
RightNation
domenica 27 dicembre 2009
Fireworks
lunedì 21 dicembre 2009
martedì 15 dicembre 2009
Il volto oscuro dell'ambientalismo
(...) sulle “ecoballe” esiste oramai anche in italiano una buona bibliografia specifica. Eppure il nodo autentico della vicenda ancora non è questo. Per ciò appare assolutamente indispensabile la lettura de “Il volto oscuro dell’ecologia. Che cosa nasconde la più grande ideologia del XXI secolo?”, il libro di Laurent Larcher, appena edito in versione italiana dalla torinese Lindau. (...) Un giornalista di altro profilo, certamente engagé, ma altrettanto certamente non descrivibile come un “reazionario oscurantista”, che ha il coraggio di chiamare le cose con il nome che hanno: per esempio “ideologia” l’ecologismo, anzi l’ideologia maggiore che stia funestando questo primo decennio di millennio nuovo. Perché? Perché ad avviso di Larcher, ed egli lo dimostra con raffinatezza e precisione nel libro, il “pensiero verde” è attualmente la punta più avanzata e acuminata del sentimento antiumano: anzi, un pensiero radicalmente anticristiano poiché antiumano e antiumano giacché anticristiano, così corroborando l’idea che la cultura cristiana sia latrice dell’unico, vero umanesimo possibile e riconquistando l’idea “umanista” alla tradizione cristiana.
Quello del giornalista francese, insomma, non è un libro in più nel novero di quanti si peritano, opportunamente, di smontare a norma di scienza vera le illazioni ecologiste; è un libro molto diverso, persino più importante di altri scritti sul tema proprio perché si spinge alla radice del pensiero verde. Questa sua “contro-bibbia” dell’ambientalismo coglie infatti in castagna le premesse filosofiche su cui la grande bugia verde è stata costruita nel tempo, ravvisandoci un coacervo eterogeneo di teorie smozzicate e d’idee peregrine mescolate in un calderone talvolta contraddittorio e caotico, ma solo apparentemente inconcludente. Dottrine, pensieri e parole che riguardano la teoria del “pianeta vivente” Gaia, il mito di un “paradiso perduto” di foggia solo materiale e materialistica, l’idea del “buon selvaggio”, l’animalismo più radicale e persino le fantasie su Atlantide si rincorrono e si abbracciano dentro il pentolone dell’ecologismo profondo, cercando di emarginare l’essere umano dal panorama di una natura presupposta pura e incontaminata. (...) Se l’uomo è un virus, infatti, anzi l’unico solo virus davvero nocivo a una natura altrimenti bastevole a se stessa e autoconservativa, ogni azione umana è in quanto tale intrinsecamente errata e dannosa. Ecco qua come l’ideologismo del “mito verde” persegue la propria battaglia radicale contro l’uomo in forma debolista, rinunciando cioè alla verità delle cose sulla natura e sull’uomo, e introducendo un catechismo di superstizioni desunto dall’ampio catalogo delle contro-verità illuministiche, progressistiche e neopagane. Contro l’uomo creatura, quindi, e contro il suo Creatore, in una versione ammodernata della vecchia hybris giacobina, comunista e nazionalsocialista.
Diversi lo sono solo in apparenza i padri di questo pensiero irriducibilmente contrario all’uomo, pensatori che si rifiutano di riconoscerne il ruolo di steward di una natura che, in realtà, senza la continua azione trasformatrice proprio dell’uomo in breve soccomberebbe a se stessa. Dal fondatore dell’“ecosofia”, il norvegese Arne Naess (1912-2009), al teorico di Gaia James Lovelock, dal padre del neopaganesimo contemporaneo “di destra” Alain De Benoist” al padrino del neopaganesimo sessantottino di sinistra Daniel Cohn-Bendit, dal teologo tedesco della disubbidienza Eugen Drewermann al grande profeta dell’ambientalismo odierno, l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore: in ognuno di costoro decisivo è il disprezzo verso l’uomo e le sue realtà, l’odio per le sue intraprese e la sua libertà responsabile, il ribrezzo nei confronti della sua dimensione creaturale e la sua signoria graziosa sul mondo animale, vegetale e minerale (...).
domenica 13 dicembre 2009
Tolleranza
(Karl R. Popper, Congetture e confutazioni)
giovedì 10 dicembre 2009
Perspective






martedì 8 dicembre 2009
Global Cooling
lunedì 7 dicembre 2009
«My name is Barack H. and I am an alcoholic»
Continua (in inglese), su The Foundry, il blog della Heritage Foundation
mercoledì 2 dicembre 2009
Climategate: rotolano le prime teste
Jones e Mann sono due figure assolutamente centrali nel dibattito - scientifico e politico - che circonda il global warming (o, come i climatologi mainstream preferiscono chiamarlo ultimamente, il climate change). Jones è il climatologo che possiede - ma sarebbe meglio dire “possedeva”, visto che nessuno alla Cru riesce più a trovarle - le serie storiche di dati sulla temperatura terrestre che sono alla base dei lavori dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’organizzazione internazionale creata nel 1988 dall’Onu per valutare i rischi dei cambiamenti climatici causati dall’attività umana. La stessa organizzazione che, nel 2007, ha condiviso con Al Gore il Premio Nobel per la Pace. Mann, invece, è il creatore dell’ormai celebre “hockey stick” (bastone da hockey), il contestatissimo grafico che dimostrerebbe - almeno visivamente - le responsabilità dell’uomo nell’aumento della temperatura terrestre degli ultimi decenni.
I due climatologi sono anche gli autori del 12° capitolo del terzo rapporto Ipcc, pubblicato nel 2001, dal titolo più che significativo: «Identificazione dei cambiamenti climatici e attribuzione delle cause». Sono proprio Jones e Mann, dunque, i veri autori del mantra algoriano sulle cause umane del global warming, ripetuto ossessivamente nell’ultimo decennio dalla stragrande maggioranza dei mezzi d’informazione, dei partiti politici e dei movimenti d’opinione pubblica occidentali. E sono proprio Jones e Mann le prime due (finora potenziali) vittime di quello che è stato definito, forse prematuramente, «il più grande scandalo scientifico della storia». Ma facciamo un passo indietro.
Lo scorso 21 novembre, un hacker (ma c’è anche di chi parla di un inside job) ha sottratto dai server della Climate Research Unit circa 172 di megabyte tra email interne e documenti vari. E li ha pubblicati online, non senza averne dato notizia a vari blog specializzati sul clima, in larga parte appartenenti al fronte degli “scettici”. Immediatamente, è partita una minuziosa analisi dei dati, che ha restituito un quadro inquietante dello stato in cui versa quella che Al Gore chiama «una scienza ormai consolidata».
Dopo qualche giorno di scrutinio, sono iniziati ad emergere alcuni fatti inequivocabili. Partiamo dalle email, che rivelano l’esistenza di almeno tre gravi problemi. Il primo è gli scienziati della Cru, o almeno la maggior parte di essi, lavorava costantemente perché sulle riviste accademiche ufficiali venissero pubblicati soltanto gli studi favorevoli alla teoria Agw (Anthropogenic global warming), che stabilisce la responsabilità diretta dell’uomo nei cambiamenti climatici. Questi tentativi di mettere il silenziatore a qualsiasi ricerca “controcorrente”, arrivavano al punto di esercitare pressioni nei confronti dei redattori e dei responsabili delle riviste, il tutto condito da minacce di ostracismo generalizzato nei confronti delle riviste che manifestavano anche fugaci cenni di dissenso. Un’interessante scambio di email riguarda il sito RealClimate.org (fino a qualche settimana fa considerato dai più come una delle più affidabili risorse online sull’argomento), i cui responsabili offrono i loro “servigi” alla cricca della Cru, promettendo di “moderare” (si legga “censurare”) qualsiasi commento sgradito al “partito Agw”.
In risposta a un articolo “scettico” pubblicato sulla rivista Climate Research, il direttore della Cru, Phil Jones, elabora strategie per «sbarazzarsi del pericoloso direttore» che ha avuto l’ardire di pubblicare una ricerca non perfettamente ortodossa. E Michael Mann replica: «Credo dovremmo smettere di considerarla una rivista legittima, incoraggiando i nostri colleghi della comunità scientifica a non proporre più articoli e a smettere di citarla nei loro lavori». Un perfetto caso di logica circolare. Lo scetticismo sul global warming (o sulle cause umane di esso) non è “scientifico” perché non è supportato da articoli pubblicati da riviste accademiche ufficiali. Ma se una rivista pubblica articoli “scettici”, allora diventa “non scientifica” per definizione. «Il mare è mosso perché Nettuno è infuriato. E come fai a stabilire che la causa del mare mosso sia il pessimo umore di Nettuno? Ma come, non vedi com’è mosso il mare?». Pura scienza.
In altre email, gli “scienziati” della Cru (sarà forse il caso di iniziare a utilizzare le virgolette), si scambiano consigli su come “taroccare” alcuni dati grezzi che contraddicono il graduale aumento delle temperature terrestri. Si ammette esplicitamente l’utilizzo di «trucchi» statistici per «nascondere il declino» delle temperature. Sarà poi il blogger (ed ex metereologo) Anthony Watts a spiegare i dettagli tecnici del “trucco”, che consiste nel mescolare selettivamente due serie differenti di dati sulla temperatura in modo da produrre un grafico globale che finisce nel modo preferito dall’establishment sul global warming: con la classica curva all’insù tipica dell’hockey stick.
Dalle comunicazioni tra gli “scienziati” si percepisce anche una forte insicurezza di fondo sulla solidità delle stesse teorie su cui hanno costruito le proprie fortune, accademiche e finanziarie. «Dove diavolo è finito il global warming?», si chiede qualcuno dopo aver analizzato dati che dipingono un quadro generale di diminuzione delle temperature. E un articolo di Der Spiegel che sottolinea proprio questa tendenza al “raffreddamento globale” viene accolto quasi con terrore...
Poi c’è un aspetto altrettanto inquietante che rischia in più di avere conseguenze penali (ed è al centro delle inchieste avviate dalle università britanniche e statunitensi): quello del deliberato occultamento di dati scientifici che potrebbero falsificare la teoria di fondo dell’Anthropogenic global warming. «I due MMs - si legge in una mail di Phil Jones - stanno inseguendo i dati delle stazioni Cru da anni. Se scoprissero che ora esiste un Freedom of Information Act anche nel Regno Unito, credo che cancellerei tutti i file piuttosto che darli a qualcuno». I due MMs non sono caramelle, ma Ross Mckittrick e Steve McIntyre, due degli esponenti di punta dei climatologi scettici. E ancora: Phil Jones, evidentemente pressato dai vertici amministrativi della Cru che lo spingono a rendere pubblici i dati per evitare polemiche e cattiva pubblicità, perde la pazienza e invita i suoi collaboratori a sbarazzarsi di tutte le email in cui questi dati sono stati allegati. E l’aspetto più interessante di tutta la vicenda è che, recentemente, la Cru ha ammesso che i “dati grezzi” su cui sono state elaborate tutte le teorie dell’Ipcc sono stati «inavvertitamente cancellati» durante l’ultimo trasloco di sede dell’organizzazione. Una coincidenza strabiliante. O un atto criminale di cui Jones dovrà rispondere, non solo nelle sedi accademiche.
Fin qui, si tratta di email che dipingono un quadro disarmante della situazione. Ma c’è anche un’altra serie di “chicche” nascoste in uno dei documenti pubblicati online. Si tratta di un lungo file di testo denominato “Harry_Read_Me.txt” in cui, tra le linee di codice di un programma (scritto nel vecchio linguaggio fortran), il programmatore incaricato di «dare una sistemata ai dati» esprime tutta la sua frustrazione per essere costretto a lavorare con serie di dati incompleti, incoerenti e - in ultima analisi - del tutto inutilizzabili. Si tratta di commenti troppo tecnici per essere riportati in questa sede, ma dai quali si evince una realtà che gli “scettici” avevano intuito da tempo: quella sui cambiamenti climatici non è una «scienza consolidata», ma nella migliore delle ipotesi una “scienza neonata” in cui si avrebbero difficoltà quasi insormontabili nel ricostruire una serie di misurazioni coerenti e vagamente utilizzabili, figuriamoci nell’elaborare una teoria “perfetta” in cui si arriva perfino a stabilire un nesso di causalità. Eppure, negli ultimi anni, è accaduto proprio questo.
Lo scenario che emerge dal Climategate è drammatico, ma semplice da raccontare. In ogni discussione sul global warming, nella letteratura scientifica come nei mainstream media, il risultato è sempre lo stesso: è colpa dell’uomo. Lo ha scritto Robert Tracinski su Real Clear Politics, «come i grafici sulla temperatura prodotti dalla Cru sono sempre truccati per far vedere la curva all’insù dell’hockey stick, ogni discussione sui cambiamenti climatici finisce con l’attribuire ogni responsabilità all’uomo; e ogni dato o lavoro scientifico che tende a falsificare questa teoria viene screditato come “non scientifico” proprio perché insidia questo dogma prestabilito». Ma le email (e i documenti) del “Climategate” dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che siamo in presenza di un caso gigantesco di frode scientifica organizzata. Negli ultimi cinque anni, Phil Jones ha “raccolto” finanziamenti per 13,7 milioni di sterline dal governo britannico, grazie a dati falsi, minacce trasversali e trucchi statistici. Ed è stato trattato dall’opinione pubblica, manipolata da media compiacenti, come un eroe.
Il danno, poi, potrebbe andare molto oltre questa piccola truffa milionaria, nel momento in cui una teoria non dimostrata (e probabilmente non dimostrabile) venisse utilizzata per introdurre gabbie legislative capaci di distruggere ricchezza per migliaia di miliardi, soltanto nel mondo occidentale. Proprio come rischia di accadere nei prossimi anni.
(domani in edicola su Liberal quotidiano)
lunedì 30 novembre 2009
Sondaggio SpinCon [24-30 novembre]
Tra i partiti, il centrodestra conferma il buono stato di salute con il Pdl al 37,7% (+0,2), la Lega al 9,6 (+0,1), La Destra 1,6 (-0,3) e l'Mpa all'1,1% e un dato complessivo di coalizione che arriva al 50%. Ritorna a quota 28% il Pd in leggerissima salita rispetto alla scorsa settimana, mentre cedono qualche punto i Comunisti (1,6%, - 0,1), Sinistra e Libertà (1,7%, -0,4) e i Radicali (1,4% , -0,1). Più 0,1% per i Verdi e stabili Grillo (0,6%) e Italia dei Valori (6,1%) .
Segnali positivi arrivano dal nuovo polo di centro. La partnership Casini-Rutelli sembra portare frutti positivi per entrambi, con l'Udc che arriva al 7,5% (+0,5%) e l'Alleanza per l'Italia che guadagna lo 0,2% e fa registrare un solido 2,3%. La somma dei due movimenti è vicinissima alla soglia psicologica del 10%, risultato assolutamente alla portata soprattutto se in vista ci fosse un riavvicinamento con l'Mpa di Lombardo.
martedì 24 novembre 2009
Sondaggio SpinCon [14-23 novembre]
Ad oggi, questo terzo polo varrebbe circa il 10%. Merito delle forze fresche rutelliane ma merito soprattutto di una Udc in ottima forma e in costante ascesa, data al 7,2% e capace di guadagnare nell'ultimo mese quasi un punto e mezzo percentuale. Completerebbe il quadro il Movimento per le Autonomie, costante al 1,1%.
Nella maggioranza di governo rimangono sostanzialmente invariati sia il Pdl al 37,5% in leggero calo rispetto all'ultimo sondaggio, che La Destra in leggera ascesa all'1,9%. Soffre invece la Lega Nord che sembra pagare i "tira e molla" di queste settimane circa i suoi possibili candidati governatori in Veneto (Zaia) e Piemonte (Cota). E proprio grazie al malcontento della base in queste due regioni, il partito di Bossi perde l'1.2% rispetto all'ultimo osservatorio politico. Nel centrosinistra perde qualche decimo di punto il Pd (-0,7%) e ritorna seppur di poco sotto quota 28.
Perdono qualche decimale anche l'Italia dei Valori (-0,3%) e i Comunisti (-0,4%) che si fermano rispettivamente al 6,1% e all'1,7%. Torna sopra il 2%, Sinistra e Libertà e rimangono stabili all'1,5% i Radicali. I nuovi Verdi in solitaria rimangono costanti attorno allo 0,3%.
Con questo ultimo osservatorio politico, Spincon ha testato anche il gradimento di un'ipotetica Lista Grillo. Secondo i risultati in nostro possesso, un movimento di questo tipo non andrebbe oltre lo 0,6%. Un dato che deve far riflettere, soprattutto tenendo in considerazione il fatto che si tratta di un sondaggio effettuato sul web e che quindi tende a sovrarappresentare il cosiddetto "popolo della rete" e i suoi movimenti.
lunedì 23 novembre 2009
Il crollo degli idoli
Potessero tornare indietro nel tempo, forse i climatologi vorrebbero un lodo Alfano globale. Almeno potrebbero salvarsi dal fango che sta schizzando ovunque, dopo essere entrato nel ventilatore della rete. Un hacker ha messo a disposizione la corrispondenza privata di molti di loro, saccheggiando i server dell’Hadley Centre, il centro di ricerca sul clima dell’Università della East Anglia. Nelle centinaia di email, c’era di tutto: discussioni scientifiche, scambi di idee sulle tattiche da utilizzare e tanta, tanta disonestà intellettuale. Del tipo che uno, quando sprofondato in poltrona si gusta una spy-story in tv, si aspetta dai cattivi. Solo che, nella percezione mondiale, i chierici del global warming sono i buoni più buoni, gli onesti più onesti, i ricercatori più disinteressati del pianeta Terra.
Intendiamoci: la violazione delle mailbox private degli scienziati è una vergogna. La magistratura britannica si è messa a caccia del responsabile e bisogna sperare che lo trovi e lo punisca in modo esemplare (come andrebbe fatto con chiunque irrompa nella privacy altrui). Detto questo, non possiamo far finta di non aver visto. L’indignazione per quello che è accaduto non può cancellare quello che abbiamo letto. Non possiamo ignorare che la percezione di integrità degli scienziati ne esce con le ossa rotta. Non tutti hanno perso la verginità intellettuale, beninteso: ma molti, sì. Per esempio, Kevin Trenberth si lamenta che “in questo momento non possiamo dare una spiegazione alla mancanza di riscaldamento ed è una finzione che non possiamo permetterci” (negli ultimi anni le temperature globali sembrano aver smesso di crescere).
Phil Jones parla con leggerezza del “trucchetto di Mann” (l’autore del grafico “a mazza da hockey”, su cui si basano tutti gli scenari più catastrofisti) “per nascondere il declino [delle temperature] in alcune serie a partire dal 1981”. Un loro collega spiega che “taglierò gli ultimi punti dalla curva prima del mio prossimo discorso, in modo che quel trend verso il basso sembri l’effetto della fine della serie, piuttosto che il risultato dei recenti anni freddi”. E poi dibattiti su come rafforzare il “clan” degli allarmisti e ripulire le riviste scientifiche dai contributi degli scettici, e addirittura esortazioni a cancellare dati scomodi. Se non è un complotto, è almeno un comportamento sospetto e sospettosamente diffuso. I testi di altre lettere sono disponibili, tra l’altro, sui blog “ClimateMonitor” e “Cambi di stagione”.
Questo significa che dobbiamo riavvolgere il nastro della storia, mettere in dubbio il riscaldamento globale o la sua componente antropica? Non necessariamente. L’approccio politico che molti protagonisti dell’allarmismo hanno dimostrato di avere ne compromette, almeno in parte, la credibilità, ma di per sé non ne confuta le tesi. E tuttavia fa suonare un campanello d’allarme. Perché significa che la comunità di cui il mondo si fidava ciecamente, non è in realtà né santa né pura. Dunque, le indicazioni che da essa giungono non vanno prese per oro colato, ma vanno valutate alla luce da un lato della posizione della comunità scientifica nel suo complesso, inclusi i settori meno compiacenti, dall’altro delle implicazioni economiche e politiche. In altre parole, quello che le email rubate rivelano è che i climatologi non sono i dodici apostoli: e, nella misura in cui lo sono, sono un po’ Pietro prima che il gallo canti, un po’ Giuda. Bisognerebbe riprendere in mano oggi, dopo l’esplosione di questo scandalo, il romanzo “Stato di paura” del compianto Michael Crichton, in cui una setta di fanatici ambientalisti è disposta a tutto, perfino a uccidere e causare disastri di ogni sorta, pur di trascinare il mondo dalla sua parte. Pur nell’estremizzazione narrativa, quelle pagine appaiono meno fantasiose e più profetiche.
Sul piano politico, una vicenda del genere avrà delle ripercussioni. Se email simili fossero state sottratte agli scettici, lo scandalo sarebbe anzi esploso con ben maggiore attenzione ed effetti più devastanti (invece i giornali l’hanno presa comoda). Di certo, il prossimo vertice di Copenhagen – già dato per semimorto – non se ne gioverà. Se gli individui che più di tutti strepitano perché si faccia qualcosa si dimostrano dei disonesti o, nella più benevola delle interpretazioni, degli onesti demagoghi, necessariamente il senso di urgenza per le azioni da essi invocate si riduce. E la questione climatica passa, come in parte è già accaduto e come sarebbe naturale, in secondo piano rispetto a temi più urgenti, a partire dalla recessione.
Ma c’è anche un altro e più duraturo risultato: improvvisamente, la statua equestre che le chiacchiere internazionali hanno eretto al catastrofismo ondeggia sul suo piedistallo. I fautori della certezza sono meno affidabili, e quindi diventano più credibili i difensori dell’incertezza. Se la scienza è meno solida, anche la politica lo deve diventare. Se non siamo così sicuri della componente antropogenica del riscaldamento globale, dei suoi drammatici effetti ambientali, della sua inevitabilità e dell’assoluta urgenza della riduzione delle emissioni, allora possiamo valutare le scelte politiche che stiamo per compiere con più calma. Inoltre, le scelte devono essere costruite in modo tale da incorporare l’incertezza: altrimenti rischiamo di partire per una crociata al termine della quale non c’è alcun beneficio ambientale.
Da ultimo, c’è un’implicazione più vasta, che prescinde dal dato climatico. Come ha scritto Guido Guidi, «registriamo il definitivo sorpasso della blogosfera sull’informazione di tipo tradizionale». I blog si sono subito accorti dello scoop, e hanno saputo distinguere in modo corretto il peccato originale (il furto di corrispondenza) dal contenuto delle email. La grande stampa vi ha dedicato poca attenzione e per dovere, senza il gusto della notizia. È sempre difficile, abbattere gli idoli venerati fino al giorno prima. (Carlo Stagnaro)
Da leggere (in italiano): Giornalettismo, Climate Monitor, Chicago-Blog, Il Mango di Treviso, 1972, Giova.
domenica 22 novembre 2009
Climategate
Round-Up. Daily Telegraph, Watts Up with That?, Andrew Bolt, Macsmind, Investigate Magazine, Clusterstock, Little Green Footballs, The Astute Bloggers, Pajamas Media, Gateway Pundit, Tim Blair, Don Surber, Washington Examiner, Townhall.com, Wizbang, The Air Vent, Hit & Run, Shout First…, Sister Toldjah, The Corner, Big Government, Vox Popoli, The Other McCain, Winds of Change, Dean's World, Neptunus Lex, Stop The ACLU, Atlas Shrugs, AmSpecBlog, Freerepublic, YID With LID, Weasel Zippers, The Strata-Sphere, Planet Gore, Michelle Malkin, Little Green Footballs, American Power, The Enterprise Blog, Hot Air.
giovedì 19 novembre 2009
Sondaggio SpinCon: Berlusconi 80,2% Fini 19,8%
Se nel centrodestra ci fossero delle ipotetiche primarie con in palio la candidatura a Premier, Berlusconi stravincerebbe sul Presidente della Camera, convincendo l'81,8% degli elettori del PdL e il 79,6% degli elettori della Lega. Una vittoria nettissima, che ha percentuali quasi imbarazzanti al centro-nord con Berlusconi che sfiora il 90% in Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Gianfranco Fini che supera il 25% soltanto in alcune regioni del Sud.
Il recente dualismo tra Presidente della Camera e Premier sembra quindi penalizzare Fini, almeno tra gli elettori del PdL, partito di cui è co-fondatore, che scelgono in massa Berlusconi e sembrano vivere le ultime uscite dell'ex leader di Alleanza Nazionale come un parziale tradimento dell'alleato. Netta affermazione di Berlusconi anche tra gli elettori leghisti, che sembrano avergli ormai perdonato gli anni delle liti con Bossi e, soprattutto in Lombardia e Veneto, gli regalano un autentico plebiscito.
Più equilibrata la sfida tra l'elettorato dei partiti minori della coalizione, La Destra e Mpa, dove assistiamo ad un sostanziale pareggio tra i due. Se sull'elettorato de La Destra pesa ancora la comune provenienza aennina che garantisce a Fini una leggera maggioranza, nell'Mpa la bilancia pende, seppur leggermente, a favore del Cavaliere.
L'uomo che chiede scusa al mondo
Enzo Reale, leggi tutto il post su 1972.
domenica 15 novembre 2009
giovedì 12 novembre 2009
NY-23. Do You Believe in (late) Miracles?
mercoledì 11 novembre 2009
Spincon per Notapolitica.it [11 novembre 2009]
L'8% di elettori, invece, non sceglie nessuno dei tre e sarà su questi indecisi che gli schieramenti si daranno battaglia anche in vista delle prossime regionali. Abbastanza stabile la situazione dei partiti, con le due formazioni più importanti (PDL e PD) che perdono rispettivamente 1.1 e 0.8 punti percentuali rispetto al sondaggio Spincon della settimana scorsa e vedono il partito di Berlusconi e Fini fermarsi al 37.8%, mentre il neosegretario Bersani riporta il Pd sotto quota 29, al 28,6%.
In ottima forma l'Udc che, complice anche la scelta di questi giorni dei rutelliani, guadagna un punto percentuale e si avvicina moltissimo al 7% con un dato in costante crescita negli ultimi giorni. Un possibile polo centrista che vedesse aggregati Casini, Rutelli e magari l'MPA di Lombardo potrebbe agevolmente sfondare il muro psicologico del 10% e diventare la terza forza politica nazionale dietro PDL e PD.
In lieve calo la Lega Nord (10.7%, meno 0.3%) che perde qualche posizione in Emilia Romagna e Liguria, ma si conferma partito fortissimo in Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia e Piemonte. L'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro (6.4%, meno 0.3%) cede ancora qualche decimo di punto e sembra ormai assestarsi attorno al 6%. In salita La Destra (1.6%, più 0.3%)e Radicali (1.5%, più 0.3%) mentre sostanzialmente stabili Comunisti (2%), Sinistra e Libertà (1.9%) e Verdi (0.2%).
lunedì 9 novembre 2009
Fort Hood. Conclusioni (non) affrettate
A squarciare il velo di omertà che avvolge il sistema dei media, finora ci ha pensato soprattutto il quotidiano britannico Daily Telegraph. Nell'edizione di sabato, Philip Sherwell e Alex Spillius hanno raccontato come Hasan, nel 2001, frequentasse la «controversa moschea Dar al-Hijrah, di Great Falls (Virginia) insieme a due dei terroristi dell'11 settembre». Nella stessa moschea, nel maggio 2001, si sono svolti i funerali della madre di Hasan. «L'imam di quei giorni - scrivono Sherwell e Spillius - era Anwar al-Awlaki, un americano di origine yemenita a cui è stato impedito di partecipare a un incontro pubblico a Londra, perché accusato di aver sostenuto gli attacchi terroristici contro le truppe britanniche in Iraq e in Afghanistan». Il Telegraph ha anche raccolto la testimonianza di Charles Allen, ex sottosegretario all'intelligence del dipartimento per la Homeland Security, che descrive al-Awlaki (che ora vive in Yemen), come un «supporter di al-Qaeda, leader spirituale di tre dei dirottatori dell'11 settembre, che indottrinava i musulmani americani con prediche online che incoraggiavano gli attacchi terroristici contro le strutture militari statunitensi».
Hasan, che alcuni dei sopravvissuti dichiarano aver sentito urlare «Allah Akhbar» mentre sparava alle sue vittime con due pistole semi-automatiche, prima della strage ha distribuito copie del Corano ai vicini di casa. E chi lo conosce bene dice di avergli sentito esprimere l'opinione che «la guerra al terrorismo è in realtà una guerra contro l'Islam», il tutto condito da «sentimenti anti-semiti» e la difesa d'ufficio dei suicide bombers. «Non sono sorpreso dalla notizia della strage - dice al Telegraph il dottor Val Finnell, che insieme ad Hasan aveva seguito un corso nel 2008 - era una bomba ad orologeria pronta ad esplodere». Secondo i parenti, dopo la morte dei genitori (nel 1998 e nel 2001), Hasan era diventato sempre più devoto, affogando la propria malinconia nella lettura ossessiva del Corano. «Non aveva una fidanzata, non andava a ballare, non frequentava locali», dicono. Sembra che, quando viveva nei sobborghi washingtoniani di Silver Spring, Hasan si fosse iscritto ad un servizio di “ricerca dell'anima gemella” per musulmani, specificando che cercava una donna che indossasse il velo e che pregasse almeno cinque volte al giorno. Una ricerca rivelatasi inutile.
Nell'edizione di domenica del Daily Telegraph, il corrispondente degli Stati Uniti, Nick Allen, scava ancora di più in profondità, svelando che Hasan - durante un convegno a cui partecipava insieme ad altri dottori al Walter Reed Army Medical Centre, dove lavorava fino a sei mesi fa, prima di essere trasferito a Fort Hood - aveva dichiarato che «gli infedeli dovrebbero essere decapitati e costretti a bere olio bollente» (non si sa se prima o dopo la decapitazione). Vi sembra il ritratto di un uomo sotto stress o quello di un fondamentalista islamico? Molti suoi colleghi, scrive Allen, raccontano che Hasan diceva di sentirsi «prima musulmano e poi americano”. E uno dei poliziotti che ha tentato di impedirgli la strage spiega che, durante la sparatoria, Hasan gli è sembrato «molto calmo». Per il senatore democratico Joe Lieberman, che presiede il comitato per la Homeland Security, questi sono «forti segnali di avvertimento» che avrebbero dovuto mettere l'esercito statunitense sull'avviso e identificare Hasan come «un fondamentalista islamico». «In casi come questi l'esercito dovrebbe seguire una linea di “tolleranza zero” - spiega il senatore - e procedere ad una espulsione immediata». Ma i colleghi di Hasan si difendono, affermando di non aver voluto presentare un reclamo ufficiale per paura di essere etichettati come “razzisti”.
Ecco le conseguenze della dittatura contemporanea del politically correct: ignorare l'evidenza, per paura di essere tacciati di razzismo o anti-islamismo dai campioni del multiculturalismo. E continuare ad ignorare la realtà, sistematicamente e metodicamente, perfino di fronte al sangue di tredici innocenti, vittime del peggiore attacco terroristico subito dagli Stati Uniti d'America dopo l'11 settembre 2001. Welcome to Obamaland.
UPDATE. Qualcosa inizia a muoversi, sul canale che - secondo Obama - non trasmette «news».




