lunedì 27 aprile 2009

La gabbia di Barack

Per Peter Marshall, corrispondente dagli StatiUniti del programma Newsnight della Bbc, «Obama si trova in grande imbarazzo, dopo essersi infilato da solo in una gabbia come quelle costruite dalla Cia per Abu Zubaydah». La “gabbia” in cui è rinchiuso il presidente, per uscire dalla metafora di Marshall, sono le polemiche divampate in seguito alla decisione di pubblicare quattro memorandum sulle tecniche di interrogatorio utilizzate dalla Cia sui sospetti terroristi dopo l’11 settembre. Polemiche che sono tornate, ancora più violente, quando l’amministrazione democratica ha deciso di non opporsi alla pubblicazione di alcune fotografie relative ad abusi commessi dagli agenti speciali americani contro prigionieri detenuti nelle carceri irachene e afghane. A chiedere la diffusione delle immagini in questione - che dovrebbero essere 44 ed essere rese pubbliche entro il 28 maggio - è stata la Aclu (American Civil Liberties Union) già nel 2003. Ma l’amministrazione Bush si era sempre opposta per motivi di sicurezza nazionale.

Dopo l’ultima decisione di un tribunale federale a favore all’Aclu, invece, Obama ha deciso di non ricorrere alla Corte Suprema, dando di fatto il via libera alla pubblicazione di foto che - secondo il suo stesso Dipartimento della Difesa - sono destinate a «provocare una forte reazione negativa in Medio Oriente». In attesa del backlash arabo, intanto, Obama si trova ad affontare una “sollevazione” interna. A sparare il primo colpo è stato l’ex direttore della Cia (e presidente della commissione permanente della Camera sull’intelligence dal 1997 al 2004), Porter J. Goss, sulla pagina degli editoriali del Washington Post.

«Sono rimasto in silenzio da quando ho lasciato il mio posto alla Cia circa tre anni fa - scrive Goss nelle prime righe del suo articolo - ma adesso sono costretto a rompere questo silenzio, perché credo che il nostro governo abbia oltrepassato la “linea rossa” che divide una corretta protezione della sicurezza nazionale dallo scorretto tentativo di guadagnare un vantaggio politico per il suo partito. Non possiamo avere servizi segreti se continuiamo a non rispettare il segreto. Gli americani devono decidere ora».

E gli americani, almeno a fidarsi degli ultimi sondaggi, su questo argomento sembrano stare dalla parte di Goss. Secondo Rasmussen Reports, infatti, il 58% dei cittadini statunitensi si oppone a «nuove inchieste sul trattamento dei sospetti terroristi da parte di Bush», mentre solo il 28% è favorevole (gli incerti sono il 13%). Questa opinione della maggioranza, almeno in teoria, sarebbe quella dello stesso Obama, che però si trova di fronte a un partito democratico spaccato. Mentre il leader del Senato, Harry Reid, è contrario alla formazione di una commissione d’inchiesta, la sua alter ego della Camera, Nancy Pelosi, continua a spingere in quella direzione. Esponendosi alle critiche di chi, come un nutrito gruppo di parlamentari repubblicani e lo stesso Goss, sottolinea che l’attuale Speaker democratica, conosceva alla perfezione le tecniche utilizzate dalla Cia già nel 2002 e non ha mai sollevato obiezioni, pubbliche o private.

«Sono sbigottito - scrive Goss - nel leggere che alcuni miei colleghi del Congresso non “avessero capito” quali fossero queste tecniche, come il waterboarding. Fatemi essere chiaro su questo punto: sapevamo cosa stava facendo la Cia; abbiamo dato alla Cia il nostro sostegno bipartisan; abbiamo dato alla Cia i fondi necessari per proseguire; abbiamo chiesto alla Cia se avesse bisogno di ulteriore sostegno nella sua missione contro al Qaeda». Il riferimento, esplicito, è alla Pelosi e alla “gang of four” (i due repubblicani e i due democratici più alti in carica nelle commissioni sull’intelligence di Camera e Senato).

Al momento Nancy Pelosi è costretta a giocare in difesa - anche perché coinvolta nello “scandaletto” dei suoi rapporti con Jane Harman - ma le pressioni per fare definitivamente i conti con l’eredità post 9/11 dell’amministrazione Bush si moltiplicano sul fronte sinistro dell’alleanza che ha portato Obama alla Casa Bianca. E il presidente si trova con le spalle al muro, di fronte a un dilemma: pagare le sue “cambiali elettorali” (rischiando di mettere a repentaglio la sicurezza nazionale) o mantenere la promessa di “guardare avanti” (mettendosi contro una fetta non marginale del suo partito). Alla vigilia del centesimo giorno di presidenza, per Barack è già arrivato il momento di una scelta dolorosa.

(domani in edicola su Liberal quotidiano)

venerdì 24 aprile 2009

Torture Wars

Ieri l’onore della ribalta - nel dibattito sulla tortura che sta infuocando da giorni la scena politica statunitense - è toccato a Condoleezza Rice, Dick Cheney e John Ashcroft. Insieme a Donald Rumsfeld, si tratta delle colonne della politica di difesa (nazionale e internazionale) dell’amministrazione Bush. Ed è chiaro che, sullo sfondo delle polemiche in corso, aleggi proprio la figura dell’ex presidente, obiettivo dichiarato della sinistra americana che ha “costretto” Barack Obama a fare dietro-front sulla possibilità di processare chi autorizzò, dopo l’11 settembre 2001, tecniche d’interrogatorio come il waterboarding e il wall slamming.

Il coinvolgimento della Rice emerge dai nuovi documenti resi pubblici dalla commissione sull’intelligence del Senato che sono stati recentemente declassificati dall’attuale ministro della Giustizia, Eric Holder. Secondo queste carte, nell’estate del 2002 Condoleezza Rice (che allora ricopriva la carica di consigliere per la Sicurezza nazionale di Bush), diede il suo assenso - anche se soltanto “verbale”- all’utilizzo del waterboarding, la tecnica di annegamento simulato adottata dalla Cia durante l’interrogatorio di alcuni sospetti terroristi.

L’ex segretario di Stato diede “luce verde” all’utilizzo di questi metodi all’allora direttore della Cia, George Tenet, per l’interrogatorio di Abu Zubaydah, terrorista catturato in Pakistan nel marzo del 2002 e sottoposto al waterboarding più di 80 volte. Dai documenti risulta che anche l’allora ministro della Giustizia, John Ashcroft, partecipò insieme alla Rice (già nel maggio 2002) a un briefing su «metodi alternativi» di interrogatorio. Un anno dopo, esattamente nel luglio del 2003, a un briefing con la Cia sui «metodi duri di interrogatorio» partecipò anche il vice presidente Dick Cheney, insieme alla Rice ed Ashcroft. Al tavolo erano seduti anche Alberto Gonzales, allora consigliere della Casa Bianca e autore dei principali pareri legali sul ricorso alla tortura - e John Bellinger III, esperto del Consiglio di sicurezza nazionale.

I nuovi documenti, naturalmente, sono destinati a far crescere le pressioni per l’avvio di un’inchiesta parlamentare sull’utilizzo di tecniche di tortura da parte dell’amministrazione Bush. In prima fila, come sempre, c’è il “braccio armato” della sinistra liberal nei tribunali: l’Aclu (American Civil Liberties Union). «Non siamo di fronte a discussioni astratte, ma a conversazioni molto dettagliate e specifiche - dice Jameel Jaffer, direttore del National Security Project dell’Aclu - Ora abbiamo prove ancora maggiori del ruolo svolto dai vertici dell’amministrazione Bush».

La questione, però, rischia sempre di più di trasformarsi in una brutta “gatta da pelare”per Obama. Come ha scritto ieri il Washington Post , il presidente sperava - con la pubblicazione dei memorandum e l’assicurazione dell’immunità agli agenti della Cia - chiudere definitivamente un doloroso scontro politico che va avanti fin dai giorni immediatamente successivi agli attacchi terroristici dell’11 settembre. Ricordando che la decisione era stata presa dopo un lungo e animato dibattito all’interno dell’amministrazione (e con il parere contrario dell’appena nominato direttore della Cia, Leon Panetta), il quotidiano statunitense spiega come «la sua principale preoccupazione» fosse quella di «chiudere questa storia». La sua tesi, dice uno degli uomini di Obama che vuole mantenere l’anonimato, era: «Ho vietato le torture, il capitolo è chiuso, ma ora non abbiamo bisogno di tornare indietro e rivivere tutto questo».

Nessun presidente, naturalmente, può impedire al Congresso di indagare, ma Obama sperava almeno di non essere costretto a dare il suo imprimatur a una commissione d’inchiesta sul modello di quella (contestatissima) sull’ 11 settembre. Soprattutto in un momento in cui ritiene che ma massima priorità per l’amministrazione sia quella di aiutare il Paese a uscire dalla crisi economica. Alla fine, invece, Obama si è ritrovato sotto attacco, da sinistra (da chi non ha apprezzato il suo invito a «guardare avanti»), ma soprattutto da destra.

L’ex vice presidente Dick Cheney lo accusa di aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale rivelando i metodi della Cia. E ha chiesto la declassificazione di alcuni documenti che proverebbero come l’utilizzo del waterboarding negli interrogatori di Khalid Sheik Mohammed (considerato la “mente” dietro alle stragi dell’11 settembre) abbia permesso agli Stati Uniti di sventare la “second wave” terroristica, in programma a Los Angeles. Ancora prima dell’autorizzazione, il memo a cui si riferiva Cheney (o uno sorprendentemente simile) è stato pubblicato dal quotidiano online CnsNews e ripreso dal New York Times. Secondo questo documento, prima del waterboarding Mohammed era «totalmente refrattario a collaborare », anzi minacciava gli agenti sull’imminenza di un secondo attacco. Dopo, invece, l’esponente di al Qaeda iniziò a collaborare, fornendo intelligence che avrebbe portato alla cattura di alcuni uomini-chiave del netwoek terroristico e alla cattura della cellula incaricata di replicare l’11 settembre in California.

Anche il direttore della National Intelligence di Obama, Dennis Blair, in un memorandum interno ha scritto qualche giorno fa che «i metodi utilizzati hanno fornito informazioni di altissimo valore e ci hanno dato una più profonda conoscenza degli attacchi pianificati da al Qaeda al nostro Paese». Una frase, incidentalmente, che è scomparsa dalla versione del documento fornita dall’amministrazione Obama ai mezzi d’informazione. Ieri, poi, sulle colonne del Wall Street Journal, il senatore repubblicano del Michigan, Peter Hoekstra (componente della commissione sull’intelligence), ha ricordato che molti membri del Congresso - sia repubblicani che democratici - erano a conoscenza dei metodi d’interrogatorio utilizzati dalla Cia. Invitando un’eventuale commissione d’inchiesta a indagare anche su di loro.

E la tensione cresce, minuto dopo minuto, proprio a Capitol Hill. Il leader della maggioranza al Senato, Harry Reid, ha scelto di non intervenire nel dibattito. Ma la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, non ha esitato ad appoggiare l’idea di una commissione d’inchiesta, affermando anche che ai testimoni non dovrà essere garantita alcuna immunità. La guerra è appena iniziata.

(oggi su Liberal quotidiano)

domenica 19 aprile 2009

At Least He Didn't Bow



Barack Hussein Obama fa passi da gigante in politica estera. Questa volta, di fronte a Chavez, non ha neppure accennato a un inchino. (Il titolo del post è spudoratamente copiato da Michelle Malkin)

sabato 18 aprile 2009

Sondaggio Europee 2009

Il mitico Cap_Forever ci regala l'ultimo sondaggio riservato commissionato dal PdL sulle prossime elezioni europee. Il metodo di rilevazione è CATI, le interviste sono state 3500 e l'affluenza prevista è stimata tra il 66% e il 73,5%. Come ci avverte Cap, il sondaggio è stato realizzato nella settimana precedente al terremoto abruzzese e la percentuale di indecisi sembra molto bassa, anche se "maggiormente presente lungo l'asse che porta dal Pd all'Idv rispetto a quella tra PdL e Lega dove i voti paiono maggiormente cristallizati". Bando alle ciance, ecco i numeri (tra parentesi la differenza con le Politiche 2008).

PdL 41,4% (+4,0%)
Lega 9,1% (+0,8%)
Mpa, La Destra 1,9% (-1,6%)
Udc 5,8% (+0,2%)
Pd 25,2% (-8,0%)
Idv 7,6 (+3,2%)
Prc/Pdci 2,5% (+0,5%)
Sinistra e Libertà 3,0% (+1,0%)
Indecisi 3,5 %

Nota: Prc/Pdci e Sinistra&Libertà erano unite nella Sinistra arcobaleno alle Politiche 2008. Abbiamo diviso in due parti uguali il risultato della coalizione + il dato dei socialisti (totale: 4.1%) per calcolare la differenza.

giovedì 16 aprile 2009

Tea Party Round-Up & Open Trackback



Pajamas Media, Fox News, Michelle Malkin, Instapundit, The Washington Independent, Wizbang, The Corner, Weekly Standard, Founding Bloggers, The Foundry, Power Line, Scared Monkeys, Sister Toldjah, Face the State, Neptunus Lex, Daily Pundit, RomeNews, Hot Air, Politics and Critical Thinking, TigerHawk, No Quarter, The Other McCain, Sound Politics, TVNewser, American Spectator, Chicago Breaking News, Gateway Pundit, Tax Day Tea Party, Blue Crab Boulevard, Wizbang, Right Wing Nut House, The Politico, The Sundries Shack, Protein Wisdom, Riehl World View, Donklephant, American Spectator, Patterico's Pontifications, Neo-neocon, NewsBusters.org

UPDATE (via Blue Star Chronicles): Gateway Pundit, Michelle Malkin, Founding Bloggers, Wizbang, Protein Wisdom, Big Hollywood

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domenica 12 aprile 2009

Easter Bunny

Pasqua amara per Barack H. Obama, che nell'ultimo presidential approval index di Rasmussen Reports scivola al +2%, punto più basso della sua ancora giovane presidenza. Intanto, negli Stati Uniti, soltanto il 53% della popolazione dichiara di preferire il "capitalismo" al "socialismo". Ne avevo scritto venerdì scorso per Liberal in uno "speciale" che ospitava anche due bei commenti di Carlo Lottieri e Carlo Stagnaro dell'IBL (i pdf dello speciale sono online qui, qui, qui e qui).

giovedì 9 aprile 2009

L'inchino top secret

La notizia, di per sé, sarebbe clamorosa: il presidente degli Stati Uniti d’America, leader riconosciuto dell’Occidente e del mondo libero, colto dai fotografi e dai cameramen mentre - durante il G20 di Londra - regala un lungo e ossequioso inchino al chiacchierato re saudita, Abdullah. In violazione a qualsiasi protocollo diplomatico, scritto e non, in vigore alla Casa Bianca. Eppure, mentre i mass media di tutto il mondo si sollazzavano con le “gaffe” di Berlusconi, su quella di Obama è piombato un muro impenetrabile di silenzio. Almeno sui media tradizionali, perché su Internet il video e le foto dell’inchino continuavano a circolare vorticosamente, scatenando un uragano di discussioni e di polemiche.

Fino a ieri, l’unico quotidiano statunitense a dedicare qualche riga all’accaduto era stato il conservatore Washington Times. Poi è arrivato, a sorpresa, un articolo del giornale arabo Asharq Al-Awsat. Sotto l’esplicito titolo «Il segreto dietro l’inchino di Obama al Re», Muhammad Diyab scrive fa che «il gesto del presidente americano ha sollevato nuovamente negli Usa il problema della sua identità religiosa». «Obama - scrive il giornalista arabo - ha vissuto una parte della sua infanzia in Indonesia ed inchinarsi, nella cultura indonesiana e asiatica in generale, è un segno di rispetto e di apprezzamento».

Apriti cielo. La Casa Bianca, dopo essere riuscita - con la complicità dei media (non solo americani) - a “occultare” l’inchino per una lunghissima settimana, è stata costretta ad una smentita, che finora è soltanto servita a gettare benzina (o petrolio?) sul fuoco di polemiche che si stavano lentamente spegnendo. «Non si è trattato di un inchino - ha dichiarato al quotidiano online The Politico un consigliere (rigorosamente anonimo) di Obama - il presidente voleva stringere al re entrambe le mani, ma essendo molto più alto...». Quando il “rimedio” è peggiore del male. In realtà, il vero “scandalo” non sta tanto nell’inchino (oggettivamente imbarazzante) di Obama, quanto nel silenzio assordante dei mezzi d’informazione. Gli stessi che, quando George W. Bush aveva osato stringere (un po’ troppo teneramente, per la verità) la mano allo stesso sovrano saudita, non avevano esistato un attimo nel “massacrare” l’ex presidente.

Ma facciamo un passo indietro allo scorso 2 aprile. A pubblicare per primo la foto incriminata (e poi il relativo video, che si può vedere online su YouTube) era stato il blog conservatore The American Thinker. E la notizia si era diffusa rapidamente come un virus sulla “riva destra” del cyberspazio. Per Jihad Watch si trattava di una aperta «violazione del protocollo», che non prevede inchini del presidente americano nei confronti di «monarchi stranieri», in quanto “atto esplicito di sottomissione ». Scott Johnson di Powerline (uno dei blog che aveva fatto esplodere lo scandalo del “Rathergate” nel 2004) era arrivato a paragonare il gesto al celebre bacio tra Jimmy Carter e Leonid Breznhev nel 1979. E la pasionaria conservatrice Michelle Malkin era entrata prepotentemente nella discussione, scatenando la reazione di centinaia di blog, a destra e a sinistra dello schieramento politico. Poi, lentamente, la notizia era passata in secondo piano, scavalcata dalla cronaca quotidiana. Fino al coraggioso editoriale del Washington Times e all’articolo di Asharq al-Awsat che hanno costretto la Casa Bianca alla sua anonima e goffa smentita.

Adesso, però, il “vaso di Pandora” sembra essere stato finalmente scoperchiato. E, mentre scriviamo, le edizioni online di moltissimi quotidiani internazionali stanno dando notizia della “smentita” senza aver mai dato spazio alla notizia originale. Hanno aperto le danze il Pittsburgh Tribune-Review, l’Examiner, la Jewish Telegraphic Agency, il Weekly Standard, il Daily Telegraph, il Chicago Sun-Times e il Guardian. Ma si può essere ragionevolmente certi che la notizia (insieme alle foto e al video) continueranno a diffondersi nei prossimi giorni. Come amava ripetere Abraham Lincoln, "si può ingannare tutti per qualche tempo e alcuni per tutto il tempo, ma non potete ingannare tutti per tutto il tempo". Soprattutto nell’era di Internet.

(in edicola domani su Liberal quotidiano)

martedì 7 aprile 2009

L'Europa che non c'è

Quando alla Casa Bianca abitava quel “terrorista” di George W. Bush - e la politica estera degli Stati Uniti (dopo l’11 settembre) era caratterizzata da un confronto “duro e puro” con il fondamentalismo islamico - l’Europa non c’era. O meglio, c’erano due o tre strategie europee in contraddizione tra loro: quella esplicitamente anti-yankee di Chirac e Zapatero; quella più atlantica degli ex Paesi comunisti; quella ondivaga e camaleontica di tutti gli altri (Italia compresa).

Oggi, alla Casa Bianca ci abita Barack Hussein Obama, che in omaggio al proprio middle-name ha scelto di «fare pace con l’Islam» - offrendo negoziati-a-costo-zero a Iran ed Hezbollah, spingendo per l’entrata della Turchia nella Ue e promettendo diplomazia globale a prezzi da bailout - e l’Europa ancora non c’è. O meglio, come sempre non c’è una linea strategica condivisa tra i Paesi che compongono l’Unione europea. Ognuno procede in ordine sparso. Qualcuno risponde all’appello di Obama sulla necessità di una surge in Afghanistan inviando migliaia di soldati; qualcun altro si limita a promettere sei fanti leggeri, un sergente e tre cani-poliziotto prima dell’offensiva talebana di primavera.

Sulla Turchia nella Ue, poi... Sarkozy e la Merkel dicono (bruscamente) a Obama di farsi gli affari propri, perché di Istanbul non vogliono neppure sentir parlare. Tutti gli altri, chi più e chi meno, iniziano a cucire bandiere europee con 27 stelle e una mezzaluna. Posizioni condivise? Nessuna. Visioni strategiche compatibili? Neppure l’ombra. La triste, tristissima, verità è che il problema degli ultimi decenni non è stato - come molti hanno tentato di farci credere - la politica estera americana. Hardcore bushiano o softcore obamista, la strategia degli Stati Uniti è solida, coerente e comprensibile. Quella europea, invece, non è soltanto incoerente e incomprensibile. Semplicemente non esiste. Forse perché l’Europa non è mai esistita.

(domani su Liberal quotidiano)

Surprise!

Se la visita di oggi del presidente Obama alle truppe americane in Iraq è, come scrive il Washington Post, una «sorpresa», perché stamattina (ora italiana) già lo sapevano tutti i giornali?

mercoledì 1 aprile 2009

L'ultimatum di Bibi

«Obama deve impedire all’Iran di arrivare all’atomica. Oppure a farlo ci penserà Israele». Non si perde in giri di parole, Benjamin Netanyahu, in una lunga intervista concessa al mensile americano The Atlantic poche ore prima di insediarsi ufficialmente a capo del 32° governo della storia israeliana. E non è un caso che Bibi abbia scelto proprio il magazine di riferimento della sinistra “clintoniana” per lanciare il suo “avvertimento” alla Casa Bianca.

Il presidente statunitense – dice in sostanza Netanyahu – deve fermare il tentativo iraniano di entrare in possesso di armi nucleari. E lo deve fare rapidamente. Altrimenti Israele potrebbe essere costretta ad attaccare direttamente le strutture nucleari iraniane. «L’amministrazione Obama – spiega il primo ministro israeliano – si trova di fronte ad un bivio storico. Il mondo intero dovrebbe preoccuparsi dell’eventualità che un culto messianico-apocalittico possa entrare in controllo di ordigni atomici. Eppure è esattamente quello che sta accadendo in Iran. Questa è una minaccia all’esistenza stessa di Israele, ma sarebbe anche un colpo durissimo per gli interessi americani, specialmente sul fronte dell’energia. Chi controllerà il petrolio in Medio Oriente: Washington o Teheran?».

Netanyahu punta direttamente al cuore del problema, ma non esclude a priori soluzioni diverse da quella militare. «Come si raggiunge l’obiettivo – dice – è molto meno importante del raggiungerlo», aggiungendo però di essere molto scettico sulla possibilità che l’Iran possa rispondere positivamente all’appello lanciato da Obama una decina di giorni fa. E le ragioni di questo scetticismo sono in gran parte dovute alla natura “integralista” della leadership di Teheran: «Fin dall’alba dell’era nucleare, non è mai esistito un regime fondamentalista che abbia messo il proprio fanatismo prima del proprio interesse. C’è chi dice che l’Iran si comporterebbe come qualsiasi altra potenza nucleare. Siamo disposti a rischiare?». Il premier israeliano cita la lunga guerra con Iraq come prova del comportamento “irrazionale” di Teheran. «L’Iran ha sprecato più di un milione di vite umane senza battere ciglio – dice – e senza che questo ne abbia scosso la coscienza nazionale. Dopo la prima guerra mondiale, la Gran Bretagna è precipitata nel pacifismo proprio a causa della grande tragedia di aver perso una generazione. In Iran non si è visto niente di tutto questo. Anzi, si è vista una nazione che esalta il sangue, la morte e l’auto-distruzione».

Anche se gli analisti americani e quelli israeliani hanno opinioni diverse sullo stato di avanzamento del programma nucleare iraniano, Netanyahu avverte di non essere disposto ad aspettare «anni» per verificare la bontà dell’approccio “diplomatico” cercato da Obama. «Il problema - dice a Jeffrey Goldberg (il giornalista di The Atlantic autore dell’intervista) uno dei consiglieri strategici del premier israeliano - non sono le capacità militari. Il problema è verificare se si ha lo stomaco e la volontà politica di agire». Un altro problema, secondo Netanyahu, è anche quello di voler “legare” ad ogni costo il caso-Iran e il processo di pace con i palestinesi: «Noi intendiamo affrontare separatamente le due questioni; spero che gli Stati Uniti vogliano fare lo stesso. L’amministrazione Obama ha detto recentemente che Hamas deve per prima cosa riconoscere Israele e interrompere qualsiasi sostegno ad attività terroristiche. Siamo d’accordo, perché questo significa semplicemente che Hamas deve smettere di essere Hamas».

Moshe Ya’alon, ex chief of staff delle forze armate israeliane e oggi consigliere strategico del premier, è categorico: «L’errore del disimpegno da Gaza è stato che noi, da occidentali, abbiamo pensato che il compromesso avrebbe attenuato i problemi, mentre invece ha soltanto contribuito a farlo crescere a dismisura. I jihadisti hanno visto il ritiro delle truppe come una sconfitta dell’occidente. Che segnale sarebbe, per costoro, essere pronti a dividere Gerusalemme ritornare ai confini del 1967? In questo tipo di conflitto, la determinazione è più importante della potenza di fuoco». E sulla determinazione che muove il neonato governo di Benjamin Netanyahu sembrano esserci pochi dubbi. Anche perché, spiega il primo ministro israeliano, basterebbe un solo errore (permettere all’Iran di entrare in possesso di armi atomiche) per provocare conseguenze catastrofiche: «Primo, i terroristi amici di Teheran potrebbero agire sotto la protezione di un ombrello nucleare, e questo aumenterebbe la possibilità di un confronto diretto con Israele. Secondo, questo sviluppo incoraggerebbe i militanti islamici di tutti i continenti, che vedrebbero un segno divino capace di portarli alla vittoria definitiva. Terzo, si creerebbe un danno enorme agli approvvigionamenti mondiali di petrolio. Quarto, l’Iran potrebbe usare direttamente gli ordigni nucleari oppure renderli disponibili ai vari proxy terroristici della regione. Infine, gli stessi equilibri geostrategici della regione sarebbero alterati permanentemente, distruggendo di fatto l’alleanza tra gli Stati Uniti e i Paesi arabi “moderati”». Obama è avvertito: Israele non permetterà che questo scenario da incubo si trasformi in realtà.

(domani in edicola su Liberal quotidiano)

Five Things To Watch in NY-20

Prova del nove per Michael Steele o referendum su Obama? Chris Cilizza, The Fix.

lunedì 30 marzo 2009

Why the Democrats Can't Govern

Jonathan Chait su The New Republic analizza, da sinistra, i motivi che potrebbero portare il partito democratico (e Obama) a trovarsi nella stessa di situazione di Carter (nel 1978 e nel 1980) e di Clinton (nel 1994). "Sembra impossibile - scrive Chait - che questo partito, con le sfide così grandi che attendono la nazione e una così rara possibilità di affrontarle, voglia ancora una volta seguire il sentiero verso il suicidio. Eppure, a volte, i democratici proprio non riescono a farne a meno". Nel dettaglio, Chait offre tre possibili spiegazioni di questa tendenza all'auto-distruzione. Anche se nessuna (a parte forse la seconda) è troppo convincente, l'analisi resta interessante e merita sicuramente un'attenta lettura.

Round-Up (left&right): JustOneMinute, Betsy's Page, DownWithTyranny!, Matthew Yglesias, RedState, Patterico's Pontifications

Bailout!



(h/t: Creez)

giovedì 26 marzo 2009

No, he can't

Obama’s dismantling of President Clinton’s economic legacy is injurious. For moderate Democrats who recognise the national mainstream as the party’s best hope of a long-term majority, it is highly dangerous to be associated with such an ideological presidency. It is even worse when the ideology is the one least likely to work. Weakness and inexperience abroad is already causing a dangerous escalation in tensions. At home, the president’s policies represent a history-making, debt-fuelled arrogation of vast territories of private life and the economy. More war and less growth is bad leadership and bad politics.


Karl Rove? Newt Gingrich? Rush Limbaugh? Joe the Plumber? No, è soltanto l'ultimo paragrafo di un articolo scritto da Burtle Bull (ex editore di The Village Voice) per il magazine britannico Prospect. Dopo la sinistra-sinistra, anche la sinistra-centro sta iniziando a mollare Obama?

mercoledì 25 marzo 2009

Appeaser-in-Chief

Enzo Reale, che è un idealista, usa ancora il punto interrogativo scrivendo del "brusco arresto nella diffusione dei principi e della pratica della democrazia e della libertà" dell'amministrazione Obama-Clinton. Noi, che siamo dei cinici realisti muscolari, il punto interrogativo l'abbiamo già tolto. Per tutto il resto, d'accordo al 100%.

Bush vs Obama



Un consiglio a tutti i fiscal conservatives che hanno (giustamente) criticato la politica ecomomica di George W. Bush e che hanno (ingiustamente) dato credito alle promesse obamiste in campagna elettorale: date un'occhiata alle quick observations sul budget dell'amministrazione democratica scritte da Brian Riedl e da Conn Carrol per il blog della Heritage Foundation. Il grafico qui sopra è del Washington Post.

martedì 24 marzo 2009

Will Obama Listen to Iran's Bloggers?

«Barack Obama extended the olive branch to Iran's leaders last Friday in a videotaped message praising a “great civilization” for “accomplishments” that “have earned the respect of the United States and the world.” The death of Iranian blogger Omid-Reza Mirsayafi in Tehran's Evin prison two days earlier was, presumably, not among the accomplishments the president had in mind».

(Bret Stephens, Wall Street Journal)

Fifty-Fifty

«La luna di miele è finita». Inizia così l'articolo del Boston Herald che anticipa il sondaggio di Zogby secondo cui il job approval di Obama sarebbe tornato sulla Terra, entrando nella “zona 50%”. «I numeri stanno scendendo - dice John Zogby all'Herald - non a causa delle ultime gaffe, ma per una combinazione di alte aspettative e lentezza di risultati nell'economia». E Tobe Berkovitz, del Boston University’s College of Communication, pensa che il problema del presidente sia la «sovraesposizione delle ultime settimane». Intanto, mentre Gallup e CBS News si ostinano a confermare numeri intorno al 65%, Obama per Rasmussen Reports resta inchiodato al 56% (con un approval index del +4%).

UPDATE. Naturalmente ora Zogby diventa «the worst pollster in the world», cosa probabilmente vera - per carità - ma di cui Nate Silver si ricorda solo a giorni alterni... ;)

lunedì 23 marzo 2009

Fuoco amico

Una giornata storta può capitare a tutti. Ma quella che è toccata a Barack Obama sabato scorso sarà difficile da dimenticare. Coccolato dai mezzi d’informazione fin dal suo esordio sulla scena politica nazionale, il presidente americano sembra aver perso - nelle ultime settimane - una parte dell’appeal esercitato nei confronti dei media e, in genere, delle élite che hanno contribuito alla sua storica elezione. Nello stesso giorno (sabato, appunto), Obama è stato oggetto di tre editoriali, molto critici, pubblicati dal New York Times, il giornale che più di ogni altro, durante la campagna elettorale, si era distinto per la sua incrollabile ortodossia obamista. Il tutto mentre, su Internet, un altro commentatore del NYT, il recente premio Nobel per l’economia Paul Krugman, scriveva sul suo visitatissimo blog che il piano di salvataggio delle banche annunciato dal ministro del Tesoro, Tim Geithner, era quasi certamente destinato a fallire. Un concetto ripreso e approfondito ieri da Krugman, sempre nella pagina degli editoriali del New York Times.

Soltanto “fuoco amico”? O un segnale che qualcosa, nei rapporti tra Obama e la sua constituency naturale, non funziona più come prima? E quale è il ruolo del criticatissimo Geithner in tutta la vicenda? Ieri Markos Moulitsas, fondatore di Daily Kos, e “guru” della sinistra progressive, scriveva su Twitter (la piattaforma di micro-blogging) che «Geithner sta iniziando ad assomigliare al Rumsfeld di Obama». Un paragone blasfemo, per chi ritiene che il primo ministro della Difesa di Bush fosse l’incarnazione del Male sulla terra, ma anche l’indizio di un malessere profondo che serpeggia nel mondo della sinistra americana. Ieri Krugman scriveva esplicitamente del «senso di disperazione» che lo coglie quando analizza il piano di Geithner.

«Il ministro del Tesoro - spiega l’economista liberal - ha persuaso il presidente Obama a riciclare le politiche ideate dall’amministrazione Bush, in particolare il piano “cash for trash” proposto e poi abbandonato sei mesi fa da Henry Paulson». Come aveva scritto un paio di giorni prima sul suo blog, insomma, Krugman è convinto che abbiano vinto «le idee degli zombie». «È come - prosegue - se il presidente fosse determinato a confermare la crescente percezione di inadeguatezza sua e del suo team economico». Una percezione che potrebbe presto prosciugare il suo «capitale politico».

E se Krugman è «disperato», Thomas Friedman - un altro degli obamiani della prima ora - accusa addirittura la Casa Bianca di aver perso la sua capacità di «leadership ispirata», che è un po’ come dire a Berlusconi che non più in grado di raccontare barzellette. Secondo Friedman, «Obama ha perso una grande opportunità con lo scandalo dei bonus Aig», perché - invece di affidarsi alla reazione scomposta del Congresso - avrebbe dovuto chiedere ai manager (naturalmente in diretta televisiva) di rinunciare spontaneamente ai loro premi milionari.

Una tesi surreale, ma non come l’inizio dell’ultimo editoriale di Maureen Down (sempre obamiana, sempre sul NYT), che immagina uno spot che avrebbe potuto far vincere le elezioni a John McCain: Barack Obama che coltiva rucola organica (“arugola”, per l'America radical chic) nei giardini della Casa Bianca. Una fantasia superata dalla realtà, dopo le rivelazioni botaniche della first lady Michelle, pronta a costringere tutta la famiglia a mangiare verdura «che lo vogliano o no», che spinge la Dowd a chiedersi se «nello studio ovale non ci sia capitato l’Obama sbagliato».

Anche in questo caso, note di colore a parte, l’accusa principale mossa nei confronti di Obama è quella di essersi lasciato convincere da Geithner («nato e cresciuto repubblicano») a «coccolare l’élite di Wall Street». Meglio il decisionismo vegetariano di Michelle, insomma, rispetto alla debolezza dimostrata da Barack nei confronti degli “avidi capitalisti”.

Il senso della “grande ribellione” della sinistra nei confronti di Obama e della sua politica economica, a ben guardare, è tutto qui. Il presidente ha fatto campagna elettorale sostenendo, almeno in teoria, le ragioni di Main Street contro quelle di Wall Street. E oggi, secondo i suoi neo-detrattori, si è arreso al nemico senza neppure combattere. “Inventato” dai media, invocato dalla sinistra ed eletto sull’onda di una rivolta populista, oggi Obama sembra in grande difficoltà, nella gestione della crisi economica, proprio con i suoi alleati naturali. Intanto, per dirla con Krugman, il tempo passa inesorabile al ritmo di «600mila posti di lavoro persi ogni mese». E il capitale politico inizia a scarseggiare.

(domani in edicola su Liberal quotidiano)

domenica 22 marzo 2009

Damn Teleprompter...



There are those who say that the plans in this budget are too ambitious to enact. To say that, uh … they say uh, in the face of challenges, uh, that we face, we should be trying to do less than more.

(via Hot Air)

venerdì 20 marzo 2009

Barack H. Obiden



- Obama: «I've been practising. I bowled a 129.
- Leno: «That's very good, Mr. President...»
- Obama: «It's like the Special Olympics or something...»

Provate ad immaginare cosa sarebbe potuto accadere se George W. Bush avesse fatto una battuta sugli handicappati in un late night show.

Round-Up. Political Punch, Michelle Malkin, Fox News, Patterico's Pontifications, Stop The ACLU, Perfunction, No Quarter, Don Surber, The Strata-Sphere, Wizbang, Conservatives4Palin.com, NewsBusters.org, The Sundries Shack, Hugh Hewitt, Riehl World View, Protein Wisdom, Hot Air, JammieWearingFool, Blue Crab Boulevard, Ace of Spades HQ

UPDATE. Jim Vandehei e Mike Allen su The Politico: “Obama struggles as communicator”

UPDATE/2. Bring it on!

giovedì 19 marzo 2009

The Opening

President Barack Obama and his West Wing lieutenants are playing on the world's largest stage, yet act as if no one is watching them when they contradict their campaign promises. That behavior is unwittingly giving the Republicans an opening.

(Karl Rove, Wall Street Journal)

I furbetti del Tesorino

Parliamoci chiaro. Nello “scandalo” dei bonus AIG qualcuno (più d’uno, forse) sta mentendo al popolo americano. E il principale indiziato non può che essere il ministro del Tesoro dell’amministrazione Obama, Timothy Geithner. Facciamo qualche passo indietro per i più distratti.

(Larry Silverbud, su L'Occidentale)

mercoledì 18 marzo 2009

Effetto Obama

Per la prima volta - in anni - i repubblicani sorpassano i democratici nel “generic congressional ballot” di Rasmussen Reports.

Think Again

Bold? Smooth? Great Communicator? Think Again. Cinque miti della mistica obamista smontati, su The Politico, da Alex Conant.

martedì 17 marzo 2009

Tidbits

Il Washington Post insolitamente duro nei confronti del Messia. I problemi fiscali del Team Obama. Ron Paul insidiato (in una camera da letto) da Sacha Baron Cohen in versione-Bruno. Il Minnesota come la Florida (magari...). Il governatore di New York affonda nei sondaggi. La vast left-wing conspiracy viene allo scoperto. E finalmente arriva una proposta sensata da parte dei repubblicani.

Slippery People /2

Grazie a una segnalazione di Andrea Mollica, torniamo sull'argomento del job approval obamiano con due letture molto interessanti (anche se di venerdì scorso). Douglas E. Schoen e Scott Rasmussen, sul Wall Street Journal, ci avvertono che «i numeri di Obama stanno tornando sulla Terra». Nate Silver, su Fivethirtyeight, prova a spiegare perché.

lunedì 16 marzo 2009

Slippery People

Obama perde 5 punti percentuali di job approval in un mese (da 64% a 59%), secondo Pew Research. E secondo Rasmussen Reports il suo approval index è il più basso di sempre: +4% contro il +30% di fine gennaio.

Ron Silver, 1946-2009

«Just over 1,000 days ago, 2,605 of my neighbors were murdered at the World Trade Center — men, women and children — as they began their day on a brilliantly clear New York autumn morning, less than four miles from where I am now standing. We will never forgive. Never forget. Never excuse! At the end of World War II, General Douglas MacArthur, Supreme Allied Commander of the South Pacific, said: “It is my earnest hope - indeed the hope of all mankind - that from this solemn occasion a better world shall emerge out of the blood and carnage of the past, a world found upon faith and understanding, a world dedicated to the dignity of man and the fulfillment of his most cherished wish for freedom, tolerance and justice.” The hope he expressed then remains relevant today. We are again engaged in a war that will define the future of humankind. Responding to attacks on our soil, America has led a coalition of countries against extremists who want to destroy our way of life and our values.

This is a war we did not seek.
This is a war waged against us. This is a war to which we had to respond. History shows that we are not imperialists . . .but we are fighters for freedom and democracy. Even though I am a well-recognized liberal on many issues confronting our society today, I find it ironic that many human rights advocates and outspoken members of my own entertainment community are often on the front lines to protest repression, for which I applaud them but they are usually the first ones to oppose any use of force to take care of these horrors that they catalogue repeatedly. Under the unwavering leadership of President Bush, the cause of freedom and democracy is being advanced by the courageous men and women serving in our Armed Services. The President is doing exactly the right thing. That is why we need this President at this time! I am grateful for the chance to speak tonight to express my support for our Commander-in-Chief, for our brave troops, and for the vital cause which they have undertaken. General Dwight Eisenhower’s statement of 60 years ago is true today... “United in this determination and with unshakable faith in the cause for which we fight, we will, with God’s help, go forward to our greatest victory”. Thank you».

Ron Silver, New York, August 30th 2004, Republican National Convention (via Michelle Malkin)

giovedì 12 marzo 2009

Best. Frontpage. Ever

mercoledì 11 marzo 2009

The Last Freeman in Town

Alla fine non ce l’ha fatta. Charles W. Freeman Jr. ha rinunciato alla carica di presidente del National Intelligence Council, ha ringraziato il capo dell’intelligence Dennis Blair e il presidente Barack Obama che l’avevano scelto, ha sparato un paio di “razzi qassam” contro la «lobby israeliana» che aveva lavorato (duramente) per farlo fuori, ha salutato ed è uscito di scena. La rinuncia di Freeman è soltanto l’ultimo degli ormai innumerevoli scivoloni dell’amministrazione democratica nelle sue prime settimane di vita. Ma questa volta, in ballo, c’era la stessa “anima” della politica estera statunitense prossima ventura, in bilico tra continuità bushista e rigurgiti realisti. Una dicotomia che tutta la biografia di Freeman, in qualche modo, rappresenta perfettamente.

Charles Freeman nasce nel 1943 nel Rhode Island, ma presto si trasferisce alle Bahamas, dove il padre conduce i suoi affari. Torna negli Stati Uniti solo per fare l’università: si laurea a Yale e poi alla scuola di legge di Harvard. Sceglie subito la carriera diplomatica e nel 1965 entra nello United States Foreign Service, che lo spedisce prima in India e poi a Taiwan. Nel 1972, è il capo dei traduttori che assistono il presidente Richard Nixon nel suo storico viaggio nella Cina comunista. Poi torna negli Stati Uniti. Dopo aver ricoperto varie posizioni al Dipartimento di Stato, Freeman viene chiamato a svolgere missioni a Pechino e poi a Bangkok, prima di essere scelto come deputy assistant del segretario di stato per gli affari africani. Nel novembre del 1989 diventa ambasciatore in Arabia Saudita, dove resta fino alla prima Guerra del Golfo, nel 1992. Dal 1992 al 1997 lavora per l’Institute for National Strategic Studies, per lo United States Institute of Peace e per una società privata di Washington che si occupa di organizzare joint venture internazionali. Poi, nel 1997, succede a George McGovern (il candidato democratico sconfitto da Nixon alle presidenziali del 1972) come presidente del Middle East Policy Council.

Ex ambasciatore, analista di spessore, versato nelle lingue (cinese, francese, spagnolo e un pizzico di arabo), Freeman sembrerebbe - a prima vista - una buona scelta per il ruolo di presidente del National Intelligence Council. Ma erano in molti a non pensarla così, soprattutto dopo alcune sue dichiarazioni “giustificazioniste” sull’11 settembre («invece di chiederci cosa abbia causato gli attacchi, gli americani dovrebbero esaminare se stessi») e sul massacro di Piazza Tiananmen («la risposta del Politburo è stata un esempio di eccessiva cautela nei confronti dei manifestanti»). Considerato - a torto o a ragione - un “nemico di Israele”, Freeman non ha mai fatto nulla per eludere questa nomèa. Arrivando a pubblicare il controverso libro “The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy”, che nel 2006 gli attirò le “simpatie” dei neocon di destra e di sinistra. Un personaggio troppo chiacchierato, insomma, per resistere ad uno scrutinio serrato come quello a cui è stato sottoposto. E che ha portato all’ennesimo flop nelle nomine di Obama.

(domani su Liberal quotidiano)

Il sondaggione

Il mitico Cap_Forever, come promesso, condivide con noi i risultati di un sondaggio elettorale condotto dal 23 febbraio al 6 marzo e realizzato con metodologia CATI (Computer-Assisted Telephone Interviewing). Il campione - particolarmente significativo (circa 3500 contatti) - è stato anche «ponderato per circoscrizione elettorale» e «costruito su uno schema custom delle ultime tornate elettorali», per cercare di «prevenire errori di stima e campionatura» (come quelli delle ultime elezioni regionali in Sardegna). Ma bando alle ciance, ecco i numeri:

PdL 39,7% (+2,3%)
Lega 8,2% (-0,1%)
Mpa 1% (-0,1%)
TOT cdx 48,9% (+2,1%)
Pd 25,9% (-7,2%)
Idv 6,5% (+2,1)
TOT csx 32,4% (-5,1%)
Udc 6,7% (+1,1%)
Socialisti 1% (=)
Altri sinistra 5,5% (+2,5%)
Non sa/non risponde 5,5%

(nota: tra parentesi, la variazione percentuale rispetto alle Politiche 2008 - Camera; mancano dati specifici su Partito radicale e La Destra, mentre il dato di Rifondazione comunista si aggira intorno al 3,5%)

venerdì 6 marzo 2009

Diplomacy

Giornali e blog britannici, che pure ultimamente non trattano il premier Gordon Brown con particolare riguardo, sono in subbuglio da quando il Daily Mail ha rivelato l’ultimo “dispetto” di Barack Obama al collega d’oltreoceano. Prima c’è stato l’annullamento - estremamente inusuale - della conferenza stampa congiunta prevista durante la visita di Brown negli Stati Uniti. Un mancato servizio fotografico da “propaganda” insieme a Barack, su cui i laburisti puntavano molto per risollevare, almeno in parte, la sorte di un primo ministro in grave sofferenza - almeno secondo i sondaggi - nei confronti del rivale conservatore, David Cameron. Adesso arrivano anche le rivelazioni del Mail, che ha scoperto come il presidente Usa - rinnegando per una volta la tradizionale generosità americana - abbia tirato la cinghia (un po’ troppo, perfino per gli standard da recessione) al momento del tradizionale scambio di regali tra i due capi di governo.
Brown non ha badato a spese, regalando a Obama una serie di pezzi pregiati ed estremamente significativi.

Ma procediamo con ordine. Prima un portapenne da tavolo costruito con il legno di quercia di un vascello (uno “sloop”, per l’esattezza) dell’epoca vittoriana - l’Hms Gannet - che prese parte, nel 1887, a una pericolosissima operazione anti-schiavismo nel Mar Rosso. Un oggetto che a Obama è piaciuto moltissimo, tanto che già campeggia sulla scrivania dell’Oval Office. Poi una stampa d’epoca (finemente incorniciata) che rappresenta un’altra nave della marina britannica (l’Hms Resolute), simbolo della pace anglo-americana da quando fu salvata dai ghiacci da marinai statunitensi per essere restitutita alla regina Vittoria. Infine, last but not least, la prima edizione della classica biografia di Winston Churchill in sette volumi firmata da Sir Martin Gilbert. Niente male, davvero niente male.

Ma cosa si sarà mai inventato, quell’enfant prodige della politica mondiale che risponde al nome di Barack Obama, per superare (o almeno pareggiare) tanta magnificenza? Non trattenete il respiro, perché in realtà il pacco-dono recapitato a Brown consisteva in un cofanetto di dvd. Sì, avete capito bene, uno di quelli che si trovano in saldo nelle videoteche e nelle librerie, o a prezzi stracciati su Amazon: i 25 “grandi classici” del cinema hollywoodiano (in rigorosa bassa definizione). Non c’è da stupirsi se gli inglesi, impettiti come sono, se la sono presa. Adesso resta solo da capire se si sia trattato di un insulto deliberato o di incompetenza diplomatica ai massimi livelli. Bella scelta.

(domani su Liberal quotidiano)

BHO Round-Up

✪ Obama's Plan Will Hurt the Middle Class - Jim Powell, Cato Institute
✪ Obama's Safety Net: the Teleprompter - Carol E. Lee, The Politico
✪ Obama's Left Turn - Stuart Taylor, National Journal
✪ Deception at Core of Obama Plans - Charles Krauthammer, WaPo
✪ Obama's Radicalism Is Killing the Dow - Michael Boskin, WSJ
✪ The Trouble With Operation Rushbo - Nicole Wallace, Daily Beast
✪ GOP Fights Back Over Criticism of Limbaugh - Howard Kurts, WaPo
✪ Putting Obama's Ratings in Perspective - Peter Wehner, The Corner
✪ Obama's Need for Speed - Tom Bevan, RealClearPolitics
✪ An Electoral Class Experiment - Gary Andres, Weekly Standard
✪ Presidential Bait-and-Switch - Karl Rove, Wall Street Journal
✪ My Response To The White House - Jim Cramer, MainStreet

giovedì 5 marzo 2009

Il prescelto

















George W. Bush, Dick Cheney, Karl Rove e Donald Rumsfeld sono ormai lontani dalla luce dei riflettori? Niente paura, gli strateghi democratici hanno già trovato qualcuno da demonizzare al posto loro. Per spaventare l’elettorato moderato e, magari, sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dal gigantesco “New New Deal” obamiano che sta per trasformare gli Stati Uniti d’America in una succursale della Vecchia Europa. Il tutto, naturalmente, con il consenso – informato – della Casa Bianca e del presidente in persona.
(Larry Silverbud su L'Occidentale)

mercoledì 4 marzo 2009

The Bogeyman

Sui giornali statunitensi, da qualche giorno, si parla più di lui che del presidente Barack Obama. Soprattutto da quando i democratici - sembra su indicazione strategica dei guru clintoniani Stanley Greenberg e James Carville - hanno deciso di dipingerlo come «il vero leader del partito repubblicano», per rappresentare di fronte all’opinione pubblica l’immagine di un Gop «violento ed estremista ». E dunque non in grado di offrire una plausibile alternativa di governo. Il nuovo bogeyman scelto dai media per spaventare l’elettorato moderato ha addirittura avuto l’onore di essere citato personalmente dal capo dello staff di Obama, Rahm Emanuel, durante un’intervista televisiva. Senza contare la frettolosa retromarcia a cui ha costretto il nuovo leader del Republican National Committee, Micheal Steele, che aveva avuto la malaugurata idea di rivolgergli alcune (tiepidissime) critiche. Per non parlare dell’ovazione interminabile che gli ha riservato, domenica scorsa, la platea di attivisti della Conservative Political Action Conference, prima e dopo il suo lunghissimo intervento. Ma chi è, e da dove viene esattamente questo Rush Limbaugh?

Cinquantotto anni, bianco, ben piazzato, Limbaugh nasce professionalmente come deejay per una stazione radiofonica di Pittsburgh, in Pennsylvania. Con il nome d’arte di “Jeff Christie”si muove in lungo in largo per gli States, durante gli anni Settanta, passando di radio in radio (Missouri, Kansas, California). La svolta arriva nel 1987, quando l’amministrazione Reagan abolisce la Fairness Doctrine (una sorta di “par condicio” a stelle e strisce) che obbligava gli editori ad ospitare per un tempo equivalente commentatori di opinioni politiche contrapposte. «Ronald Reagan - si legge in un editoriale pubblicato al tempo dal Wall Street Journal - ha demolito questo muro. E Rush Limbaugh è stato il primo uomo a proclamarsi libero da questa dominazione, in stile tedesco-orientale, dei media liberal».

La nuova trasmissione di Limbaugh, trasmessa da una radio locale di Sacramento e finalmente svincolata dai limiti della “correttezza politica”, incontra presto una popolarità crescente. Rush è dotato di un senso dell’umorismo istintivo ed irresistibile (almeno per chi non lo odia), riesce ad imitare alla perfezione la voce degli avversari politici, ha una visione lucida, formalmente impeccabile ma anche estremamente “popolare” della filosofia conservatrice. Soprattutto, poi, riesce a parlare per 3-4 ore consecutive di politica, senza annoiare mai. Nell’agosto del 1988 viene notato da Edward F. McLaughlin, il presidente di Abc Radio, che gli propone di trasferirsi a New York per iniziare un talk show nazionale. Rush accetta.

Il Rush Limbaugh Show debutta appena prima delle convention di democratici e repubblicani (quell’anno, lo scontro alle presidenziali fu tra George Bush Sr. e Mike Dukakis): il successo è immediato e inarrestabile. E presto lo show viene trasmesso da oltre 650 stazioni radio su tutto il territorio nazionale. Il format, più o meno, è lo stesso che viene proposto ancora oggi, oltre vent’anni dopo, malgrado la nascita di centinaia di imitatori del suo stile inconfondibile. Nel 1994, insieme a Newt Gingrich, è considerato è il principale artefice dell’onda repubblicana che travolge i democratici al Congresso.

Nel 2006, i dati ufficiali gli attribuiscono un’audience minima di 13,5 milioni di ascoltatori. Numeri senza alcun paragone nel mercato Usa, che lo portano a firmare - nel 2001 - un contratto da oltre 30 milioni di dollari all’anno. Contratto prolungato recentemente fino al 2016 per un totale di oltre 400 milioni. Si tratta del record di ogni tempo nel mondo del broadcasting, radiofonico o televisivo, statunitense. Forse non sarà l’anti-Obama, come giurano i suoi fan, ma una cosa è certa: Rush sa fare bene il suo mestiere. E il suo mestiere è quello di convincere gli americani a “rifiutare” le idee e le politiche dei democratici. Negli ultimi 20 anni ci è riuscito piuttosto spesso, per il futuro si vedrà.

(domani su Liberal quotidiano)

lunedì 2 marzo 2009

Rush, Unplugged

L'intervento di Rush Limbaugh alla CPAC 2009 (Conservative Political Action Conference). Secondo Hugh Hewitt, si è trattato di un discorso di cui «si parlerà per anni, anzi per decenni».