lunedì 12 ottobre 2009

Tutto quello che (non) volevate sapere su Ted Kennedy. E che nessuno, naturalmente, si è mai sognato di raccontarvi

[Per il prossimo numero del bimestrale CON]

Dallo scorso 25 agosto, giorno in cui è scomparso Edward Moore Kennedy (detto “Ted”), sul più giovane dei figli di Joseph P. Kennedy Sr. e Rose Fitzgerald sono stati spesi fiumi d’inchiostro, anche in Italia. Molto, per esempio, si è raccontato della sua straordinaria carriera al Senato, che ha attraversato più di quattro decenni di storia politica americana. È stato spiegato, a ragione, che grazie a Ted Kennedy sono stati approvati centinaia di “pezzi” di legislazione federale statunitense, tra cui norme fondamentali nel campo dei diritti civili. In molti hanno ricordato l’aumento del “salario minimo” nel 1981, o la riduzione dell’età minima per votare (da 21 a 18 anni), ma i suoi successi parlamentari sono stati numerosissimi. E molti di essi sono arrivati grazie al paziente lavoro di ricerca del compromesso in cui Kennedy era maestro, capace com’era di lavorare sui fatti concreti con i congressmen
di ogni estrazione politica (persino con i più conservatori, come il suo grande amico dello Utah, Orrin Hatch) pur senza rinunciare al proprio, particolarissimo, posizionamento ideologico-culturale, nettamente spostato a sinistra per gli standard a stelle e strisce. Il tutto, in un’era dominata dai conservatori (Richard Nixon, Ronald Reagan, George W. Bush) e dai moderati (George H.W. Bush, Bill Clinton). Basterebbe questo, probabilmente, a farne un personaggio eccezionale.

Moltissimo, poi, e anche in questo caso a ragione, è stato scritto sulle terribili prove personali che il Liberal Lion del Senato Usa è stato costretto ad affrontare durante la sua vita. Soltanto tra gli otto e i sedici anni, Ted Kennedy ha dovuto assistere alla lobotomia (fallita) della sorella Rosemary, alla morte in guerra del fratello Joseph P. Kennedy Jr. e alla morte in un incidente aereo della sorella Kathleen Agnes. Poi, come in un brutto film girato da un regista perverso: gli omicidi dei fratelli John e Robert, che hanno sconvolto l’America e dato il via alla “maledizione dei Kennedy”; l’aborto spontaneo della moglie Joan; la morte sfiorata nell’incidente aereo del 1964 in cui perse la vista il suo assistente; la lunga malattia del figlio Ted Jr. (a cui venne, dodicenne, amputata una gamba). Senza contare le decine di figli dei fratelli morti, dei quali era diventato il padre “di fatto”, che vide rovinarsi inesorabilmente la vita per colpa delle droghe, dell’alcool, della dissolutezza o, più semplicemente, dell’incoscienza.

Di tutto questo, nelle settimane successive alla morte di Ted Kennedy, sono state riempite le pagine dei giornali, le onde dell’etere televisivo e radiofonico, i sottilissimi filamenti di fibra ottica che compongono la spina dorsale di Internet. C’è dell’altro, però. Ed è proprio su questo altro che i media, soprattutto italiani ed europei, hanno steso un velo di omertoso silenzio. Un silenzio tanto assordante da non poter essere giustificato con il comprensibile e dovuto rispetto nei confronti dell’evento luttuoso. Proviamo, allora, a cercare di capire cosa è stato deliberatamente tenuto nascosto, concentrandoci su quattro frammenti della sua vita, senza i quali cercare di comprendere Ted Kennedy sarebbe come provare a capire suo fratello John dimenticandosi di Marilyn Monroe e del daiquiri.

Gli studi, la Corea (in Francia) e la prima volta al Senato

Mediocre studente alla Milton Academy (la media della sufficienza, niente di più), Ted Kennedy viene ammesso all’università di Harvard per meriti dinastici, visto che il padre e tutti i suoi fratelli hanno studiato nella reginetta dell’Ivy League. Durante i travagliati studi universitari, il giovane Ted viene espulso due volte. Dopo la prima - per aver mandato un amico, evidentemente più preparato di lui, a sostenere l’esame scritto di spagnolo – viene riammesso dopo una lunga telefonata del padre. Dopo la seconda, è costretto a un paio d’anni d’esilio nell’esercito, ma è sempre il padre a evitargli la partenza per la Corea, destinandolo a una località più consona al suo lignaggio: Parigi. Ted non va oltre il grado di soldato semplice, poi torna ad Harvard, dove ottiene un diploma di laurea rubacchiato e si iscrive alla facoltà di legge della University of Virginia. L’unica attività per cui si segnala nell’ateneo fondato da Thomas Jefferson a Charlottesville è la guida veloce, grazie alla quale diventa un “sorvegliato speciale” della polizia del luogo. Una volta viene fermato per aver guidato a 90 miglia all’ora (più di 140 km/h), di notte e a fari spenti, in un centro residenziale. Naturalmente la patente non gli viene ritirata. Nel 1959 passa gli esami di abilitazione all’avvocatura e due anni più tardi diventa assistente del District Attorney della contea di Suffolk, in Massachusetts.

Con precedenti così travagliati e un curriculum accademico che non va oltre qualche discreta partita di football, anche per un Kennedy sarebbe naturale attendersi qualche anno di gavetta, prima dell’esordio nel mondo politico della Beltway washingtoniana. E quando il fratello John vince le presidenziali del 1960, sia lui che Robert si oppongono all’ipotesi di affidare il seggio senatoriale vacante del Massachusetts a Ted, giudicandolo “troppo immaturo”. Neppure Jack e Bob, però, possono fare niente di fronte all’irrevocabile decisione del patriarca Joe, che “costringe” il governatore dello stato, Foster Furcolo, a nominare l’amico di famiglia dei Kennedy, Benjamin A. Smith, giusto il tempo necessario per permettere a Ted di compiere 30 anni. Nel 1962, raggiunta l’età minima per correre, Ted si presenta di fronte all’elettorato per conquistare il seggio che era stato di JFK. Durante le primarie democratiche, il suo avversario Eddie McCormack non riesce a trattenersi : “Se il suo nome fosse Edward Moore invece di Edward Moore Kennedy, la sua candidatura sarebbe una buffonata”. Il professor Mark DeWolfe Howe, suo professore ad Harvard (e consigliere politico di JFK) dichiara che la scelta è “ridicola e offensiva”. Ma si tratta di una “offesa” particolarmente efficace, perché Kennedy vince le primarie, vince le elezioni (contro il repubblicano George Cabot Lodge II) e sarà rieletto altre sette volte consecutivamente. Potenza di un cognome.

Chappaquiddick, Edgartown, Massachusetts

Nella notte del 18 luglio 1969, Ted Kennedy partecipa a un party piuttosto particolare al Lawrence Cottage sull’isola di Chappaquiddick, a poche miglia da Martha’s Vineyard. Presenti alla festa, oltre a Ted, altri cinque uomini e sei ragazze, le cosiddette “Boiler Room Girls”, i membri femminili dello staff per la campagna presidenziale del 1968 di Robert F. Kennedy. Verso mezzanotte, Ted (già sposato da undici anni) si allontana per riaccompagnare una delle ragazze – la ventottenne Mary Jo Kopechne – nella sua stanza d’albergo a Edgartown. Ma la sorte (e non solo la sorte) è in agguato. Kennedy sbaglia direzione, imbocca una strada sterrata e male illuminata che finisce con un pontile d’attracco per i traghetti (il Dike Bridge). Ted non si accorge di niente, almeno fino a quando la sua auto, una Oldsmobile Delmont 88, precipita in acqua. Il senatore riesce ad uscire facilmente dalla vettura, ma invece di tentare con ogni mezzo di salvare Mary Jo, pensa bene di tornarsene a piedi al Lawrence Cottage, bere un paio di cocktail, avvertire il suo avvocato e andare a nanna. Mary Jo muore d’asfissia dopo qualche ora di terrore. “Non è affogata – dice l’uomo che recupera il cadavere dalla Oldsmobile – è morta asfissiata dopo almeno 3 o 4 ore. Avrei potuto tirarla fuori dalla macchina in una ventina di minuti, se mi avessero chiamato prima. Ma non ha chiamato nessuno”.

Ancora oggi, molti aspetti nella dinamica dell’incidente sono oscuri. Kennedy dice di essersi immerso in acqua (“sei o sette volte”) per cercare di recuperare la Kopechne, prima di tornare alla festa come se niente fosse. Ma nella strada che va dal Dike Bridge al Lawrence Cottage ci sono almeno quattro case da cui Ted avrebbe potuto telefonare per chiedere aiuto. Un aiuto che, con ogni probabilità, avrebbe salvato la vita di Mary Jo. Una di queste case, come testimoniano i suoi inquilini, quella notte ha le luci esterne accese.

Malgrado i numerosi tentativi di cover-up della famiglia Kennedy, nel gennaio del 1970 al tribunale di Edgartown il giudice James A. Boyle firma le conclusioni dell’inchiesta ufficiale (un fascicolo di 763 pagine che chiunque, oggi, può consultare negli archivi online dell’Fbi). Secondo il giudice, Ted guidava troppo velocemente (in maniera “negligente e temeraria”) e proprio la sua condotta al volante “ha contribuito alla morte di Mary Jo Kopechne”. Naturalmente, Ted non viene neppure processato. E la famiglia Kopechne viene messa a tacere con qualche decina di migliaia di dollari.

Il Chappaquiddick Incident spegne sul nascere le velleità presidenziali di Ted, proprio mentre la grande maggioranza dei cittadini americani è convinta che possa essere il candidato democratico destinato a sfidare Richard Nixon nel 1972. Ma nella People’s Republic of Massachusetts la sua carriera politica non viene mai messa seriamente in discussione: a novembre viene rieletto al Senato con il 62% dei voti. Questa volta però, la patente di guida gli viene sospesa per sei mesi.

Back in USSR, 1983

È 14 maggio del 1983, siamo al culmine della Guerra Fredda, nei mesi in cui i rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica sono più tesi e difficili. Il capo del KGB, Viktor Chebrikov, scrive un messaggio riservato (e segretissimo) al segretario generale del Partito comunista, Yuri Andropov. Secondo Chebrikov, un ex senatore democratico della California, John Tuney, amico di vecchia data e compagno d’università di Ted Kennedy, gli ha chiesto di mandare un segnale alla leadership sovietica. Anzi, qualcosa di più che un segnale. Kennedy, dice Tuney, è molto preoccupato per il deteriorarsi delle relazioni tra Usa e Urss, che lui crede siano pericolosamente vicine ad una confrontation nucleare. E il buon Ted è convinto che la causa primaria di questa situazione sia il presidente americano, Ronald Reagan. Al contrario, Kennedy si dice “favorevolmente impressionato” da Andropov (lo stesso simpatico personaggio che stroncò nel sangue la rivolta di Budapest nel 1956). Il senatore del Massachusetts – sostiene Tuney e Chebrikov non fatica a credergli – è disposto a fare qualsiasi cosa per fermare le “aggressive politiche” di Reagan (dai Pershing II e i Cruise in Europa alla Strategic Defense Initiative) e impedire che il leader repubblicano venga rieletto nel 1984.

Niente di particolarmente impressionante, tutto sommato, visto che qualche mese più tardi (marzo 1984) - in un’intervista a Rolling Stone – Kennedy avrebbe descritto la politica estera di Reagan come una “fuorviante tattica basata sulla paura anticomunista e su un incosciente macchinazione in stile Guerre Stellari”. Più preoccupante è che un senatore degli Stati Uniti si spinga fino a dare consigli di public relations al leader di una nazione nemica. Il problema, infatti, secondo Ted è soprattutto di marketing politico: i sovietici hanno difficoltà di comunicazione con l’opinione pubblica americana ma questo potrebbe essere risolto – dice Kennedy-via-Tuney – “se solo fossero in grado superare la cortina di fumo reaganiana e far conoscere direttamente al popolo statunitense le loro pacifiche intenzioni…”.

Ecco il piano, dunque: “agganciare” (“hook up”, in inglese, rende molto meglio l’idea) Andropov e qualche altro apparatchik sovietico con i media americani, attraverso i quali poter presentare il loro messaggio di pace universale. Nel documento – declassificato dopo l’apertura degli archivi del KGB voluta da Boris Eltsin nel 1991 – vengono fatti i nomi di Walter Cronkite e Barbara Walters. In più, Kennedy si offre di volare a Mosca per incontrare personalmente Andropov.

La generosa offerta del senatore non ha poi alcun seguito pratico, perché Andropov si ammala (sarebbe morto all’inizio del 1984) e perché la corsa verso la rielezione di Reagan acquista un’inerzia tale che per fermarla non sarebbe bastato tutto l’arsenale nucleare sovietico e tutti i network televisivi liberal (e i secondi, per la verità, saranno effettivamente utilizzati). Ma la cosa sconvolgente è che nel febbraio del 1992, grazie al ricercatore inglese Tim Sebastian, il documento era già stato scovato negli archivi sovietici e l’incredibile storia pubblicata sul quotidiano The Times. Ma tutto era finito così, nel colpevole silenzio dei media americani e nell’ignavia di quelli internazionali. Anche nel 2006, quando lo storico statunitense Paul Kengor si imbatte nuovamente nel documento (durante la scrittura del libro The Crusader: Ronald Reagan and the Fall of Communism”) e cerca diffonderne l’esistenza sui media tradizionali, lo storia viene totalmente ignorata, ad eccezione che nel talk-show radiofonico di Rush Limbaugh. Soltanto Ted Kennedy sarebbe potuto uscire “illeso” da uno scandalo di questa portata.

Robert Bork. Ovvero, quando la politica americana perse l’anima

Qualcuno si stupisce del livello di violenza verbale e di attacchi personali a cui è arrivato, negli ultimi anni, il dibattito politico statunitense. Secondo Jonah Goldberg della National Review (e la sua non è certo un’opinione isolata), “l’inizio della fine” corrisponde a una data ben precisa. E’ il 1° luglio del 1987: il presidente Reagan sceglie il giudice Robert Bork per sostituire Lewis Powell alla Corte Suprema. Powell è un “moderato”, mentre Bork – da molti considerato dei più grandi giuristi della nostra epoca – ha il terribile difetto di essere un “originalist” (come Antonin Scalia e Clarence Thomas): è convinto, cioè, che la Costituzione vada interpretata per quello che c’è scritto e non per quello che i giudici “progressisti” vorrebbero ci fosse scritto. Warren Earl Burger, che della Corte Suprema è stato Chief Justice per quasi vent’anni, parla di Bork come “il candidato più qualificato che abbia mai visto nella mia intera vita professionale”. E, come ricorda Goldberg, in questo periodo di tempo sono comprese le carriere di “pesi massimi” come Benjamin Cardozo, Hugo Black e Felix Frankfurter.

Ma questo, ai democratici, interessa poco. Spaventati dalla prospettiva di una Corte Suprema troppo spostata “a destra”, stanno preparando la controffensiva contro Bork da settimane e, appena 45 minuti dopo l’ufficializzazione della scelta di Reagan, Ted Kennedy si presenta di fronte alle telecamere di tutti i network nazionali (gli stessi a cui aveva sperato di presentare il programma progressista di Andropov) per pronunciare uno dei più brutali e incivili discorsi “politici” mai pronunciati da un senatore degli Stati Uniti d’America.

“L’America di Robert Bork è una terra in cui le donne sarebbero costrette ad abortire nei vicoli, i neri tornerebbero a essere segregati nei ristoranti, irromperebbe nelle case dei cittadini con raid notturni, agli scolari non verrebbe insegnato l’evoluzionismo, gli artisti e gli scrittori sarebbero censurati a piacimento del governo… Nessuna giustizia sarebbe meglio di questa ingiustizia”. Il “discorso”, trasmesso simultaneamente in tutte le case degli americani, provoca uno shock terrificante in tutti gli Stati Uniti. E il fatto che la sua attinenza con la realtà sia del tutto inconsistente, non basta a salvare la candidatura di Bork, la cui fine arriva qualche giorno più tardi, grazie anche alla reazione debole e tardiva dell’amministrazione Reagan.

“Bork” diventa, nel gergo politico, un sinonimo di “fare fuori qualcuno senza pietà”. Ed è proprio Ted Kennedy, l’osannato e compassionevole Liberal Lion della politica americana, ad aver dato il via a quest’epoca di degrado costante nel tono del dibattito politico. Ethal Bronner, autore di “Battle for Justice: How the Bork Nomination Shook America”, ricorda la reazione di un’incredula Peggy Noonan (allora speechwriter di Reagan e oggi editorialista del Wall Street Journal) al discorso di Kennedy: “È stata un’esibizione grottesca, ma ha funzionato. La prossima volta, la destra risponderà allo stesso modo, pareggiando nei toni e pareggiando negli attacchi”. E così è stato, in un crescendo di fango e di character assassination.

Questo, anche questo, è stato Ted Kennedy. Così, la prossima volta che qualcuno vi narrerà le gesta leggendarie del senatore del Massachusetts e dei grandi cavalieri senza macchia e senza paura che hanno dato vita all’American Camelot, provate a ricordarvi anche di Robert Bork e Mary Jo Kopechne.

venerdì 9 ottobre 2009

Obafat!





























Yasser Arafat, Kofi Annan, Jimmy Carter, Al Gore, Mohammed el-Baradei, Rigoberta Menchu... Barack Hussein Obama.

UPDATE. This is completely bizarre. President Barack Obama has just won the Nobel Peace Prize. It is unclear why. For making peace, of a kind, with Hillary Clinton? For giving up the missile shield and cheering up the Iranians? For preparing a surge of troops and weaponry in Afghanistan? Of course, traditionally it has been standard procedure that winners of the prize do their peacemaking first and are only given the prize after they have achieved something. But this innovation sweeps aside such old-fashioned notions of reward following effort. Think about it, it’s so post-modern: a leader can now win the peace prize for saying that he hopes to bring about peace at some point in the future. He doesn’t actually have to do it, he just has to have aspirations. Brilliant. (Iain Martin, Wall Street Journal)

giovedì 8 ottobre 2009

Fat is Cool

Mentre il governatore uscente del New Jersey, Jon Corzine, attacca il suo rivale repubblicano Chris Christie perché... è grasso, un'altro Grasso (Aldo) scrive sul Corriere della Sera una delle stroncature più spietate - e azzeccate - della storia della critica televisiva. Grasso è bello!

“Parla con me” di Serena Dandini è inguardabile: un’esibizione di infantilismo politico, di snobismo d’accat­to, di nostalgia dell’egemonia culturale, di narcisismo ai li­miti delle chirurgia estetica, di banalità colte, di umorismo di quart’ordine, di supponenza, tanta supponenza (...) ma per­ché il Servizio pubblico deve fi­nanziare la Dandini e i suoi die­ci autori? Perché?

Ready for (Real) Change















David Cameron alla Convention di Manchester: il liveblogging su Freedomland.

mercoledì 7 ottobre 2009

The Right’s best community organizer

«Al Saturday Night Live hanno preso in giro il presidente Barack Obama per non essere ancora riuscito a concludere nulla. Si tratta di una critica ingiusta, perché in realtà Obama ha fatto moltissimo. In nove mesi ha resuscitato il partito repubblicano, eccitato i pro-lifers, distrutto la reputazione della regulation, rafforzato i valori tradizionali, aumentato la voglia di maggiori restrizioni all'immigrazione e spinto gli elettori indipendenti verso destra (...) Forse non era proprio quello che aveva in mente, quando lasciava intendere che avrebbe voluto essere un nuovo Reagan. Ma, per ora, e proprio lui il miglior community organizer della Destra».

«A buzz-generating Saturday Night Live skit mocked Pres. Barack Obama for not yet having accomplished anything. Not fair. Obama has been on a roll. In nine months, he has breathed life into the Republican party, boosted pro-lifers, tarnished the reputation of regulation, bolstered traditional values, increased the public’s desire for immigration restriction, and shifted independent voters rightward. (...) When Obama suggested he wanted to be another Reagan, surely this wasn’t what he had in mind. But for now, he’s the Right’s best community organizer».

Rich Lowry, in splendida forma, sulla National Review

martedì 6 ottobre 2009

L'autunno caldo di Obama

Gli analisti politici statunitensi, ormai da qualche settimana, si esercitano nel prefigurare ipotesi di sconfitta (più o meno) catastrofica per il partito democratico alle elezioni di mid-term nel 2010. Complice la progressiva perdita di popolarità del presidente Obama, almeno secondo i sondaggi, qualcuno si azzarda addirittura a paragonare il prossimo ciclo elettorale con quello – sempre di mid-term – del 1994, che portò i repubblicani, guidati da Newt Gingrich e spinti dal Contract with America, alla maggioranza in entrambi i rami del Congresso. Costringendo, inoltre, il presidente Clinton a quella “svolta centrista” che avrebbe caratterizzato i rimanenti tre quarti del suo doppio mandato. Il novembre 2010, però, è francamente ancora troppo lontano per esercitarsi in previsioni così estreme. Anche perché c’è un altro novembre, quello del 2009, che potrebbe riservare a Obama – e ai democratici – qualche sgradevole sorpresa anticipata.

(Larry Silverbud, segue su L'Occidentale)

giovedì 1 ottobre 2009

Keystone's Milestone

Nuovo sondaggio di Quinnipiac University sulla corsa per il seggio senatoriale della Pennsylvania in palio nel novembre 2010. Secondo Quinnipiac, ad aprile il neo-democratico (ed ex-Rino) Arlen Specter aveva 20 punti percentuali di vantaggio sul repubblicano (ed ex-presidente del Club for Growth) Pat Toomey. Oggi, in vantaggio (anche se per un solo punto) sarebbe invece Tooney. E il job approval di Obama nello stato, per la prima volta, è sceso sotto il 50%.

Welcome Maggie!

La cicogna ha portato una sorpresa a JCF ed Elisa. Un abbraccio fortissimo a entrambi :)

mercoledì 30 settembre 2009

Red Virginia?



Dopo qualche segnale preoccupante da Rasmussen (+2), Washington Post (+4) e InsiderAdvantage (+4), dall'ultimo sondaggio SurveyUsa sulla Virginia arrivano nuovamente segnali incoraggianti per il candidato repubblicano, Bob McDonnell, che avrebbe (nonostante qualche perplessità sugli internals) un solido vantaggio di 14 punti percentuali (55%-41%) nei confronti del democratico Creigh Deeds. Survey Usa a parte, comunque, è interessante notare come negli ultimi tre mesi Deeds - malgrado la flessione di McDonnell - non sia mai andato oltre il 44% (con l'isolata eccezione del Washington Post, che naturalmente si è distinto per una violenta e sgangherata campagna anti-McDonnell), scivolando spesso sotto la soglia del 40%. Una performance davvero pessima per un incumbent “di fatto”.

Nota. Aneddoto interessante: nella sua carriera politica Creigh Deeds ha partecipato a 11 tornate elettorale, perdendo una sola volta (nella corsa per attorney general del 2005). Quella volta, a sconfiggerlo (per soli 323 voti) fu un tale Bob McDonnell.

UPDATE. È uscito oggi il nuovo sondaggio di Rasmussen Reports sulla Virginia (che stranamente ancora non è compreso nel grafico di Pollster.com): McDonnell è passato dal +2% (48-46) di metà settembre al più rassicurante +9% (51-42) di oggi.

giovedì 24 settembre 2009

«Post-American Speech»

Il commento più azzeccato sul discorso di Barack H. Obama all'assemblea delle Nazioni Unite l'ha fatto John Bolton (ex ambasciatore Usa all'Onu), in una dichiarazione rilasciata a Robert Costa della National Review. «È stato - dice Bolton - il primo discorso post-americano del primo presidente post-americano». A qualcuno, a molti forse, tutto questo farà piacere. Noi continuiamo a preferire l'America. Sullo stesso argomento, da leggere anche Michael Barone sul Washington Examiner.

lunedì 21 settembre 2009

La frase del giorno

Trovo che operazioni editoriali come quella dell'ex speechwriter di Bush, Matt Latimer, siano un misto di cattivo gusto e “alto tradimento”. Ma questo non toglie che una delle frasi attribuite all'ex presidente (se vera) possa essere consegnata agli annali del politicamente scorretto e portata ad eterno esempio del George W. Bush che abbiamo amato.

Parlando di Jimmy Carter: «If I'm ever eighty-two years old and acting like that have someone put me away» (Traduzione libera: «Se a 82 anni sarò così, chiamate qualcuno per farmi fuori»).

giovedì 17 settembre 2009

The Tide has Turned

Eletto sull'onda della crisi finanziaria con aspettative altissime per la gestione dell'economia, il presidente Obama - secondo l'ultimo sondaggio di Gallup - ottiene gli indici di gradimento più alti per l'Iraq (56%) e i più bassi proprio per l'economia (46%), la sanità (43%) e il deficit (38%). Intanto, per Rasmussen Reports, il “rimbalzino” post-discorso-al-Congresso si è già esaurito. E Obama è tornato al -8% nel Presidential Approval Index e al 47% nel Job Approval.

martedì 15 settembre 2009

Questa pazza pazza America

I casi sono due: o l’America è impazzita o il “primo emendamento” della sua Costituzione (quello sulla libertà di parola) sta conoscendo un momento di assoluto splendore. Qualunque sia l’interpretazione che si voglia dare al fenomeno, non c’è dubbio che negli States qualcosa stia accadendo. Pensiamo soltanto alla cronaca degli ultimi giorni. Il congressman repubblicano della South Carolina, Joe Wilson, durante il discorso del presidente al Congresso sulla riforma sanitaria, si permette di urlare quello che molti cittadini statunitensi (più della metà, secondo i sondaggi) pensano, ma che nessuno aveva ancora avuto il coraggio di sussurrare in pubblico: «Obama è un bugiardo!».

Apriti cielo. I democratici si scandalizzano (dimenticandosi che Bush=Liar era il meme più affettuoso utilizzato dall’opposizione nei confronti del presidente uscente) e si appellano al rispetto dell’etichetta parlamentare. Intanto Wilson conosce il suo “quarto d’ora di celebrità”, migliaia di t-shirt in suo onore (I’m with Joe Wilson!) vengono stampate e vendute da costa a costa. E soprattutto centinaia di migliaia di dollari piovono nelle casse del suo war-chest elettorale per il 2010, ma anche in quello del suo rivale democratico. Il (maleducato) battito d’ali di farfalla a Capitol Hill rischia di provocare un terremoto a Columbia (capitale della South Carolina e città principale del 2° distretto della Camera, collegio in cui è stato eletto Wilson).

Ma non basta. Pochi giorni dopo, nel momento cruciale della semifinale femminile degli US Open di tennis, la “schiacciasassi” (o almeno, “schiacciaPennetta”) Serena Williams minaccia di morte una giudice di linea che le ha contestato un “fallo di piede” durante un match-point dell’avversaria. Anzi, come ha giustamente sottolineato Serena all’arbitro cercando di giustificarsi, non si tratta di una vera e propria minaccia di morte, perché - con il copioso condimento di una decina di “fucking” - la tennista avverte la giudice che «rimpiangerà di non essere morta». A completare il quadro splatter, la minaccia - questà sì - di far ingoiare un paio di palle da tennis alla malcapitata.

L’outburst di maleducazione che ha fatto più discutere gli americani negli ultimi giorni, però, è stata senz’altro la sceneggiata del rapper Kanye West agli Mtv Video Music Awards di domenica scorsa. In finale per il miglior video “femminile” ci sono Beyonce (moglie dell’altro rapper Jay-Z, grande amico di West) e la giovanissima Taylor Swift (cantautrice pop-country della Pennsylvania). Vince la seconda.

Il buon Kanye, visibilmente alticcio (lo hanno visto passeggiare per il red carpet con una bottiglia di bourbon mezza vuota) non accetta con sportività la sconfitta di Beyonce. E decide di farlo sapere a tutti, in diretta televisiva, salendo sul palco durante il tradizionale discorso di ringraziamento della Swift, strappandole di mano il microfono e biascicando tutto il suo disappunto per la decisione della giuria. Sguardi imbarazzati tra gli organizzatori, una marea di “boo” dalla platea e rapido segmento pubblicitario mandato in onda da Mtv per togliersi dall’impaccio mentre West viene trascinato via dalla sicurezza.

Ri-apriti cielo. Taylor Swift viene vista piangere in camerino, distrutta dall’episodio (il più bel giorno della vita di una diciannovenne rovinato da un ubriacone), mentre gli Stati Uniti si sollevano - come un sol’uomo - contro la maleducazione di West, che viene costretto a scusarsi per l’accaduto sul suo blog, a furor di popolo. Il rapper scrive di essere «sooooo sorry» (con cinque “o”) per aver rovinato la festa di Taylor e chiede scusa a lei, ma anche ai suoi “fans” e ai suoi «amici di Mtv».

L’episodio, anzi il trittico di episodi, potrebbe finire qui. Per essere archiviato come una serie di spiacevoli “mattane” di fine estate accadute in un Paese grande anche nei suoi eccessi (e nel rilievo mediatico che viene attribuito ai suoi eccessi). Se non fosse che, proprio ieri, il caso Swift-West ha avuto una coda presidenziale.

Registrando un’intervista per il canale televisivo Cnbc, Barack Obama si è lasciato scappare un commento - rigorosamente off-the-record - sullo “scandalo Mtv”, definendo Kanye West un «jackass» (qualcosa di un po’ più volgare di «coglione»). Immediatamente, il giornalista di Abc News Terry Moran, probabilmente con un telefono cellulare, ha riportato il commento sulla sua pagina di Twitter (che conta oltre un milione di iscritti), gettando nel panico la “twittersphere”, la “blogosfera” e qualsiasi altra sfera vi possa venire in mente.

Ri-ri-apriti cielo. Il post, nel giro di pochi minuti, è stato rimosso dalla pagina di Moran. Ma ormai il danno era fatto, scatenando una discussione infinita sul web (che sta proseguendo anche mentre vengono scritte queste righe) e costringendo Abc a un comunicato ufficiale di scuse: «Un impiegato di Abc ha frettolosamente “tweettato” uno stralcio di un commento del presidente che si è poi rivelato appartenere ad una porzione off-the-record dell’intervista. Il tutto è avvenuto prima che il nostro processo editoriale potesse essere completato. Ci scusiamo con la Casa Bianca e con Cnbc e abbiamo compiuto i passi necessari per assicurarci che un episodio del genere non si verifichi più».

È davvero pazza quest’America. Quando Wilson ha dato del bugiardo a Obama, i repubblicani ne hanno fatto un eroe e i democratici un demonio. Quando West e la Williams hanno dato fuori di testa, la stragrande maggioranza del Paese li ha attaccati, ma qualcuno è arrivato a ipotizzare un “complotto razzista” nei loro confronti. Adesso che il presidente interpreta (una volta tanto) lo “spirito della nazione”, dimostrando di saper riconoscere un “jackass” quando lo vede, la Abc si scusa al posto suo e cerca di nascondere la notizia. Il primo emendamento è uguale per tutti. Ma c’è sempre qualcuno più uguale degli altri.

(domani in edicola su Liberal quotidiano)

venerdì 11 settembre 2009

9/11

«Present!»

President Obama's address last night was little more than a campaign speech with the Congress as the set piece. Evaluated from that perspective, it was a success. But from the perspective of finding a policy solution - i.e. actual governance - it contributed nothing to health care reform. The President had to give yesterday's speech for a simple, straightforward reason: his party is divided on a few key issues, above all the public option. This is what forced the delay through August, at which point the opposition was able to seize the microphone from government leaders and drive their poll numbers down. To ameliorate this dilemma, the President chose to give last night's speech. In it, he:

(1) Focused on items that unite the Democrats.
(2) Blasted Republicans while praising bipartisanship.
(3) Indulged in rhetorical flights of fancy that have become his stock in trade.
Jay Cost, Real Clear Politics

giovedì 10 settembre 2009

Parole sante

«Quante volte si è riunito l’organismo di vertice del Pdl? Quante volte la direzione? Non mi risulta si sia mai riunita. Quando chiedo più confronto, più dibattito, più democrazia interna lo dico perché sono convinto che questo non è lesa maestà, questo non mina la leadership, ma la rafforza, la mette al confronto con il corpo vivo del partito». Gianfranco Fini, 10 settembre 2009, Gubbio.

Parole sante, quelle del presidente della Camera. Poi, magari, un giorno ci spiegherà quale fosse il grado di “democrazia interna” in Alleanza Nazionale prima del suo scioglimento nel Pdl.

martedì 8 settembre 2009

Notapolitica.it

Negli ultimi giorni abbiamo avuto problemi con il server di Notapolitica.it (hard disk bruciato, raid capriccioso...). Adesso è tutto a posto: appuntamento a domani mattina con il primo aggiornamento della rassegna stampa italiana ed estera.

Why?

Perché la stampa americana (per non parlare di quella nostrana) ha ignorato lo scandalo Van Jones? Byron York, sul Washington Examiner.

venerdì 4 settembre 2009

Obama's Truthers

Van Jones, consigliere speciale per i green jobs dell'amministrazione Obama, si è scusato per essere stato scoperto tra i firmatari (era il 46°) di una petizione in cui si sosteneva che George W. Bush aveva organizzato 9/11 come pretesto per invadere l'Afghanistan e l'Iraq. Che un blogswarm possa seppellirlo, tra le risate generali.

Round-Up. Gateway Pundit, The Jawa Report, National Review Online, Green Sheet, Stop The ACLU, Hot Air, TBogg, Political Punch, NewsReal Blog, Scared Monkeys, Power Line, The TrogloPundit, Michelle Malkin, The Corner, The Foundry, Don Surber, Washington Times, QandO, Blue Crab Boulevard, Commentary, Another Black Conservative, Scared Monkeys, Jules Crittenden, Wizbang, The Sundries Shack, Stop The ACLU, Hot Air

Double Misunderstanding

«Quando ci sono cose da sapere io non ho bisogno di Internet perché ho Gianni Letta che è un Internet umano». Con una sola frase, Silvio Berlusconi dimostra di non sapere cosa sia Internet e chi sia Gianni Letta.

mercoledì 2 settembre 2009

Sorpasso/2

Nell'ultimo sondaggio sul Generic Congressional Ballot di Rasmussen Reports, i repubblicani (43%) hanno portato a 7 punti percentuali il vantaggio nei confronti dei democratici (36%), che oggi si trovano al livello più basso degli ultimi anni. In questa estate, il GOP ha oscillato tra il 41% e il 43%, mentre i Dems tra il 37% e il 39%. Un anno fa, nell'estate 2008, i democratici oscillavano tra il 45% e il 48%, i repubblicani tra il 34% e il 37%. Con quest'ultima rilevazione salgono a dieci le settimane consecutive che registrano un vantaggio del GOP sui rivali.

«È troppo presto perché i repubblicani possano festeggiare - avverte però Scott Rasmussen - Questi numeri rappresentano sicuramente una debolezza per i democratici, ma è importante ricordare che alle elezioni di mid-term mancano ancora 14 mesi. C'è tutto il tempo perché il partito del presidente possa trovare una forma efficace di damage control e raccogliere i pezzi di quello che è stato un agosto difficilissimo».

martedì 1 settembre 2009

Sorpasso



UPDATE. Se nel grafico (che si aggiorna automaticamente) le due linee non si toccano, è perché in soccorso di The One è arrivata la cavalleria.

sabato 29 agosto 2009

Shit Hits the Fan

Fuori da ogni ipocrisia, questa storiaccia di Boffo che Feltri ha deciso di rendere pubblica (spontaneamente o su ordinazione, poco importa) era nota a larghi settori del mondo dell'informazione da mesi, e in qualche caso da anni. E quanto scrivo "larghi", intendo "sconfinati", visto che lo sapeva perfino il sottoscritto. Era dunque solo questione di tempo - e di opportunità politica - prima che uscisse fuori in maniera così dirompente. Adesso qualcuno si scandalizza. Qualcuno, che non ha battuto ciglio per la pubblicazione di registrazioni di telefonate private senza alcuna rilevanza penale ("il popolo deve sapere"), parla di "giornalismo spazzatura" per la pubblicazione di fatti relativi a una sentenza. Per me il patteggiamento non è mai stato un'ammissione di colpevolezza, ma in moltissimi hanno sempre sostenuto il contrario, soprattutto durante gli anni di Tangentopoli. Adesso questa masnada giustizialista, che non ha mai avuto un briciolo di rispetto per la privacy, la dignità e i sacrosanti-affari-propri altrui - pur di fare fuori l'avversario politico di turno - si muove come un sol'uomo contro l'oltraggio di chi ha osato scrivere la verità. Shit hits the fan, dicono gli americani. E "la cacca che ha colpito il ventilatore", ormai, è destinata schizzare un po' ovunque, imbrattando quel poco che resta della civiltà del nostro dibattito politico. Prima di prendersela con il ventilatore, però, sarebbe il caso di riflettere su chi - da ormai una quindicina d'anni - si è costruito carriere politiche, giudiziarie e giornalistiche (e in qualche caso fortune economiche) annusando, accarezzando, coccolando, diffondendo e spesso mangiando tonnellate di questa cacca.

venerdì 28 agosto 2009

Good News for Obama

Buone notizie per il presidente americano: il suo job approval negli Stati Uniti - anche se in costante calo - è nettamente migliore di quello fatto registrare in Israele.

giovedì 27 agosto 2009

martedì 25 agosto 2009

Swingin'

Secondo l'ultimo sondaggio Mason-Dixon, il leader democratico al Senato - Harry Reid - sarebbe in grande difficoltà nella sua corsa alla rielezione in Nevada. Reid, infatti, accusa uno svantaggio in doppia cifra contro i due repubblicani più titolati a vincere le primarie del GOP: Danny Tarkanian, (ex giocatore Ncaa, già sconfitto nel 2004 da Mike Schneider per il Senato) e Dean Heller (dal 2006 congressman del 2° distretto, che continua a smentire di volersi candidare). E verrebbe battuto di misura anche da una outsider pura come Sue Lowden (la party chairwoman del partito in Nevada). I numeri personali di Reid sono pessimi (50% unfavorables e 37% favorables), ma a pesare sono anche la non brillante performance di Obama nello stato (43% unfavorables e 44% favorables) e l'opposizione crescente all'Obamacare (50% contrari e 40% favorevoli). Un altro “purple state” si sta svegliando.

Contact?

lunedì 24 agosto 2009

The Meaning of Life



Adesso la mia vita ha finalmente un senso. Domani, nel numero in edicola del mensile CQ, la storia di copertina sarà una «lunghissima chiacchierata» di Jovanotti con Lapo Elkann. L'attesa potrebbe uccidermi.

Obamadinejad

Teheran, 24 ago. (Adnkronos) - I parlamentari iraniani hanno votato a larga mggioranza favore di un disegno di legge destinato ad istituire un fondo per l'equivalente di 20 milioni di dollari destinato tra l'altro ad indagare su presunte violazioni dei diritti umani commesse dagli Stati Uniti. Per Alaedin Boroujerdi, capo della commissione sicurezza nazionale e relazioni estere del parlamento iraniano il fondo destinato a finanziare indagini su presunti abusi americani è «necessario».

E poi dicono che in Iran non c'è la democrazia! Niente di più falso: a Teheran il governo e il parlamento funzionano benissimo. Tanto che fanno concorrenza all'amministrazione Obama.

It's the Big Government, Stupid!


La vera ragione per cui gli americani sono arrabbiati con Obama (che intanto precipita a -14 nel presidential approval index di Rasmussen): Matt Welch nella pagina degli editoriali del New York Post.

venerdì 21 agosto 2009

Suspension of Disbelief

Zogby Interactive non ci ha mai convinto troppo (per usare un eufemismo). Considerando, però, che di solito i sondaggi via Internet sovra-rappresentano il segmento più giovane della popolazione, questo job approval al 45.3% non è affatto un buon segno per Obama. Il 49% di YouGov/Economist (sempre via Internet) getta altra benzina sul fuoco. E se fra qualche giorno il 49% di Rasmussen fosse considerato un outlier pro-Obama?

Bias/2



Round-Up: Hot Air, QandO, Patterico's Pontifications, Scared Monkeys, Neptunus Lex, Confederate Yankee, Moe Lane, Blue Crab Boulevard, Pundit & Pundette

giovedì 20 agosto 2009

mercoledì 19 agosto 2009

R.I.P.

Rose D. Friedman (1910-2009)
Robert Novak (1931-2009)

«Manufactured»

Bias



Obama scivola al 51% di job approval nell'ultimo sondaggio di NBC News. Titolo dell'articolo relativo, nel sito di Msnbc: «Americans still skeptical about Obama's plans. Misperceptions abound on president's health overhaul initiative» («Americani ancora scettici sui piani di Obama, abbondano gli errori di percezione sull'iniziativa di riforma sanitaria del presidente»). La notizia, prima di tutto!

martedì 18 agosto 2009

Midnight Summer Dream

Il job approval di Obama stabilmente sotto il 50% (almeno per Rasmussen), ma non troppo distante per tutti gli altri. McDonnell in doppia cifra su Deeds in Virginia. Christie in doppia cifra su Corzine in New Jersey. Tutti i potenziali candidati democratici fatti a pezzi da Bloomberg a New York. E adesso addirittura questo: Kirk leggermente in vantaggio su Giannoulias (e in larga doppia cifra su Jackson) in Illinois. So bene che si tratta solo di un sogno, ma per favore non svegliatemi.

Nota. A scanso di equivoci, il titolo del post è ispirato da questo, non da questo.

lunedì 17 agosto 2009

Virginia on my Mind



Anche il Washington Post (dopo Survey USA) vede il repubblicano Bob McDonnell in vantaggio di 15 punti percentuali sul democratico Creigh Deeds nella corsa per la poltrona di governatore della Virginia. Un distacco simile a quello registrato qualche giorni fa dal sondaggista democratico Public Policy Polling (+14%), mentre Rasmussen Reports e Research 2000 (per Daily Kos) vedono una gara più equilibrata, ma con McDonnell comunque vicino alla doppia cifra (+8%). Novembre è ancora lontano, ma non c'è dubbio che - come scrive Charlie Cook sul National Journal - il partito democratico sia in seria difficoltà in un red state strappato da Obama al GOP meno di un anno fa.

giovedì 13 agosto 2009

Alla canna del gas

Raschiando il fondo del barile ferragostano, oggi Repubblica.it - nella sua quotidiana rassegna stampa internazionale anti-berlusconiana - riesce a citare tre testate prestigiose come Zimbabwe Telegraph, Timaru Herald (Nuova Zelanda) e Guatemala Times. Tristezza.

mercoledì 12 agosto 2009

Fringes

Chi scrive è un acceso sostenitore di un'interpretazione “estensiva” del secondo emendamento, ma ha ragione Allahpundit su HotAir (e dunque Chris Matthews): andare a manifestare contro Obama con una pistola (per giunta carica) è davvero una mossa poco intelligente. «Having a right doesn’t mean you’re obliged to exercise it, particularly in circumstances where it would be provocative to do so».

martedì 11 agosto 2009

N-Word

Se, come afferma Carlos Watson di Msnbc, “socialist” è la nuova “n-word” dei razzisti americani, fatevene una ragione: sono razzista anch'io.

UPDATE. The Ugly Face of Racism: Tom Bevan su RCP.

venerdì 7 agosto 2009

Meet the Mob!































Spassosissima fotogallery di estremisti repubblicani sul blog di Dana Loesch. La “tattica della paura” utilizzata dai democratici (e dai loro alleati dei mainstream media) per descrivere i townhall meeting di questi giorni sulla riforma sanitaria è - per adoperare un eufemismo - semplicemente disgustosa.

John Hughes (1950-2009)

Sceneggiatore, produttore e regista. I suoi film hanno segnato un'epoca e influenzato più di quanti non siano disposti ad ammetterlo, dalle parti di Hollywood. Non ha mai vinto premi prestigiosi, perché i suoi film erano “americanate” (un complimento, almeno per noi) pieni di risate, buoni sentimenti e lieto fine. Niente drammi introspettivi francesi con sottotitoli in bulgaro, insomma, ma pellicole per tutta la famiglia, spesso disprezzate dai critici (e adorate dal pubblico). Nel 1991, all'apice del successo, aveva abbandonato Hollywod per vivere nella sua fattoria nel nord dell'Illinois, continuando però a scrivere saltuariamente sceneggiature sotto lo pseudonimo di Edmond Dantes. Con John Hughes, scomparso all'età di 59 anni per un attacco di cuore, se n'è andato un pezzo - un grande pezzo - degli Anni Ottanta.

Writer:
  1. Drillbit Taylor (2008) (story)
  2. Beethoven's 5th (2003) (characters)
  3. Maid in Manhattan (2002) (story)
  4. Home Alone 4 (2002) (characters)
  5. Beethoven's 4th (2001) (characters)
  6. Just Visiting (2001) (screenplay)
  7. Beethoven's 3rd (2000) (characters)
  8. National Lampoon's American Adventure (2000) (characters)
  9. Reach the Rock (1998) (written by)
  10. Home Alone 3 (1997) (written by)
  11. Flubber (1997)
  12. 101 Dalmatians (1996) (screenplay)
  13. Miracle on 34th Street (1994) (screenplay)
  14. Baby's Day Out (1994) (written by)
  15. Beethoven's 2nd (1993) (characters)
  16. Dennis the Menace (1993) (written by)
  17. Home Alone 2: Lost in New York (1992) (characters) (written by)
  18. Beethoven (1992) (written by)
  19. Curly Sue (1991) (written by)
  20. Dutch (1991) (written by)
  21. Career Opportunities (1991) (written by)
  22. Home Alone (1990) (written by)
  23. National Lampoon's Christmas Vacation (1989) (written by)
  24. Uncle Buck (1989) (written by)
  25. The Great Outdoors (1988) (written by)
  26. She's Having a Baby (1988) (written by)
  27. Planes, Trains & Automobiles (1987) (written by)
  28. Some Kind of Wonderful (1987) (written by)
  29. Ferris Bueller's Day Off (1986) (written by)
  30. Pretty in Pink (1986) (written by)
  31. Weird Science (1985) (written by)
  32. National Lampoon's European Vacation (1985) (screenplay)
  33. The Breakfast Club (1985) (written by)
  34. Sixteen Candles (1984) (written by)
  35. Nate and Hayes (1983) (written by)
  36. National Lampoon's Vacation (1983) (screenplay)
  37. Mr. Mom (1983) (written by)
  38. Class Reunion (1982) (written by)
  39. "Delta House" (5 episodes, 1979)
Producer:
  1. New Port South (2001) (executive producer)
  2. Reach the Rock (1998) (producer)
  3. Home Alone 3 (1997) (producer)
  4. Flubber (1997) (producer)
  5. 101 Dalmatians (1996) (producer)
  6. Miracle on 34th Street (1994) (producer)
  7. Baby's Day Out (1994) (producer)
  8. Dennis the Menace (1993) (producer)
  9. Home Alone 2: Lost in New York (1992) (producer)
  10. Curly Sue (1991) (producer)
  11. Dutch (1991) (producer)
  12. Only the Lonely (1991) (producer)
  13. Career Opportunities (1991) (producer)
  14. Home Alone (1990) (producer)
  15. National Lampoon's Christmas Vacation (1989) (producer)
  16. Uncle Buck (1989) (producer)
  17. The Great Outdoors (1988) (executive producer)
  18. She's Having a Baby (1988) (producer)
  19. Planes, Trains & Automobiles (1987) (producer)
  20. Some Kind of Wonderful (1987) (producer)
  21. Ferris Bueller's Day Off (1986) (producer)
  22. Pretty in Pink (1986) (executive producer)
  23. The Breakfast Club (1985) (producer)
Writer:
  1. Curly Sue (1991)
  2. Uncle Buck (1989)
  3. She's Having a Baby (1988)
  4. Planes, Trains & Automobiles (1987)
  5. Ferris Bueller's Day Off (1986)
  6. Weird Science (1985)
  7. The Breakfast Club (1985)
  8. Sixteen Candles (1984)

mercoledì 5 agosto 2009

Giro d'Italia

Continua, sul blog di Giovanni (il bookmark è obbligatorio, se non l'avete già fatto), un interessante “giro d'Italia” politico-elettorale in vista delle Regionali 2010. Negli ultimi giorni è toccato alle tre “regioni rosse” per eccellenza: Emilia-Romagna, Toscana e Umbria.

lunedì 3 agosto 2009

The Blue-State Meltdown

«Consider Texas and California. In the Bush years, liberal polemicists turned the president’s home state — pious, lightly regulated, stingy with public services and mad for sprawl — into a symbol of everything that was barbaric about Republican America. Meanwhile, California, always liberalism’s favorite laboratory, was passing global-warming legislation, pouring billions into stem-cell research, and seemed to be negotiating its way toward universal health care. But flash forward to the current recession, and suddenly Texas looks like a model citizen. The Lone Star kept growing well after the country had dipped into recession. Its unemployment rate and foreclosure rate are both well below the national average. It’s one of only six states that didn’t run budget deficits in 2009. Meanwhile, California, long a paradise for regulators and public-sector unions, has become a fiscal disaster area».

Ross Douthat, sul New York Times, riprende (e ammorbidisce) la tesi sostenuta qualche settimana fa su The American da Joel Kotkin (fellow alla Chapman University e direttore esecutivo di newgeography.com) sul collasso economico dei blue states e del “modello Chicago”. Lettura istruttiva - almeno in teoria - per i nostri amici liberal.

A Firm Pledge

«I can make a firm pledge. Under my plan, no family making less than $250,000 a year will see any form of tax increase. Not your income tax, not your payroll tax, not your capital gains taxes, not any of your taxes... you will not see any of your taxes increase one single dime».
Barack H. Obama, 12 settembre 2008, Dover (New Hampshire).

Siamo sicuri che Timothy “Timmaaaay” Geithner e il suo tutor Larry Summers siano del tutto consapevoli di questa «risoluta» promessa elettorale di The One? A dare retta all'Associated Press, non sembrerebbe proprio.

venerdì 24 luglio 2009

Forty-Nine

Per la prima volta dall'inizio del suo mandato, secondo Rasmussen Reports, il job approval di Barack Obama è sceso sotto il 50% (49% favorevoli e 51% contrari, per l'esattezza). Non parliamo del Presidential Approval Index (da sempre più problematico per Obama), che continua a vederlo inchiodato a un pericoloso -8%, ma del classico “indice di gradimento” in cui - a fine gennaio - il presidente veleggiava intorno al 65%. Con questo dato di Rasmussen (e con il nuovo sondaggio di FOX News, in cui Obama scende in un mese dal 62% al 54%), la media di Real Clear Politics è oggi al 54,5%, con uno spread (la differenza tra “approve” e “disapprove”) che dal 29 gennaio a oggi è crollato dal 44,2% al 13,2%. Negli ultimi dieci sondaggi sul job approval, Obama è stato costantemente al di sotto del 60%. Secondo Rasmussen, i cittadini americani convinti che lo stimulus abbia aiutato l'economia sono solo il 25%. E quelli contrari all'Obamacare sono passati, in un mese, dal 44% al 53%.

martedì 21 luglio 2009

Il fantasma del '94

Ancora mi sembra, se non incredibile, quantomeno improbabile. Ma l'ipotesi che il Titanic democratico vada a infrangersi (per l'ennesima volta) sull'iceberg della riforma sanitaria inizia a prendere piede anche nelle analisi di qualche pundit della sinistra. L'ultimo sondaggio di ABC News e Washington Post sembrerebbe dare credito a questa teoria, con il sostegno pubblico alla health-care reform obamiana precipitare per la prima volta sotto la soglia del 50%. E ieri Bill Kristol, sul sito del Weekly Standard, consigliava ai repubblicani di affondare il colpo, senza pietà. È ancora troppo presto, a mio avviso, gridare al “miracolo” (come pure sta facendo, in queste ore, qualche sostenitore del GOP). Ma vedere Obama e Axelrod costretti a improvvisare una conference call con i blogger progressisti per mettere sotto pressione il Congresso è, oggettivamente, molto significativo. The One ha ancora ottime chance nel suo progetto di trasformare la sanità americana in quella di un qualsiasi, stanco (e povero) paese del Vecchio Continente, ma sembra aver perso il momentum necessario per sbrigare la pratica in modo indolore, possibilmente prima delle vacanze estive a Capitol Hill. Con le elezioni del 2010 (e quelle del 2012) che si avvicinano pericolosamente.

UPDATE. Qualche minuto fa ho parlato dell'argomento (e non solo) a Radio24, insieme a Stefano Pistolini (che conduce l'ottima trasmissione “Jefferson 2, l'arte della svolta”). L'archivio mp3 della radio è qui (la fascia oraria è quella 16.00-17.00), ma io preferisco il podcast, che tra non molto dovrebbe essere online.

mercoledì 15 luglio 2009

Hint

In teoria non sarebbe ancora ufficiale, ma dopo molti mesi sono finalmente riaperte le iscrizioni a Tocqueville. Approfittatene ora, prima che la ressa vi costringa ad aspettare qualche giorno prima di vedere formalizzata la pratica (sapete com'è la burocrazia nel cyberspazio...).

martedì 14 luglio 2009

Low-Fifties

















Torniamo dalle vacanze accolti da un fragoroso -8 nel Presidential Approval Index di Rasmussen Reports (che calcola la differenza tra le percentuali di “strong approve” e “strong disapprove”). A gennaio, Obama era a +30. L'inquilino della Casa Bianca è inchiodato nei “low fifties” nel job approval classico: ieri era al 53% ma è arrivato anche al 51%. E la flessione negli indici di gradimento del presidente non riguarda soltanto Rasmussen. Nella media di Real Clear Politics, lo spread di Obama è passato dal +44,2% di fine gennaio al +21.2% di oggi (il punto più basso è stato giovedì scorso con +18.2%). Da febbraio, insomma, il presidente ha perso il 15% per Gallup, il 16% per CNN/Opinion Research e il 6% per CBS News, mentre resta nei “mid-fifties” anche per un sondaggista amico come Democracy Corps.

Crash