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lunedì 27 aprile 2009

La gabbia di Barack

Per Peter Marshall, corrispondente dagli StatiUniti del programma Newsnight della Bbc, «Obama si trova in grande imbarazzo, dopo essersi infilato da solo in una gabbia come quelle costruite dalla Cia per Abu Zubaydah». La “gabbia” in cui è rinchiuso il presidente, per uscire dalla metafora di Marshall, sono le polemiche divampate in seguito alla decisione di pubblicare quattro memorandum sulle tecniche di interrogatorio utilizzate dalla Cia sui sospetti terroristi dopo l’11 settembre. Polemiche che sono tornate, ancora più violente, quando l’amministrazione democratica ha deciso di non opporsi alla pubblicazione di alcune fotografie relative ad abusi commessi dagli agenti speciali americani contro prigionieri detenuti nelle carceri irachene e afghane. A chiedere la diffusione delle immagini in questione - che dovrebbero essere 44 ed essere rese pubbliche entro il 28 maggio - è stata la Aclu (American Civil Liberties Union) già nel 2003. Ma l’amministrazione Bush si era sempre opposta per motivi di sicurezza nazionale.

Dopo l’ultima decisione di un tribunale federale a favore all’Aclu, invece, Obama ha deciso di non ricorrere alla Corte Suprema, dando di fatto il via libera alla pubblicazione di foto che - secondo il suo stesso Dipartimento della Difesa - sono destinate a «provocare una forte reazione negativa in Medio Oriente». In attesa del backlash arabo, intanto, Obama si trova ad affontare una “sollevazione” interna. A sparare il primo colpo è stato l’ex direttore della Cia (e presidente della commissione permanente della Camera sull’intelligence dal 1997 al 2004), Porter J. Goss, sulla pagina degli editoriali del Washington Post.

«Sono rimasto in silenzio da quando ho lasciato il mio posto alla Cia circa tre anni fa - scrive Goss nelle prime righe del suo articolo - ma adesso sono costretto a rompere questo silenzio, perché credo che il nostro governo abbia oltrepassato la “linea rossa” che divide una corretta protezione della sicurezza nazionale dallo scorretto tentativo di guadagnare un vantaggio politico per il suo partito. Non possiamo avere servizi segreti se continuiamo a non rispettare il segreto. Gli americani devono decidere ora».

E gli americani, almeno a fidarsi degli ultimi sondaggi, su questo argomento sembrano stare dalla parte di Goss. Secondo Rasmussen Reports, infatti, il 58% dei cittadini statunitensi si oppone a «nuove inchieste sul trattamento dei sospetti terroristi da parte di Bush», mentre solo il 28% è favorevole (gli incerti sono il 13%). Questa opinione della maggioranza, almeno in teoria, sarebbe quella dello stesso Obama, che però si trova di fronte a un partito democratico spaccato. Mentre il leader del Senato, Harry Reid, è contrario alla formazione di una commissione d’inchiesta, la sua alter ego della Camera, Nancy Pelosi, continua a spingere in quella direzione. Esponendosi alle critiche di chi, come un nutrito gruppo di parlamentari repubblicani e lo stesso Goss, sottolinea che l’attuale Speaker democratica, conosceva alla perfezione le tecniche utilizzate dalla Cia già nel 2002 e non ha mai sollevato obiezioni, pubbliche o private.

«Sono sbigottito - scrive Goss - nel leggere che alcuni miei colleghi del Congresso non “avessero capito” quali fossero queste tecniche, come il waterboarding. Fatemi essere chiaro su questo punto: sapevamo cosa stava facendo la Cia; abbiamo dato alla Cia il nostro sostegno bipartisan; abbiamo dato alla Cia i fondi necessari per proseguire; abbiamo chiesto alla Cia se avesse bisogno di ulteriore sostegno nella sua missione contro al Qaeda». Il riferimento, esplicito, è alla Pelosi e alla “gang of four” (i due repubblicani e i due democratici più alti in carica nelle commissioni sull’intelligence di Camera e Senato).

Al momento Nancy Pelosi è costretta a giocare in difesa - anche perché coinvolta nello “scandaletto” dei suoi rapporti con Jane Harman - ma le pressioni per fare definitivamente i conti con l’eredità post 9/11 dell’amministrazione Bush si moltiplicano sul fronte sinistro dell’alleanza che ha portato Obama alla Casa Bianca. E il presidente si trova con le spalle al muro, di fronte a un dilemma: pagare le sue “cambiali elettorali” (rischiando di mettere a repentaglio la sicurezza nazionale) o mantenere la promessa di “guardare avanti” (mettendosi contro una fetta non marginale del suo partito). Alla vigilia del centesimo giorno di presidenza, per Barack è già arrivato il momento di una scelta dolorosa.

(domani in edicola su Liberal quotidiano)

venerdì 24 aprile 2009

Torture Wars

Ieri l’onore della ribalta - nel dibattito sulla tortura che sta infuocando da giorni la scena politica statunitense - è toccato a Condoleezza Rice, Dick Cheney e John Ashcroft. Insieme a Donald Rumsfeld, si tratta delle colonne della politica di difesa (nazionale e internazionale) dell’amministrazione Bush. Ed è chiaro che, sullo sfondo delle polemiche in corso, aleggi proprio la figura dell’ex presidente, obiettivo dichiarato della sinistra americana che ha “costretto” Barack Obama a fare dietro-front sulla possibilità di processare chi autorizzò, dopo l’11 settembre 2001, tecniche d’interrogatorio come il waterboarding e il wall slamming.

Il coinvolgimento della Rice emerge dai nuovi documenti resi pubblici dalla commissione sull’intelligence del Senato che sono stati recentemente declassificati dall’attuale ministro della Giustizia, Eric Holder. Secondo queste carte, nell’estate del 2002 Condoleezza Rice (che allora ricopriva la carica di consigliere per la Sicurezza nazionale di Bush), diede il suo assenso - anche se soltanto “verbale”- all’utilizzo del waterboarding, la tecnica di annegamento simulato adottata dalla Cia durante l’interrogatorio di alcuni sospetti terroristi.

L’ex segretario di Stato diede “luce verde” all’utilizzo di questi metodi all’allora direttore della Cia, George Tenet, per l’interrogatorio di Abu Zubaydah, terrorista catturato in Pakistan nel marzo del 2002 e sottoposto al waterboarding più di 80 volte. Dai documenti risulta che anche l’allora ministro della Giustizia, John Ashcroft, partecipò insieme alla Rice (già nel maggio 2002) a un briefing su «metodi alternativi» di interrogatorio. Un anno dopo, esattamente nel luglio del 2003, a un briefing con la Cia sui «metodi duri di interrogatorio» partecipò anche il vice presidente Dick Cheney, insieme alla Rice ed Ashcroft. Al tavolo erano seduti anche Alberto Gonzales, allora consigliere della Casa Bianca e autore dei principali pareri legali sul ricorso alla tortura - e John Bellinger III, esperto del Consiglio di sicurezza nazionale.

I nuovi documenti, naturalmente, sono destinati a far crescere le pressioni per l’avvio di un’inchiesta parlamentare sull’utilizzo di tecniche di tortura da parte dell’amministrazione Bush. In prima fila, come sempre, c’è il “braccio armato” della sinistra liberal nei tribunali: l’Aclu (American Civil Liberties Union). «Non siamo di fronte a discussioni astratte, ma a conversazioni molto dettagliate e specifiche - dice Jameel Jaffer, direttore del National Security Project dell’Aclu - Ora abbiamo prove ancora maggiori del ruolo svolto dai vertici dell’amministrazione Bush».

La questione, però, rischia sempre di più di trasformarsi in una brutta “gatta da pelare”per Obama. Come ha scritto ieri il Washington Post , il presidente sperava - con la pubblicazione dei memorandum e l’assicurazione dell’immunità agli agenti della Cia - chiudere definitivamente un doloroso scontro politico che va avanti fin dai giorni immediatamente successivi agli attacchi terroristici dell’11 settembre. Ricordando che la decisione era stata presa dopo un lungo e animato dibattito all’interno dell’amministrazione (e con il parere contrario dell’appena nominato direttore della Cia, Leon Panetta), il quotidiano statunitense spiega come «la sua principale preoccupazione» fosse quella di «chiudere questa storia». La sua tesi, dice uno degli uomini di Obama che vuole mantenere l’anonimato, era: «Ho vietato le torture, il capitolo è chiuso, ma ora non abbiamo bisogno di tornare indietro e rivivere tutto questo».

Nessun presidente, naturalmente, può impedire al Congresso di indagare, ma Obama sperava almeno di non essere costretto a dare il suo imprimatur a una commissione d’inchiesta sul modello di quella (contestatissima) sull’ 11 settembre. Soprattutto in un momento in cui ritiene che ma massima priorità per l’amministrazione sia quella di aiutare il Paese a uscire dalla crisi economica. Alla fine, invece, Obama si è ritrovato sotto attacco, da sinistra (da chi non ha apprezzato il suo invito a «guardare avanti»), ma soprattutto da destra.

L’ex vice presidente Dick Cheney lo accusa di aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale rivelando i metodi della Cia. E ha chiesto la declassificazione di alcuni documenti che proverebbero come l’utilizzo del waterboarding negli interrogatori di Khalid Sheik Mohammed (considerato la “mente” dietro alle stragi dell’11 settembre) abbia permesso agli Stati Uniti di sventare la “second wave” terroristica, in programma a Los Angeles. Ancora prima dell’autorizzazione, il memo a cui si riferiva Cheney (o uno sorprendentemente simile) è stato pubblicato dal quotidiano online CnsNews e ripreso dal New York Times. Secondo questo documento, prima del waterboarding Mohammed era «totalmente refrattario a collaborare », anzi minacciava gli agenti sull’imminenza di un secondo attacco. Dopo, invece, l’esponente di al Qaeda iniziò a collaborare, fornendo intelligence che avrebbe portato alla cattura di alcuni uomini-chiave del netwoek terroristico e alla cattura della cellula incaricata di replicare l’11 settembre in California.

Anche il direttore della National Intelligence di Obama, Dennis Blair, in un memorandum interno ha scritto qualche giorno fa che «i metodi utilizzati hanno fornito informazioni di altissimo valore e ci hanno dato una più profonda conoscenza degli attacchi pianificati da al Qaeda al nostro Paese». Una frase, incidentalmente, che è scomparsa dalla versione del documento fornita dall’amministrazione Obama ai mezzi d’informazione. Ieri, poi, sulle colonne del Wall Street Journal, il senatore repubblicano del Michigan, Peter Hoekstra (componente della commissione sull’intelligence), ha ricordato che molti membri del Congresso - sia repubblicani che democratici - erano a conoscenza dei metodi d’interrogatorio utilizzati dalla Cia. Invitando un’eventuale commissione d’inchiesta a indagare anche su di loro.

E la tensione cresce, minuto dopo minuto, proprio a Capitol Hill. Il leader della maggioranza al Senato, Harry Reid, ha scelto di non intervenire nel dibattito. Ma la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, non ha esitato ad appoggiare l’idea di una commissione d’inchiesta, affermando anche che ai testimoni non dovrà essere garantita alcuna immunità. La guerra è appena iniziata.

(oggi su Liberal quotidiano)