RightNation
lunedì 10 maggio 2010
Gilder, l'uomo che sussurra al futuro
Da casa Gilder a casa Rockefeller
George F. Gilder nasce a New York nel 1939. Suo padre Richard, aviatore, muore nei cieli europei durante la Seconda guerra mondiale quando George ha soltanto tre anni. Prima di partire per il fronte, però, Richard ha stretto un patto di sangue con il suo compagno di stanza al college: se morirà in guerra, l’amico provvederà all’educazione del figlio. Alla morte di Richard, il roommate mantiene la promessa. E, nella tragedia della perdita paterna, il piccolo George inciampa in una fortuna sfacciata. Perché l’amico del padre risponde al nome di David Rockefeller, sesto figlio del banchiere John Davison Rockefeller Jr. e nipote più giovane (e oggi unico erede sopravvissuto) di J.D. Rockefeller Senior, fondatore della Standard Oil e capostipite di una delle dinastie più ricche e potenti degli Stati Uniti d’America. Poteva capitargli di peggio. George viene educato in “comproprietà” tra la famiglia Rockfeller, nel cuore dell’aristocrazia finanziaria di Manhattan, e quella naturale, in una fattoria nei pressi di Tyringham, in Massachusetts. Inutile dire che, facendo la spola tra Wall Street e l’allevamento di bovini, George si trasforma ben presto nella “pecora nera” della dinastia di cui, a pieno titolo, fa parte. E fin da giovane abbraccia un’ideologia schiettamente conservatrice, almeno rispetto allo standard della prole di David Rockefeller. Così, mentre Peggy diventa amica personale di Fidel Castro, Abby dedica la propria vita a spiegare al mondo la malvagità degli scarichi delle toilette moderne (oltre a fondare il MoMA) ed Eileen si sollazza con le meraviglie della medicina alternativa, George inizia a flirtare con il Grand Old Party. Non prima, però, di aver trascorso un’adolescenza burrascosa. Gilder frequenta la Hamilton School, un liceo molto progressista (almeno per l’epoca) di New York, dove si fa notare soprattutto per qualche furto in libreria. Entrato ad Harvard, si fa espellere durante il primo anno perché non ha nessuna intenzione di frequentare regolarmente i corsi. In un impulso di orgoglio decide di entrare nei marine. Ma la vita militare non fa per lui. Così dopo sei mesi torna ad Harvard con la coda tra le gambe, si laurea (nel 1962) e inizia a frequentare la Ripon Society, il thinktank dei “centristi repubblicani” che dominano in quel periodo il partito fondato da Lincoln.
Repubblicano progressista
Negli anni Sessanta, Gilder è il perfetto prototipo del progressive republican: è lo speechwriter di molti uomini politici in vista nell’establishment del Gop (da Nelson Rockefeller a George Romney, passando per il giovane Richard Nixon), diventa il portavoce del senatore moderato Charles Mathias (Maryland) nei momenti più caldi della protesta anti Vietnam. E nel 1966, insieme a Bruce Chapman (suo compagno di stanza ad Harvard), scrive un durissimo pamphlet contro lo strappo anti elitario di Barry Goldwater – “The Party That Lost Its Head” (“Il partito che ha perso la testa”) – in cui denuncia il disprezzo nei confronti degli intellettuali che caratterizza la svolta “populista” dei repubblicani post 1964. Qualche anno più tardi, ripensando a questa fase della sua vita, Gilder non riuscirà trattenere un profondo disprezzo: “Ero un tipico sottoprodotto del Ventesimo secolo, liberal, secolarista e malato di priapismo, che si atteggiava a poeta per nascondere il proprio senso di colpa wasp. Infatuato del jazz, del blues, del soul e di tutto quello che appartiene alla cultura nera in un disperato tentativo di assorbirne la mascolinità più sfacciata. Convinto che i più grandi scrittori del mondo fossero Norman Mailer, Joan Didion e Robert Lowell, senza rendersi conto che la maggior parte della poesia contemporanea era infettata da sciocchezze nichiliste e fantasie marxistoidi. Sicuro che Castro e Ho Chi Minh fossero soltanto riformatori agrari, mentre si cullava nella sua seduta settimanale dallo psicanalista reichiano sulla East End Avenue. Sprezzante nei confronti degli uomini d’affari e degli esperti di tecnologia per la loro mancanza di ‘anima’. In parole povere, ero un tipico esempio di intellettuale parassita del Capitalismo”.
Svolta a destra
Sono almeno tre gli episodi che spingono Gilder a sganciarsi dal progressive republicanism che caratterizza i suoi anni del college: l’incontro con William F. Buckley jr., che qualche anno prima ha fondato la National Review; la pubblicazione del Moynihan Report sulla disgregazione della famiglia afroamericana, che appiccherà il sacro fuoco della sua battaglia contro il welfare; il reportage di Theodore Draper per The New Leader che inizia a far trapelare le prime crude verità sul regime castrista. Ma nessuno di questi tre episodi può essere collegato direttamente con quello che rende George Gilder, all’improvviso, uno degli uomini più odiati degli Stati Uniti. All’inizio degli anni Settanta, Gilder vive a Cambridge dove si occupa della pubblicazione del Ripon Forum, lo storico giornale della Ripon Society. Un giorno, però, ha la malaugurata idea di scrivere un articolo in difesa di Nixon, che ha appena esercitato il suo diritto di veto su una legge approvata dal Congresso a maggioranza democratica e sponsorizzata al Senato da Walter Mondale, che avrebbe esteso a dismisura il “day care” per i meno abbienti. La teoria di Gilder è semplice: dopo che il welfare, soprattutto nelle famiglie nere delle grandi città, ha praticamente reso superflua la figura paterna (a garantire il mantenimento del nucleo familiare, infatti, ci pensa l’assistenza pubblica), non è il momento più adatto per compiere lo stesso errore con la figura materna, sostituendola con lo stato-balia. Il ragionamento, oggi, non sfiora neppure i confini del “politicamente corretto”, abituati come siamo a decenni di dimostrazioni sull’impatto disgregativo dell’assistenzialismo sul tessuto connettivo delle famiglie.
Suicidio sessuale
Nel 1971, però, quella di Gilder è una bomba atomica. Anche per i repubblicani mainstream. Le ricercatrici della Ripon Society sono indignate e pretendono – ottenendolo – il licenziamento immediato di Gilder dal giornale dell’associazione. E la controversia assume quasi immediatamente contorni nazionali. Invitato a un confronto pubblico dalla tv pubblica Pbs, deve affrontare centinaia di femministe imbufalite che vorrebbero scorticarlo vivo. Dopo aver speso anni alla ricerca di un modo per conquistare l’attenzione femminile, Gilder sembra finalmente esserci riuscito. Ma il prezzo che deve pagare è l’esilio. Lascia Cambridge e si trasferisce a New Orleans, dove inizia a lavorare per un amico – Ben C. Toledano – che ha deciso di candidarsi al Senato per il Partito repubblicano. Solo, reietto e senza un dollaro in tasca, in Louisiana George affoga la sua disperazione esistenziale nella scrittura di “Sexual Suicide” (pubblicato nel 1973 e ripubblicato con qualche aggiornamento nel 1986 con il titolo “Man and Marriage”), in cui sostiene che il femminismo ha scardinato la “costituzione sessuale” della civiltà umana, che era riuscita a trasformare l’istinto predatorio del maschio per il sesso, la guerra e la caccia, “costringendolo” a diventare marito e padre. Se l’articolo per il Ripon Forum era un’esplosione atomica, “Sexual Suicide” è un bombardamento nucleare a tappeto su un asilo nido. Per il movimento femminista Gilder diventa il Grande Satana da esorcizzare a ogni costo, tanto da meritare – sia per il settimanale Time che per l’organizzazione Now (National Organization of Women) – il titolo di “Porco Sciovinista dell’Anno”. Titolo di cui, a distanza di tanti anni, va ancora fiero.
L’invenzione della Reaganomics
Tanto scandalo, naturalmente, procura a Gilder un momento di forte notorietà che l’autore sfrutta per approfondire una serie di temi appena sfiorati in “Sexual Suicide”. Il risultato d questo cambio di paradigma è altro libro molto controverso: “Visible Man: A True Story of Post-Racist America” (“L’uomo visibile: una storia vera dell’America post-razzista”, uscito nel 1978 e ripubblicato nel 1995) che rappresenta il passaggio ideale dalla sua fase sociologica a una più concentrata sui temi dell’economia. La teoria economica della supplyside inizia a entrare nel dibattito politico statunitense verso la metà degli anni Settanta, soprattutto grazie al lavoro di due giornalisti del Wall Street Journal – Jude Wanniski e Robert L. Bartley – che riescono a creare un formidabile contrappeso teorico al keynesianesimo dominante. Al centro del sistema c’è la famosissima “curva di Laffer”, che dimostra matematicamente come l’aumentare delle tasse non comporti necessariamente un aumento delle entrate per lo stato. Anzi, che esiste un “punto di rottura”, in qualsiasi sistema economico, oltre il quale aumentare le tasse diventa controproducente, a prescindere da qualsiasi criterio di equità fiscale. La leggenda vuole che la prima “bozza” della curva sia stata scarabocchiata nel 1974 dallo stesso Arthur Laffer su un tovagliolo di carta, durante una riunione in cui l’economista voleva convincere alcuni notabili del Gop dell’inutilità dell’ultimo aumento delle tasse voluto da Gerald Ford. Oltre a Wanniski e Laffer, intorno allo stesso tavolo c’erano Dick Cheney (all’inizio per niente convinto) e Donald Rumsfeld. Qualche anno dopo Gilder, che ormai scrive con continuità sulla pagina degli editoriali del Wall Street Journal e partecipa alla stesura degli economic reports di Laffer, prende a punto di partenza il lavoro di Wanniski, lo miscela abilmente con l’ossatura filosofica di Friedrich August von Hayek e Milton Friedman, e scrive lo splendido “Wealth and Poverty” (“Ricchezza e povertà”) che sarà pubblicato nei primi mesi del 1981, pochi giorni dopo l’insediamento di Ronald Reagan alla Casa Bianca. Il timing è perfetto: “Wealth and Poverty” vende milioni di copie e diventa il “manifesto ufficiale” della Reaganomics. Gli analisti scopriranno che proprio Gilder è stato l’autore vivente più citato da Reagan durante la sua presidenza.
Uno sguardo nel futuro
Il cerchio filosofico-ideologico di Gilder sembra chiudersi: la rottura del nucleo familiare tradizionale e il welfare portano alla povertà; la famiglia, il lavoro e la libertà di impresa portano alla ricchezza. A 42 anni, Gilder sembra ormai arrivato: il New York Times definisce il suo libro come la “più intelligente guida al capitalismo in circolazione”, il suo nome è sulla bocca di tutti quelli che contano nel movimento conservatore, le sue apparizioni sono contese dai network televisivi nazionali. Tutti vogliono “assaggiare” un pezzo dell’astro nascente della Reaganomics. L’unico a non essere d’accordo è proprio Gilder. Lui, infatti, già vive nel futuro. Analizzando a fondo i meccanismi del capitalismo, Gilder si innamora un’altra volta. E anche questa volta si tratta di un amore tormentato. Dopo una “pausa” lunga quasi un decennio, in cui studia – partendo da zero – la tecnologia e le dinamiche del mercato della microelettronica (con il fervore di un ventenne, lo spirito di sacrificio di un quarantenne e l’umiltà di un sessantenne), Gilder rinasce come il guru più osannato del movimento tecno- utopista che forgia le fondamenta di una rivoluzione digitale ai suoi primi vagiti. Nel 1989 esce “Microcosm: the Quantum Revolution in Economics and Technology” (“Microcosm: la rivoluzione quantica nell’economia e nella tecnologia”), che diventa prestissimo una bibbia per tutti i visionari della Silicon Valley. Nel 1992 pubblica “Live After Television” (“La vita dopo la televisione”) in cui anticipa di qualche decennio temi che soltanto oggi iniziano a essere trattati dalla saggistica mainstream, preconizzando la convergenza tra telecomunicazioni, microelettronica e fibra ottica. Insieme a Gordon Moore (fondatore di Intel) e Robert Meltcafe (creatore di Ethernet e fondatore di 3Com), Gilder ha anche l’onore di essere il titolare di una delle “Tre leggi della tecnologia” che governano il mondo contemporaneo. Secondo la Legge di Moore, la potenza di calcolo dei microchip raddoppia ogni 18 mesi (corollario: il prezzo di un computer con una data potenza di calcolo si dimezza ogni 18 mesi). Secondo la Legge di Metcalfe, il valore di un network è proporzionale al quadrato del numero di nodi che lo compongono. Secondo la Legge di Gilder, la larghezza di banda totale dei sistemi di telecomunicazione triplica ogni dodici mesi. Queste tre leggi, che molti hanno giudicato transitorie ma che continuano a funzionare alla perfezione da decenni (quella di Moore addirittura dal 1965) scandiscono – a nostra insaputa – i ritmi della società tecnologica in cui viviamo. E Gilder è una delle poche persone che ha immaginato questo mondo prima di tutti gli altri. La sua capacità di anticipare le tendenze del mercato, la sua prosa messianica e la sua incrollabile fede nel futuro gli garantiscono uno status quasi mitologico nella ristretta cerchia dei tecno-entusiasti che si radunano intorno alla rivista Wired creata e diretta da Louis Rossetto. Gilder, oltre che per Wired, scrive per Forbes (di cui dirige lo spin off tecnologico Asap) e per il Wall Street Journal. Profetizza una rivoluzione fatta di sabbia (silicio), vetro (fibra ottica) e aria (wireless). E quando le società hi-tech, nella seconda metà degli anni Novanta, iniziano a diventare gli investimenti più appetibili per le banche d’affari, Gilder si trova – quasi spontaneamente – in posizione perfetta per sfruttare il vento digitale che soffia alle sue spalle. Tra il 1999 e il 2000, quando esce “Telecosm: The World After Bandwidth Abundance” (“Telecosm: il mondo dopo l’abbondanza della banda larga”), Gilder non è più soltanto il più riverito guru delle nuove tecnologie e il consigliere strategico di Newt Gingrich e Steve Forbes. E’ l’uomo capace di far muovere i mercati con un tratto di penna. La sua newsletter a pagamento, il mitico Gilder’s Report, ha 110 mila abbonati negli Stati Uniti, incassa sette milioni di dollari all’anno e si parla di un’imminente quotazione in Borsa che oscillerebbe tra i 150 e i 200 milioni di dollari. Al Gilder’s Report lavorano 55 analisti a tempo pieno, ma tutto si regge sulle intuizioni di George, che sceglie personalmente le società più “calde” su cui puntare. La cosa straordinaria è che i suoi “seguaci” sono tanto fedeli che, pochi minuti dopo la segnalazione di un titolo, gli acquisti sono così numerosi che le quotazioni del titolo in questione raddoppiano.
Scoppia la bolla
Tutto, però, finisce in un istante, nel marzo del 2000, con lo scoppio della “bolla” delle dotcom. Nel giro di un paio di settimane, nel fuggi fuggi generale da Wall Street, Gilder si ritrova con meno di diecimila abbonati, cinque impiegati, qualche milione di dollari di debiti e il fisco avvinghiato alla gola. E’ costretto a rivendere la rivista The American Spectator, che aveva comprato un paio di anni prima per trasformarla nel magazine della “destra digitale”. Lo salvano gli amici Steve Forbes e Bruce Chapman, che lo ospita come senior fellow nel suo think-tank di Seattle, il Discovery Institute. I giorni delle vacche grasse sono ormai un ricordo, e George si ritira in buon ordine a lavorare nelle colline della contea di Berkshire, al confine tra il Massachusetts e il Connecticut. Fibra ottica o no, resta un uomo di campagna. Nel 2005 pubblica “The Silicon Eye: How a Silicon Valley Company Aims to Make All Current Computers, Cameras, and Cell Phones Obsolete” (“L’occhio di silicio: come una società della Silicon Valley vuole rendere obsoleti i computer, le macchine fotografiche e i telefoni cellulari”), forse il suo lavoro più tecnico, che ne conferma però le doti di divulgatore.
Dietro c’è un Disegno (intelligente)
Mentre si allontana il ricordo dei suoi giorni da guru hi-tech, anche per perché tutte le sue profezie iniziano ad avverarsi, magari con qualche decennio di ritardo, Gilder è pronto per una nuova sfida intellettuale. Il durissimo colpo del 2000 avrebbe ucciso un cavallo. Tra il 2004 e il 2005 convince Chapman ad aprire un ufficio del Discovery Institute a Washington D.C., con l’obiettivo di trasformare un think-tank nato per risolvere i problemi di traffico a Seattle nella punta di diamante intellettuale del movimento di rivolta contro il neodarwinismo. Per lo scorno e il disorientamento degli scientisti di ogni colore politico, la parola d’ordine di Gilder e del Discovery Institute non è “creazionismo”, ma “intelligent design”. E non si tratta di una differenza di poco conto. Gilder parte dalla Teoria dell’informazione di Claude E. Shannon del Mit (tratteggiata nel classico “Teoria matematica della comunicazione” del 1948) per dimostrare come l’evoluzione non possa, in ultima analisi, essere spiegata semplicemente ricorrendo a cause fisiche “non intelligenti”. Nel luglio 2005 la National Review pubblica un suo lungo e devastante saggio, dal titolo “Evolution and Me” che scatena, ancora una volta, un dibattito senza precedenti nel mondo accademico e politico statunitense. L’articolo è una sorta di “teoria unificata del metodo gilderiano” in cui tutte le intuizioni contenute nei lavori del futurologo statunitense – da “Sexual Suicide” a “Telecosm” – vengono utilizzate per sottolineare come il darwinismo sia ormai diventato un “ostacolo per l’avanzamento della scienza”. “Dopo circa un secolo di tentativi di appiattimento filosofico – scrive Gilder – abbiamo scoperto che l’universo è testardamente gerarchico (…) e nessuna accumulazione di conoscenza nella fisica e nella chimica è in grado di rivelarci il minimo insight sull’origine della vita, sui processi di calcolo, sulle fonti della coscienza, sulla natura dell’intelligenza o sulle cause della crescita economica (…) Il materialismo in genere, come il riduzionismo darwinista in particolare, contraddice se stesso. Come scrisse il biologo britannico Haldane nel 1927, ‘Se i miei processi mentali sono determinati interamente dal movimento degli atomi nel mio cervello, non ho ragione di supporre che le mie convinzioni siano vere; e dunque non ho ragione di supporre che la mia mente sia composta soltanto da atomi’. L’intelligent design è semplicemente un modo per rivendicare l’esistenza di un universo gerarchico (…) e si guarda bene dal sostenere che l’intelligenza manifestamente presente nell’universo sia di origine sovrannaturale”. La reazione dei neodarwinisti è scomposta. Abituati a dileggiare una destra religiosa che invoca l’interpretazione letterale della Bibbia e crede che la razza umana sia comparsa sulla Terra appena da pochi millenni, non sanno che pesci prendere quando si trovano a dibattere con persone che masticano con disinvoltura matematica applicata, ingegneria elettronica e biologia. Chris Mooney della rivista progressive The American Prospect, non trovando di meglio, ricorda i trascorsi “moderati” di Gilder e Chapman. E li accusa di essere diventati più estremisti degli estremisti che un tempo combattevano. Ma ci vuole altro per ribattere alle argomentazioni di Gilder e al suo durissimo attacco alla “trappola della superstizione materialistica” da cui prendono le mosse i lavori sull’Intelligent design. “Presentarci come trogloditi che credono nell’Arca di Noè è davvero bizzarro – dice – Ma se questo è il modo che hanno scelto per attaccarmi, peggio per loro. In realtà è tutto piuttosto divertente. E’ come se ti sparassero a bruciapelo mancandoti totalmente”. Così dopo qualche anno di dibattito sull’ID, con i neodarwinisti arroccati in difesa in tutto il mondo, Gilder può tranquillamente passare il testimone ai suoi colleghi del Discovery Institute, come Ann Gauger, Douglas Axe e Brendan Dixon. Per lui, a settantuno anni, è arrivato il momento di combattere un’altra battaglia della Culture war. E il fronte, stavolta, è in medio oriente.
The Israel Test
Non era certamente nelle intenzioni dell’autore – scrive Michael Medved nella sua recensione a “The Israel Test” – ma siamo di fronte a un libro che potrebbe provocare nei lettori ebrei un raro caso di invidia nei confronti dei wasp. Ci voleva un protestante al cento per cento come George Gilder, infatti, per trovare qualcuno con il coraggio di dare vita a un saggio così favorevole a Israele e agli ebrei”. E ci voleva Gilder per scrivere una verità che è spesso rimasta oscurata dalle nebbie del politicamente corretto: “Intrappolati nel dibattito sui suoi vizi e sui suoi errori, i critici di Israele non vedono il filo rosso che unisce la lunga storia dell’antisemitismo. Israele è odiato soprattutto per le sue virtù”. La tesi di Gilder è che le radici del conflitto mediorientale non siano legate al controllo del territorio o alla religione, ma siano soprattutto psicologiche e derivino dal risentimento nei confronti dei successi di Israele. L’antisionismo, insomma, è spinto dagli stessi fenomeni che hanno sempre alimentato l’antisemitismo: l’invidia e l’incapacità di comprendere il libero mercato. Emozioni che si manifestano con l’odio nei confronti dei commercianti, degli imprenditori, dei banchieri e degli altri creatori di ricchezza, soprattutto nel caso in cui una minoranza si distingue sotto il profilo economico. Le persone “normali”, secondo Gilder, non nutrono questo tipo di risentimento, tipico piuttosto delle élite intellettuali che diffondono un concetto tanto antico quanto falso: la povertà è causata sempre dallo sfruttamento, perché qualcun altro. Questo è il motivo per cui Israele divide il mondo: da una parte le Nazioni Unite, le organizzazioni internazionali e i dipartimenti umanistici delle università, che considerano il capitalismo come un gioco a somma zero, in cui il successo si ottiene a spese dei poveri e dell’ambiente; dall’altra, chi ammira i successi di Israele e capisce che il capitalismo è un gioco a somma positiva in cui tutti possono trarre benefici dalle fortune di chi è in grado di creare ricchezza. I collettivisti e i loro apologeti, dunque, invidiano Israele e gli ebrei perché non sono capaci di emularli. E la loro reazione è quella di tentare di distruggere tutto quello che mette in evidenza i loro fallimenti. Imprenditori e scienziati ebrei come Albert Einstein, Niels Bohr, Heinrich Hertz, John von Neumann e Richard Feynman sono il fondamento della rivoluzione tecnologica che ha disegnato la società contemporanea, ma Gilder analizza in dettaglio tutti i campi d’eccellenza che hanno portato Israele (soprattutto dopo le riforme economiche del primo governo Netanyahu) a diventare la nazione con il maggiore tasso di innovazione pro capite, superando addirittura gli Stati Uniti. Il destino di Israele, però, è appeso a un filo sottile: prevarranno le forze dell’invidia o quelle che riconoscono la forza creativa dell’eccellenza? È questo il “test” che deciderà le sorti, non solo dello stato ebraico, ma dell’intera civiltà occidentale.
Larry Silverbud, da Il Foglio di sabato 8 maggio 2010
giovedì 6 maggio 2010
UK: Final Predictions
| CON | LAB | LDEM | Con Lead | |
| Populus | 37 | 28 | 27 | +9 |
| ComRes | 37 | 28 | 28 | +9 |
| Opinium | 35 | 27 | 26 | +8 |
| ICM | 36 | 28 | 26 | +8 |
| YouGov | 35 | 28 | 28 | +7 |
| Angus Reid | 36 | 24 | 29 | +7 |
| Harris | 35 | 29 | 27 | +6 |
| TNS BMRB | 33 | 27 | 29 | +4 |
mercoledì 5 maggio 2010
Dems: primarie deserte
lunedì 3 maggio 2010
Idee Marginali
Late Surge?
venerdì 30 aprile 2010
Three Way is Better
In una sfida a tre, Crist raccoglie il 32% degli elettori di Obama, ma solo il 22% di quelli di McCain (e anche prima di mollare il partito “rubava” più elettori a Meek che a Rubio). Attualmente (sempre in una gara a tre), Crist raccoglie il 18% del voto repubblicano. È già poco, e si tratta di una percentuale destinata a scendere nei prossimi mesi (Jensen fa un paragone con Specter in Pennsylvania). Infine, il 45% dei democratici ha un'opinione favorevole di Crist (e solo il 29% una favorevole di Meek). Al contrario, il 52% dei repubblicani ha un'opinione favorevole di Rubio (contro il 28% per Crist). Fatevi un paio di conti e iniziate a pitturare di rosso la cartina del Sunshine State.
giovedì 29 aprile 2010
Ted, White & Blue
«If Sarah Palin played a loud, grinding instrument, she would be in my band. The independent patriotic spirit, attitude and soul of our forefathers are alive and well in Sarah». Ted Nugent, sul Time, dice la sua su Sarah Palin. A proposito, se non avete ancora letto Ted, White and Blue: The Nugent Manifesto, sappiate che vi siete persi uno dei libri più divertenti e più politicamente scorretti degli ultimi anni.
Useless Stimulus
Independent In Name Only
mercoledì 28 aprile 2010
MSM Addicted
Sad Meal
martedì 27 aprile 2010
Centrodestra cercasi
Simone Bressan, su Freedom Land. Lettura obbligatoria.
Techno-GOP
giovedì 22 aprile 2010
Suburban Revolutionaries
«(...) Secondo alcuni storici, la Rivoluzione francese non fu causata dalla povertà o dall'ideologia, ma dal collasso di aspettative eccessive. Quando ti aspetti che le cose possano andare meglio, ma improvvisamente iniziano ad andare peggio, ecco che scatta la rivoluzione. Se questa teoria ha un fondamento, è il caso di aspettarsi una versione “suburbana” della Rivoluzione francese alle elezioni di mid-term di novembre. Gli abitanti dei sobborghi che un tempo si aspettavano un futuro di mobilità sociale verso l'alto, oggi affrontano la triste realtà di budget scoppiati, debiti cronici, scuole mediocri, strade congestionate e crimine dilagante. E non sono per niente contenti. L'elettore suburbano, che si era progressivamente spostato a sinistra nell'ultimo decennio, sta rapidamente tornando a destra. I repubblicani, se sono intelligenti , troveranno un modo per attrarre questi elettori e riportarli nel loro partito, prima che questi rivoluzionari suburbani decidano di costruirselo da soli, il partito». John Feehery, via The Weekly Standard (si consiglia vivamente la lettura completa).
mercoledì 21 aprile 2010
Double Standard
martedì 20 aprile 2010
venerdì 16 aprile 2010
Jewish Meltdown
giovedì 15 aprile 2010
Mignolo alzato
UPDATE. The Great Tea-Bait, James Taranto sul Wall Street Journal.
mercoledì 14 aprile 2010
Al peggio non c'è mai fine
Ron '12
venerdì 2 aprile 2010
SuperStorm
New Low
Break Up the Banks
mercoledì 31 marzo 2010
L'Onore dei Frizzy
Entrando in dettaglio, l'Ippodromo di Frizzy ha avuto la performance migliore in due regioni (Lombardia e Calabria), salendo sul podio in altre sei (Piemonte, Veneto, Liguria, Emilia, Umbria e Campania): un'ottima prova di solidità complessiva con poche sbavature. Tre primi posti (Piemonte, Campania e Marche) ma “solo” due presenze sul podio (Lazio e Puglia) per l'Ippodromo Digital. Si segnalano con due vittorie anche l'Ippodromo de l'Emegé (cinque volte sul podio), l'Ippodromo Meneghino (più un podio) e l'Ippodromo di Nancy (un podio anche in questo caso). Una vittoria (Veneto) e tre podii (Toscana, Basilicata e Calabria) anche per l'Ippodromo di Spinòl. Una vittoria e un podio per l'Ippodromo di Nicholas.
Interessante anche notare come la media delle rilevazioni cronometriche calcolata da Notapolitica.it nelle settimane precedenti ai Grand Prix regionali sia uscita dal “margine d'errore” soltanto in 4 casi su 13 (Umbria, Campania, Basilicata e Calabria), quasi sempre in competizioni in cui il nome del vincitore era scontato. Una buona performance complessiva dunque, per il sistema nazionale degli Ippodromi, che - dopo qualche anno di appannamento - potrebbe rilanciare il glorioso sport dell'ippica nella considerazione dell'opinione pubblica.
Clicca sull'immagine per ingrandire
lunedì 29 marzo 2010
SuperMappa e SuperMedie
PIEMONTE: Fan Bressol +1.0
LOMBARDIA: Formighenne +22.4
LIGURIA: Fan Burlan +2.4
VENETO: Zaienne +31.9
EMILIA-ROMAGNA: Fan Erran +19.1
TOSCANA: Fan Rouge +21.6
MARCHE: Fan Casser +12.2
UMBRIA: Fan Marin +12.5
LAZIO: Fan Bonin +0.6
CAMPANIA: Caldenne +2.8
PUGLIA: Fan Vendol +3.7
BASILICATA: Fan De Philippe +15.0
CALABRIA: Scopellenne +18.2
Corse Clandestine/ Le ultime corse a l'Emegé
domenica 28 marzo 2010
Corse Clandestine/ Anteprima
Voci all'uscita dagli ippodromi/ 2
Corse Clandestine/ Le ultime corse di Frizzy
Voci all'uscita dagli ippodromi
Ippodromo di Spinòl: riepilogo finale
Ippodromo di Frizzy: riepilogo finale
sabato 27 marzo 2010
Corse Clandestine/ Voci dal GP del Lazio/2
Corse Clandestine/ La sfida del Nord
Corse Clandestine/ Anteprima
Corse Clandestine/ Voci dal GP del Lazio
Corse Clandestine/ Grand Prix della Puglia
Corse Clandestine/ Grand Prix della Liguria
Corse Clandestine/ Grand Prix del Piemonte
Corse Clandestine/ Grand Prix del Lazio
venerdì 26 marzo 2010
Corse Clandestine/ Doppio GP del Piemonte
Corse Clandestine/ Doppio GP della Puglia
Corse Clandestine/ Doppio GP della Liguria
Corse Clandestine/ Doppio Grand Prix del Lazio
Corse Clandestine/ Super Anteprima
Corse Clandestine/ Grand Prix del Piemonte
Corse Clandestine/ Voci dal GP della Puglia
Freedom of Speech
Corse Clandestine/ Anteprima
giovedì 25 marzo 2010
Corse Clandestine/ Grand Prix della Campania
Corse Clandestine/ Grand Prix del Veneto
Corse Clandestine/ Doppio Grand Prix del Lazio
mercoledì 24 marzo 2010
Corse Clandestine/ Anteprima
Corse Clandestine/ Grand Prix del Lazio
Corse Clandestine/ Grand Prix del Piemonte
Corse Clandestine/ Grand Prix della Puglia
martedì 23 marzo 2010
Corse Clandestine/ Anteprima
Corse Clandestine/ Grand Prix della Liguria
Corse Clandestine/ Grand Prix del Lazio
lunedì 22 marzo 2010
Corse Clandestine/ Grand Prix del Piemonte
Corse Clandestine/Grand Prix del Lombardo-Veneto
sabato 20 marzo 2010
Corse Clandestine/ Grand Prix del Lazio
venerdì 19 marzo 2010
Corse Clandestine/ Grand Prix della Calabria
Corse Clandestine/ Anteprima
Doppio record
giovedì 18 marzo 2010
Corse Clandestine/ Voci dal GP della Puglia
mercoledì 17 marzo 2010
Corse Clandestine/Grand Prix del Piemonte
martedì 16 marzo 2010
Maledetta riforma
THEODORE ROOSEVELT (1912)
Tutto inizia con un alce. Un alce maschio, per la precisione. O un “bull moose”, come gli americani chiamano il gigantesco cervide che ogni anno, in Siberia, Scandinavia e Alaska, uccide più uomini dei grizzlies. È un “bull moose”, infatti, il simbolo del Progressive Party creato nel 1912 da Theodore Roosevelt dopo il suo divorzio dal partito repubblicano. Ed è sotto l’insegna dell’alce che Roosevelt presenta una piattaforma programmatica – “A Contract with the People” – in cui, per la prima volta nella storia statunitense, è presente un piano per garantire una copertura sanitaria universale a tutti i cittadini ameriacani.
Roosevelt, diventato nel 1901 (a 42 anni) il più giovane presidente degli Stati Uniti, dopo l’assassinio di William McKinley (di cui era il vice), viene rieletto con un ampio margine nel 1904, ma nel 1908 decide di non correre per un terzo mandato, lasciando via libera a William H. Taft e partendo per un lunghissimo safari in Africa (oltre 10mila animali uccisi, tra cui sei rinoceronti bianchi) per conto del National Museum. Neppure il brivido della caccia grossa, però, è sufficiente per guarire Teddy dal virus della politica. Taft, secondo lui, ha impresso al GOP una piega troppo smaccatamente pro-business. Mentre il partito – e l’America – hanno un disperato bisogno di recuperare la propria anima populista. Roosevelt sfida Taft alle primarie repubblicane, ma la sua campagna elettorale parte troppo in ritardo, quando il presidente può già contare sull’appoggio dell’establishment del partito. Così, quando alla Convention di Chicago Teddy si rende conto di non avere abbastanza delegati per poter sconfiggere Taft, si decide a compiere il grande salto: diventa il candidato del Progressive Party e punta forte sul sogno della “sanità per tutti”, che fino a quel momento aveva fatto capolino soltanto in qualche pamphlet socialista di inizio secolo.
Purtroppo per Roosevelt, alle primarie i democratici scelgono il loro progressista migliore, Woodrow Wilson. E il ticket del Bull Moose Party, pur conquistando più voti elettorali di quasiasi altro terzo partito nella storia americana (prima e dopo), non va oltre il 27% del voto popolare. Meglio del GOP (fermo al 23%), ma molto peggio dei democratici, che schizzano al 42%, ringraziano sentitamente e portano Wilson alla Casa Bianca. Per qualche decennio, di riforma sanitaria non si sentirà più parlare.
FRANKLIN DELANO ROOSEVELT (1935)
Sarà un lontano cugino di Theodore Roosevelt, Franklin Delano, a riportare il tema della sanità “pubblica” sul tavolo della politica statunitense. Dopo l’orgia interventista dei primi “100 giorni” del suo primo mandato, FDR deve aspettare le elezioni di mid-term del 1934 – in cui i democratici conquistano solide maggioranze sia alla Camera che al Senato – per dare corpo a una struttura legislativa compiuta del New Deal. Tra queste misure ci sono la creazione della Work Progress Administration (Wpa), un’agenzia nazionale che darà lavoro (“scava la buca, riempi la buca”) a quasi due milioni di americani, il Wagner Act con cui ai lavoratori viene concesso il diritto federale di organizzarsi in sindacati, scioperare e firmare contratti collettivi e, soprattutto, il Social Security Act con cui viene creata quella rete di sicurezza sociale (e di “dipendenti” dal welfare) che consentirà ai democratici di governare per decenni.
La “quarta gamba” della seconda ondata New Deal, in teoria, dovrebbe essere un piano nazionale di assicurazione sanitaria finanziato con denaro pubblico. Roosevelt sceglie anche i due “architetti” più adatti per dare vita al suo progetto: Edgar Sydenstricker, capo del dipartimento di statistica del Public Health Service (Phs) e Isidore S. Falk, che lavora al Committe on Economic Security creato qualche mese prima dal presidente. Se, però, il New Deal del 1933 è stato approvato praticamente senza opposizione, quello del 1935 incontra la durissima resistenza della classe imprenditoriale, di quello che è rimasto del partito repubblicano, di un manipolo di combattivi conservatori democratici (Al Smith su tutti) e di alcune organizzazioni come la American Liberty League. Sul piano sanitario, poi, Roosevelt incontra un’opposizione addirittura feroce, quella della American Medical Association (Ama). L’associazione dei medici americani, sotto la guida di Morris Fishbein, parla del progetto come di «un passo risoluto verso il comunismo o il totalitarismo». Una definizione che scuote l’opinione pubblica e molti membri del Congresso. È proprio il capo del Committe on Economic Security, Frances Perkins, a suggerire a Roosevelt un passo indietro, per paura che l’opposizione crescente al piano sanitario possa compromettere tutto il Social Security Act. La riforma, ancora una volta, è rinviata a data da destinarsi.
HARRY TRUMAN (1945)
Dopo la morte di Franklin Delano Roosevelt, avvenuta pochi mesi dopo la rielezione del 1944, arriva alla Casa Bianca un altro tenace sostenitore di un piano di sanità pubblica: Harry Truman. Ma dopo il tentativo fallito da FDR e la fine della seconda guerra mondiale l’argomento è ormai diventato uno spartiacque ideologico. Per i conservatori, la resistenza contro l’introduzione della “socialized medicine” è un elemento centrale nella montante battaglia contro il comunismo internazionale. Per i progressisti, è addirittura impensabile che gli Stati Uniti non siano ancora dotati di un sistema sanitario pubblico come quasi tutti i paesi europei.
Il piano di Truman del 1945 è più “estremo” di quello di Roosevelt, perché prevede un singolo sistema universale, pubblico e valido per tutti, non soltanto per le classi più bisognose. Il Congresso reagisce piuttosto freddamente. Il leader repubblicano del Senato, Robert Taft (il figlio dell’ex presidente William H.), non usa giri di parole: «Lo considero un progetto socialista. Anzi, credo che sia la misura più socialista mai sbarcata al Congresso degli Stati Uniti». Per Taft, e per i repubblicani in genere, questa «assicurazione sanitaria obbligatoria» esce direttamente dalle pieghe della costituzione sovietica. E anche l’Ama, la American Hospital Association, la American Bar Association e gran parte della stampa nazionale disapprovano con forza il piano di Truman, che stenta a decollare sia alla Camera che al Senato.
Alle elezioni di mid-term del 1946, poi, il GOP riesce a riconquistare il controllo del Congresso. E frena il progetto fino alle presidenziali del 1948. Dopo la (risicata) vittoria di Truman, però, sembra proprio che l’Armageddon sia sul punto di compiersi. L’associazione dei medici americani e i repubblicani si preparano al peggio, continuando denunciare la potenziale deriva comunista degli Stati Uniti. In un volantino distribuito dall’Ama, viene citata una frase di Lenin che definisce la “socialized medicine” come l’architrave di uno stato socialista. Stavolta la sorte aiuta gli oppositori di Truman: pochi mesi dopo la re-introduzione del bill al Congresso, infatti, scoppia la Guerra di Corea. Per qualche anno gli americani, di comunismo (vero o presunto), non avranno nessuna intenzione di sentir parlare. E non sarà certo Truman a stuzzicarli sull’argomento.
LYNDON JOHNSON (1965)
Pur senza riuscire a portare a termine la riforma sanitaria, Truman riesce comunque a riportare l’argomento al centro del dibattito politico nazionale e a renderlo parte permanente delle piattaforme elettorali democratiche. Il momento giusto per raccogliere questa eredità arriva dopo l’elezione “a valanga” di Lyndon Johnson nel 1964. Sull’onda delle elezioni presidenziali, i repubblicani al Congresso sono ridotti ai minimi termini (e in piena ricostruzione ideologica dopo la rivoluzione conservatrice goldwateriana) e i democratici possono contare su oltre 150 seggi di vantaggio alla Camera (295 a 140) e su una maggioranza di 68 a 32 al Senato. Perfino in una situazione tanto favorevole, Johnson si rende conto che deve agire in fretta, se vuole inserire la sanità nel suo progetto di Great Society.
Il presidente, a differenza dei suoi predecessori, rinuncia fin dall’inizio a pretese “universali” per concentrarsi sulle fasce sociali più bisognose: gli anziani e i poveri. Cambiando in questo modo i termini del dibattito, malgrado la forte resistenza repubblicana e dell’American Medical Association Johnson riesce ad evitare gli scogli parlamentari più insidiosi, dimostrandosi molto abile nel negoziare un compromesso efficace. Il presidente concede qualcosa ai dottori (soprattutto rimborsi statali per le loro prestazioni), agli ospedali (rimborsi e copertura dei costi) e ai repubblicani (il passaggio da un piano universale ad uno volontario, anche se finanziato dal governo). I frutti di questa mediazione sono il Medicare, che garantisce la copertura assicurativa sanitaria ai cittadini di età superiore ai 65 anni, e il Medicaid, che controlla i piani sanitari amministrati dai singoli stati. I due provvedimenti vengono approvati come emendamenti al Social Security Act e diventano legge durante una cerimonia ufficiale alla Casa Bianca, il 30 luglio del 1965, quando il Johnson firma i provvedimenti consegnando la prima tessera Medicare all’ex presidente Truman, che ha da poco compiuto 81 anni. Dopo trent’anni di sconfitte, i democratici possono finalmente celebrare una vittoria. Ma il loro sogno è ancora molto lontano dall’essere realizzato.
BILL CLINTON (1993)
Nel 1992, dopo molti decenni di stallo (compreso un tentativo fallito di Ted Kennedy durante la presidenza di Jimmy Carter), Bill Clinton riporta la riforma sanitaria sotto i riflettori della politica nazionale. E ne fa uno dei suoi cavalli di battaglia per la campagna elettorale che lo porta alla Casa Bianca (grazie, soprattutto, a Ross Perot e alle divisioni interne al movimento conservatore). Il piano di Clinton è ambizioso: garantire una copertura sanitaria universale a tutti gli americani. Nel gennaio del 1993, subito dopo l’Inauguration Day, Slick Willie crea una task-force per affrontare il problema e ha la brillante idea di affidarla alla moglie Hilllary. La mossa, unita alla fissazione per la segretezza della First Lady, porta l’amministrazione in tribunale, con l’accusa di aver violato i requisiti minimi di trasparenza governativa stabiliti dal Federal Advisory Committee Act (Faca). I guidici salvano il “dinamico duo” per un pelo, ma l’avventura sembra nascere fin dall’inizio sotto un cattivo presagio.
Il “discorso alla nazione” del presidente, di fronte alle sessioni congiunte di Camera e Senato, nel 22 settembre 1993, non sposta di molto l’opposizione al progetto, che continua a crescere nel paese e al Congresso. La task force di Hillary partorisce un mostro di oltre mille pagine (vi ricorda qualcosa?) che cerca goffamente di conciliare il dna statalista del progetto con il tentativo di mantenere in vita una qualche forma di competizione nel sistema. Tra gli oppositori più attivi, oltre all’industria assicurativa e alle associazioni dei medici, c’è il Project for Republican Future di William Kristol, che inonda di fax i rappresentanti repubblicani al Congresso con “political memos” che diventano presto leggendari. La Health Insurance Association spende quasi 20 milioni di dollari per una serie di spot televisivi dove una coppia di mezza età (Harry e Louise) compie mille peripezie per affontare la complessità burocratica di quello che la stampa ha ormai ribattezzato “Hillarycare”. E anche i mass media di orientamento liberal - Washington Post e New York Times, ma anche CBS News e CNN - iniziano a chiedersi se la soluzione proposta dall’amministrazione Clinton sia effettivamente praticabile.
Le cose non vanno meglio al Congresso. Per senatore democratico Daniel Patrick Moynihan, «chiunque pensi che il piano di Clinton possa funzionare nel mondo reale, evidentemente non vive nel mondo reale». E molti democratici, invece di serrare i ranghi dietro la proposta originale della Casa Bianca, iniziano a proporre piani alternativi. Nell’agosto del 1994, il leader democratico del Senato, George J. Mitchell, elabora un compromesso che esclude dal piano le piccole imprese, cercando di vincere l’ostruzionismo repubblicano e le perplessità dei democratici più conservatori. Ma il tentativo va a vuoto. E qualche settimana più tardi Mitchell si arrende, dichiarando che la riforma sanitaria avrebbe dovuto aspettare il prossimo Congresso.
Le elezioni di mid-term del novembre 1994 diventano un referendum sul “big government” e il GOP ha buon gioco nel denunciare l’Hillarycare come l’esempio più vistoso dello statalismo liberal che pervade l’amministrazione Clinton. Il risultato di questo referendum è nettissimo. Spinti dal Contract with America di Newt Gingrich, i repubblicani stravincono e conquistano il controllo di Camera e Senato per la prima volta dal 1954. Per sopravvivere politicamente, Clinton è costretto ad una svolta “centrista” che gli garantisce la rielezione nel 1996. Ma di riforma sanitaria, dalle parti di Pennsylvania Avenue, non si sentirà più parlare. Almeno fino a Barack H. Obama.
Corse Clandestine/Grand Prix della Lombardia
lunedì 15 marzo 2010
Corse Clandestine/Grand Prix del Veneto
sabato 13 marzo 2010
Corse Clandestine/Grand Prix de La Lagune
venerdì 12 marzo 2010
Regionali 2010 - Ultimo Sondaggio SpinCon
Da domani, su Notapolitica.it, allacciatevi le cinture: tornano le Corse Clandestine.
martedì 9 marzo 2010
Democrazia
Ma la nostra grassa democrazia, con la pancia piena e le tasche unte, è troppo impegnata a piroettare su se stessa per smettere, fosse anche per un giorno, di interrogarsi sulla trigonometria dei timbri e sull’ermeneutica delle firme. Per uscire, una volta tanto, dal provincialismo auto-referenziale che l’ha ormai colpita a morte. In gioco ci sono questioni serie, come un manipolo di posti di sottogoverno locale e qualche assessorato alla sanità, mica sciocchezze come il diritto ad esistere. E mentre i cittadini iracheni sfidano le bombe dei terroristi per intingere le loro dita nell’inchiostro indelebile della democrazia, la classe politica italiana non riesce neppure a raccogliere qualche migliaio di firme senza cadere nella tentazione della scorciatoia furbetta, del lei-non-sa-chi-potrei-essere-io.
Intanto lunedì a Ginevra ha parlato Yang Jianli, il dissidente che molti ritengono essere “l’uomo col sacchetto” che frenò per qualche minuto – a Piazza Tiananmen – l’avanzata dei carri armati cinesi. Un’icona vivente. Quasi come Alfredo Milioni e il suo panino immaginario.
giovedì 4 marzo 2010
mercoledì 3 marzo 2010
Dagli amici mi guardi Iddio...
SE FOSSE SUCCESSO A CENTROSINISTRA SAREMMO GIA' IN PIAZZA (ANSA) - ROMA, 3 MAR - 'Se fosse successo a noi del centrosinistra saremmo gia' in piazza. Se i giudici escludono Formigoni in Lombardia e il Pdl a Roma, vanno oltre il loro ambito e compiono un atto che somiglia a un golpe'. Mario Adinolfi sul suo blog contesta cosi' le esclusioni di candidati e liste di centrodestra dalle prossime regionali: 'Voglio che il centrosinistra vinca le elezioni, senza scorciatoie e soprattutto senza appoggiarsi alla magistratura, perche' se passa questo precedente le conseguenze possono essere pericolosissime per la democrazia. Se fosse successo ai nostri saremmo gia' in piazza' ribadisce aggiungendo che 'la democrazia si difende sempre e la possibilita' degli elettori di centrodestra di votare il centrodestra va salvaguardata anche da noi di centrosinistra'.(ANSA).
martedì 2 marzo 2010
Al Gore Lied, People Died
Pensate ai titoli dei giornali se il "patto suicida" (e omicida) fosse stato stretto sull'eccessiva pressione fiscale invece che sulla "paura del global warming".Una bambina di sette mesi è sopravvissuta per tre giorni con una pallottola nel petto, accanto ai cadaveri dei genitori e del fratello. Gli argentini Francisco Lotero, 56 anni, e Miriam Coletti, 23 anni, hanno sparato ai loro figli prima di uccidere se stessi, dopo aver stretto quello che sembra un "patto suicida per paura del global warming". Il loro figlio Francisco, di due anni, è morto all'istante dopo essere stato colpito alla schiena. Ma la bambina è sopravvissuta perché la pallottola sparata dalla pistola del padre non ha colpito nessun organo vitale. (Daily Mail)
martedì 23 febbraio 2010
Road-map per un miracolo
Larry Silverbud su Il Foglio di oggi
Se appena un mese fa un analista politico americano avesse ipotizzato la possibile riconquista del Congresso da parte del GOP alle prossime elezioni di mid-term, lo sventurato sarebbe stato costretto a cambiare mestiere, inseguito dalle risate di scherno dei colleghi. Poi, però, è arrivata la vittoria di Scott Brown in Massachusetts. Ed è cambiato tutto. Lo swing di consensi a favore dei repubblicani nel Bay State tra il novembre 2008 (Obama +26%) e il gennaio 2010 (Brown +5%) è stato di 31 punti percentuali: qualcosa di gigantesco, oltre che di inaspettato.
Martedì 2 novembre 2010, gli americani voteranno per rinnovare tutti i 435 seggi della Camera, 36 dei 100 seggi del Senato e 37 governatori su 50. Un test elettorale importante, non solo per valutare la tenuta dell’amministrazione Obama a metà mandato, ma anche per delineare gli equilibri politici futuri della politica statunitense. E se, fino a poche settimane fa, i democratici puntavano a consolidare – magari rendendola permanente – la “maggioranza strutturale” ottenuta sulla scia dell’elezione del primo presidente nero, oggi i repubblicani possono permettersi di sognare una clamorosa rivincita.
LA RICONQUISTA DELLA CAMERA
Basterebbe un’onda “rossa” molto più contenuta di quella che ha travolto il Massachusetts per riportare nella colonna del GOP quei 48 distretti della Camera che, nel 2008, hanno eletto un congressman democratico ma hanno votato per John McCain alle elezioni presidenziali. E i repubblicani potrebbero accontentarsi di vincere nell’83% di quei collegi per riconquistare il controllo della Camera. La vittoria di Brown nel collegio storico della Dinastia Kennedy, poi, ha già spinto un buon numero di potenziali candidati repubblicani - che erano rimasti nell’ombra in attesa degli eventi – ad annunciare la loro volontà di correre nei distretti più deboli controllati dei democratici, come quelli dei blue dog del Sud, colpiti duramente dall’Obamacare nel già complicato rapporto con la propria constituency.
La riconquista della Camera (oggi i Dems possono contare su 258 seggi contro i 178 del GOP) sembra insomma possibile. Sempre, naturalmente, che l’attuale clima politico di rivolta anti-statalista sia in grado di resistere fino a novembre. A rischio, per i democratici, sono soprattutto distretti conservatori della Bible Belt (Alabama 2, Arkansas 1, Louisiana 3, Mississippi 1, Tennessee 6 e 8), ma anche alcuni distretti dell’Ovest (Colorado 4, Idaho 1, Kansas 3, New Mexico 2) e di purple states che nel 2008 hanno votato per Obama (Florida 8, Michigan 7, Ohio 1 e 15, Pennsylvania 7 e 12, Virginia 5). A completare il quadro di una potenziale disfatta, poi, ci sono un pugno di distretti in bilico in stati con una consolidata tradizione democratica (Maryland 1 e Washington 3 sono solo un paio di esempi).
Secondo il Cook Political Report, dei 50 distretti più in bilico della Camera, 40 sono attualmente controllati dai democratici. Mentre la Crystal Ball di Larry Sabato attualmente prevede 27 pick up per il GOP, una cifra che porterebbe la maggioranza democratica alla Camera da un rinfrescante +80 a uno striminzito +26. Il “ribaltone” è tutt’altro che scontato, insomma, ma ormai quasi tutti scommettono su un guadagno consistente di seggi alla Camera per i repubblicani.
GOVERNATORI IN SALDO
Oltre che alla Camera, il GOP sembra avviarsi verso un buon risultato anche nelle corse alle poltrone di governatore, in cui al momento i democratici sono in vantaggio 26 a 24 (dopo le vittorie repubblicane dello scorso novembre in Virginia e New Jersey). Nel 2010 saranno in gioco ben 37 statehouse. Il moltissimi stati, però, le corse sono ancora a livello “embrionale” e diventa molto complicato farsi un’idea precisa del potenziale risultato senza conoscere il nome degli sfidanti. Secondo Larry Sabato, comunque, se le elezioni si svolgessero oggi i repubblicani conquisterebbero 9 governatori a danno dei democratici, perdendone a loro volta 3, con un bilancio netto di +6 che sposterebbe i rapporti di forza verso un rassicurante 30 a 20. Anche per Scott Elliot di Election Projection, il “blogging Caesar” con un impressionante record positivo di previsioni elettorali, i democratici sarebbero destinati a perdere 9 governatori, strappandone però 5 ai repubblicani. Elliot prevede anche la vittoria dell’indipendente Lincoln Chafee (ex senatore del GOP) in Rhode Island. E questo porterebbe lo score sul 27 a 22 per i repubblicani (con Chafee a fare il “cinquantesimo uomo”).
Incrociando le previsioni di Sabato ed Elliot, i pick up del GOP potrebbero essere Iowa, Kansas, Maryland, Michigan, Ohio, Oklahoma, Pennsylvania, Tennessee e Wisconsin. Mentre i Dems dovrebbero sfondare in California e Hawaii, con buone speranze di vittoria in Connecticut e Vermont. Si tratta comunque di pronostici da prendere con le molle, perché mancano ancora molti mesi alle elezioni e perché su 37 corse ben 21 non avranno un incumbent in lizza (e in altre 4 l’incumbent potrebbe perdere le primarie del proprio partito). Comunque vada, la metà delle statehouse cambierà proprietario a novembre. Un turnover impensabile in qualsiasi altra democrazia occidentale.
SENATO, MISSIONE IMPOSSIBILE?
Se la riconquista della Camera e il contro-sorpasso nel computo dei governatori sono due operazioni molto difficili, ma non impossibili, per il GOP la vittoria assumerebbe contorni schiaccianti nel caso di “ribaltone” al Senato. Per qualche mese, dopo la sofferta (e contestata) vittoria al recount di Al Franken contro Norm Coleman in Minnesota, i democratici hanno potuto contare al Senato sulla cosiddetta “supermajority”, quei 60 seggi che permettono al partito di maggioranza di aggirare qualsiasi tattica ostruzionistica dell’opposizione. Con l’elezione di Scott Brown, però, i democratici hanno perso questa storico vantaggio. E a novembre rischiano, nel migliore dei casi, di allontanarsi ancora di più dal “magic number”. Ma esiste davvero la possibilità che il GOP riesca a strappare quei dieci seggi (in caso di perfetta parità il voto decisivo sarebbe quello del vicepresidente Joe Biden) che consentirebbero al partito di riconquistare il pieno controllo del Senato? La montagna da scalare è altissima, ma basta fare un salto all’indietro di un paio di mesi per capire quanto sia cambiato lo scenario elettorale.
Secondo Nate Silver di FiveFortyEight.com, l’analista di sondaggi più lucido della sinistra americana, a dicembre il Massachusetts era in 26ª posizione nella classifica dei seggi con maggiore probabilità di cambiare partito. E prima di Casa Kennedy c’erano altri 12 seggi democratici considerati maggiormente a rischio di pick up. Due in più, insomma, di quanti ne servirebbero al GOP per riconquistare la maggioranza al Senato. In quest’ultimo mese, poi, le “classifiche” degli esperti sono cambiate sensibilmente. Proviamo a percorrerle in salita, partendo dai pick up potenzialmente più “facili” per il GOP, per poi addentrarci nei meandri della “missione impossibile”.
I MAGNIFICI QUATTRO
In quattro stati i repubblicani dovrebbero avere vita piuttosto facile, a meno di grandi scossoni da qui a novembre. Il primo è il North Dakota, dove al ritiro del democratico Byron Dorgan (che avrebbe avuto chance consistenti di riconferma), si è aggiunta la discesa in campo dell’attuale governatore repubblicano John Hoeven. Nei sondaggi più recenti, Hoeven batte la probabile candidata democratica Heidi Heitkamp con margini sempre superiori ai 20 punti percentuali. E gli avversari della Heitkamp alle primarie (8 giugno) vanno addirittura peggio.
Poi c’è il Nevada, dove l’incumbent democratico è il leader della maggioranza al Senato, Harry Reid. Secondo Nate Silver, con lui in campo i Dems non hanno più del 20% di probabilità di mantenere il seggio, complice anche un indice d’approvazione (o meglio, di disapprovazione) con pochi precedenti nella storia elettorale degli Stati Uniti. L’uomo giusto, per i Dems, poteva essere il popolare sindaco di Las Vegas, Oscar Goodman, l’unico – nei sondaggi – in grado di battere il trio di potenziali candidati repubblicani (Sue Lowden, Danny Tarkanian e Brian Krolicki) che si sfideranno alle primarie dell’8 giugno. Per il GOP è un seggio quasi sicuro.
Il 18 maggio, alle primarie repubblicane dell’Arkansas, il repubblicani sceglieranno il proprio candidato per sfidare l’incumbent Blanche Lincoln. Nel 2010, il Natural State sembra destinato ad essere terra di conquista per i repubblicani. Dei quattro front-runner del GOP, il congressman John Boozman è il favorito; ma negli ultimi sondaggi anche Gilbert Baker, Kim Hendren e Curtis Coleman sono in vantaggio abbastanza comodamente nei confronti della Lincoln.
Il quarto stato “facile” per il GOP è il Delaware. Il trend elettorale dello stato che ha visto Hoover prevalere su Roosevelt nel 1932 e Dewey battere Truman nel 1948, negli ultimi decenni ha preso una piega estremamente favorevole al partito democratico. Ma questa tendenza rischia di capovolgersi a novembre, vista la decisione di Joseph “Beau” Biden (attorney general dello stato e primogenito del vicepresidente Biden) di non partecipare alla contesa del seggio lasciato libero dal padre (e occupato, nell’ultimo biennio, dal suo collaboratore Ted Kaufman). Il candidato repubblicano, con ogni probabilità, sarà Mike Castle, mentre i democratici dovranno “accontentarsi” del county executive di Wilmington, Chris Coons, che nei sondaggi accusa spesso svantaggi in doppia cifra.
INDIANA, PENNSYLVANIA, COLORADO E... ILLINOIS!
Dopo il ciclone-Massachusetts, i repubblicani hanno iniziato a guardare con interesse al seggio di Evan Bayh in Indiana, ma l’unico repubblicano in grado di impensierirlo seriamente sarebbe stato Mike Pence, attuale numero 3 del GOP alla Camera e astro nascente del movimento conservatore, o magari il segretario di stato Todd Rokita. Nessuno dei due, però, sembrava avere intenzione di correre. Almeno fino alla notizia del clamoroso ritiro di Bayh, che ha rimesso inaspettatamente in gioco l’Indiana, facendone una delle possibilità di pick up più appetitose per il partito repubblicano.
Secondo Scott Ellis è il quinto stato “più facile” per un pick up repubblicano. Per Nate Silver, una vittoria del GOP è addirittura più probabile che in Delaware. Mentre per Larry Sabato e Cook Report siamo ancora fermi a un toss-up. Stiamo parlando del seggio della Pennsylvania controllato da Arlen Specter (ex Rino: republican in name only) passato di recente nelle file democratiche. Specter, che ha indici di popolarità molto bassi, dovrà prima sbarazzarsi di Joe Sestak alle primarie democratiche del 18 maggio. Poi, in caso di vittoria, il suo avversario sarà Pat Toomey, presidente del think-tank liberista Club for Growth, una delle forze trainanti del movimento che ha dato vita ai Tea Party. Fino a qualche mese fa, la candidatura di Toomey era considerata troppo “estrema” per uno stato come la Pennsylvania. Ma ormai da qualche settimana il repubblicano è costantemente in testa nei sondaggi.
Uno degli stati vinti da Obama nel 2008, in cui il presidente sta incontrando maggiori difficoltà nei sondaggi (soprattutto tra gli elettori indipendenti) è senza dubbio il Colorado. E il suo job approval balbettante rischia di rimbalzare anche sulle elezioni di novembre, in cui sia l’incumbent democratico Michael Bennet che il suo sfidante alle primarie del 10 agosto, Andrew Romanoff, stentano nei confronti dei due front-runner repubblicani, Jane Norton e Ken Buck.
Incredibilmente, il “settimo indiziato” è proprio lo stato in cui Obama ha posato le fondamenta della sua straordinaria (finora) carriera politica: l’Illinois. In questo caso, complici le elezioni primarie estremamente anticipate, i candidati sono già sicuri: Alexi Giannoulias per i Dems e Mark Kirk per il GOP. I democratici partono dai 25 punti percentuali di vantaggio accumulati alle presidenziali del 2008, ma gli ultimi sondaggi regalano un quadro molto incerto della corsa, con Kirk e Giannoulias praticamente appaiati. Si tratta di un toss-up puro, almeno al momento. E in caso di vittoria repubblicana il GOP raggiungerebbe quota +8, portando gli equilibri al Senato sul 49 a 49 per i democratici (con due indipendenti, compreso il “mezzo-repubblicano” Joe Lieberman, che partecipano al caucus dei Dems). Pur stravincendo le elezioni, però, il GOP si fermerebbe a un passo dalla vetta.
LA VETTA DELLA MONTAGNA
Dopo l’Illinois, l’impresa dei repubblicani diventa – oggettivamente – quasi impossibile. Ad oggi, soltanto la California è vagamente competitiva: Barbara Boxer ha vinto il suo terzo mandato nel 2004 con un vantaggio del 20%, ma in questi giorni riesce raramente a superare il 50% nei sondaggi. Molto dipenderà dal candidato repubblicano di novembre. L’ex amministratore delegato di Hewlett-Packard, Carly Fiorina, non sembra uno sfidante irresistibile. Mentre il congressman “moderato” Tom Campbell, che ha recentemente annunciato la sua scelta di correre, potrebbe avere qualche chance in più. Sia Campbell che la Fiorina, comunque, hanno bisogno di un upset su scala nazionale simile a quello che ha travolto il Massachusetts (o il New Jersey qualche mese prima) per poter sperare in una vittoria.
Poi c’è un gruppetto di stati per ora non competitivi che potrebbero diventarlo con il candidato repubblicano “giusto”: New York, Washington e Wisconsin. Nello stato di New York, Rudy Giuliani e George Pataki potrebbero provocare più di un grattacapo a Kirsten Gillinbrand, soprattutto vista la scarsa performance del governatore David Patterson e del suo predecessore Eliot Spitzer. Giuliani, però, ha già deciso di non partecipare. E per Pataki ormai non c’è più molto tempo. Stessa situazione nello stato di Washington, dove il candidato ideale del GOP sarebbe Dino Rossi (sconfitto nella corsa a governatore da Christine Gregoire nel 2004 dopo un contestatissimo recount), che però resta ancora “alla finestra”. Infine il Wisconsin, dove il democratico Russ Feingold è praticamente invulnerabile contro qualsiasi candidato repubblicano, con la notevole eccezione dell’ex governatore Tommy Thompson, la cui candidatura sembra però improbabile, almeno al momento.
LA ROAD-MAP PER IL MIRACOLO
Ecco, dunque, la difficile road-map dei repubblicani per la conquista del Senato:
1) Proteggere i quattro stati controllati dal GOP in cui il partito è più vulnerabile: Kentucky, New Hampshire, Missouri e Ohio (soprattutto gli ultimi due);
2) Sbrigare in fretta la pratica degli stati “facili” (North Dakota, Nevada, Arkansas, Delaware);
3) Provare l’impresa negli stati “difficili” (Pennsylvania, Colorado e Illinois);
4) Trovare i candidati giusti e sperare nel miracolo in almeno tre degli stati “quasi impossibili” (California, New York, Washington e Wisconsin).
Si tratta di una strada estremamente difficile da percorrere, ma che somiglia in maniera impressionante a quella del 1994, quando i repubblicani – guidati da Newt Gingrich e galvanizzati dal Contract with America – riuscirono a conquistare 54 seggi democratici alla Camera e 8 al Senato, ottenendo il controllo totale del Congresso per la prima volta dal 1954. Le similitudini con l’anno della “Republican Revolution” non sono poche: un presidente eletto con fortissime aspettative (anche grazie alle divisioni in campo conservatore) ma con un indice di gradimento in forte ribasso; un Congresso democratico percepito dagli elettori come molto spostato su posizioni progressive; un tentativo di riforma sanitaria condotto con metodi discutibili; una forte spinta riformatrice in ampi settori della società, con un flusso costante di “indipendenti” da sinistra verso destra; numeri traballanti in molti fondamentali dell’economia. Da qui a novembre, questo scenario potrebbe cambiare anche radicalmente. Ma se così non fosse, l’America potrebbe essere pronta per una nuova Rivoluzione.
lunedì 15 febbraio 2010
Quando la nave affonda...
venerdì 12 febbraio 2010
The Old Dumb Lady
Il job approval del presidente precipita al 46% anche nel sondaggio condotto dagli organi ufficiali dei pasdaran obamisti, CBS News e New York Times. Mentre CBS News, nel presentare i risultati del sondaggio, non trova di meglio che dare la colpa all'economia ("Economy Brings Down Obama's Job Approval Rating"), il New York Times tenta un'operazione così squallida da risultare quasi eroica e decide di mettere il titolo "Poll Finds Edge for Obama Over G.O.P." ("sondaggio scopre vantaggio di Obama nei confronti del GOP") all'articolo che certifica il punto più basso raggiunto da Obama dall'inizio del suo mandato. Cosa dovrà inventarsi la Old Gray Lady quando The One inizierà a scivolare verso i 30s?
martedì 9 febbraio 2010
L'onere della prova
Sondaggio nazionale [2-7 febbraio]
Pdl e Lega Nord in ottima forma, Udc e Pd in leggera flessione: sono questi i risultati dell'ultimo osservatorio politico di Spincon per Notapolitica. Secondo il sondaggio effettuato tra il 2 e il 7 Febbraio, il Popolo della Libertà ottiene il 38,1% dei voti (+o,4% rispetto all'ultima rilevazione) mentre la Lega Nord guadagna addirittura 1,6 punti percentuali, superando di slancio la soglia del 10% e attestandosi a quota 11,2 con un risultato davvero sorprendente in Veneto dove diventa seppur di poco il primo partito.
Soffrono sia il Pd che si ferma al 27,7% (-0,3%) che l'Udc che perde 0,8 punti rispetto all'ultimo osservatorio Spincon e scende al 6,7%. Crolla l'Alleanza per l'Italia di Rutelli che vede dimezzarsi i suoi possibili elettori e non riesce ad andare oltre l'1,1%.
Sostanzialmente stabili tutti gli altri con La Destra all'1,6%, l'Mpa all'1,2%, Sinistra e Libertà all'1,7% e Comunisti all'1,5%. Bene i Radicali che, trainati dall'effetto Bonino, si riavvicinano al 2%, guadagnando quasi mezzo punto rispetto all'ultimo sondaggio.









