBRASKA (5)
Popolazione: 1.774.571 (38°)
Città più grande: Omaha (432.921; metro area: 829,890)
Governatore: Dave Heinaman (R)
Senato: Chuck Hagel (R); Ben Nelson (D)
Camera: GOP 3 DEM 0 - Jeff Fortenberry (R); Lee Terry (R); Adrian Smith (R)
Il Nebraska è il 4° stato più conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 30.8% superiore alla media nazionale. E il trend degli ultimi anni è favorevole al partito repubblicano. Il Nebraska puà essere considerato, a pieno titolo, una storica roccaforte del GOP. Nelle sedici elezioni presidenziali dal 1868 al 1928, ha votato 14 volte per il candidato repubblicano e soltanto 4 per quello democratico (due volte per William Bryan e due per Woodrow Wilson). Nell'era-Roosevelt, il Cornhusker State ha prima subito il fascino di FDR (nel 1932 e nel 1938), per poi tradirlo abbastanza in fretta scegliendo Wendell Wilkie nel 1940 (+15%) e Thomas Dewey nel 1944 (+17%). Dal 1948 ad oggi, poi, il Nebraska ha votato per il candidato democratico soltanto nel landslide di Johnson del 1964 (+5%). In tutte le altre elezioni, ha dominato il GOP: Dewey nel 1948 (+9%); Einsenhower nel 1952 (+39%) e nel 1956 (+31%); Nixon nel 1960 (+25%), nel 1968 (+28%) e nel 1972 (+41%); Ford nel 1976 (+21%); Reagan nel 1980 (+39%) e nel 1984 (+42%); Bush Sr. nel 1988 (+21%) e nel 1992 (+17%); Dole nel 1996 (+19%); Bush Jr. nel 2000 (+29%) e nel 2004 (+33%).
Il Nebraska è uno dei pochi stati che non assegna i propri electoral votes con il metodo winner-takes-it-all: due su cinque vengono attibuti a chi conquista più voti nello stato; gli altri tre a chi conquista più voti in ogni singolo distretto congressuale. Malgrado uno strano sondaggio di Survey USA a febbraio, che vedeva McCain davanti di soli 3 punti percentuali, non sembra plausibile che i democratici riescano a strappare al GOP anche un solo electoral vote. Nei sondaggi più recenti, il vantaggio del candidato repubblicano oscilla tra il 19% (Rasmussen) e il 28% (Research 2000). E' probabile, insomma, che la performance di McCain non arrivi ad eguagliare quella di Bush Jr. nel 2004, ma i cinque EV restano saldamente in mano al GOP.

Nel 2004, George W. Bush ha conquistato tutte le contee del Nebraska ad eccezione di una, Thurston, al confine nord-orientale con l'Iowa, che contiene due delle più estese "riserve indiane" dello stato. Anche a Thurston, comunque, Kerry ha vinto di un soffio (58 voti di vantaggio). Quattro anni prima, malgrado un distacco totale inferiore, Bush era riuscito a fare l'ein plein, che ai repubblicani era riuscito altre tre volte nella storia recente (1972, 1980 e 1984). Anche quando i democratici vanno relativamente bene - cioè quando contengono lo svantaggio intorno ai 20 punti percentuali - riescono a conquistare appena 3-4 contee. Nel resto dello stato, lo strapotere del GOP è imbarazzante, con picchi che superano l'80% al confine occidentale con il Wyoming (Sioux, Banner, Kimball), al confine settentrionale con il South Dakota (Cherry, Brown, Holt, Keya Paha) e nelle contee rurali centrali (Arthur, Custer, Blain, Grant, Pierce, Antelope). Anche nell'area urbana più popolosa dello stato - Omaha-Council Bluffs, a cavallo tra Nebraska e Iowa - i risultati del partito repubblicano sono comunque ottimi e non scendono mai al di sotto del 58-60%.
Il Cornhusker State è rosso. Rosso scuro. Eppure verso febbraio-marzo qualche buontempone aveva iniziato a paventare la possibilità che uno dei cinque electoral votes dello stato (quello del 2° distretto congressuale) potesse scivolare verso la colonna obamista. A meno di repentini spostamenti dell'asse terrestre, si trattava di una bufala. Il Nebraska resta GOP Solid e tutti i suoi 5 EV restano al partito repubblicano.
mercoledì 24 settembre 2008
Daily Polls
Rasmussen Tracking (21-23 sett.) Obama +2 (-2)
Gallup Tracking (21-23 sett.) Obama +3 (=)
Battleground Tracking (17-23 sett.) McCain +2 (=)
Hotline Tracking (21-23 sett.) Obama +6 (-2)
Fox News (22-23 sett.) Obama +6 (-9)
NBC News/WSJ (19-22 sett.) Obama +2 (-1)
LA Times/Bloomberg (19-22 sett.) Obama +4 (-2)
Ipsos/McClatchy (18-22 sett.) Obama +1 (-1)
Media RCP Obama +3.5%
Statali
Colorado (InAdv) Obama +9 (+1)
Colorado (Rasmussen) Obama +3 (-5)
Colorado (CNN/Time) Obama +4 (-4)
Florida (Strategic Vision) McCain +3 (-4)
Iowa (Marist) Obama +10 (-)
Kansas (SurveyUSA) McCain +12 (-11)
Michigan (MRG) McCain +3 (-)
Michigan (CNN/Time) Obama +5 (-1)
Montana (CNN/Time) McCain +11 (-)
Nevada (New West) Obama +2 (-)
New Hampshire (Rasmussen) McCain +2 (+3)
New Hampshire (Marist) Obama +6 (-)
Pennsylvania (CNN/Time) Obama +9 (-4)
Pennsylvania (Strategic Vision) Obama +1 (+1)
South Carolina (SurveyUSA) McCain +19 (+16)
Virginia (Mason-Dixon) McCain +3 (-)
Washington (SurveyUSA) Obama +11 (-7)
West Virginia (CNN/Time) McCain +4 (-)
Nota.
Sondaggio NPR (National Public Radio) su 800 likely voters nei battleground states di Colorado, Florida, Iowa, Michigan, Minnesota, Missouri, Nevada, New Hampshire, New Mexico, North Carolina, Ohio, Pennsylvania, Virginia e Wisconsin:
McCain 46 Obama 44 (+5)
God Bless Joe Biden!
"No-coal-plants-here-in-America". Con sei, innocue parole, Biden rischia di far perdere al suo ticket 21 electoral votes, quelli della Pennsylvania. Joe è una mitragliatrice di gaffe, questo lo sapevamo tutti, ma la sua ultima uscita è davvero colossale. Il perché ce lo spiega Jim Gerathy su Campaign Spot (via PolitickerPA):
1) Most anthracite coal is found in Pennsylvania.
2) Pennsylvania has 29 billion tons of coal reserves, or 6.1% of the country's reserves.
3) The combined direct and indirect contributions of the coal industry to Pennsylvania's economy are more than $10 billion.
4) Using more than 57 million tons, Pennsylvania ranks fourth in coal use.
5) Pennsylvania employs more than 9,300 miners.
6) Pennsylvania distributes more than 75 million tons of coal each year.
7) Pennsylvania has 82 underground mines and 225 surface mines.
8) About 58% of the electricity used in Pennsylvania is produced by coal.
9) Pennsylvania produces about 7% of the country's coal supply.
10) Pennsylvania has 23 coal-fired power plants.
E Jay Cost, su RealClear Politics, aggiunge qualche dettaglio (anche geografico) e ci regala il video che vedete qui sopra. Se Biden non ci fosse, Schmidt lo avrebbe già inventato.
martedì 23 settembre 2008
Daily Polls
Rasmussen Tracking (20-22 sett.) Tie (+1)
Gallup Tracking (20-22 sett.) Obama +3 (+1)
Battleground Tracking (16-22 sett.) McCain +2 (+1)
Hotline Tracking (20-22 sett.) Obama +4 (+1)
American Research Group (20-22 sett.) Obama +2 (-5)
ABC News/WaPo (19-22 sett.) Obama +9 (-11)
Media RCP Obama +3.0%
Statali
Arkansas (ARG) McCain +12 (-)
California (Rasmussen) Obama +17 (-4)
Colorado (Quinnipiac) Obama +4 (-5)
Colorado (PPP) Obama +7 (-6)
Florida (Mason-Dixon) Obama +2 (-1)
Kansas (Rasmussen) McCain +20 (+6)
Kentucky (SurveyUSA) McCain +19 (+1)
Massachusetts (ARG) Obama +16 (-)
Michigan (Quinnipiac) Obama +4 (=)
Minnesota (Quinnipiac) Obama +2 (=)
Ohio (InAdv/PollPosition) Tie (-1)
Oregon (ARG) Obama +11 (-)
Pennsylvania (ARG) Obama +4 (-)
Vermont (ARG) Obama +18 (-)
Wisconsin (Quinnipiac) Obama +7 (+4)
lunedì 22 settembre 2008
Daily Polls
Rasmussen Tracking (19-21 sett.) Obama +1 (=)
Gallup Tracking (19-21 sett.) Obama +4 (=)
Hotline Tracking (19-21 sett.) Obama +5 (-4)
Battleground Tracking (14-21 sett.) McCain +1 (+1)
CNN/Opinion Research (19-21 sett.) Obama +4 (-4)
Media RCP Obama +2.7%
Statali
Georgia (ARG) McCain +18 (-)
Florida (Rasmussen) McCain +5 (=)
Michigan (Rasmussen) Obama +7 (-2)
Minnesota (Rasmussen) Obama +8 (-4)
Nevada (Suffolk) McCain +1 (-)
New Hampshire (Un. of NH) McCain +2 (+5)
New Jersey (ARG) Obama +9 (-)
New Mexico (PPP) Obama +11 (-)
North Carolina (Rasmussen) McCain +3 (-3)
North Carolina (Civitas) Tie (-3)
Ohio (Rasmussen) McCain +4 (+1)
Pennsylvania (Rasmussen) Obama +3 (-3)
Pennsylvania (Mason-Dixon) Obama +2 (-)
South Dakota (ARG) McCain +16 (-)
Virginia (SurveyUSA) Obama +6 (-2)
Virginia (Rasmussen) McCain +2 (+2)
Virginia (ABC News/WaPo) Obama +3 (-)
Wisconsin (ARG) Obama +5 (-)
Electoral Map Update
Indiana: da GOP Solid a GOP Leaning
USA 2008 - 26. Montana

MONTANA (3)
Popolazione: 957.861 (44°)
Città più grande: Billings (101.876; metro area: 149.657)
Governatore: Brian Schweitzer (D)
Senato: Max Baucus (D); Jon Tester (D)
Camera: Dennis Rehberg (R)
Il Montana è il 13° stato più conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 18.0% superiore alla media nazionale. E il trend degli ultimi anni è favorevole al partito repubblicano. Storicamente, il Montana (primo stato ad eleggere una donna al Congresso e uno dei primi stati a concedere alle donne il diritto di voto) è uno swing-state che ha sempre preferito eleggere liberal al Congresso e conservatori ad Helena (la capitale, sede del governatore). Dagli anni Settanta in poi, però, anche se la politica locale del Big Sky Country ha continuato per un paio di decenni ad essere dominata dai democratici, i repubblicani hanno iniziato a vincere con regolarità le sfide per la Casa Bianca: Nixon nel 1972 (+20%); Ford nel 1976 (+7%); Reagan nel 1980 (+24%) e nel 1984 (+32%); Bush Sr. nel 1988 (+6%). Proprio nel 1988, con l'elezione di un governatore e di un senatore repubblicani (il primo, quest'ultimo, dagli anni Quaranta), il GOP ha iniziato una rimonta che l'ha portato a controllare entrambe le camere statali. Dopo la frenata del 1992, quando Clinton riuscì a vincere di misura contro Bush Sr. (grazie al contributo essenziale di Perot), la supremazia repubblicana alle presidenziali è proseguita con Dole nel 1996 (+3%) e Bush Jr. nel 2000 (+25%) e nel 2004 (+21%).
Nel ciclo elettorale 2008, l'unico sondaggista ad interessarsi con costanza al Big Sky Country è stato Rasmussen Reports, che all'inizio di luglio registrava un vantaggio per Obama (+5%) che aveva mandato nel panico i repubblicani e solleticato gli appetiti dei democratici, che già da qualche mese avevano iniziato ad investire risorse nello stato. La speranza di Obama era quella di ripetere la vittoria al Senato di Jon Tester su Conrad Burns nelle elezioni di mid-term del 2006. Vittoria (di soli 300 voti) che aveva garantito la maggioranza democratica alla camera alta. Dopo aver pareggiato i conti già alla fine di luglio, però, all'inizio di settembre l'ultimo sondaggio Rasmussen registrava un vantaggio in doppia cifra per McCain (+11%), in piccola parte forse provocato dal bounce post-convention del candidato repubblicano, ma in larga misura causato dal vantaggio strutturale del GOP nello stato e dall'avvento sulla scena politica di Sarah Palin, personaggio dalla storia e dalle caratteristiche particolarmente in sintonia con quella strana categoria di conservatori-libertarian che compongono l'ossatura del partito repubblicano in Montana (NRA, anyone?). Oggi qualche analista si ostina a considerare il Big Sky Country come un possibile stato a rischio per McCain. Il fatto che la campagna di Obama abbia totalmente smesso di investire in Montana, però, dovrebbe parlare più chiaramente di qualsiasi stramba illusione.

Geograficamente, negli ultimi anni, i democratici possono stare tranquilli solo in un pugno di contee: Silver Bow e Deer Lodge (a sud-ovest della capitale Helena); Glacier a nord; Big Horn (sì, proprio quel Big Horn) a sud; Roosevelt (neanche a farlo apposta) a nord-est. In queste contee il partito democratico, alle elezioni del 2004, oscillava tra il 53% e il 58%. In tutto il resto dello stato - compresa la capitale e la città più grande Billings, nella contea di Yellowstone (sì, proprio quel Yellowstone) - il partito repubblicano sfonda tranquillamente la soglia del 60%, arrivando al 70% nella zona centrale dello stato, ai confini nord-occidentali e in quelli sud-orientali. E volando oltre l'80% in alcune contee (non troppo popolose, per la verità) come Powder River, Carter, Petroleum e Garfield. Non deve disorientare, poi, il fatto che, nel 2004, Bush Jr. sia andato leggermente peggio che nel 2000, perché nella contestatissima (non in Montana) elezione dello scontro Bush-Gore, Ralph Nader ottenne un risultato di tutto rispetto nello stato, sfiorando il 6%. Voti che, quattro anni più tardi, tornarono regolarmente all'ovile democratico.
Circondato da alcuni degli stati più rossi della mappa (Idaho, Wyoming, South Dakota), non c'è nessuna ragione perché il Montana non debba continuare a comportarsi come ha sempre fatto, alle elezioni presidenziali, dal 1968 ad oggi (Clinton/Perot esclusi). Lo stato soprannominato anche The Last Best Place potrà certamente ospitare una performance di McCain inferiore a quelle - ottime - di Bush Jr., ma non c'è alcun dubbio: i suoi (miseri) 3 electoral votes sono marchiati a fuoco dai repubblicani. GOP Solid senza discussione.
domenica 21 settembre 2008
CasaBianca2008
Daily Polls
Rasmussen Tracking (18-20 sett.) Obama +1 (=)
Gallup Tracking (18-20 sett.) Obama +4 (+2)
Hotline Tracking (18-20 sett.) Obama +1 (=)
Media RCP Obama +2.2%
Statali
Alabama (Press Register) McCain +27 (=)
California (ARG) Obama +14 (-)
Florida (Research2000) McCain +1 (-)
Florida (Miami Herald) McCain +2 (-)
Iowa (Research 2000) Obama +14 (-6)
Iowa (ARG) Obama +7 (-)
Minnesota (ARG) Obama +1 (-)
Virginia (ARG) McCain +2 (-)
sabato 20 settembre 2008
Daily Polls
Rasmussen Tracking (17-19 sett.) Obama +1 (-1)
Gallup Tracking (17-19 sett.) Obama +6 (-1)
Hotline Tracking (17-19 sett.) Obama +1 (=)
Media RCP Obama +2.3%
Statali
Connecticut (ARG) Obama +15 (-)
Illinois (Rasmussen) Obama +16 (-1)
Illinois (Research2000) Obama +20 (+1)
Maryland (ARG) Obama +15 (-)
Michigan (Detroit News) Obama +1 (+1)
Michigan (ARG) Obama +2 (-)
Missouri (Research2000) McCain +4 (+9)
North Carolina (PPP) Tie (-4)
Ohio (Un. of Cincinnati) McCain +6 (+2)
South Carolina (Rasmussen) +6 (-3)
Tennessee (ARG) McCain +23 (-)
Nota. Date un'occhiata a quello che scrive Jay Cost su RealClear Politics, nel suo State of the Race. Chi crede che, per Obama, il peggio sia passato e la strada per la Casa Bianca sia tutta in discesa, potrebbe avere qualche sorpresa (e ho fatto pure la rima!).
venerdì 19 settembre 2008
USA 2008 - 25. Missouri

MISSOURI (11)
Popolazione: 5.878.415 (18°)
Città più grande: Kansas City (447.306; metro area: circa 2.000.000)
Governatore: Matt Blunt (R)
Senato: Kit Bond (D); Claire McCaskill (R)
Camera: GOP 5 DEM 4. Lacy Clay Jr. (D); Todd Akin (R); Russ Carnahan (D); Ike Skelton (D); Emmanuel Cleaver, II (D); Samuel Graves, Jr. (R); Roy Blunt (R); Jo Ann Emerson (R); Kenny Hulshof (R)
Il Missouri è il 25° stato più conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 4,7% superiore alla media nazionale. E il trend degli ultimi anni è favorevole al partito repubblicano. Il Missouri è il bellwether state per eccellenza, con la serie più lunga in assoluto di sostegno al candidato vincente alle elezioni presidenziali. Lo Show-Me State ha votato per quello che sarebbe diventato l'inquilino della Casa Bianca ininterrottamente dal 1904 al 2004, con la sola eccezione di Adlai Stevenson nel 1956 (sconfitto da Dwight Eisenhower a livello nazionale ma vincente in Missouri per appena 4mila voti). Nel dopoguerra, passata piuttosto in fretta l'infatuazione per Roosevelt (FDR vinse a stento sia nel 1940 che nel 1944), lo stato con la legislazione meno rigida in materia di tabacco e alcool, ha sostenuto Truman nel 1948 (+17%), Eisenhower nel 1952 (+2%), Stevenson nel 1956 (+0,2%), Kennedy nel 1960 (+0,5%), Johnson nel 1964 (+29%), Nixon nel 1968 (+1%) e nel 1972 (+25%), Carter nel 1976 (+4%), Reagan nel 1980 (+7%) e nel 1984 (+21%), Bush Sr. nel 1988 (+4%), Clinton nel 1992 (+11%) e nel 1996 (+6%), Bush Jr. nel 2000 (+3%) e nel 2004 (+7%). A parte qualche eccezione, insomma, si è sempre trattato di scarti piuttosto ridotti tra i due candidati principali. Una dimostrazione dell'indipendenza intrinseca dello stato considerato da molti come il "paradiso" del laissez-faire.
Nei diciannove sondaggi condotti in Missouri nel ciclo elettorale del 2008, McCain è stato in vantaggio 16 volte. E da luglio il suo distacco nei confronti di Obama non è mai stato inferiore ai 5 punti percentuali (con un massimo di 10). In più, non sembra che i democratici abbiano mire particolarmente ambiziose sugli 11 electoral votes dello Show-Me State, visto che non hanno mai investito cifre significative in spot e non hanno intenzione di farlo, almeno nelle prossime settimane. La sensazione è che la campagna di Obama abbia considerato lo stato come perso in partenza, alla luce della buona performance di Bush nel 2004 (soltanto 4 contee lasciate a Kerry). Una strategia che lascia piuttosto perplessi, soprattutto visti gli ingenti investimenti di Obama in stati come Montana o North Dakota e visto il potenziale turn-out afroamericano a Kansas City e St. Louis.

Geograficamente, negli ultimi anni, i democratici sono riusciti a resistere all'avanzata repubblicana soltanto intorno a Jackson County (la contea di Kansas City) al confine occidentale con il Kansas e nelle contee vicine a St.Louis, al confine orientale con l'Illinois. In tutto il resto dello stato, ormai, è il GOP a vincere, con percentuali in media piuttosto blande (50-60) ma con picchi che superano regolarmente il 70% al confine sud-occidentale con l'Oklahoma (McDonald, Newton, Jasper, Lawrence, Barton), nella fascia centrale che va dalla capitale Jackson City fino al confine meridionale con l'Arkansas (Moniteau, Miller, Pulaski, Laclede, Wright, Douglas, Christian, Taney) e in alcune contee sparse del sud (Butler, Stoddard).
Tecnicamente, il Missouri dovrebbe trovarsi al confine tra una previsione GOP Solid e una GOP Leaning. La scarsa convinzione con cui gli strateghi di Obama stanno conducendo la campagna elettorale nello Show-Me State, però, ci fa propendere - almeno per ora - per una comoda affermazione di McCain. Il Missouri, fino a prova contraria, fila diritto nella colonna GOP Solid. Ma si tratta comunque di uno stato da tenere sotto attenta osservazione. Altri 11 electoral votes per il partito repubblicano.
Daily Polls
Battleground Tracking (11-18 sett.) Tie (-2)
Rasmussen Tracking (16-18 sett.) Tie (=)
Gallup Tracking (16-18 sett.) Obama +5 (-1)
Hotline Tracking (16-18 sett.) Obama +1 (+3)
Media RCP Obama +1.9%
Statali
Alabama (SurveyUSA) McCain +30 (-2)
Alaska (Research2000) McCain +17 (+7)
Kentucky (Research2000) McCain +18 (-3)
Indiana (ARG) McCain +3 (-)
Indiana (Rasmussen) McCain +2 (-4)
Iowa (SurveyUSA) Obama +11 (-7)
Maine (Rasmussen) Obama +4 (+10)
Michigan (Marist) Obama +9 (-)
North Carolina (Elon) McCain +6 (-)
North Dakota (ARG) McCain +9 (-)
Ohio (Marist) Obama +2 (-)
Oklahoma (ARG) McCain +27 (-)
Pennsylvania (Marist) Obama +5 (-)
Washington (ARG) Obama +6 (-)
giovedì 18 settembre 2008
Daily Polls
Rasmussen Tracking (15-17 sett.) Tie (-1)
Gallup Tracking (15-17 sett.) Obama +4 (-2)
Hotline Tracking (15-17 sett.) Obama +4 (-1)
Quinnipiac (11-16 sett.) Obama +4 (+1)
Battleground (10-17 sett.) McCain +2 (-1)
Pew Research (9-14 sett.) Tie (+3)
Media RCP Obama +2.1%
Statali
Colorado (National Journal) Obama +1 (-)
Colorado (InAdv) Obama +10 (-7)
Connecticut (Rasmussen) +12 (+1)
Florida (ARG) Tie (-1)
Florida (SurveyUSA) McCain +6 (=)
Florida (National Journal) Tie (-)
Georgia (SurveyUSA) McCain +16 (+3)
Georgia (InAdv) McCain +8 (-10)
Georgia (Rasmussen) McCain +11 (+2)
Illinois (Un. of Wisconsin) Obama +16 (-)
Indiana (Indy Star) Obama +3 (+5)
Indiana (Un. of Wisconsin) McCain +4 (-)
Iowa (Un. of Wisconsin) Tie (-)
Michigan (Un. of Wisconsin) Obama +4 (-)
Minnesota (Un. of Wisconsin) Obama +2 (-)
Nebraska (ARG) McCain +26 (-)
New Hampshire (ARG) McCain +3 (+4)
New Mexico (SurveyUSA) Obama +8 (-5)
New Mexico (National Journal) Obama +7 (-)
New Jersey (Strategic Vision) Obama +4 (+5)
New Jersey (Rasmussen) Obama +13 (-3)
Ohio (National Journal) McCain +1 (-)
Ohio (Un. of Wisconsin) Obama +1 (-)
Oregon (Portland Tribune) Obama +10 (-)
Pennsylvania (Un. of Wisconsin) Tie (-)
South Carolina (ARG) McCain +22 (-)
Vermont (Rasmussen) Obama +24 (-)
Virginia (National Journal) McCain +7 (-)
Virginia (InAdv) McCain +2 (+2)
Washington (Strategic Vision) Obama +5 (+6)
Wisconsin (Un. of Wisconsin) Obama +1 (-)
mercoledì 17 settembre 2008
Daily Polls
Rasmussen Tracking (14-16 sett.) McCain 48 Obama 47 (=)
Gallup Tracking (14-16 sett.) McCain 45 Obama 47 (-3)
Hotline Tracking (14-16 sett.) McCain 42 Obama 45 (+1)
Cbs News/NYT (12-16 sett.) McCain 44 Obama 49 (-7)
ARG (13-15 sett.) McCain 48 Obama 45 (-)
Ipsos (11-15 sett.) McCain 45 Obama 45 (-1)
Reuters/Zogby (11-13 sett.) McCain 45 Obama 47 (-6)
Media RCP Tie
Statali
American Research Group (Alabama, Alaska, Arizona, Colorado, Delaware, Dc, Hawaii, Idaho, Illinois, Kansas, Kentucky, Louisiana, Maine, Mississippi, Missouri, Montana, Nevada, New Mexico, New York, North Carolina, Ohio, Rhode Island, Texas, Utah, West Virginia)
Virginia (PPP) Obama +2 (=)
Virginia (CNU) McCain +9 (-)
California (Field) Obama +16 (+8)
Ohio (CNN) Obama +2 (=)
Florida (CNN) Tie (-)
Indiana (CNN) McCain +6 (-)
Wisconsin (CNN) Obama +3 (-)
Wisconsin (Rasmussen) Obama +2 (+5)
Rhode Island (Rasmussen) Obama +19 (+5)
Oregon (Rasmussen) Obama +3 (+6)
North Carolina (CNN) McCain +1 (-)
USA 2008 - 24. Mississippi

MISSISSIPPI (6)
Popolazione: 2.918.785 (31°)
Governatore: Haley Barbour (R)
Senato: Thad Cochran (R); Roger Wicker (R)
Camera: GOP 1 DEM 3. Travis Childers (D); Bennie Thompson (D); Chip Pickering, Jr. (R); Gene Taylor (D)
Il Mississippi è il 15° stato più conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 17,2% superiore alla media nazionale. Il trend degli ultimi anni è favorevole al partito repubblicano. Per 140 anni - dal 1824 al 1964 - la politica del Mississippi è stata praticamente monopartitica, con una striscia ininterrotta di governatori democratici e una lunghissima serie di successi dello stesso partito a livello sia statale che nazionale. Come in molti altri stati del Sud, le politiche della Reconstruction (che prevedevano addirittura la nomina federale di governatori repubblicani) resero ancora più forte il risentimento nei confronti del GOP dopo la Guerra Civile. Con il "compromesso del 1877" le truppe nordiste smisero di stazionare negli stati della ex Confederazione e il partito democratico riconquistò rapidamente il controllo dello stato, grazie anche alla Costituzione del 1890, con spiccati connotati di disfrachising nei confronti della vasta comunità afro-americana. Qualche dato sulle vittorie democratiche dall fine dell'800 alla prima metà del '900 può dare un'idea sul radicamento di questo dominio: Bryan nel 1896 (91%); Parker nel 1904 (91%); Wilson nel 1912 (88%) e nel 1916 (92%); Davis nel 1924 (89%); Roosevelt nel 1932 (95%), nel 1936 (97%), nel 1940 (95%) e nel 1944 (93%). L'unica battuta d'arresto dei democratici in questo periodo fu la vittoria del democratico-ribelle Thurmond nel 1948 (87%), che si opponeva a quello che - qualche decennio più tardi - sarebbe diventato l'abbandono dei dixiecrats da parte del partito nazionale. La stagione dei diritti civili, all'inizio degli anni Sessanta, segnò anche l'inizio della Southern Strategy repubblicana, sbocciata con la schiacchiante vittoria di Barry Goldwater (87%) nel 1964, interrotta dal ritorno dixiecrat di Wallace nel 1968 (63%) e proseguita poi fino alle ultime elezioni presidenziali (con l'eccezione del "sudista" Carter nel 1976) grazie alle vittorie di Nixon nel 1972 (78%), Reagan nel 1980 (49%) e nel 1984 (61%), Bush Sr. nel 1988 (59%) e nel 1992 (49%), Dole nel 1996 (49%), Bush Jr. nel 2000 (57%) e nel 2004 (59%). Oggi il Magnolia State è profondamente rosso, anche se alcune tracce dell'antico dominio democratico possono essere ancora trovate sia nella politica locale che nei rappresentanti dello stato alla Camera. Governatore e senatori, invece, sono repubblicani.
I sondaggi del ciclo elettorale 2008 non erano partiti benissimo per McCain, tanto che ad aprile-maggio il suo vantaggio nei confronti di Obama si aggirava intorno ai 6 punti percentuali. Qualsiasi speranza di trasformare in purple il Mississippi, però, si è andato lentamente spegnendo con il passare dei mesi. Oggi il vantaggio del candidato repubblicano è tornato abbondantemente in doppia cifra. E nelle ultime rilevazioni sembra avvicinarsi a quel 20% raggiunto da Bush contro Kerry nel 2004. I democratici, però, hanno fatto in tempo (lo scorso 22 aprile) a strappare al GOP il seggio della Camera del 1° distretto, lasciato vacante da Roger Wicker (andato a sostituire Trent Lott al Senato). Quei giorni, però, sembrano davvero lontani. E i repubblicani non dovrebbero avere troppi problemi a confermare entrambi i propri seggi al Senato nel giorno dell'election day (si vota per entrambi i senatori perché un seggio è arrivato alla scadenza naturale e l'altro, appunto, è stato lasciato vacante da Lott). Per quanto riguarda i sei electoral votes dello stato alle presidenziali, invece, no way.

Geograficamente, almeno negli anni più recenti, i reperti archeologici del dominio democratico nel Magnolia State sono localizzati nelle contee occidentali al confine con l'Arkansas e la Louisiana (Holmes, Claiborne e Jefferson, soprattutto) e in un paio di contee al confine orientale con l'Alabama (Noxubee, Kemper). Nella capitale Jackson e nei suoi sobborghi, stranamente, il match è invece piuttosto equilibrato. Equilibrio che si trasforma in dominio strabordante del GOP nelle contee centrali e orientali dello stato, dove i repubblicani scendono raramente al di sotto del 60% e volano spesso oltre il 70% (Rankin, DeSoto, Lamar e Pearl River sono alcuni degli esempi più eclatanti). Per fare una semplificazione un po' grossolana, nelle contee bagnate dal fiume Mississippi vincono i democratici, ma nel Mississippi vincono i repubblicani.
Qualche analista democratico più ottimista, dopo la vittoria di aprile nel 1° distretto, aveva sperato di poter scalfire il dominio repubblicano nel Magnolia State. I mesi successivi hanno smentito questa teoria. E la scelta di Sarah Palin come candidato repubblicano alla vicepresidenza l'ha definitivamente affossata. Il Mississippi è rosso e resterà rosso ancora a lungo: GOP Solid senza incertezze. Altri 6 electoral votes nella colonna del partito repubblicano.
martedì 16 settembre 2008
Daily Polls
Rasmussen Tracking (13-15 sett.) McCain 48 Obama 47 (-1)
Gallup Tracking (13-15 sett.) McCain 47 Obama 46 (-1)
Hotline Tracking (13-15 sett.) McCain 42 Obama 46 (-3)
American Research (13-15 sett. LV) McCain 48 Obama 45 (+4)
Battleground (9-11 sett. LV) McCain 48 Obama 44 (+3)
Media RCP McCain +1.3%
Statali
New Jersey (Quinnipiac) Obama +3 (+7)
New Jersey (Monmouth) Obama +8 (+6)
Ohio (PPP) McCain +4 (+4)
New York (Rasmussen) Obama +13 (+6)
I fatti separati dalle opinioni
lunedì 15 settembre 2008
Daily Polls
Gallup Tracking (12-14 sett.) McCain 47 Obama 45 (=)
Hotline Tracking (12-14 sett.) McCain 43 Obama 44 (+1)
Utah (Deseret News) McCain +38 (+10)
Iowa (Des Moines Register) Obama +12 (-)
Minnesota (Star Tribune) Tie (+13)
Minnesota (SurveyUSA) Obama +2 (=)
New Jersey (Research 2000) Obama +9 (-)
Delaware (Rasmussen) Obama +12 (=)
Ohio (Suffolk) McCain +4 (-)
Virginia (SurveyUSA) Obama +4 (-6)
New York (Siena) Obama +5 (+3)
UPDATE FoxNews/Rasmussen
Pennsylvania (Rasmussen) Tie (+2)
Ohio (Rasmussen) McCain +3 (-4)
Florida (Rasmussen) McCain +5 (+5)
Virginia (Rasmussen) Tie (-2)
Colorado (Rasmussen) McCain +2 (+5)
EV Update. Non avremo il tempo di cambiare i colori sulla mappa fino a stasera (sempre che la connessione casalinga non ci faccia disperare come è successo per quasi tutto il weekend), ma da oggi considerate come acquisite queste tre correzioni alle nostre previsioni preliminari:
Indiana: da GOP Leaning a GOP Solid
Iowa: da DEM Leaning a DEM Solid
Minnesota: da DEM Leaning a Toss-Up
p.s. Mi sono arrivate un paio di mail in cui mi si chiede conto dell'assenza, nei nostri “Daily Polls” di qualsiasi riferimento ai sondaggi “Zogby Interactive” o al daily tracking commissionato da Daily Kos a Research 2000. Il motivo è semplice: a nostro avviso, nel primo caso il metodo utilizzato è del tutto inaffidabile (McCain sopra di 5 punti in Pennsylvania e sotto di due in North Carolina? ma per favore...); nel secondo caso ad essere totalmente inaffidabile è il committente (sorry dudes, no Kossacks here!).
sabato 13 settembre 2008
Daily Polls
Rasmussen Tracking (10-12 sett. LV) McCain 48 Obama 45 (=)
Hotline Tracking (10-12 sett. RV) McCain 45 Obama 44 (+2)
Gallup Tracking (10-12 sett. RV) McCain 47 Obama 45 (-1)
Media RCP McCain +2.4%
Statali
Nevada (Rasmussen) McCain +3 (=)
South Dakota (Rasmussen) McCain +17 (+13)
venerdì 12 settembre 2008
Daily Polls
Rasmussen Tracking (9-11 sett. LV) McCain 48 Obama 45 (+3)
Gallup Tracking (9-11 sett. RV) McCain 48 Obama 45 (-1)
AP-Ipsos (5-8 sett. RV) McCain 46 Obama 45 (+7)
AP-GfK (5-10 sett. LV) McCain 48 Obama 44 (-)
Hotline Tracking (9-11 sett. RV) McCain 44 Obama 45 (-3)
Newsweek (10-11 sett. RV) McCain 46 Obama 46 (+3)
Media RCP McCain +2.3%
Statali
Missouri (Rasmussen) McCain +5 (-1)
New Jersey (Marist) Obama +3 (-)
North Carolina (Research 2000) McCain +17 (+13)
Ohio (Univ. Cincinnati) McCain +4 (-)
Oklahoma (Rasmussen) McCain +30 (-)
Washington (Rasmussen) Obama +2 (+10)
UPDATE. Aggiunti Newsweek nazionale e Marist sul New Jersey.
* Nota: Nella parentesi, la variazione (positiva o negativa) del risultato di McCain rispetto all'ultimo sondaggio condotto dallo stesso istituto di ricerca. Il simbolo (-) indica l'assenza di rilevazioni precedenti dello stesso sondaggista.
Mad World
In particolare, al Qaeda è stata citata dal 56% dei britannici e degli italiani, dal 63% dei francesi e dal 64% dei tedeschi. Mentre la colpa al governo americano è attribuita dal 23% dei tedeschi e dal 15% degli italiani. Israele è indicata dal 43% degli egiziani, dal 31% dei giordani e dal 19% degli abitanti nei Territori palestinesi. Il complotto della Casa Bianca, invece, convince il 36% dei turchi e il 27% dei palestinesi. In Messico è testa-a-testa tra il governo americano (30%) e al Qaeda (33%). Mentre le sole nazioni in cui esiste una maggioranza schiacciante di persone che attribuisce la responsabilità ad al Qaeda sono Kenya (77%) e Nigeria (71%). Loro, del resto, il califfato ormai ce l'hanno quasi in casa.
Long Bounce
USA 2008 - 23. Minnesota

UPDATE 15/09
da DEM Leaning a Toss-Up
UPDATE 02/10
da Toss-Up a DEM Leaning
MINNESOTA (10)
Popolazione: 5.197.621 (21°)
Città più grande: Minneapolis (369,051 - Twin Cities metro area: 3.500.000)
Governatore: Tim Pawlenty (R)
Senato: Norm Coleman (R); Amy Klobuchar (D)
Camera: GOP 3 DEM 5. Tim Walz (D); John Kline (R); Jim Ramstad (R); Betty McCollum (D); Keith Ellison (D); Michele Bachmann (R); Collin Peterson (D); James Oberstar (D)
Il Minnesota è il 15° stato meno conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 6% inferiore alla media nazionale. Il trend degli ultimi anni è stabile. Nelle prime fasi della sua storia politica, il Minnesota è stato a lungo una roccaforte repubblicana: dal 1860 (Lincoln +29%) al 1928 (Hoover +17%), il GOP ha vinto 17 volte su 18 alle elezioni presidenziali, con la solita eccezione del successo progressive-republican di Theodore Roosevelt nel 1912. Gli anni del New Deal, però, hanno cambiato tutto. E dalla prima vittoria di FDR nel 1932 (+23%) alle ultime elezioni del 2004 (Kerry +3%), i democratici si sono aggiudicati gli electoral votes del Minnesota 16 volte su 19, con l'eccezione del doppio successo di Eisenhower nel 1952 (+11%) e nel 1956 (+7%) e di quello di Nixon nel 1972 (+5%). Malgrado questa lunga striscia di vittorie, però, il distacco tra il candidato democratico e quello repubblicano non è stato quasi mai vistoso. Anzi, in alcuni casi il risultato è arrivato proprio sul filo di lana (Kennedy contro Nixon nel 1960; Mondale contro Reagan nel 1984; Gore contro Bush Jr. nel 2000). La vittoria di Mondale nel 1984, però, è particolarmente significativa, perché proprio il Minnesota fu (insieme al District of Columbia) l'unico stato a sottrarsi allo straordinario landslide di The Gipper.
Gli ultimi sondaggi condotti in Minnesota nel ciclo elettorale del 2008 sono piuttosto schizofrenici. Nell'ultimo mese, per esempio, si oscilla dai 2-4 punti di vantaggio per Obama (Rasmussen Reports e SurveyUSA) fino a un distacco di 10-12 punti (CNN e Minnesota Public Radio) per il candidato democratico. A questa incertezza “statistica” bisogna poi aggiungere che il North Star State ha una reputazione molto “indipendente” quando di parla di politica. In quanti altri stati un ex wrestler come Jesse Ventura sarebbe potuto diventare governatore? È proprio questa imprevedibilità di fondo, probabilmente, che ha spinto i repubblicani ad organizzare la convention nelle Twin Cities, anche se il potenziale effetto della kermesse non è stato ancora misurato da nessun istituto di ricerca. Buone notizie per il GOP potrebbero arrivare dalla corsa per il Senato, dove il freshman repubblicano Norm Coleman se la dovrà vedere con il comico (si fa per dire) Al Franken. La nostra sensazione è che ogni apparizione di Franken in televisione possa rappresentare un'iniziezione di voti per i repubblicani nelle contee rurali. A rischio, invece, il seggio del 3° distretto della Camera lasciato libero dal repubblicano Jim Ramsted.

Il partito democratico - che in Minnesota sarebbe più corretto chiamare Democratic-Farmer-Labor Party (avendo mantenuto la stessa denominazione di un'alleanza elettorale nata nel 1944) - sono storicamente più forte nella zona nord-orientale dello stato che confina a nord con il Canada e viene bagnata ad est dal Lago Superiore. Nelle due contee più popolose dello stato - Carlon e St. Louis - i democratici superano tranquillamente il 60% dei voti. Un vantaggio simile nei confronti dei repubblicani arriva anche dalla zona urbana delle Twin Cities (Minneapolis e St. Paul), in cui vota quasi un terzo degli elettori totali. Le contee occidentali e centrali dello stato, invece, oscillano da una situazione di equilibrio ad un vantaggio piuttosto consistente per i repubblicani. Come spesso accade, però, il GOP - pur controllando più contee degli avversari - ha molte difficoltà a recuperare il grande distacco accumulato nelle aree urbane.
Abbiamo molte difficoltà nell'effettuare una previsione affidabile sul North Star State prima di analizzare qualche sondaggio post-convention. Per ora lasciamo lo stato nella colonna di sua naturale competenza - quella DEM Leaning - ma torneremo ad occuparci del Minnesota molto presto, perché abbiamo la forte sensazione che il “populismo-nordico” di Sarah Palin potrebbe trovare più di un estimatore nell'unico stato (a parte l'Alaska) che mette il naso più nord del 49° parallelo. I prossimi sondaggi ci diranno se questa sensazione sia fondata o se si tratti soltanto di un “miraggio artico”.
p.s. La cartina nella colonna di destra del blog verrà aggiornata stasera. Il “punteggio parziale” è di 150 a 108 per i democratici.
giovedì 11 settembre 2008
Daily Polls
Rasmussen Tracking (8-10 sett. LV) McCain 48 Obama 48 (+1)
Democracy Corps (8-10 sett. LV) McCain 48 Obama 46 (+7)
Hotline Tracking (8-10 sett. RV) McCain 46 Obama 44 (+2)
InsiderAdvantage (8 sett. LV) McCain 46 Obama 46 (-)
Gallup Tracking (8-10 sett. RV) McCain 48 Obama 44 (-1)
Media RCP McCain +2.5%
Stati
Alabama (Capital Survey) McCain +20 (+7)
Colorado (PPP) Obama +1 (+3)
Colorado (InAdv/PollPosition) Obama +3 (-)
Florida (InAdv/PollPosition) McCain +8 (+4)
Florida (Quinnipiac) McCain +7 (+3)
Georgia (InAdv/PollPosition) McCain +18 (+16)
Georgia (Strategic Vision) McCain +13 (+5)
Idaho (Rasmussen) McCain +39 (-)
Michigan (InAdv/PollPosition) McCain +1 (-)
Michigan (CNN/Time) Obama +4 (-)
Michigan (Rasmussen) Obama +5 (-1)
Missouri (CNN/Time) McCain +5 (-)
North Carolina (Civitas) McCain +3 (-3)
Nevada (InAdv/PollPosition) McCain +1 (-)
New Hampshire (CNN/Time) Obama +6 (-)
Ohio (Quinnipiac) Obama +5 (-4)
Ohio (InAdv/PollPosition) McCain +1 (-)
Ohio (Strategic Vision) McCain +4 (-)
Pennsylvania (Quinnipiac) Obama +3 (+4)
Virginia (CNN/Time) McCain +4 (-)
West Virginia (Blankenship) McCain +5 (-)
Wyoming (Rasmussen) McCain +19 (-)
UPDATE. Aggiunta un'altra vagonata di sondaggi statali.
* Nota: Sia nei sondaggi nazionali che in quelli statali, il numero tra parentesi è la variazione (positiva o negativa) del risultato di McCain rispetto all'ultimo sondaggio condotto dallo stesso istituto di ricerca. Il simbolo (-) indica l'assenza di rilevazioni precedenti dello stesso sondaggista.
Il paradigma del 12 settembre
(di Robert Kagan)
Il mondo non appare oggi come la maggior parte di noi aveva previsto dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989. Si riteneva che la competizione fra grandi potenze avrebbe ceduto il posto ad un’ era di geoeconomia. Si riteneva che la competizione ideologica fra democrazia ed autocrazia sarebbe terminata con la "fine della storia." Erano in pochi a prevedere che il potere senza precedenti degli Stati Uniti avrebbe dovuto affrontare così tante sfide, non soltanto da parte delle potenze emergenti, ma anche di vecchi e cari alleati. Fino a che punto questo destino era già scritto nelle stelle e fino a che punto nella natura stessa degli americani? E che cosa può fare ora l’America a tale riguardo – ammesso che qualcosa possa fare?
Per quanto possa essere difficile da ricordare, i problemi degli Stati Uniti con il resto del mondo -- o, piuttosto, i problemi del mondo con gli Stati Uniti – iniziarono ben prima che George W. Bush andasse al potere. Il Ministro degli Esteri francese, Hubert Védrine, si lamentava di questa "iperpotenza" già nel 1998. Nel 1999, in queste pagine, Samuel Huntington affermava che gran parte del mondo considerava gli Stati Uniti una "superpotenza canaglia," "invadente, interventista, sfruttatrice, unilateralista, egemonica ed ipocrita."
Sebbene Huntington ed altri ne attribuissero la colpa al fatto che l’amministrazione Clinton si vantasse costantemente della "potenza americana e della virtù americana," non erano stati i Clintoniani ad inventare il moralismo americano. L’origine del problema andava ricercata nel cambiamento geopolitico che era seguito al crollo dell’Unione sovietica ed ai sottili effetti psicologici che questo cambiamento ebbe sul modo in cui gli Stati Uniti e le altre potenze percepivano se stesse ed i loro reciproci rapporti. Alla fine degli anni novanta del secolo scorso, si parlava già di una crisi delle relazioni transatlantiche e, nonostante i reciproci scambi di accuse, la causa fondamentale era semplice da individuare: gli alleati non avevano più bisogno gli uni degli altri come in passato. La spinta a cooperare durante la Guerra Fredda era per un quarto dovuta ad una sorta di illuminata virtù e per i restanti tre quarti ad una fredda necessità. La dipendenza reciproca, e non certo l’affetto reciproco, erano state il fondamento dell’alleanza. Quando venne meno la minaccia sovietica, le due parti furono libere di andarsene ognuna per conto proprio.
Ed in un certo qual modo esse lo fecero. L’Europa, liberata dalla minaccia e dalla paura dell’Unione sovietica, si concentrò con tutte le sue forze nella difficile opera di creazione della nuova Europa. Negli anni novanta del secolo scorso, l’Unione europea definì un nuovo corso dell’evoluzione umana, dimostrando che le nazioni possono mettere in comune le loro sovranità e sostituire il potere della politica con il diritto internazionale. Ciò ha contribuito ad alimentare un’era caratterizzata dalla codificazione di norme e dalla creazione di istituzioni internazionali. In molti paesi del mondo, ma in particolar modo in Europa, un nuovo dibattito internazionale in tema di “governo globale” soppiantò i vecchi timori dell’epoca della Guerra Fredda. Le preoccupazioni relative ai cambiamenti climatici portarono all’elaborazione del Protocollo di Kyoto. Una nuova Corte Penale Internazionale era in fase di gestazione. In molto operarono a favore della ratifica internazionale del Trattato sulla messa al bando degli esperimenti nucleari (CNTBT), di un rafforzamento del regime di non-proliferazione nucleare e della redazione di un nuovo trattato per la messa al bando delle mine anti-uomo. Il primo Ministro britannico Tony Blair parlava di una "dottrina della comunità internazionale" nella quale gli interessi comuni della comunità internazionale avevano la meglio sui singoli interessi delle nazioni.
Negli Stati Uniti, il dibattito rimase di natura più tradizionale. I funzionari dell’amministrazione Clinton condividevano la prospettiva europea, ma ritenevano altresì che gli Stati Uniti avessero un ruolo speciale da svolgere quali garante della sicurezza internazionale – il leader "indispensabile" della comunità internazionale – secondo modalità tradizionali, orientate al potere e stato-centriche. Di fronte alle crisi su Taiwan o in Iraq ed in Sudan, inviavano portaerei e lanciavano missili, spesso in modo unilaterale. Persino Bill Clinton non avrebbe avallato il Trattato sulle mine anti-uomo o il Tribunale Penale Internazionale senza salvaguardie per garantire il ruolo speciale degli Stati Uniti a livello mondiale. Ammoniva sul fatto che esistessero ancora "predatori" internazionali, terroristi e "nazioni fuorilegge" alla ricerca di "arsenali di armi nucleari, chimiche e biologiche nonché dei missili necessari ad utilizzarle." Neppure i funzionari dell’amministrazione Clinton riuscivano a nascondere la loro insofferenza nei confronti di ciò che consideravano una mancanza di serietà da parte dell’Europa in relazione a questi pericoli, in special modo l’Iraq. Come ebbe a dire l’allora Segretario di Stato Madeleine Albright, "se dobbiamo usare la forza è perché siamo l’America. . . . Vediamo oltre, guardiamo al futuro."
La fine della Guerra Fredda dette a tutti la possibilità di guardarsi con una prospettiva nuova ed agli Europei, in particolare, non piacque ciò che videro. La società americana appariva loro grossolana e brutale – proprio come era apparsa ai loro predecessori del XIX secolo. Védrine chiedeva all’Europa di opporsi all’egemonia degli Stati Uniti in parte come forma di difesa contro il diffondersi dell’Americanismo. Dichiarò: "Non possiamo accettare . . . un mondo politicamente unipolare" e "questa è la regione per la quale stiamo lottando per un mondo multipolare".
Alla fine degli anni novanta del secolo scorso, i tempi del multipolarismo sembravano maturi. Anche le relazioni degli Stati Uniti con la Cina e la Russia si stavano inasprendo. Per lungo tempo i cinesi si erano lamentati delle ambizioni "superegemoniche degli Stati Uniti" e Beijing legittimamente riteneva Washington ostile nei confronti del crescente potere della Cina. Il nazionalismo anti-americano esplose dopo il bombardamento accidentale dell’ambasciata cinese a Belgrado nel 1999 da parte di piloti statunitensi durante la guerra in Kosovo, che sia i cinesi che i russi ritenevano illegale. Il Ministro degli esteri russo, Igor Ivanov, definì quella guerra la peggiore aggressione verificatasi in Europa dalla Seconda Guerra mondiale. A questo sentimento russo non contribuiva di certo il fatto che il 1999 fu anche l’anno in cui la Repubblica ceca, l’Ungheria e la Polonia entrarono a far parte della NATO. Stavano finendo i giorni di una Russia quiescente, desiderosa di integrarsi nell’Occidente liberale, alle condizioni dell’Occidente stesso. Nell’agosto del 1999 il Presidente russo Boris Yeltsin nominò primo Ministro Vladimir Putin che, a settembre, invase la Cecenia ed in meno di un anno passò a guidare la Russia con una politica più nazionalistica e meno democratica.
BUSH, IL REALISTA
George W. Bush salì al potere in questo mondo sempre più diviso. Anche prima di essere eletto, i vignettisti lo ritraevano come un cowboy texano con la rivoltella a sei colpi ed il laccio. Il politico francese Jack Lang lo definì "assassino seriale". Il 7 gennaio 2001 Martin Kettle del Guardian scrisse sul Washington Post che "la crescente insofferenza del mondo" nei confronti degli Stati Uniti risaliva a ben prima di Bush, ma che la sua elezione rappresentò quella del "miglior sergente reclutatore che il nuovo anti-Americanismo avesse mai potuto sperare."
Ironia della sorte – una delle tante – fu che Bush salì al potere con la speranza di ridurre le pretese degli Stati Uniti a livello mondiale. In politica estera il realismo era di moda. Durante i dibattiti elettorali per le presidenziali, quando veniva chiesto quali principi avrebbero dovuto ispirare e guidare la politica estera degli Stati Uniti, il candidato
democratico, Al Gore, affermava che si trattava di una "questione di valori", mentre Bush affermava che si trattava di capire "cosa fosse nel supremo interesse degli Stati Uniti." Gore dichiarava che gli Stati Uniti, il "leader naturale" a livello mondiale, dovevano avere la "consapevolezza di dover svolgere una missione" e fornire agli altri popoli "una sorta di modello che li avrebbe aiutati ad essere più simili a noi". Bush affermava che gli Stati Uniti non sarebbero dovuti "andare in giro per il mondo dando lezioni su come comportarsi necessariamente in ogni situazione" e che questo era "un modo per non farci più considerare, una volta per tutte, i cattivi americani."
Ma neppure il realismo dell’amministrazione Bush si rivelò in grado di guadagnarsi consensi ed alleati a livello mondiale. I funzionari dell’amministrazione Bush avevano sprezzo per il dibattito internazionale degli anni novanta del secolo scorso. Nei primi nove mesi, l’amministrazione si ritirò dal negoziato di Kyoto, dichiarò la propria opposizione nei confronti della Corte Penale Internazionale e del Trattato sulla messa al bando degli esperimenti nucleari (CNTBT) ed iniziò a ritirarsi dal Trattato sui Missili anti-balistici (ABM). Alcuni di questi trattati erano già morti e sepolti all’epoca di Clinton, ma mentre quest’ultimo aveva cercato di placare la rabbia a livello internazionale tenendo viva la speranza che gli Stati Uniti avrebbero potuto in fondo ratificarli in futuro, Bush vi si opponeva in via di principio. Come negli anni venti del secolo scorso, i Repubblicani temevano quegli accordi che avrebbero potuto ridurre la sovranità americana. Su queste stesse pagine nel 2000, Condoleezza Rice, l’allora consigliere di Bush in materia di politica estera, che si auto-definiva una "seguace della Realpolitik," ebbe a lamentarsi di tutto quel gran parlare di "interessi umanitari" in un dibattito superficiale ed affettato. La politica estera degli Stati Uniti doveva essere radicata nel "solido terreno degli interessi nazionali” e non negli “interessi di un’illusoria comunità internazionale."
Alla base della nuova impostazione vi era un calcolo realistico: nel nuovo mondo successivo alla fine della Guerra Fredda, gli interessi e gli obblighi degli Stati Uniti si erano ridotti. Si rendeva necessaria una politica estera più circoscritta e basata sugli interessi nazionali. La maggior parte dei funzionari dell’amministrazione concordavano con la critica del politologo Michael Mandelbaum, pubblicata anch’essa su queste pagine nel 1996, secondo la quale l’amministrazione Clinton si era impegnata in una sorta di "opera sociale" internazionale nei Balcani e ad Haiti, dove non erano in gioco interessi nazionali vitali. Rispondendo alla domanda se avrebbe inviato truppe in Rwanda, il candidato Bush affermò che gli Stati Uniti non avrebbero dovuto "inviare truppe per fermare la pulizia etnica ed il genocidio in paesi al di fuori della portata dei nostri interessi strategici." Una volta saliti al potere, i realisti dell’amministrazione Bush – dal Vice-President Dick Cheney a Condoleeza Rice, dal Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld al Segretario di Stato Colin Powell – erano tutti concordi nel ritenere che gli interventi umanitari e quelli di creazione, ricostruzione e consolidamento delle nazioni andassero evitati.
La strategia era quella di trasformare gli Stati Uniti in qualcosa di simile ad un fattore di equilibrio d’oltremare, un salvatore di ultima istanza,o, per dirla con le parole di Richard Haass, uno "sceriffo riluttante." Durante la campagna del 2000, la Rice parlò di una "nuova divisione del lavoro," nella quale le potenze locali avrebbero dovuto mantenere la pace a livello regionale, mentre gli Stati Uniti avrebbero fornito sostegno logistico ed informativo, ma non truppe di terra. Richard Perle invocava una nuova posizione militare nelle quale le forze di terra americane sarebbero state dimezzate. I problemi mondiali sarebbero stati affrontati non con gli eserciti, bensì con i missili di precisione. L’unica minaccia immediata – proveniente dagli stati canaglia muniti di missili a lungo raggio – avrebbe potuto essere affrontata unilateralmente tramite la difesa missilistica. Era il momento di una "pausa strategica," durante la quale gli Stati Uniti avrebbero potuto alleggerire il peso dei loro oneri a livello mondiale e prepararsi ad affrontare le minacce che avrebbero potuto emergere di lì ai prossimi venti o trenta anni. Secondo il parere dei realisti, un mondo nel quale gli interessi nazionali americani non fossero gravemente minacciati era un mondo nel quale il potere e l’influenza degli Stati Uniti avrebbero dovuto ridursi.
Per dirla in altri termini, gli Stati Uniti non erano più impegnati ad essere leader mondiale, per lo meno non come lo erano stati durante la Guerra Fredda. Nel 1990, a seguito della sconfitta del comunismo e dell’impero sovietico, Jeane Kirkpatrick sosteneva che gli Stati Uniti avrebbero dovuto cessare di accollarsi il peso di quegli "insoliti fardelli" che la leadership comporta e, "con il ritorno alla 'normalità', . . . tornare ad essere un paese normale." Come scrisse John Bolton in un suo saggio del 1997, era giunto il momento "di riconoscere che la nostra maggiore sfida ce la eravamo ormai lasciata alle spalle." Ormai il mondo era in grado di badare a se stesso e lo stesso valeva per gli Stati Uniti.
Questa fu essenzialmente la politica che Bush adottò nei primi nove mesi del suo mandato ed il resto del mondo comprese rapidamente il messaggio. Secondo un sondaggio effettuato dal Pew Research Center pubblicato nell’agosto del 2001, il 70% degli europei occidentali intervistati (l’85% in Francia) riteneva che l’amministrazione Bush adottasse le sue decisioni "soltanto in base agli interessi americani."
SIAMO TUTTI AMERICANI, MA . . .
Era questo il sentimento prevalente all’epoca in cui vi fu l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001. Naturalmente gli attentati portarono ad una modifica della politica estera dell’amministrazione Bush, ma non si trattò di una vera rivoluzione dottrinale. L’amministrazione non abbandonò la sua impostazione basata sugli interessi nazionali. Il fatto era che la tutela d’interessi definiti in modo ancor più restrittivo – quali la difesa della madrepatria – richiesero all’improvviso una strategia più espansionistica ed aggressiva a livello mondiale. La "pausa strategica" era terminata e gli Stati Uniti si lanciavano di nuovo in un’estesa operazione di coinvolgimento a livello mondiale in quella che divenne nota come "guerra al terrorismo."
Ciò significava dunque che gli Stati Uniti erano tornati ad impegnarsi in un’attività di leadership mondiale? L’amministrazione Bush ritenne di sì. Tuttavia, nel mondo successivo alla fine della Guerra Fredda ed all’attacco dell’11 settembre , gravi ostacoli si frapponevano sulla via del ritorno al vecchio stile di leadership dell’epoca della Guerra Fredda.
Uno di questi era il comprensibile ripiegamento su se stessi degli americani e dei loro leader a seguito dell’11 settembre. Le prime avvisaglie del fatto che non si sarebbe facilmente ricreata la vecchia solidarietà nei confronti degli Stata Uniti vennero dall’Afghanistan. L’invasione dell’ Afghanistan – a differenza della Guerra in Kosovo e della prima Guerra del Golfo – aveva come primo obiettivo la sicurezza degli Stati Uniti e non la creazione di un "nuovo ordine mondiale." A differenza della guerra del Golfo nel 1991, quando George H. W. Bush cercò in tutti i modi di chiamare a raccolta la comunità internazionale, nella guerra in Afghanistan, la seconda amministrazione Bush, con molte delle sue figure di spicco ancora in posizioni di rilievo, si preoccupò di eliminare le basi di al Qaeda e di rovesciare il regime dei Talebani. Ciò significò agire rapidamente e senza quei problemi di gestione dell’alleanza che avevano assillato il Generale Wesley Clark in Kosovo.
Questo approccio più restrittivo non sorprende affatto, considerato il panico e la rabbia degli Stati Uniti. Ma non sorprende neppure il fatto che il resto del mondo non considerasse gli Stati Uniti un leader mondiale alla ricerca del bene a livello mondiale, bensì un furioso Leviatano esclusivamente concentrato a distruggere coloro che li avevano attaccati. Il mondo dimostrava meno comprensione e sostegno per questa iniziativa. E questo fu il secondo ostacolo che si frappose sulla via del ritorno al vecchio stile di leadership americana nel mondo: il resto del mondo, ivi compresi i più stretti alleati degli Stati Uniti, era anch’esso ripiegato e concentrato su se stesso.
Non si trattava di una fuga dalla realtà del dopo 11 settembre. Ciò che era accaduto agli Stati Uniti era accaduto soltanto a loro. In Europa e nella maggior parte degli altri paesi del mondo, la gente reagì con orrore, dolore e comprensione. Ma gli americani attribuirono a queste manifestazioni di solidarietà un significato molto maggiore rispetto al loro effettivo significato. La maggior parte degli americani, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, ritennero che il mondo condividesse non soltanto la loro sofferenza ed il loro dolore, ma anche i loro timori, le loro ansie e paure nei confronti della minaccia terroristica e ritennero altresì che il mondo si sarebbe unito ad essi in una risposta comune. Alcuni osservatori americani ancora si aggrappano a questa illusione. Ma, in realtà, il resto del mondo non condivideva né i timori americani né la loro urgenza nel reagire. Gli europei provarono solidarietà nei confronti della superpotenza americana all’epoca della Guerra Fredda, quando l’Europa stessa era minacciata e gli Stati Uniti garantivano sicurezza. Ma con la fine della Guerra Fredda, ed anche dopo l’11 settembre, gli europei si sentivano relativamente sicuri. Soltanto gli americani erano spaventati.
Quando lo shock e l’orrore vennero meno, apparve chiaro che l’attentato terroristico dell’11 settembre non aveva modificato il fondamentale atteggiamento del mondo nei confronti degli Stati Uniti. I risentimenti restavano. Un sondaggio del Pew Research Center effettuato nel dicembre 2001 su un campione di leader d’opinione rivelò che se, da un lato, la maggior parte di essi "si doleva della triste esperienza che l’ America aveva dovuto affrontare", dall’altro , un numero altrettanto vasto di essi (il 70% degli intervistati nel mondo ed il 66% nell’Europa occidentale) riteneva che fosse "un bene per gli americani sapere cosa vuol dire essere vulnerabili." Molti leader d’opinione in tutto il mondo, ivi compresa l’Europa, affermarono di ritenere che "le politiche e le azioni americane nel mondo” fossero state una delle "cause principali" degli attacchi terroristici e che, in un certo senso, quelle azioni si erano loro ritorte contro.
Molti ritenevano altresì che gli Stati Uniti stessero intraprendendo la lotta contro il terrorismo esclusivamente nel loro interesse. Nell’Europa occidentale, il 66% dei leader d’opinione intervistati affermava di ritenere che gli Stati Uniti stessero pensando solo a se stessi. Ciò non sorprendeva affatto considerato il fatto che l’amministrazione Bush stava facendo ben poco per convincere gli alleati del contrario o trasformare la lotta in Afghanistan in una lotta per l’ordine internazionale.
Tuttavia gli americani non si percepivano affatto come egoisti ed interessati soltanto a se stessi. Un buon 70% dei leader d’opinione americani intervistati affermava di ritenere che gli Stati Uniti stessero agendo anche nell’interesse dei loro alleati. Questa discrasia delle relative percezioni metteva in luce uno dei problemi fondamentali del paradigma della "guerra al terrorismo". Gli americani, ritornati improvvisamente a svolgere un’opera di vasto coinvolgimento a livello mondiale, ritenevano di essere tornati anche a svolgere il ruolo di leader mondiale. La maggior parte dei paesi nel mondo non condividevano questa convinzione.
Giudicata di per sé, la guerra al terrorismo è stata di gran lunga il maggior successo di Bush. Dopo l’11 settembre nessun serio osservatore avrebbe immaginato che sarebbero trascorsi sette anni senza che si verificasse un ulteriore attacco terroristico sul suolo americano. Solo una nuda e cruda partigianeria ed un giustificabile timore di sfidare troppo la sorte hanno impedito all’amministrazione Bush di attribuirsi il merito di ciò che sette anni fa la maggior parte di noi avrebbe considerato quasi un miracolo. Inoltre, molti dei successi dell’amministrazione Bush sono stati resi possibili da una vasta cooperazione internazionale, in special modo con le potenze europee nei settori dello scambio di informazioni, delle attività di polizia e della sicurezza interna. Indipendentemente da eventuali insuccessi dell’amministrazione Bush, va rilevato che essa è riuscita a proteggere gli americani da un ulteriore attacco in patria. La prossima amministrazione potrà ritenersi fortunata se potrà dire altrettanto – e sarà perdente nel confronto con l’amministrazione Bush nel caso in cui non possa farlo.
Il problema insito nel paradigma della "guerra al terrorismo" non è il fatto che essa abbia fallito nel suo principale obiettivo di vitale importanza. Il problema è che il paradigma sul quale basare tutta la politica estera degli Stati Uniti era e rimane insufficiente. In un mondo di stati e di popoli egoisti – qual è il mondo attuale – la domanda che ci si pone sempre è: "Cosa ce ne viene in tasca?" L’inadeguatezza del paradigma della "guerra al terrorismo" deriva dal fatto che ben pochi paesi a parte gli Stati Uniti ritengono che il terrorismo sia la sfida principale che essi debbano raccogliere. La battaglia degli Stati Uniti non è stata considerata una battaglia per il "bene pubblico" internazionale della quale il mondo possa essere loro grato. Al contrario, la maggior parte dei paesi ritiene di fare un favore agli Stati Uniti quando invia truppe in Afghanistan (o in Iraq) e spesso hanno l’idea di star sacrificando i loro stessi interessi.
Ovviamente tutti i paradigmi di politica estera hanno le loro pecche. Anche il paradigma del contenimento in funzione anti-comunista era inadeguato in quanto dal 1947 al 1989 stava accadendo molto di più nel mondo che non la sola lotta fra il comunismo ed il capitalismo democratico. Certo l’anti-comunismo tendeva ad attirare la lealtà degli altri paesi nei confronti degli Stati Uniti ed a persuaderli ad accettare la leadership americana. Ciò era più importante dell’immagine stessa degli Stati Uniti, che non era sempre specchiata, pura ed incorrotta. Se la guerra del Vietnam non provocò nelle alleanze degli Stati Uniti quelle stesse spaccature provocate dalla guerra in Iraq, la ragione non sta non sta nel fatto che l’America di Lyndon Johnson e di Richard Nixon fossero più amate dell’America di Bush. Il motivo è che gli Stati Uniti stavano allora fornendo qualcosa di cui gli altri popoli ritenevano di aver bisogno – in primo luogo protezione dall’Unione sovietica – e che non fece loro prestare attenzione alle azioni americane in Vietnam e ad una cultura americana che, nello spazio di soli sette anni, riuscì a produrre l’assassinio di Martin Luther King Jr. e di Robert Kennedy, le rivolte di Watts, le sparatorie della Kent State ed il Watergate.
La guerra al terrorismo non ha mai attirato quello stesso tipo di lealtà internazionale. La Cina e la Russia la hanno accolta con favore in quanto distoglieva da esse l’interesse strategico degli Stati Uniti – e poichè entrambe avevano compreso l’utilità di una guerra al terrorismo che per Mosca ha significato una guerra contro i ceceni e per Beijing una guerra contro gli ughuri. Ma per la maggior parte dei tradizionali alleati degli Stati Uniti, essa è stata, nella migliore delle ipotesi, un’indesiderata distrazione dalle questioni alle quali tengono maggiormente.
In Europa, si è rivelata essere ben più di una semplice distrazione. Gli americani ritengono che gli europei condividano le loro preoccupazioni in materia di Islam radicale. Ma le preoccupazioni europee sono di diversa natura. Per gli americani, il problema sta principalmente "laggiù," in quelle terre lontane da dove i terroristi islamici radicali possono sferrare i loro attacchi e pertanto la soluzione è anche "laggiù." Per gli europei, il radicalismo islamico è innanzitutto una questione nazionale, per capire se ed in che modo i mussulmani possano essere integrati ed assimilati nella società europea del XXI secolo. Agli occhi degli europei, le azioni americane possono soltanto infiammare ulteriormente i problemi dell’Europa. Quando gli Stati Uniti vanno a stuzzicare un nido di vespe, suscitando un vespaio, tutto ciò si ripercuote sull’ Europa, o per lo meno questo è ciò che gli europei temono.
Per dirla in breve, la guerra al terrorismo è stata più fonte di divisione che di unità. Gli Stati Uniti, che negli anni novanta del secolo scorso erano già considerate da molti una potenza egemonica prepotente ed arrogante, a seguito dell’attentato dell’11 settembre sono stati considerati una potenza egemonica prepotente ed arrogante, ripiegata e concentrata su stessa, che non presta attenzione alle conseguenze delle sue azioni.
Questa è stata la prospettiva dalla quale molti hanno valutato la decisione di attaccare l’Iraq nel 2003. E questa è un’altra ironia della sorte. Il rovesciamento del regime di Saddam Hussein è stata una delle azioni meno egoiste degli Stati Uniti dopo l’11 settembre e più in linea con l’immagine di leader mondiale attivo e responsabile che gli Stati Uniti avevano di se stessi prima di quel terribile evento rispetto alla più ristretta politica estera di Bush, attenta esclusivamente agli interessi americani.
L’ invasione fu parzialmente correlata alla guerra al terrorismo. Anche l’amministrazione Clinton si era preoccupata dei legami che Saddam aveva con il terrorismo ed aveva utilizzato questi presunti legami per giustificare la sua azione militare nei confronti dell’Iraq nel 1998. Clinton stesso aveva messo in guardia in merito al fatto che se gli Stati uniti non avessero intrapreso azioni contro Saddam, il mondo sarebbe stato "maggiormente esposto a quel tipo di minaccia che l’Iraq pone oggi – quella di uno stato canaglia con armi di distruzione di massa, pronto ad utilizzarle o a fornirle a terroristi, trafficanti di droga o membri della criminalità organizzata che vanno in giro nei nostri paesi, passando inosservati." Dopo l’11 settembre , un livello notevolmente minore di tolleranza nei confronti delle minacce ci aiuta a spiegare il perché realisti quali Cheney, che in passato avevano ritenuto che Saddam potesse essere arginato e tenuto a bada senza correre rischi cambiarono improvvisamente idea. La stessa logica spinse la Senatrice democratica dello Stato di New York, Hillary Clinton, e molti altri Democratici e Repubblicani in Congresso ad autorizzare l’uso della forza nell’ottobre del 2002, provocando lo sbilanciato voto al Senato di 77 a 23. Fu questo il motivo per il quale una chiara e manifesta opposizione alla guerra fu così rara. L’editorialista del Time, Joe Klein, rispecchiò quel sentimento prevalente in un intervista alla vigilia della guerra: "Prima o poi, questo tipo dovrà essere scovato. . . . Bisogna lanciare ora questo messaggio perché in caso contrario . . . si rafforzerebbe qui qualsiasi potenziale Saddam e qualsiasi potenziale terrorista."
Tuttavia, i principali presupposti alla base della decisione d’invadere l’Iraq risalgono a ben prima della guerra al terrorismo ed anche del realismo di Bush. Erano coerenti con una visione più ampia degli interessi americani che erano prevalsi negli anni dell’amministrazione Clinton e durante la Guerra Fredda. Negli anni novanta del secolo scorso l’Iraq era considerato non una minaccia diretta per gli Stati Uniti, bensì un problema di ordine mondiale nei confronti del quale gli Stati Uniti avevano una speciale responsabilità. Come affermò l’allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Sandy Berger, nel 1998, "il futuro dell’Iraq influenzerà il modo in cui il Medio Oriente, ed il mondo arabo in particolare, evolveranno nel prossimo decennio e ben oltre." Ecco perché nel 1998 personalità quali Richard Armitage, Francis Fukuyama e Robert Zoellick poterono firmare una lettera che richiedeva la rimozione forzata di Saddam. Ecco perché, come Bill Keller del New York Times (oggi direttore esecutivo di questo giornale) scrisse all’epoca, i liberal in quello che egli definì "The I-Can't-Believe-I'm-a-Hawk Club" (quelli del non posso credere di far parte del Club dei falchi) sostennero la guerra, ivi compresi "quelli del New York Times e del Washington Post, i direttori e gli editori del New Yorker, del New Republic e di Slate, gli editorialisti di Time e Newsweek," nonché molti ex-funzionari dell’amministrazione Clinton.
Quei liberali e progressisti favorevoli alla guerra contro l’Iraq lo erano principalmente per gli stessi motivi per i quali erano stati favorevoli alla guerra nei Balcani: la ritenevano necessaria a preservare l’ordine internazionale liberale. Preferivano che gli Stati Uniti ottenessero il sostegno delle Nazioni Unite alla guerra, ma sapevano anche che ciò si era rivelato impossibile nel caso del Kosovo. La loro principale preoccupazione era che l’amministrazione Bush, dopo aver rovesciato il regime di Saddam, non adottasse un approccio strettamente realista nell’affrontarne le conseguenze. Come ebbe a dire il Senatore democratico dello Stato del Delaware, Joe Biden, "Alcuni non sono qui per creare, ricostruire e consolidare una nazione." Un ex-funzionario dell’amministrazione Clinton, Ronald Asmus, si chiedeva: "è una questione di potere americano o è una questione di democrazia?" Riteneva che se fosse stata una questione di democrazia gli Stati Uniti avrebbero "avuto un sostegno più vasto a livello nazionale e più amici ed alleati a livello internazionale."
Tuttavia, questo stesso vasto consenso di conservatori, liberali, progressisti e neo-conservatori americani, non si registrò nel resto del mondo. Per gli europei vi era una grande differenza fra il Kosovo e l’ Iraq. Non era un problema di legalità o di imprimatur da parte delle Nazioni Unite. Il problema era la collocazione geografica. Gli europei erano pronti ad entrare in guerra senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite su una questione che li riguardava tutti, vale a dire la loro sicurezza, la loro storia e la loro morale. L’Iraq era tutta un’altra storia. Per i liberal americani quali l’editorialista del New York Times, Thomas Friedman, "il cinismo e l’insicurezza dell’Europa, spacciati per superiorità morale," erano "intollerabili."
Per lungo tempo, l’Iraq era stata una questione controversa, causa di divisioni. Negli anni novanta del secolo scorso, si era aperto un ampio divario fra il Regno Unito e gli Stati Uniti da un lato, che favorivano la politica di contenimento dell’Iraq tramite sanzioni e pressioni militari e la Cina, la Francia, la Russia e la maggior parte degli altri paesi dall’altro, che erano favorevoli a porre fine alla politica di contenimento. Nel 2000, l’amministrazione Clinton temeva che la politica di contenimento stesse diventando insostenibile, ma aveva già perso la battaglia volta a convincere gli altri che così fosse. La situazione non era di molto cambiata nel 2003. Il livello di tolleranza dimostrata dal resto del mondo nei confronti dell’Iraq di Saddam non si era ridotto a seguito degli attacchi dell’11 settembre, a differenza di quello degli Stati Uniti. Al contrario, era il livello di tolleranza del resto del mondo nei confronti degli Stati Uniti che era diminuito.
Nel 2003, pochi paesi erano animati dalla consapevolezza dell’urgenza di una guerra al terrorismo, dagli interessi umanitari in Iraq o dal desiderio di vedere gli Stati Uniti alla guida di una crociata internazionale per ripristinare l’ordine con la forza, come era accaduto con la Guerra del Golfo nel 1991. Erano in pochi a credere che gli Stati Uniti, specialmente nell’era di Bush, stessero improvvisamente agendo avendo a cuore l’ordine mondiale. Pertanto molti potevano soltanto spiegare le ragioni di quella guerra come una guerra per il petrolio, per Israele, per l’imperialismo americano o per tutto fuorché ciò che i suoi sostenitori, in tutto l’arco politico statunitense, ritenevano che fosse: una guerra sia nell’interesse degli Stati Uniti che nell’interesse nella parte migliore dell’umanità.
Chi può dire che cosa sarebbe successo se gli Stati Uniti avessero scoperto quelle armi, quei materiali e quei programmi che tutti, ivi compresi gli europei ed i detrattori di quella guerra, ritenevano che fossero in Iraq? Anche nel caso in cui non fossero state scoperte armi, come avrebbe reagito il mondo se gli Stati Uniti avessero rapidamente riportato un certo ordine ed una certa stabilità in Iraq? L’allora Segretario di Stato Colin Powell riteneva all’epoca che "una volta vinta la guerra rovesciando il regime di Saddam e una volta che la gente si fosse resa conto del fatto che era intenzione degli Stati Uniti garantire una vita migliore al popolo iracheno," sarebbe stato possibile modificare "piuttosto rapidamente" l’opinione mondiale.
Ovviamente ciò non è accaduto. Gli Stati Uniti, dopo aver rovesciato il regime di Saddam, hanno immediatamente iniziato a brancolare nel buio, annaspando nel tentativo di riportare ordine e stabilità nell’Iraq del dopo Saddam. Sono molte le ragioni alla base di questo insuccesso, ivi compreso l’effetto combinato di errori di valutazioni e di sfortuna che si possono verificare in ogni guerra, nonché le difficoltà insite nella società irachena così divisa. Ma una parte del problema stava nell’idea che molti alti funzionari dell’amministrazione Bush ancora mantenevano come retaggio degli anni novanta del secolo scorso e della prima fase dell’amministrazione Bush stessa . Gli alti funzionari del Pentagono erano ancora ancorati al concetto della "pausa strategica" ed ostili nei confronti di un’eccessiva dipendenza dalla forze di terra. Inoltre, come aveva temuto il Senatore Biden, persisteva l’allergia dei realisti Repubblicani nei confronti della ricostruzione del paese. Le conseguenze sia in Afghanistan che in Iraq furono lo spiegamento di un numero troppo ridotto di truppe per poter ottenere il commando effettivo di quei paesi e porre fine alle inevitabili lotte di potere conseguenti alla caduta delle precedenti dittature ed alla troppa scarsa capacità dei civili di intraprendere quella massiccia rigenerazione sociale ed economica necessaria per adempiere al compito ineludibile della ricostruzione nazionale successiva alla guerra. In Iraq questi errori divennero evidenti pochi mesi dopo l’invasione. Ci sono voluti altri 4 anni all’amministrazione Bush per adeguarsi ed aggiustare il tiro.
L’amministrazione Bush ha infine adeguato la sua strategia e pertanto le prospettive di successo in questo paese sono di gran lunga migliori oggi rispetto a quanto apparisse possibile un paio di anni fa. Ma gli Stati Uniti hanno pagato un prezzo altissimo per il fatto di avere esitato e sbagliato per anni. Indipendentemente dal danno che l’invasione stessa possa aver arrecato all’immagine degli Stati Uniti, il danno inferto da 4 anni d’insuccessi – ivi comprese le manifestazioni più sensazionali di questo fallimento, quali lo scandalo della prigione di Abu Ghraib – è ben maggiore. In un mondo che si divide sempre più, l’unica cosa peggiore di una potenza egemonica ripiegata e concentrata solo su se stessa è una potenza egemonica incompetente, ripiegata e concentrata solo su se stessa.
POTERE ED ILLUSIONE
La prossima amministrazione ha la possibilità di apprendere dagli errori dell’amministrazione Bush, nonché di fare tesoro dei progressi che l’amministrazione Bush ha fatto nel correggerli. Oggi la posizione degli Stati Uniti nel mondo non è poi così negativa come qualcuno sostiene. Le previsioni in base alle quali altrr potenze si sarebbe unite in uno sforzo volto a controbilanciare l’influenza della superpotenza canaglia si sono rivelate inesatte. Altre potenze stanno emergendo, ma non si stanno affatto unendo in funzione anti-americana. La Cina e la Russia hanno tutto l’interesse e la voglia di ridurre il predominio americano e ricercano più potere relativo per se stesse, ma restano altrettanto diffidenti e sospettose l‘una nei confronti dell’altra di quanto lo siano nei confronti di Washington. Altre potenze in ascesa, quali il Brasile e l’India, non stanno cercando di controbilanciare l’influenza degli Stati Uniti.
In realtà, nonostante i sondaggi negativi, geopoliticamente la maggior parte delle grandi potenze a livello mondiale si sta sempre più avvicinando agli Stati Uniti. Alcuni anni fa, la Francia di Jacques Chirac e la Germania di Gerhard Schröder avevano accarezzato l’idea di rivolgersi alla Russia per controbilanciare il potere americano. Ma oggi Francia, Germania e resto d’Europa tendono verso un’altra direzione. Ciò non è dovuto ad un rinnovato affetto nei confronti degli Stati Uniti. La politica estera maggiormente filo-americana del Presidente francese Nicolas Sarkozy e del Cancelliere tedesco Angela Merkel riflettono la loro convinzione che relazioni più strette con gli Stati Uniti, anche se non esenti da critiche, rafforzino il potere e l’influenza europea. Al contempo, i paesi est-europei sono preoccupati dal risorgere della Russia.
Gli stati dell’Asia e del Pacifico si sono sempre più avvicinati agli Stati Uniti, per lo più in quanto preoccupati del crescente potere della Cina. Alla metà degli anni novanta del secolo scorso, l’alleanza fra Stati Uniti e Giappone era a rischio di erosione. Ma a partire dal 1997, la relazione strategica fra i due paesi si è rafforzata sempre più. Alcuni dei paesi del Sud-est asiatico hanno anche iniziato a proteggersi dall’ascesa della Cina. (L’Australia può rappresentare l’unica eccezione a questa tendenza prevalente, in quanto il suo nuovo governo si sta spostando verso la Cina ed allontanando dagli Stati Uniti e dalle altre potenze democratiche della regione.) Lo spostamento più evidente si è verificato in India, ex-alleato di Mosca, che oggi intrattiene buone relazioni con gli Stati Uniti quale fattore importante per il conseguimento dei suoi più vasti obiettivi strategici ed economici.
Persino in Medio Oriente, dove l’anti-americanismo divampa ai massimi livelli e dove le immagini dell’occupazione americana ed il ricordo di Abu Ghraib continuano a bruciare nell’immaginario popolare, l’equilibrio strategico non si è modificato a svantaggio degli Stati Uniti. Egitto, Giordania, Marocco ed Arabia saudita continuano ad operare a stretto contatto con gli Stati Uniti e lo stesso dicasi per i paesi del Golfo Persico preoccupati dall’Iran. L’Iraq è passato dall’ implacabile anti-americanismo dei tempi di Saddam alla dipendenza dagli Stati Uniti e, negli anni a venire, un Iraq stabile sposterebbe decisamente l’equilibrio strategico in direzione filoamericana in quanto l’Iraq ha vaste risorse petrolifere e potrebbe diventare un’ importante potenza in seno alla regione.
Questa situazione contrasta fortemente con le principali battute d’arresto subite dagli Stati Uniti in Medio Oriente negli anni della Guerra Fredda. Negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, un movimento nazionalista pan-arabo si diffuse nella regione e spianò la strada ad un coinvolgimento sovietico senza precedenti, ivi compresa una quasi alleanza fra l’Unione sovietica e l’Egitto di Gamal Abdel Nasser, nonché un’alleanza sovietica con la Siria. Nel 1979, venne meno uno dei pilastri fondamentali della posizione strategica americana nella regione quando il regime iraniano filoamericano dello scià fu rovesciato dalla virulenta rivoluzione anti-americana dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini. Ciò portò ad un fondamentale spostamento dell’equilibrio strategico nella regione del quale gli Stati Uniti stanno ancora soffrendo. Niente di simile si è ancora verificato a seguito della guerra in Iraq.
Coloro che oggi proclamano che gli Stati Uniti siano in una fase di declino spesso immaginano un passato nel quale il mondo danzava al ritmo di una solenne e maestosa musica americana. Questa è un’illusione. Cresce la nostalgia per la meravigliosa era dominata dagli Stati Uniti a seguito della Seconda Guerra mondiale. Tuttavia, anche se gli Stati Uniti hanno avuto successo in Europa, hanno subito disastrose battute d’arresto altrove. Ciascuno di questi avvenimenti – quali la "perdita" della Cina a seguito dell’instaurarsi del comunismo, l’invasione nord-coreana della Corea del Sud, la sperimentazione sovietica della bomba ad idrogeno, le agitazioni del nazionalismo postcoloniale in Indocina – è stato una calamità strategica di immensa portata ed è stata compreso all’epoca come tale. Ciascuno di essi ha notevolmente determinato il resto del XX secolo e non di certo per il meglio. E ciascuno di essi si è chiaramente rivelato sfuggire al controllo e persino alla capacità di gestione degli Stati Uniti. Nessun singolo avvenimento dello scorso decennio può essere minimamente paragonato alla portata di uno qualsiasi di questi eventi che hanno segnato una battuta d’arresto per la posizione americana nel mondo.
Gli strateghi cinesi ritengono probabile che l’attuale configurazione internazionale duri ancora per qualche tempo e probabilmente hanno ragione. Finché gli Stati Uniti resteranno al centro dell’economia internazionale e continueranno ad essere la potenza militare dominante ed il principale apostolo della filosofia politica più popolare nel mondo, finché l’opinione pubblica americana continuerà a sostenere il predominio americano, come ha fatto coerentemente per sessant’anni, e finché i potenziali concorrenti ispirano più timori che comprensione fra i paesi vicini, la struttura del sistema internazionale dovrebbe restare immutata, con una superpotenza e molte grandi potenze.
Tuttavia, sarebbe altresì illusorio immaginare che si possa facilmente ritornare a quella leadership americana ed a quella cooperazione fra gli alleati degli Stati Uniti che avevano caratterizzato l’epoca della Guerra Fredda. Non vi è più un’unica minaccia simile a quella costituita in passato dall’Unione sovietica, che possa fungere da collante nei confronti degli Stati Uniti e degli altri paesi e li porti ad unirsi in un’alleanza quasi permanente. Oggi il mondo sembra più simile a quello del XIX secolo che non a quello dell’ultima parte del XX secolo. Coloro che ritengono che questo sia positivo dovrebbero ricordare che l’ordine del XIX secolo non finì bene come quello della Guerra Fredda.
Per evitare un tale destino, gli Stati Uniti e gli altri paesi democratici dovranno avere una visione più generosa ed illuminata dei loro interessi rispetto a quella che avevano anche ai tempi della Guerra Fredda. Gli Stati Uniti, quale paese con la più forte democrazia, non dovrebbero opporsi, ma piuttosto accogliere con favore, un mondo più coeso caratterizzato da una riduzione della sovranità nazionale. Hanno ben poco da temere e molto da guadagnare in un mondo che aumenti leggi e norme basate sugli ideali liberali e volte a salvaguardarli. Al contempo, le democrazie asiatiche ed europee devono riscoprire che il progresso verso questo più perfetto ordine liberale dipende non soltanto dal diritto e dalla volontà popolare, ma anche da nazioni potenti che possano sostenerlo e tutelarlo.
In un mondo egoista, questo tipo di saggezza illuminata può andare ben al di là delle capacità di tutti gli stati. Ma se esiste davvero una speranza, essa risiede in una rinnovata comprensione dell’importanza dei valori. Gli Stati Uniti e gli altri paesi democratici condividono un’aspirazione comune nei confronti di un ordine liberale internazionale, costruito su principi democratici e tenuto ben saldo – seppure in modo imperfetto – da leggi ed accordi fra paesi. Questo ordine sta progressivamente subendo pressioni man mano che le autocrazie delle grandi potenze crescono in forza ed in influenza e man mano che attecchisce la lotta anti-democratica del terrorismo islamico radicale. Se la necessità per le democrazie di sostenersi reciprocamente appare meno ovvia che in passato, si rivela ben maggiore la necessità per queste nazioni, ivi compresi gli Stati Uniti, di "guardare oltre, verso il futuro".
48 Hours
* Nota: nei sondaggi nazionali, il numero tra parentesi è il distacco (positivo o negativo) di McCain nei confronti di Obama. Nei sondaggi statali, il numero tra parentesi è la variazione (positiva o negativa) del risultato di McCain rispetto all'ultimo sondaggio condotto nello stesso stato dallo stesso istituto di ricerca. Il simbolo (-) indica l'assenza di rilevazioni precedenti dello stesso sondaggista.
Ultimi sondaggi nazionali
FOX News (8-9 sett. RV) McCain 45 Obama 42 (+3)
Gallup Tracking (7-9 sett. RV) McCain 48 Obama 43 +5 (+5)
Hotline Tracking (7-9 sett. RV) McCain 45 Obama 45 (=)
Rasmussen Tracking (7-9 sett. LV) McCain 47 Obama 48 (-1)
NBC/WSJ (6-8 sett. RV) McCain 45 Obama 46 (-1)
ABC/WP (5-7 sett. LV) McCain 49 Obama 47 (+2)
USA Today/Gallup (5-7 sett. LV) McCain 54 Obama 44 (+10)
CBS News (5-7 sett. RV) McCain 46 Obama 44 (+2)
CNN (5-7 sett. RV) McCain 48 Obama 48 (=)
Media RCP: McCain +2.2%
Ultimi sondaggi statali
Alabama (Capital Survey) McCain +20 (+7)
Alaska (Rasmussen) McCain +31 (+25)
Colorado (Rasmussen) Obama +3 (-4)
Florida (Rasmussen) Tie (-2)
Florida (PPP) McCain +5 (+2)
Florida (Quinnipiac) McCain +7 (+3)
Maryland (Gonzales) Obama +14 (=)
Michigan (CNN/Time) Obama +4 (-)
Michigan (Strategic Vision) Obama +1 (-)
Michigan (PPP) Obama +1 (+2)
Missouri (CNN/Time) McCain +5 (-)
Montana (Rasmussen) McCain +11 (+11)
New Hampshire (CNN/Time) Obama +6 (-)
New Jersey (Fairleigh Dickinson) Obama +6 (+10)
New Mexico (Rasmussen) McCain +2 (+6)
North Carolina (PPP) McCain +4 (+1)
North Carolina (SurveyUSA) McCain +20 (+16)
North Dakota (Rasmussen) McCain +14 (+14)
Ohio (Rasmussen) McCain +7 (+2)
Ohio (Quinnipiac) Obama +5 (-4)
Oklahoma (SurveyUSA) McCain +33 (+10)
Pennsylvania (Strategic Vision) Obama +2 (+7)
Pennsylvania (Rasmussen) Obama +2 (+1)
Pennsylvania (Quinnipiac) Obama +3 (+4)
Virginia (CNN/Time) McCain +4 (-)
Virginia (Rasmussen) McCain +2 (+1)
Virginia (SurveyUSA) McCain +2 (+1)
Wisconsin (Strategic Vision) Obama +3 (+2)
Washington (SurveyUSA) Obama +4 (+3)
West Virginia (Blankenship) McCain +5 (-)
UPDATE. Aggiunti i sondaggi di Capital Survey (Alabama), Blankenship (West Virginia) e Quinnipiac (Florida, Ohio, Pennsylvania).
martedì 9 settembre 2008
Prediction Markets
lunedì 8 settembre 2008
Don't Panic!
Lo abbiamo già detto e lo ripetiamo ancora: affidarsi in questi giorni ai sondaggi (nazionali, peraltro) non è solo inutile, ma dannoso. La corsa era equilibrata prima e lo sarà anche in futuro, a meno che uno dei due ticket non decida di suicidarsi. Il rumore statistico dei bounce post-convention renderà impossibile un'analisi seria dei numeri ancora per tutta la settimana. Poi, forse, inizierà ad arrivare qualche dato significato dagli swing-states (che a mio avviso non sono più di 4-5). Se l'effetto-Palin ha davvero cambiato la dinamica della corsa - e potrebbe essere vero, almeno in 2-3 stati - lo scopriremo presto. Tutto il resto è panico (o godimento) prematuro.
UPDATE. Circolare! Non c'è niente da vedere!
UPDATE/2. Niente! Nicht! Nada!
UPDATE/3. Basta! Vi prego! Fateli smettere!
Pubblicità Progresso - Atreju 08
“Parte mercoledì 10 settembre
Anche quest’anno l’appuntamento si ripete. Chi vuole seguire e commentare in diretta sul proprio sito l’intera manifestazione avrà perciò a disposizione uno spazio, con connessione wireless gratuita. Basterà cercare il logo di Tocqueville tra gli stand della kermesse, presentarsi e… accendere il proprio pc. I blogger iscritti a Tocqueville possono annunciare la propria presenza scrivendo a jean@tocque-ville.it. Lo stesso invito vale per i blogger non iscritti che potranno accreditarsi e chiedere ulteriori informazioni allo stesso indirizzo email. Cliccate qui se volete il banner di Atreju 2008 per il vostro blog”.
p.s. Io ci sarò certamente, almeno sabato e domenica (ma probabilmente anche in qualche sera prima del weekend). Potrebbe essere una buona occasione per incontrarci e bere qualcosa alla faccia di Obambi :)
USA 2008 - 22. Michigan

MICHIGAN (17)
Popolazione: 10,071,822 (8°)
Città più grande: Detroit (916.952 - metro area: 5.405.918)
Governatore: Jennifer Granholm (D)
Senato: Carl Levin (D); Debbie Stabenow (D)
Camera: GOP 9 DEM 6. Bart Stupak (D); Peter Hoekstra (R); Vernon Ehlers (R); Dave Lee Camp (R); Dale Kildee (D); Fred Upton (R); Tim Walberg (R); Michael Rogers (R); Joseph Knollenberg (R); Candice Miller (R); Thad McCotter (R); Sandy Levin (D); Carolyn Kilpatrick (D); John Conyers Jr. (D); John Dingell (D)
Il Michigan è il 16° stato meno conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 5,9% inferiore alla media nazionale. Il trend degli ultimi anni è piuttosto stabile, con una leggerissima tendenza a favore del partito repubblicano. Considerato uno stato blue-collar in cui i cattolici giocano un ruolo molto importante, il Michigan è una roccaforte repubblicana fino alla Grande Depressione. Dal 1856 al 1928, il GOP vince 18 elezioni presidenziali su 19. E l'unica eccezione è la vittoria di Theodore Roosevelt nel 1912 davanti William H. Taft (repubblicano), quando l'ex presidente (repubblicano) si presenta con un ticket Progressive dopo aver perso le primarie (repubblicane) proprio contro Taft. La crisi del '29 sposta decisamente gli equilibri in campo, e il Wolverine State si consegna a Franklin D. Roosevelt nel 1932 e nel 1936, anche se nel 1940 è uno dei pochi stati a votare (di misura) per Wendell Wilkie e nel 1944 regala i suoi 19 electoral votes (oggi sono due di meno) a FDR per poco più di 20mila voti. Nel dopoguerra, il Michigan sembra lentamente tornare alla "normalità": Dewey batte Truman (di poco) nel 1948 ed Eisenhower batte Stevenson (di molto) nel 1952 e nel 1956. Ma i tempi sono maturi per un'altra "serie" democratica: nel 1960 Kennedy vince di misura contro Nixon; nel 1964 lo stato si adegua al landslide di Johnson nei confronti di Goldwater; nel 1968 Humphrey vince, addirittura comodamente, contro Nixon. Lo stesso Nixon si prende la rivincita nel 1972, quando strapazza McGovern con 500mila voti e 15 punti percentuali di distacco, inaugurando per il GOP una striscia positiva di cinque elezioni presidenziali che prosegue con Ford nel 1976 (+5 su Carter), Reagan nel 1980 (+7 su Carter) e nel 1984 (+19 su Mondale), Bush Sr. nel 1988 (+8 su Dukakis). Con Clinton nel 1992 (+7 su Bush Sr. con l'aiuto decisivo di Perot), i democratici tornano a controllare gli electoral votes dello stato. E lo fanno in tutte le tre elezioni più recenti: Clinton nel 1996 (+13 su Dole), Gore nel 2000 (+5 su Bush Jr.) e Kerry nel 2004 (+3 su Bush Jr.).
Già nel 2004, il Michigan era considerato un possibile target per il partito repubblicano. E il GOP ha investito una quantità di risorse considerevoli nello stato durante la campagna elettorale. Tutto questo sforzo, però, è servito solo a ridurre il margine di vantaggio dei democratici da 220mila a 165mila voti. E anche i sondaggi del ciclo elettorale 2008 sembrano presagire una sconfitta di misura per i repubblicani, ma pur sempre una sconfitta. I democratici, del resto, hanno vinto nove delle ultime dieci gare per il Senato (anche quest'anno Carl Levin dovrebbe avere vita facile nel mantenere il suo seggio) e controllano il governatore, mentre i repubblicani riescono ad essere competitivi soltanto in alcuni (la maggioranza, per la verità) distretti della Camera, ma soffrono terribilmente nelle elezioni che coinvolgono tutto lo stato (più in là scopriremo perché). Nella media RCP dei sondaggi, Obama ha più di 4 punti percentuali di vantaggio su McCain e, da giugno ad oggi, il suo distacco è oscillato tra i 2 e i 9 punti. McCain è stato in testa per qualche mese, durante i giorni più caldi delle primarie democratiche, probabilmente a causa della decisione di Obama di opporsi al pieno riconoscimento dei delegati del Michigan (e della Florida) alla convention di Denver. Questa ondata di risentimento, però, sembra essersi molto attenuata con il passare del tempo. E il Wolverine State, a nostro avviso, è tornato ad occupare il suo posto nella colonna degli stati blu, anche se in questo caso si tratta di un blu pericolosamente (per Obama) sbiadito.

Geograficamente, il Michigan è composto da due penisole collegate dal Mackinac Bridge e bagnate - da est a ovest - dai laghi Erie, Huron, Michigan e Superiore. Nella Upper Peninsula, che soltanto acqua particolarmente gelida separa dal Canada, nessuno dei due partiti prevale nettamente sull'altro (a parte un paio di contee orientali in cui il GOP arriva vicino al 60%). Nella Lower Peninsula, i repubblicani superano il 60% e sfiorano il 70% nelle contee del nord (Antrim, Otsego, Missaukee) e dell'ovest (Ottawa, Allegan), oltre che nelle zone più rurali dello stato, specialmente nell'area intorno a Grand Rapids. Come sempre, invece, i democratici vanno molto bene nelle aree urbane, in particolare a Saginaw, Flint, Ann Harbor e - naturalmente - Detroit. Nelle contee in cui risiedono queste due ultime città (rispettivamente, Washtenaw e Wayne), votano più di un milione di elettori (un quinto del totale) e grazie ad esse i democratici, nel 2004, hanno accumulato un vantaggio di 400mila voti nei confronti del GOP. Se pensiamo che, sempre nel 2004, i democratici hanno vinto lo stato con uno scarto di circa 160mila voti, ci rendiamo conto di quanto soprattutto Detroit (dove risiede la quasi totalità della comunità afro-americana che rappresenta il 15% della popolazione totale), sia fondamentale nell'assegnazione degli electoral votes del Michigan al partito democratico.
Senza recuperare almeno un centinaio di migliaio di voti ai democratici nelle aree urbane, il partito repubblicano ha pochissime speranze di passare da una "sconfitta di misura" ad una "vittoria di misura". Eppure, anche quest'anno, il Michigan resta (insieme alla Pennsylvania) uno dei migliori obiettivi potenziali del GOP per un pick-up, non fosse altro che per la sua "consistenza" elettorale. Non c'è dubbio che un ipotetico passaggio di mano dei 17 electoral votes dello stato avrebbe un impatto devastante sulla struttura della corsa (forse soltanto con una controffensiva in Ohio o Florida, Obama potrebbe sperare di vincere le elezioni perdendo il Michigan). Fino ad oggi, però, questa eventualità - seppure non impossibile - resta comunque abbastanza remota. Per ora il Michigan è DEM Leaning, ma occhi spalancati sui sondaggi condotti nelle prossime settimane di campagna elettorale.
domenica 7 settembre 2008
Raccolta differenziata
Round-Up: Hot Air, Ace of Spades HQ, Gateway Pundit, Stop The ACLU, Little Green Footballs, Flopping Aces, Blue Crab Boulevard, Betsy's Page, Silent Running, The Astute Bloggers
sabato 6 settembre 2008
venerdì 5 settembre 2008
Disbelief
giovedì 4 settembre 2008
Rates
Mike Huckabee: ispirato.
Rudy Giuliani: fantastico.
Sarah Palin: al di là del bene e del male.
mercoledì 3 settembre 2008
«I Hate Sarah Palin»
Con ogni probabilità dietro al nickname di David Kahane si nasconde un uomo. Ma si tratta di un uomo che vive a contatto con l’epicentro del “culto obamista” (Hollywood) e che negli ultimi giorni ha certamente sperimentato in prima persona la violenza degli attacchi concentrici che sono partiti nei confronti di Sarah Palin dopo la sua candidatura alla vicepresidenza.
Ora, che le campagne elettorali statunitensi possano raggiungere livelli di “negatività” anche elevatissimi è cosa nota. «If you can’t stand the heat, get out of the kitchen» («Se non sopporti il calore, esci dalla cucina»), diceva il presidente Harry S. Truman già negli Anni Quaranta. E per restare alla storia più recente basterebbe pensare agli attacchi con cui George Bush Sr. riuscì a recuperare il suo svantaggio nei confronti di Mike Dukakis o alla “october surprise” (la notizia di un arresto per guida in stato d’ubriachezza vecchio di decenni) con cui Al Gore riuscì quasi a battere George Bush Jr. sul filo di lana.
La lista potrebbe continuare a lungo, ma in nessun caso si è assistito ad uno spiegamento di forze così compatto, violento ed organizzato come quello che si è scatenato contro Sarah Palin. Ma andiamo con ordine. Prima le accuse generiche di “inesperienza” che, lanciate dagli obamisti, facevano oggettivamente un po’ ridere. Poi le tonnellate d’inchiostro spese per raccontare i dettagli di una mini-inchiesta per presunto “abuso di potere” che sembra avere tutte le caratteristiche per scomparire in una bolla di sapone. Poi le voci - insistenti e volgari - sull’ultimo figlio (quello affetto dalla sindrome di Down) che non sarebbe stato il frutto di una sua gravidanza, ma di quella della figlia Bristol (“coperta” dalla madre con questo brillante escamotage alla Desperate Housewives). Gossip che ha costretto la Palin a rivelare la gravidanza - vera, questa sì - della figlia teen-ager, gettando il diritto alla privacy di una minorenne in pasto ai piranha dell’opinione pubblica. Poi il falso, accertato, di una sua fantomatica iscrizione ai “secessionisti” dell’Alaskan Independence Party. Poi l’arresto per guida in stato d’ubriachezza del marito Todd (anche in questo caso, una notizia di una ventina d’anni fa). Ieri è stata la volta dell’ex capo della polizia di Wasilla - la città dell’Alaska di cui la Palin è stata sindaco prima di diventare governatore - che “rivela” di essere stato licenziato ingiustamente da Sarah Barracuda.
Sono trascorsi appena cinque giorni dalla sua ascesa nel panorama politico nazionale, ma Sarah Palin è già stata costretta ad ingoiare una quantità di fango che soltanto il doppio mandato dell’amministrazione Bush - con il complotto sull’11 settembre e l’allagamento intenzionale di New Orleans - riuscirebbe forse ad eguagliare. Una parte di questi attacchi è nata “spontanamente” nei blog vicini all’estrema sinistra americana, ma un’altra consistente fetta è stata partorita (è proprio il caso di dirlo) direttamente dalla campagna di Obama o - fenomeno assai più grave - dai cosiddetti mainstream media neutrali. Provate a pensare alla stessa operazione mediatica compiuta dalla vast right-wing conspiracy nei confronti di una candidata democratica, a qualsiasi carica. E immaginate le universali strilla di sdegno.
Con Sarah Palin, invece, tutto è permesso. Perché una donna repubblicana (un modello “inferiore” di donna, evidentemente), perché è pro-life, pro-gun e schiettamente - normalmente, sarebbe il caso di dire - conservatrice.
Proprio per questo, forse, gli attacchi nei suoi confronti sono tanto feroci. Perché questa sua “normalità” rischia di trasformare un passaggio obbligato di una campagna elettorale (la scelta di un candidato alla vicepresidenza) in un fattore in grado cambiare la dinamica della corsa. Con l’effetto-Palin, il fundraising repubblicano è cresciuto di 10 milioni di dollari in quarantott’ore, portando McCain ad avvicinarsi ai livelli raggiunti negli ultimi mesi da Barack Obama. E, soprattutto, la base conservatrice del partito sembra “eccitata” come mai prima, con un coinvolgimento a cui non si assisteva dai tempi di Ronnie Reagan. È questa, probabilmente, la spiegazione della Palin Derangement Syndrome che ha colpito le tribù obamiste nell’ultima settimana. Ma chi crede che questo sia sufficiente a sbarazzarsi del “barracuda” ha fatto male i suoi conti.
Bill Kristol racconta di aver sentito un componente dello staff di McCain spiegare alla Palin le difficoltà a cui sarebbe andata incontro dopo l’annuncio della sua candidatura, la cattiveria degli attacchi che avrebbe subito, l’intrusione dei media nella sua vita privata. «Grazie per l’avvertimento - ha risposto Sarah - ma sai quale è la differenza tra una hockey mom e un pitbull?». «No, governatore», ha sussurato lo staffer repubblicano. «Una hockey mom porta il rossetto». Gli animalisti obamisti sono avvertiti.
(domani in edicola su Liberal quotidiano)
martedì 2 settembre 2008
USA 2008 - 21. Massachusetts

MASSACHUSETTS (12)
Popolazione: 6.449.755 (14°)
Governatore: Deval Patrick (D)
Senato: Edward Kennedy (D); John Kerry (D)
Camera: GOP 0 DEM 10. John Olver (D); Richard Neal (D); James McGovern (D); Barney Frank (D); Niki Tsongas (D); John Tierney (D); Edward Markey (D); Michael Capuano (D); Steven Lynch (D); William Delahunt (D)
Il Massachusetts è lo stato meno conservatore degli Stati Uniti. Nel 2004, il voto per il candidato repubblicano è stato del 27,6%% inferiore alla media nazionale. Il Bay State non è sempre stata la People's Republic of Massachusetts che conosciamo oggi, in cui - negli ultimi quattro cicli elettorali - nessun candidato repubblicano alla Camera è riuscito a contenere il distacco dal proprio avversario democratico al di sotto dei 25 punti percentuali (si tratta di 40 elezioni consecutive!). Nella prima metà del 1900, al contrario, si trattava di uno stato fortemente conservatore, con sconfinamenti nel puritanesimo, in cui neppure F.D Roosevelt riusciva a convincere del tutto (nel senso che vinceva, ma con percentuali molto inferiori alla media nazionale). Dal dopoguerra ad oggi, però, soltanto Ike Eisenhower (nel 1952 e nel 1956) e Ronald Reagan (di pochissimo nel 1980 e di poco nel 1984) sono riusciti a portare il Massachusetts nella colonna dei red states. Per il resto, la storia recente dello stato è una lunga sfilza di successi democratici: Kennedy +21%; Johnson +53% (!); Humphrey +31%; McGovern +9% (nel 1972 il Massachusetts è stata l'unica vittoria democratica); Carter +16%; Dukakis +8%; Clinton +18% e +33%; Gore +27%; Kerry +25%. Questo dominio non si limita alle elezioni presidenziali: nelle elezioni di mid-term del 2006, il partito repubblicano ha raccolto meno del 13% dei seggi in entrambe le Camere locali. Alla Camera del Massachusetts i rapporti di forze sono 141 a 19 per i democratici (al Senato 35-5).
Nel ciclo elettorale del 2008, il Bay State non sembra destinato ad abbandonare il suo ruolo di roccaforte liberal. E' interessante notare, però, che i sondaggi condotti negli ultimi mesi sono piuttosto "ballerini", con il vantaggio di Barack Obama che oscilla tra i 5 e i 25 punti percentuali. La media di RealClear Politics vede comunque il candidato democratico in doppia cifra (+12,6%), anche se con una performance nettamente inferiore rispetto a quelle di Gore e Kerry. I sondaggi più recenti sono quelli effettuati all'inizio di agosto da Rasmussen Reports (+16%) e Suffolk University (+9%): in entrambi i casi Obama sembra in leggera flessione, ma non per questo siamo disposti a concedere qualche speranza ai repubblicani per i 12 electoral votes delle presidenziali o nelle sfide per la Camera.

Geograficamente, il Massachusetts è una lago blu notte nel blu, già scuro, del New England. Nelle ultime quattro elezioni presidenziali, i democratici hanno conquistato tutte le contee, nessuna esclusa, con percentuali che vanno dal 73% di Berkshire County, al confine occidentale con lo stato di New York, al 75% di Suffolk County, sede della capitale Boston, sulla costa all'altra estremità dello stato. Per trovare una contea "repubblicana" bisogna affittare una macchina del tempo - spostare le lancette dell'orologio indietro di vent'anni - e dirigersi verso la parte centrale dello stato (Worcester County) o verso est (Plymouth e Barnstable County, entrambe ex roccaforti del GOP). Erano gli anni in cui i Boston Celtics di Larry Bird si giocavano, spesso con i Los Angeles Lakers, le finali Nba. Anche nel 2008, dopo un lungo periodo di astinenza, i Celtics hanno vinto il campionato di basket più bello del mondo. Ma politicamente il Massachusetts (proprio come la California) sembra tutto un altro pianeta.
Nel primo stato dell'Unione a legalizzare il same-sex marriage, i repubblicani hanno davvero poche probabilità di mantenere il loro svantaggio al di sotto dei 20 punti percentuali. Il parco-giochi della famiglia Kennedy è DEM Solid solo perché non abbiamo previsto una categoria ultra-solid. Altri 12 electoral votes per il partito democratico.
Tuesday Tidbits
• Il fundraising repubblicano arriva a quota 47 milioni di dollari soltanto ad agosto (il record precedente era di 26 milioni a luglio). Almeno 10 milioni sarebbero effetto-Palin. La campagna di Obama non ha ancora diffuso le cifre dell'ultimo mese.
• "In contrast to any national candidate in recent memory, Palin is the one that exudes the economic and cultural sensibilities of a geniune Western-style libertarian": David Harsanyi su RealClearPolitics.
• Sempre su RealClear Politics, il mitico Jay Cost analizza le ultime mosse del candidato repubblicano.
• "Before, they were excited about her, with the Down syndrome baby. But now with this, they are over the moon. It reinforces the fact that this family lives its pro-life values". Grover Norquist risponde, su Cnn.com, a chi spera che la storia della figlia teen-ager incinta possa allontanare gli evangelici da Sarah Palin.
• "Palin and the Bloggers": Byron York, su The Corner (uno dei blog della National Review), in diretta dalla convention repubblicana.
Trova la differenza
“Look, I got two daughters — 9 years old and 6 years old. I am going to teach them first about values and morals, but if they make a mistake, I don’t want them punished with a baby.” (Barack Hussein Obama)
UPDATE. Stefano Scardovi traduce in italiano.
Passo falso
A volte si leggono cose sensate perfino sul Washington Post: Chris Cilizza (via Don Surber).
lunedì 1 settembre 2008
Of Mice and Men
"John Coale, uno dei più autorevoli avvocati di Washington, marito di Greta Van Susteren di Fox Tv e sostenitore della senatrice Hillary Clinton, ha annunciato oggi che appoggerà John McCain nella sua corsa alla presidenza. Coale, che ha viaggiato con la senatrice Clinton, l'ex presidente Bill e la sua famiglia durante la stagione delle primarie, si è lamentato del sessismo interno al partito democratico, affermando che esso è ormai 'ostaggio di tipi alla moveon.org' in una intervista esclusiva con Newsweek".



























