RightNation
sabato 13 marzo 2010
venerdì 12 marzo 2010
Regionali 2010 - Ultimo Sondaggio SpinCon
Da domani, su Notapolitica.it, allacciatevi le cinture: tornano le Corse Clandestine.
martedì 9 marzo 2010
Democrazia
Ma la nostra grassa democrazia, con la pancia piena e le tasche unte, è troppo impegnata a piroettare su se stessa per smettere, fosse anche per un giorno, di interrogarsi sulla trigonometria dei timbri e sull’ermeneutica delle firme. Per uscire, una volta tanto, dal provincialismo auto-referenziale che l’ha ormai colpita a morte. In gioco ci sono questioni serie, come un manipolo di posti di sottogoverno locale e qualche assessorato alla sanità, mica sciocchezze come il diritto ad esistere. E mentre i cittadini iracheni sfidano le bombe dei terroristi per intingere le loro dita nell’inchiostro indelebile della democrazia, la classe politica italiana non riesce neppure a raccogliere qualche migliaio di firme senza cadere nella tentazione della scorciatoia furbetta, del lei-non-sa-chi-potrei-essere-io.
Intanto lunedì a Ginevra ha parlato Yang Jianli, il dissidente che molti ritengono essere “l’uomo col sacchetto” che frenò per qualche minuto – a Piazza Tiananmen – l’avanzata dei carri armati cinesi. Un’icona vivente. Quasi come Alfredo Milioni e il suo panino immaginario.
giovedì 4 marzo 2010
mercoledì 3 marzo 2010
Dagli amici mi guardi Iddio...
SE FOSSE SUCCESSO A CENTROSINISTRA SAREMMO GIA' IN PIAZZA (ANSA) - ROMA, 3 MAR - 'Se fosse successo a noi del centrosinistra saremmo gia' in piazza. Se i giudici escludono Formigoni in Lombardia e il Pdl a Roma, vanno oltre il loro ambito e compiono un atto che somiglia a un golpe'. Mario Adinolfi sul suo blog contesta cosi' le esclusioni di candidati e liste di centrodestra dalle prossime regionali: 'Voglio che il centrosinistra vinca le elezioni, senza scorciatoie e soprattutto senza appoggiarsi alla magistratura, perche' se passa questo precedente le conseguenze possono essere pericolosissime per la democrazia. Se fosse successo ai nostri saremmo gia' in piazza' ribadisce aggiungendo che 'la democrazia si difende sempre e la possibilita' degli elettori di centrodestra di votare il centrodestra va salvaguardata anche da noi di centrosinistra'.(ANSA).
martedì 2 marzo 2010
Al Gore Lied, People Died
Pensate ai titoli dei giornali se il "patto suicida" (e omicida) fosse stato stretto sull'eccessiva pressione fiscale invece che sulla "paura del global warming".Una bambina di sette mesi è sopravvissuta per tre giorni con una pallottola nel petto, accanto ai cadaveri dei genitori e del fratello. Gli argentini Francisco Lotero, 56 anni, e Miriam Coletti, 23 anni, hanno sparato ai loro figli prima di uccidere se stessi, dopo aver stretto quello che sembra un "patto suicida per paura del global warming". Il loro figlio Francisco, di due anni, è morto all'istante dopo essere stato colpito alla schiena. Ma la bambina è sopravvissuta perché la pallottola sparata dalla pistola del padre non ha colpito nessun organo vitale. (Daily Mail)
martedì 23 febbraio 2010
Road-map per un miracolo
Larry Silverbud su Il Foglio di oggi
Se appena un mese fa un analista politico americano avesse ipotizzato la possibile riconquista del Congresso da parte del GOP alle prossime elezioni di mid-term, lo sventurato sarebbe stato costretto a cambiare mestiere, inseguito dalle risate di scherno dei colleghi. Poi, però, è arrivata la vittoria di Scott Brown in Massachusetts. Ed è cambiato tutto. Lo swing di consensi a favore dei repubblicani nel Bay State tra il novembre 2008 (Obama +26%) e il gennaio 2010 (Brown +5%) è stato di 31 punti percentuali: qualcosa di gigantesco, oltre che di inaspettato.
Martedì 2 novembre 2010, gli americani voteranno per rinnovare tutti i 435 seggi della Camera, 36 dei 100 seggi del Senato e 37 governatori su 50. Un test elettorale importante, non solo per valutare la tenuta dell’amministrazione Obama a metà mandato, ma anche per delineare gli equilibri politici futuri della politica statunitense. E se, fino a poche settimane fa, i democratici puntavano a consolidare – magari rendendola permanente – la “maggioranza strutturale” ottenuta sulla scia dell’elezione del primo presidente nero, oggi i repubblicani possono permettersi di sognare una clamorosa rivincita.
LA RICONQUISTA DELLA CAMERA
Basterebbe un’onda “rossa” molto più contenuta di quella che ha travolto il Massachusetts per riportare nella colonna del GOP quei 48 distretti della Camera che, nel 2008, hanno eletto un congressman democratico ma hanno votato per John McCain alle elezioni presidenziali. E i repubblicani potrebbero accontentarsi di vincere nell’83% di quei collegi per riconquistare il controllo della Camera. La vittoria di Brown nel collegio storico della Dinastia Kennedy, poi, ha già spinto un buon numero di potenziali candidati repubblicani - che erano rimasti nell’ombra in attesa degli eventi – ad annunciare la loro volontà di correre nei distretti più deboli controllati dei democratici, come quelli dei blue dog del Sud, colpiti duramente dall’Obamacare nel già complicato rapporto con la propria constituency.
La riconquista della Camera (oggi i Dems possono contare su 258 seggi contro i 178 del GOP) sembra insomma possibile. Sempre, naturalmente, che l’attuale clima politico di rivolta anti-statalista sia in grado di resistere fino a novembre. A rischio, per i democratici, sono soprattutto distretti conservatori della Bible Belt (Alabama 2, Arkansas 1, Louisiana 3, Mississippi 1, Tennessee 6 e 8), ma anche alcuni distretti dell’Ovest (Colorado 4, Idaho 1, Kansas 3, New Mexico 2) e di purple states che nel 2008 hanno votato per Obama (Florida 8, Michigan 7, Ohio 1 e 15, Pennsylvania 7 e 12, Virginia 5). A completare il quadro di una potenziale disfatta, poi, ci sono un pugno di distretti in bilico in stati con una consolidata tradizione democratica (Maryland 1 e Washington 3 sono solo un paio di esempi).
Secondo il Cook Political Report, dei 50 distretti più in bilico della Camera, 40 sono attualmente controllati dai democratici. Mentre la Crystal Ball di Larry Sabato attualmente prevede 27 pick up per il GOP, una cifra che porterebbe la maggioranza democratica alla Camera da un rinfrescante +80 a uno striminzito +26. Il “ribaltone” è tutt’altro che scontato, insomma, ma ormai quasi tutti scommettono su un guadagno consistente di seggi alla Camera per i repubblicani.
GOVERNATORI IN SALDO
Oltre che alla Camera, il GOP sembra avviarsi verso un buon risultato anche nelle corse alle poltrone di governatore, in cui al momento i democratici sono in vantaggio 26 a 24 (dopo le vittorie repubblicane dello scorso novembre in Virginia e New Jersey). Nel 2010 saranno in gioco ben 37 statehouse. Il moltissimi stati, però, le corse sono ancora a livello “embrionale” e diventa molto complicato farsi un’idea precisa del potenziale risultato senza conoscere il nome degli sfidanti. Secondo Larry Sabato, comunque, se le elezioni si svolgessero oggi i repubblicani conquisterebbero 9 governatori a danno dei democratici, perdendone a loro volta 3, con un bilancio netto di +6 che sposterebbe i rapporti di forza verso un rassicurante 30 a 20. Anche per Scott Elliot di Election Projection, il “blogging Caesar” con un impressionante record positivo di previsioni elettorali, i democratici sarebbero destinati a perdere 9 governatori, strappandone però 5 ai repubblicani. Elliot prevede anche la vittoria dell’indipendente Lincoln Chafee (ex senatore del GOP) in Rhode Island. E questo porterebbe lo score sul 27 a 22 per i repubblicani (con Chafee a fare il “cinquantesimo uomo”).
Incrociando le previsioni di Sabato ed Elliot, i pick up del GOP potrebbero essere Iowa, Kansas, Maryland, Michigan, Ohio, Oklahoma, Pennsylvania, Tennessee e Wisconsin. Mentre i Dems dovrebbero sfondare in California e Hawaii, con buone speranze di vittoria in Connecticut e Vermont. Si tratta comunque di pronostici da prendere con le molle, perché mancano ancora molti mesi alle elezioni e perché su 37 corse ben 21 non avranno un incumbent in lizza (e in altre 4 l’incumbent potrebbe perdere le primarie del proprio partito). Comunque vada, la metà delle statehouse cambierà proprietario a novembre. Un turnover impensabile in qualsiasi altra democrazia occidentale.
SENATO, MISSIONE IMPOSSIBILE?
Se la riconquista della Camera e il contro-sorpasso nel computo dei governatori sono due operazioni molto difficili, ma non impossibili, per il GOP la vittoria assumerebbe contorni schiaccianti nel caso di “ribaltone” al Senato. Per qualche mese, dopo la sofferta (e contestata) vittoria al recount di Al Franken contro Norm Coleman in Minnesota, i democratici hanno potuto contare al Senato sulla cosiddetta “supermajority”, quei 60 seggi che permettono al partito di maggioranza di aggirare qualsiasi tattica ostruzionistica dell’opposizione. Con l’elezione di Scott Brown, però, i democratici hanno perso questa storico vantaggio. E a novembre rischiano, nel migliore dei casi, di allontanarsi ancora di più dal “magic number”. Ma esiste davvero la possibilità che il GOP riesca a strappare quei dieci seggi (in caso di perfetta parità il voto decisivo sarebbe quello del vicepresidente Joe Biden) che consentirebbero al partito di riconquistare il pieno controllo del Senato? La montagna da scalare è altissima, ma basta fare un salto all’indietro di un paio di mesi per capire quanto sia cambiato lo scenario elettorale.
Secondo Nate Silver di FiveFortyEight.com, l’analista di sondaggi più lucido della sinistra americana, a dicembre il Massachusetts era in 26ª posizione nella classifica dei seggi con maggiore probabilità di cambiare partito. E prima di Casa Kennedy c’erano altri 12 seggi democratici considerati maggiormente a rischio di pick up. Due in più, insomma, di quanti ne servirebbero al GOP per riconquistare la maggioranza al Senato. In quest’ultimo mese, poi, le “classifiche” degli esperti sono cambiate sensibilmente. Proviamo a percorrerle in salita, partendo dai pick up potenzialmente più “facili” per il GOP, per poi addentrarci nei meandri della “missione impossibile”.
I MAGNIFICI QUATTRO
In quattro stati i repubblicani dovrebbero avere vita piuttosto facile, a meno di grandi scossoni da qui a novembre. Il primo è il North Dakota, dove al ritiro del democratico Byron Dorgan (che avrebbe avuto chance consistenti di riconferma), si è aggiunta la discesa in campo dell’attuale governatore repubblicano John Hoeven. Nei sondaggi più recenti, Hoeven batte la probabile candidata democratica Heidi Heitkamp con margini sempre superiori ai 20 punti percentuali. E gli avversari della Heitkamp alle primarie (8 giugno) vanno addirittura peggio.
Poi c’è il Nevada, dove l’incumbent democratico è il leader della maggioranza al Senato, Harry Reid. Secondo Nate Silver, con lui in campo i Dems non hanno più del 20% di probabilità di mantenere il seggio, complice anche un indice d’approvazione (o meglio, di disapprovazione) con pochi precedenti nella storia elettorale degli Stati Uniti. L’uomo giusto, per i Dems, poteva essere il popolare sindaco di Las Vegas, Oscar Goodman, l’unico – nei sondaggi – in grado di battere il trio di potenziali candidati repubblicani (Sue Lowden, Danny Tarkanian e Brian Krolicki) che si sfideranno alle primarie dell’8 giugno. Per il GOP è un seggio quasi sicuro.
Il 18 maggio, alle primarie repubblicane dell’Arkansas, il repubblicani sceglieranno il proprio candidato per sfidare l’incumbent Blanche Lincoln. Nel 2010, il Natural State sembra destinato ad essere terra di conquista per i repubblicani. Dei quattro front-runner del GOP, il congressman John Boozman è il favorito; ma negli ultimi sondaggi anche Gilbert Baker, Kim Hendren e Curtis Coleman sono in vantaggio abbastanza comodamente nei confronti della Lincoln.
Il quarto stato “facile” per il GOP è il Delaware. Il trend elettorale dello stato che ha visto Hoover prevalere su Roosevelt nel 1932 e Dewey battere Truman nel 1948, negli ultimi decenni ha preso una piega estremamente favorevole al partito democratico. Ma questa tendenza rischia di capovolgersi a novembre, vista la decisione di Joseph “Beau” Biden (attorney general dello stato e primogenito del vicepresidente Biden) di non partecipare alla contesa del seggio lasciato libero dal padre (e occupato, nell’ultimo biennio, dal suo collaboratore Ted Kaufman). Il candidato repubblicano, con ogni probabilità, sarà Mike Castle, mentre i democratici dovranno “accontentarsi” del county executive di Wilmington, Chris Coons, che nei sondaggi accusa spesso svantaggi in doppia cifra.
INDIANA, PENNSYLVANIA, COLORADO E... ILLINOIS!
Dopo il ciclone-Massachusetts, i repubblicani hanno iniziato a guardare con interesse al seggio di Evan Bayh in Indiana, ma l’unico repubblicano in grado di impensierirlo seriamente sarebbe stato Mike Pence, attuale numero 3 del GOP alla Camera e astro nascente del movimento conservatore, o magari il segretario di stato Todd Rokita. Nessuno dei due, però, sembrava avere intenzione di correre. Almeno fino alla notizia del clamoroso ritiro di Bayh, che ha rimesso inaspettatamente in gioco l’Indiana, facendone una delle possibilità di pick up più appetitose per il partito repubblicano.
Secondo Scott Ellis è il quinto stato “più facile” per un pick up repubblicano. Per Nate Silver, una vittoria del GOP è addirittura più probabile che in Delaware. Mentre per Larry Sabato e Cook Report siamo ancora fermi a un toss-up. Stiamo parlando del seggio della Pennsylvania controllato da Arlen Specter (ex Rino: republican in name only) passato di recente nelle file democratiche. Specter, che ha indici di popolarità molto bassi, dovrà prima sbarazzarsi di Joe Sestak alle primarie democratiche del 18 maggio. Poi, in caso di vittoria, il suo avversario sarà Pat Toomey, presidente del think-tank liberista Club for Growth, una delle forze trainanti del movimento che ha dato vita ai Tea Party. Fino a qualche mese fa, la candidatura di Toomey era considerata troppo “estrema” per uno stato come la Pennsylvania. Ma ormai da qualche settimana il repubblicano è costantemente in testa nei sondaggi.
Uno degli stati vinti da Obama nel 2008, in cui il presidente sta incontrando maggiori difficoltà nei sondaggi (soprattutto tra gli elettori indipendenti) è senza dubbio il Colorado. E il suo job approval balbettante rischia di rimbalzare anche sulle elezioni di novembre, in cui sia l’incumbent democratico Michael Bennet che il suo sfidante alle primarie del 10 agosto, Andrew Romanoff, stentano nei confronti dei due front-runner repubblicani, Jane Norton e Ken Buck.
Incredibilmente, il “settimo indiziato” è proprio lo stato in cui Obama ha posato le fondamenta della sua straordinaria (finora) carriera politica: l’Illinois. In questo caso, complici le elezioni primarie estremamente anticipate, i candidati sono già sicuri: Alexi Giannoulias per i Dems e Mark Kirk per il GOP. I democratici partono dai 25 punti percentuali di vantaggio accumulati alle presidenziali del 2008, ma gli ultimi sondaggi regalano un quadro molto incerto della corsa, con Kirk e Giannoulias praticamente appaiati. Si tratta di un toss-up puro, almeno al momento. E in caso di vittoria repubblicana il GOP raggiungerebbe quota +8, portando gli equilibri al Senato sul 49 a 49 per i democratici (con due indipendenti, compreso il “mezzo-repubblicano” Joe Lieberman, che partecipano al caucus dei Dems). Pur stravincendo le elezioni, però, il GOP si fermerebbe a un passo dalla vetta.
LA VETTA DELLA MONTAGNA
Dopo l’Illinois, l’impresa dei repubblicani diventa – oggettivamente – quasi impossibile. Ad oggi, soltanto la California è vagamente competitiva: Barbara Boxer ha vinto il suo terzo mandato nel 2004 con un vantaggio del 20%, ma in questi giorni riesce raramente a superare il 50% nei sondaggi. Molto dipenderà dal candidato repubblicano di novembre. L’ex amministratore delegato di Hewlett-Packard, Carly Fiorina, non sembra uno sfidante irresistibile. Mentre il congressman “moderato” Tom Campbell, che ha recentemente annunciato la sua scelta di correre, potrebbe avere qualche chance in più. Sia Campbell che la Fiorina, comunque, hanno bisogno di un upset su scala nazionale simile a quello che ha travolto il Massachusetts (o il New Jersey qualche mese prima) per poter sperare in una vittoria.
Poi c’è un gruppetto di stati per ora non competitivi che potrebbero diventarlo con il candidato repubblicano “giusto”: New York, Washington e Wisconsin. Nello stato di New York, Rudy Giuliani e George Pataki potrebbero provocare più di un grattacapo a Kirsten Gillinbrand, soprattutto vista la scarsa performance del governatore David Patterson e del suo predecessore Eliot Spitzer. Giuliani, però, ha già deciso di non partecipare. E per Pataki ormai non c’è più molto tempo. Stessa situazione nello stato di Washington, dove il candidato ideale del GOP sarebbe Dino Rossi (sconfitto nella corsa a governatore da Christine Gregoire nel 2004 dopo un contestatissimo recount), che però resta ancora “alla finestra”. Infine il Wisconsin, dove il democratico Russ Feingold è praticamente invulnerabile contro qualsiasi candidato repubblicano, con la notevole eccezione dell’ex governatore Tommy Thompson, la cui candidatura sembra però improbabile, almeno al momento.
LA ROAD-MAP PER IL MIRACOLO
Ecco, dunque, la difficile road-map dei repubblicani per la conquista del Senato:
1) Proteggere i quattro stati controllati dal GOP in cui il partito è più vulnerabile: Kentucky, New Hampshire, Missouri e Ohio (soprattutto gli ultimi due);
2) Sbrigare in fretta la pratica degli stati “facili” (North Dakota, Nevada, Arkansas, Delaware);
3) Provare l’impresa negli stati “difficili” (Pennsylvania, Colorado e Illinois);
4) Trovare i candidati giusti e sperare nel miracolo in almeno tre degli stati “quasi impossibili” (California, New York, Washington e Wisconsin).
Si tratta di una strada estremamente difficile da percorrere, ma che somiglia in maniera impressionante a quella del 1994, quando i repubblicani – guidati da Newt Gingrich e galvanizzati dal Contract with America – riuscirono a conquistare 54 seggi democratici alla Camera e 8 al Senato, ottenendo il controllo totale del Congresso per la prima volta dal 1954. Le similitudini con l’anno della “Republican Revolution” non sono poche: un presidente eletto con fortissime aspettative (anche grazie alle divisioni in campo conservatore) ma con un indice di gradimento in forte ribasso; un Congresso democratico percepito dagli elettori come molto spostato su posizioni progressive; un tentativo di riforma sanitaria condotto con metodi discutibili; una forte spinta riformatrice in ampi settori della società, con un flusso costante di “indipendenti” da sinistra verso destra; numeri traballanti in molti fondamentali dell’economia. Da qui a novembre, questo scenario potrebbe cambiare anche radicalmente. Ma se così non fosse, l’America potrebbe essere pronta per una nuova Rivoluzione.
lunedì 15 febbraio 2010
Quando la nave affonda...
venerdì 12 febbraio 2010
The Old Dumb Lady
Il job approval del presidente precipita al 46% anche nel sondaggio condotto dagli organi ufficiali dei pasdaran obamisti, CBS News e New York Times. Mentre CBS News, nel presentare i risultati del sondaggio, non trova di meglio che dare la colpa all'economia ("Economy Brings Down Obama's Job Approval Rating"), il New York Times tenta un'operazione così squallida da risultare quasi eroica e decide di mettere il titolo "Poll Finds Edge for Obama Over G.O.P." ("sondaggio scopre vantaggio di Obama nei confronti del GOP") all'articolo che certifica il punto più basso raggiunto da Obama dall'inizio del suo mandato. Cosa dovrà inventarsi la Old Gray Lady quando The One inizierà a scivolare verso i 30s?
martedì 9 febbraio 2010
L'onere della prova
Sondaggio nazionale [2-7 febbraio]
Pdl e Lega Nord in ottima forma, Udc e Pd in leggera flessione: sono questi i risultati dell'ultimo osservatorio politico di Spincon per Notapolitica. Secondo il sondaggio effettuato tra il 2 e il 7 Febbraio, il Popolo della Libertà ottiene il 38,1% dei voti (+o,4% rispetto all'ultima rilevazione) mentre la Lega Nord guadagna addirittura 1,6 punti percentuali, superando di slancio la soglia del 10% e attestandosi a quota 11,2 con un risultato davvero sorprendente in Veneto dove diventa seppur di poco il primo partito.
Soffrono sia il Pd che si ferma al 27,7% (-0,3%) che l'Udc che perde 0,8 punti rispetto all'ultimo osservatorio Spincon e scende al 6,7%. Crolla l'Alleanza per l'Italia di Rutelli che vede dimezzarsi i suoi possibili elettori e non riesce ad andare oltre l'1,1%.
Sostanzialmente stabili tutti gli altri con La Destra all'1,6%, l'Mpa all'1,2%, Sinistra e Libertà all'1,7% e Comunisti all'1,5%. Bene i Radicali che, trainati dall'effetto Bonino, si riavvicinano al 2%, guadagnando quasi mezzo punto rispetto all'ultimo sondaggio.
venerdì 5 febbraio 2010
The Lil' Bounce is Over
mercoledì 3 febbraio 2010
Change of Climate
venerdì 29 gennaio 2010
Il cerchio si chiude
ATTACCA USA SU CAMBIAMENTI CLIMA
(Adnkronos/Aki) - «I paesi industrializzati e in particolare quelli più grandi sono responsabili dei cambiamenti climatici - afferma Bin Laden - Il cambiamento climatico del pianeta non è solo un'idea, ma una realtà. Loro sono responsabili perché hanno invocato gli accordi di Kyoto accordandosi sulla riduzione delle emissioni dei gas, salvo poi, per decisione di George Bush junior e prima ancora del Congresso americano, respingere gli accordi per accontentare le grosse multinazionali». «Ci sono loro dietro l'aumento generalizzato dei prezzi di prima necessità - dice il leader di al-Qaeda - e dietro la cattiva situazione economica nella quale ci troviamo». «Ha ragione Noam Chomsky quando sostiene che c'è un legame tra la politica americana e quella delle bande mafiose». È quanto afferma nella seconda parte del suo messaggio audio il leader di al-Qaeda, Osama Bin Laden. In quest'ultima registrazione, trasmessa dalla tv araba al-Jazeera, Bin Laden parla anche della crisi economica e cita il noto intellettuale americano e le sue tesi. «Sono loro i veri terroristi - afferma - Dobbiamo impedire l'uso del dollaro e liberarcene al più presto. È questa la via per liberare l'umanità dall'America e dalle sue multinazional». Bin Laden propone quindi il boicottaggio dei prodotti, delle societa' e della moneta statunitense come soluzione alla crisi economica mondiale.
Bin Laden, Al Gore, Noam Chomsky: tutto, ora, ha perfettamente senso.
giovedì 21 gennaio 2010
Scott, il vendicatore
Martedì nero per i Democratici statunitensi. Avrebbe dovuto essere la solita passeggiata di sempre e invece è stato un incubo. La vittoria del Repubblicano Scott Brown nelle elezioni suppletive per il Senato federale di Washington, che si sono volte martedì in Massachusetts, ha infatti non solo mandato all’aria certi giochetti politici “locali” vecchi e stantii, ma anzitutto e soprattutto lanciato alla Casa Bianca un nettissimo segnale di rivolta. Quella che potrebbe essere la fine della riforma del sistema sanitario nazionale fortemente voluta dal presidente Barack Hussein Obama parte infatti da qui, dal Massachusetts. Divenendo oggi il 41° dei senatori Repubblicani attualmente in carica, Brown infrange sugli scogli la maggioranza qualificata di 60 seggi che impedisce ogni ostruzionismo parlamentare. Per questo il Partito Repubblicano festeggia e il popolo conservatore gongola. Tenendo presente che, di tutto il castello di promesse mai mantenute, proprio la riforma sanitaria era ed è rimasta l’ultima speciosa arma retorica con cui la Casa Bianca cerca di mantenere la testa sopra la linea di galleggiamento, a solo un anno di distanza da quella montagna parolaia che nel novembre 2008 ha partorito il topolino Obama è opportuno che cronisti e commentatori inizino a rinfoderare la spocchia con cui da dodici mesi spadroneggiano nel nome di “Magic Barack”.
È dal 1952 che il seggio senatoriale ora conquistato da Brown stava inamovibilmente nelle mani del clan Kennedy, di JFK prima e dell’ineffabile “Ted” dopo; da trent’anni la rappresentanza del Massachusetts al Senato di Washington era un monolite monocolore Democratico, e pure ostaggio della componente più smaccatamente progressista del Partito Democratico. Che un Repubblicano come Brown abbia dunque infranto questa cortina di ferro è un fatto davvero eccezionale.
Per molti aspetti, Brown è un vir novus. Sì, in loco lo si conosce discretamente, le cronache mondane rimbalzano il suo nome da un bel po’, ma resta vero che per la politica di livello nazionale è ancora un “signor nessuno”. Che quindi sia un uomo così, più vicino alla gente di quanto s’immagini e più espressione del popolo di quanto si sospetti, a sbaragliare quelle gioiose macchine da guerra con ingranaggi ben oliati che in Massachusetts marciano alla guida di timonieri consumati (in tutti i sensi) e in una tornata elettorale tanto importante è un segnale politico di una forza straordinaria.
In poche settimane, il “parvenu” Brown ha polverizzato il “mito” che già manda cattivo odore di “Ted” Kennedy, ma soprattutto ha distrutto ciò che un uomo come lui ha per decenni rappresentato in politica. Vale a dire l’intrallazzo, il maneggionismo, l’inciucismo alternato volentieri al radicalismo ideologico, il binomio doppiopetto e sozzura, lo spregio della giustizia anzi del Paese intero in nome dei propri porci comodi, la politica annaffiata oltre ogni ragionevole soglia di tolleranza da caterve di denari viziati, vizianti e viziosi, nonché quella cosa da voltastomaco che è il vedere un fantastiliardario atteggiarsi a buon samaritano lasciando cadere dal vetro fumé della limousine qualche spicciolo per gli homeless, meglio-che-niente si dirà e invece no, la logica è che darne un po’ ai disperati li sottrae al fisco. Tipo Una poltrona per due, per intenderci.
Brown invece è un ruspantello di provincia, magari un po’ frescone ma piuttosto genuino, né ricco né povero, middle class come la maggior parte degli americani, proprietario e lavoratore, avvocato e militare, tocco di finto scandalo che non guasta mai e alla bisogna istinto politico dalla parte giusta. Mica san Giorgio cavaliere, ma oggi alla politica tutta basterebbero semplicemente uomini politici autentici, non dei superman. Dopo l’articolo su Brown comparso a firma del sottoscritto martedì su queste pagine, un gentile lettore mi ha raggiunto sul mezzo di comunicazione e relazione più à la page del momento, Facebook, laconicamente rimbrottandomi con un “Brown altro non è che un abortista moderato”. Vero, forse. A parte il fatto che oggi il suo istinto politico sembra averlo schierato mediamente più in linea con il mondo pro-life di quanto s’immagini, la cosa significativa da ricordare è che scegliendo lui il popolo del Massachusetts ha scelto di considerare mezzo pieno il bicchiere fino a oggi visto solo mezzo vuoto. Chi gielo va insomma a dire al popolo del Massachusetts, appesantito da 50 anni di Kennedy e da 30 di progressismo Democratico, che Brown non è (correggerei in “potrebbe anche forse non essere”) il top dei top?
L’impresa in cui Brown è riuscito è enorme. Ma è enorme soprattutto perché significa che dietro a uno Scott Brown, che è quello che è come tutti sono quello che sono, esiste un popolo di votanti pari a più della metà di chi martedì ha fisicamente votato alle urne il quale ha scelto di dire basta a Obama e ai Democratici. Come ignorare infatti che di tutti seggi che i Repubblicani avrebbero mai potuto conquistare in Massachusetts il primo a incrinare lo strapotere di una politica arrogante contro le persone e contro il Paese è quello che già fu di quel “Ted” Kenendy che nemmeno da morto, come di solito accade, ha fatto il miracolo, il “Ted” che per una vita si è battuto per quella riforma sanitaria che oggi la Casa Bianca sfoggia come un fiore all’occhiello e che proprio poco prima di passare a miglior vita l’ultimo Kennedy ha pubblicamente benedetto in Obama con il crisma della continuità progressista? Come non comprendere che avere mandato a casa il seggio di “Ted” significa avere già sconfitto la politica impopolare di Obama?
La vittoria di Brown è senza dubbio storica, sia come sia il futuro. Brown è riuscito in una singolare tenzone di alto valore politico e morale come prima non era praticamente mai successo. Non era successo al bravo William J. Federer, per esempio, omonimo di un bravo tennista come Brown lo è di un bravo calciatore, quel Federer storico e saggista prestato alla politica che in novembre ha sottoscritto la “Dichiarazione di Manhattan” (di cui occorrerà riparlare) la quale unisce protestanti evangelicali, cattolici e ortodossi americani in una sfida elegantemente “di piazza” all’establishment egemonizzato dai progressisti su temi di difesa intergale della persona umana, insomma il Federer semisconosciuto che nel 2000 cercò di battere in Missouri l’allora leader della minoranza Democratica alla Camera, il potentissimo Richard “Dick” Gephardt, perdendo con onore una sfida impari ma moschettiera. Federer fu al tempo sostenuto da William H.T. “Bucky” Bush, zio del presidente George W. Bush jr., dal leader della maggioranza Repubblicana alla Camera Richard “Dick” Armey, dal fuoriclasse Repubblicano, reaganiano, cattolico e antiabortista Alan Keyes (negro, più nero e più autentico di Obama), dalla madrina del femminismo antifemminista Phyllis Schlafly, dal popolare opinionista David Limbaugh (fratello minore del popolarissimo commentatore radiofonico Rush Limbaugh), dal presidente della Corte Suprema dell’Alabama Roy S. Moore (famoso perché si ostina a mantenere in piedi il monumento ai Dieci Comandamenti nel tribunale che presiede), dal grande Chuck Norris, dal rocker conservatore Ted Nugent e dal noto radiopredicatore James C. Dobson jr., di “Focus on the Family”. La vittoria di Brown oggi vendica tutti i Federer sconfitti di ieri, ma soprattutto incorona il popolo americano che cerca, che sceglie e che premia tipi come loro. Quando i Repubblicani puntano sui conservatori vincono. Il ripasso della lezione di storia parte dal Massachusetts. Dietro Brown, infatti, spunta il popolo dei “Tea Party”, cioè il movimento della rivolta fiscale ma non solo, torna la “Right Nation”, sogna ancora l’America.
Aggiungete alla vittoria di Brown i recentissimi trionfi Repubblicani ottenuti alle elezioni per il rinnovo dei governatori di Virginia e New Jersey. Aggiungete quel dato troppo a lungo scordato che è stato il clamoroso successo della proposition a difesa della famiglia naturale e del matrimonio eterosessuale che nel novembre 2008 si è registrato nella Californication (e in altri Stati) che al contempo premiava Obama (segno tra l’altro del fatto che non tutti gli elettori di Obama sono stati degl’ideologi trinariciuti). Aggiungete che forse forse anche Sarah Palin rientrerà presto nel giro, e allora non è davvero difficile dare ragione a FoxNews che il 3 novembre scorso qualificava come referendum pro o contro Obama le elezioni di metà mandato che gli Stati Uniti celebreranno nel novembre prossimo. Un referendum dopo il quale Obama potrebbe già mettersi a preparare la valigie. Forte della vittoria ottenuta con quasi il 52% de voti contro la rivale Martha Coakley, vassalla del feudo Kennedy-Obama, Scott Brown ha dichiarato: «Cercherò di essere un degno successore di Ted Kennedy». Ecco speriamo che questa promessa non la mantenga.
mercoledì 20 gennaio 2010
Waterloo, Massachusetts
Le due settimane più lunghe di Barack
Tutto era iniziato il 4 gennaio, quando il sondaggista Scott Rasmussen ha pubblicato una sorprendente ricerca sulle elezioni suppletive del Massachusetts, fino a quel momento considerate poco più di una formalità per i democratici. Il sondaggio di Rasmussen, invece, registrava un vantaggio per la Coakley inferiore ai dieci punti percentuali (9, per l’esattezza) che aveva in un primo momento provocato l’ilarità degli analisti, soprattutto democratici, che consideravano del tutto irrealistico uno scarto così ridotto. Per comprendere pienamente l’entità dell’evento sismico che si è verificato nella notte tra martedì e mercoledì, bisogna fare un breve excursus nella storia elettorale dello stato nel dopoguerra. In quella che i conservatori chiamano con disprezzo People’s Republic of Massachusetts (Repubblica Popolare del Massachusetts), JFK ha vinto a fatica le elezioni per il Senato nel 1952 (51-48), ma da quella data in poi il distacco tra democratici e repubblicani è sempre stato elevatissimo. Tanto che il risultato migliore per il Gop l’aveva ottenuto Mitt Romney (poi diventato governatore) che nel 1994 - anno favorevolissimo al Gop - aveva perso contro Ted Kennedy con “soli” 17 punti percentuali di scarto. Nel seggio non di proprietà diretta della dinastia Kennedy, invece, John Kerry nel 2002 è riuscito addirittura a correre senza oppositori. E appena un anno fa, Kerry aveva sconfitto Jeff Beatty 65-30: trentacinque punti percentuali e oltre un milione di voti di vantaggio.
Il panico (tardivo) dei democratici
Data per scontata la vittoria, i democratici hanno praticamente fermato la loro poderosa macchina elettorale in Massachusetts appena dopo la vittoria della Coakley alle primarie. Ma non hanno tenuto conto di almeno due fattori: la crescente opposizione nazionale al piano di riforma sanitario faticosamente approvato dal Congresso e la protesta montante della popolazione nei confronti della politica economica della Casa Bianca, maturata con il dilagare dei Tea Party in ogni angolo della nazione (Massachusetts compreso). Il sondaggio di Rasmussen è stato frettolosamente archiviato come una bizzarra “anomalia statistica”. E i democratici hanno continuato a dormire sonni ancora più tranquilli. L’incubo, invece, era appena iniziato.
Ad appena una settimana dal voto, infatti, è arrivato un altro fulmine a ciel sereno: secondo il sondaggista democratico Tom Jensen di Public Policy Polling, infatti, Brown era addirittura davanti alla Coakley (anche se solo dell’1%) e stava riuscendo a monopolizzare il voto degli indipendenti, strappando addirittura il consenso di qualche elettore tradizionalmente democratico. Se il partito di Obama aveva avuto buon gioco nel definire Rasmussen come un sondaggista vicino ai repubblicani (affermazione non del tutto corretta, per la verità), Jensen non poteva certo essere considerato un “guastatore” del nemico, vista la sua storica vicinanza, anche professionale, con il partito democratico. E il fulmine si è presto trasformato in un acquazzone fuori stagione.
Arrivano i rinforzi da Washington
La Casa Bianca e i vertici del partito, consapevoli che una sconfitta in Massachusetts avrebbe tolto alla maggioranza il 60° voto del Senato necessario a frenare ogni velleità di filibustering da parte del Gop, sono entrai immediatamente (si fa per dire) in emergency-mode. Bill Clinton e i suoi surrogati si sono precipitati nello stato a fare campagna per la Coakley. A ventiquattr’ore dall’apertura delle urne, si è scomodato addirittura il presidente, anche se già iniziavano a circolare memo interni dell’amministrazione che accusavano di inettitudine la candidata democratica e memo interni della campagna Coakley che accusavano la Casa Bianca di scarso impegno.
Mentre i repubblicani di tutti gli Stati Uniti si chiedevano, sbigottiti, se fosse davvero arrivato il momento della “liberazione” atteso da oltre mezzo secolo, gli attivisti dei Tea Party battevano lo stato palmo a palmo, sconfiggevano clamorosamente liberal e progressive proprio sui loro terreno preferito (guerrilla marketing, fundraising online e controllo dei social network) e smentivano ancora una volta chi li considera custodi un po’ ottusi della “purezza” conservatrice, appoggiando con tutta l’energia possibile un candidato in alcuni casi eterodosso rispetto al baricentro ideologico del movimento.
Il crollo verticale
Negli ultimi giorni della campagna elettorale, Brown inizia una surge statistica con pochi precedenti nella storia americana. I sondaggisti che registrano un vantaggio per Brown - a volte minimo, a volte più consistente - si moltiplicano. E perfino gli istituti di ricerca più vicini al partito democratico si arrendono all’ipotesi di una gara combattuta sul filo di lana. Un’eventualità, per il Massachusetts, semplicemente fantascientifica fino a un paio di settimane prima. In realtà, chiuse le urne e contati i voti, tutto è stato più semplice del previsto. Il turnout discreto dei democratici a Boston, provocato dal tentativo di “nazionalizzare” in extremis la sfida, è stato schiacciato dai numeri straordinari ottenuti dal Gop nei sobborghi di Bay State, dove il candidato repubblicano è riuscito non solo ad energizzare la base conservatrice, ma a smuovere la tradizionale apatia dell’elettorato “indipendente”, che si è spostato con percentuali “bulgare” dalla parte di Scott Brown, che alla fine ha vinto con 5 punti percentuali e oltre 100mila voti di distacco.
Ma qualsiasi considerazione locale scompare di fronte all’impatto di queste elezioni sul panorama politico nazionale. Dopo le sconfitte di novembre in Virginia e (soprattutto) New Jersey, Obama si trova di fronte a un ambiente politico estremamente ostile: il suo job approval è ormai stabilmente al di sotto della linea di galleggiamento del 50%; il suo partito perde regolarmente le sfide nel congressional generic ballot; la riforma sanitaria è a rischio; la sua politica ecomomica ha indici di approvazione che sfiorano il 30%; i potenziali candidati democratici alle elezioni di mid-term (incumbent compresi) fanno a gara nel ritirarsi dalla co,petizione; i repubblicani, che sembravano definitivamente usciti di gioco, sono più motivati e combattivi che mai; i Tea Party raccolgono libertarian, indipendenti e conservatori in un unico movimento di protesta anti-statalista, diffuso e sul piede di guerra. «La situazione, forse, è peggio di come ce le immaginavamo», ha ammesso ieri l’analista-blogger democratico Nate Silver, che fino all’ultimo minuto si rifiutava di credere all’eventualità di una vittoria repubblicana in Massachusetts. E il “peggio”, probabilmente, per Obama e i democratici deve ancora arrivare.
(domani in edicola su Liberal quotidiano)
A Midwinter Night's Dream
04:37.
2154/2168
Coakley (Dem) 1,052,391 - 47%
Brown (GOP) 1,153,808 - 52%
04:25. (...) I can tell you right now, there are a whole crap load of Democrats in marginal seats thinking “if we can’t hold Teddy Kennedy’s seat in Massachusetts, what chance have I unless I do something completely different?” Nancy Pelosi and Harry Reid wake up to a whole new world tomorrow. McQ on QandO
04:18.
2107/2168
Coakley (Dem) 1,018,272 - 47%
Brown (GOP) 1,135,249 - 52%
04:12. Aspettando il discorso di Scott Brown, su Fox News c'è Karl Rove. Dopo il break.
04:08.
2084/2168
Coakley (Dem) 1,005,997 - 47%
Brown (GOP) 1,112,574 - 52%
04:02.Durante il concession speech, la Coakley ringrazia lo staff, i foot-soldiers e la famiglia Kennedy. Ci uniamo ai ringraziamenti.
04:00.
2066/2168
Coakley (Dem) 995,329 - 47%
Brown (GOP) 1,103,326 - 52%
03:54.
2031/2168
Coakley (Dem) 974,753 - 47%
Brown (GOP) 1,089,039 - 52%
03:45.
1994/2168
Coakley (Dem) 949,660 - 47%
Brown (GOP) 1,062,322 - 52%
03:43.
1939/2168
Coakley (Dem) 921,459 - 47%
Brown (GOP) 1,036,855 - 52%
03:39. Sarah Palin: Congratulations to the new Senator-elect from Massachusetts! Scott Brown’s victory proves that the desire for real solutions transcends notions of “blue state” and “red state”. Americans agree that we need to hold our politicians accountable and bring common sense to D.C. (via Twitter)
03:37.
1884/2168
Coakley (Dem) 887,754 - 47%
Brown (GOP) 996,990 - 52%
03:34. Dem pollster Celinda Lake: "There's a wave... it hit VA, it hit NJ, it hit MA." (via Twitter)
03:31.
1770/2168
Coakley (Dem) 837,684 - 47%
Brown (GOP) 934,045 - 52%
03:27.
1717/2168
Coakley (Dem) 811,036 - 47%
Brown (GOP) 907,421 - 52%
03:27.
1717/2168
Coakley (Dem) 811,036 - 47%
Brown (GOP) 907,421 - 52%
03:24. Ruffini: Coakley just conceded.
03:23. Associated Press chiama la corsa per Brown. Su Fox News dicono che la Coakley starebbe per concedere la sconfitta.
03:22.
1543/2168
Coakley (Dem) 720,460 - 46%
Brown (GOP) 822,901 - 53%
03:20.
1494/2168
Coakley (Dem) 696,751 - 46%
Brown (GOP) 791,972 - 53%
03:16.
1435/2168
Coakley (Dem) 668,881 - 46%
Brown (GOP) 757,885 - 53%
03:12.
1357/2168
Coakley (Dem) 630,859 - 46%
Brown (GOP) 715,962 - 53%
03:10. Patrick Ruffini projects Scott Brown elected the next U.S. Senator from Massachusetts, and the 41st Republican vote (via Twitter)
03:08.
1298/2168
Coakley (Dem) 607,073 - 46%
Brown (GOP) 694,897 - 53%
03:06. Romney si pavoneggia su Fox News. Io ancora non posso crederci...
03:05.
1234/2168
Coakley (Dem) 575,357 - 46%
Brown (GOP) 653,782 - 53%
03:03.
1119/2168
Coakley (Dem) 520,311 - 47%
Brown (GOP) 587,389 - 52%
03:02. I dati contea per contea. Il liveblogging di Pollster.com.
02:59. Francesco Costa non è per niente soddisfatto...
02:58.
980/2168
Coakley (Dem) 459,949 - 47%
Brown (GOP) 514,370 - 52%
02:56.
980/2168
Coakley (Dem) 459,949 - 47%
Brown (GOP) 514,370 - 52%
02:53.
783/2168
Coakley (Dem) 365,672 - 47%
Brown (GOP) 407,727 - 52%
02:49.
639/2168
Coakley (Dem) 301,283 - 47%
Brown (GOP) 337,954 - 52%
02:47.
543/2168
Coakley (Dem) 260,730 - 47%
Brown (GOP) 288,615 - 52%
02:44. Patrick Ruffini: Very close to calling it for Brown (via Twitter)
02:41.
445/2168
Coakley (Dem) 216,117 -46%
Brown (GOP) 249,106 - 53%
02:37. Is it happening?
283/2168
Coakley (Dem) 146,410 46%
Brown (GOP) 170,431 53%






