È stata una notte più breve del previsto, quella che ha visto consumarsi in Massachusetts la più clamorosa batosta elettorale ai danni del partito democratico degli ultimi quindici anni. Già alle 9 della sera (le 3 del mattino, in Italia), Fox News ha assegnato la vittoria al candidato repubblicano, Scott Brown. Gli altri network hanno aspettato un po’ più a lungo, ma quando, verso le 10, anche Associated Press ha effettuato la chiamata, la percezione della disfatta democratica era ormai considerata un dato di fatto. Poi, da lì a qualche minuto, l’evento storico si è compiuto. La candidata democratica Marta Coakley ha riconosciuto la sconfitta, il quartier generale del Gop (già su di giri da qualche ora) è esploso come un petardo nella notte del 4 luglio e Scott Brown è diventato il nuovo senatore junior del Commonwealth del Massachusetts, conquistando il seggio che fu prima di John F. Kennedy e poi di suo fratello Ted, saldamente in mano democratica da oltre mezzo secolo. Brown, soprattutto, diventa il 41° voto repubblicano al Senato, togliendo al partito del presidente Obama quel preziosissimo sessantesimo seggio che, secondo i regolamenti del Congresso Usa, consente alla maggioranza di aggirare qualsiasi pratica ostruzionistica dell’opposizione.
Le due settimane più lunghe di Barack
Tutto era iniziato il 4 gennaio, quando il sondaggista Scott Rasmussen ha pubblicato una sorprendente ricerca sulle elezioni suppletive del Massachusetts, fino a quel momento considerate poco più di una formalità per i democratici. Il sondaggio di Rasmussen, invece, registrava un vantaggio per la Coakley inferiore ai dieci punti percentuali (9, per l’esattezza) che aveva in un primo momento provocato l’ilarità degli analisti, soprattutto democratici, che consideravano del tutto irrealistico uno scarto così ridotto. Per comprendere pienamente l’entità dell’evento sismico che si è verificato nella notte tra martedì e mercoledì, bisogna fare un breve excursus nella storia elettorale dello stato nel dopoguerra. In quella che i conservatori chiamano con disprezzo People’s Republic of Massachusetts (Repubblica Popolare del Massachusetts), JFK ha vinto a fatica le elezioni per il Senato nel 1952 (51-48), ma da quella data in poi il distacco tra democratici e repubblicani è sempre stato elevatissimo. Tanto che il risultato migliore per il Gop l’aveva ottenuto Mitt Romney (poi diventato governatore) che nel 1994 - anno favorevolissimo al Gop - aveva perso contro Ted Kennedy con “soli” 17 punti percentuali di scarto. Nel seggio non di proprietà diretta della dinastia Kennedy, invece, John Kerry nel 2002 è riuscito addirittura a correre senza oppositori. E appena un anno fa, Kerry aveva sconfitto Jeff Beatty 65-30: trentacinque punti percentuali e oltre un milione di voti di vantaggio.
Il panico (tardivo) dei democratici
Data per scontata la vittoria, i democratici hanno praticamente fermato la loro poderosa macchina elettorale in Massachusetts appena dopo la vittoria della Coakley alle primarie. Ma non hanno tenuto conto di almeno due fattori: la crescente opposizione nazionale al piano di riforma sanitario faticosamente approvato dal Congresso e la protesta montante della popolazione nei confronti della politica economica della Casa Bianca, maturata con il dilagare dei Tea Party in ogni angolo della nazione (Massachusetts compreso). Il sondaggio di Rasmussen è stato frettolosamente archiviato come una bizzarra “anomalia statistica”. E i democratici hanno continuato a dormire sonni ancora più tranquilli. L’incubo, invece, era appena iniziato.
Ad appena una settimana dal voto, infatti, è arrivato un altro fulmine a ciel sereno: secondo il sondaggista democratico Tom Jensen di Public Policy Polling, infatti, Brown era addirittura davanti alla Coakley (anche se solo dell’1%) e stava riuscendo a monopolizzare il voto degli indipendenti, strappando addirittura il consenso di qualche elettore tradizionalmente democratico. Se il partito di Obama aveva avuto buon gioco nel definire Rasmussen come un sondaggista vicino ai repubblicani (affermazione non del tutto corretta, per la verità), Jensen non poteva certo essere considerato un “guastatore” del nemico, vista la sua storica vicinanza, anche professionale, con il partito democratico. E il fulmine si è presto trasformato in un acquazzone fuori stagione.
Arrivano i rinforzi da Washington
La Casa Bianca e i vertici del partito, consapevoli che una sconfitta in Massachusetts avrebbe tolto alla maggioranza il 60° voto del Senato necessario a frenare ogni velleità di filibustering da parte del Gop, sono entrai immediatamente (si fa per dire) in emergency-mode. Bill Clinton e i suoi surrogati si sono precipitati nello stato a fare campagna per la Coakley. A ventiquattr’ore dall’apertura delle urne, si è scomodato addirittura il presidente, anche se già iniziavano a circolare memo interni dell’amministrazione che accusavano di inettitudine la candidata democratica e memo interni della campagna Coakley che accusavano la Casa Bianca di scarso impegno.
Mentre i repubblicani di tutti gli Stati Uniti si chiedevano, sbigottiti, se fosse davvero arrivato il momento della “liberazione” atteso da oltre mezzo secolo, gli attivisti dei Tea Party battevano lo stato palmo a palmo, sconfiggevano clamorosamente liberal e progressive proprio sui loro terreno preferito (guerrilla marketing, fundraising online e controllo dei social network) e smentivano ancora una volta chi li considera custodi un po’ ottusi della “purezza” conservatrice, appoggiando con tutta l’energia possibile un candidato in alcuni casi eterodosso rispetto al baricentro ideologico del movimento.
Il crollo verticale
Negli ultimi giorni della campagna elettorale, Brown inizia una surge statistica con pochi precedenti nella storia americana. I sondaggisti che registrano un vantaggio per Brown - a volte minimo, a volte più consistente - si moltiplicano. E perfino gli istituti di ricerca più vicini al partito democratico si arrendono all’ipotesi di una gara combattuta sul filo di lana. Un’eventualità, per il Massachusetts, semplicemente fantascientifica fino a un paio di settimane prima. In realtà, chiuse le urne e contati i voti, tutto è stato più semplice del previsto. Il turnout discreto dei democratici a Boston, provocato dal tentativo di “nazionalizzare” in extremis la sfida, è stato schiacciato dai numeri straordinari ottenuti dal Gop nei sobborghi di Bay State, dove il candidato repubblicano è riuscito non solo ad energizzare la base conservatrice, ma a smuovere la tradizionale apatia dell’elettorato “indipendente”, che si è spostato con percentuali “bulgare” dalla parte di Scott Brown, che alla fine ha vinto con 5 punti percentuali e oltre 100mila voti di distacco.
Ma qualsiasi considerazione locale scompare di fronte all’impatto di queste elezioni sul panorama politico nazionale. Dopo le sconfitte di novembre in Virginia e (soprattutto) New Jersey, Obama si trova di fronte a un ambiente politico estremamente ostile: il suo job approval è ormai stabilmente al di sotto della linea di galleggiamento del 50%; il suo partito perde regolarmente le sfide nel congressional generic ballot; la riforma sanitaria è a rischio; la sua politica ecomomica ha indici di approvazione che sfiorano il 30%; i potenziali candidati democratici alle elezioni di mid-term (incumbent compresi) fanno a gara nel ritirarsi dalla co,petizione; i repubblicani, che sembravano definitivamente usciti di gioco, sono più motivati e combattivi che mai; i Tea Party raccolgono libertarian, indipendenti e conservatori in un unico movimento di protesta anti-statalista, diffuso e sul piede di guerra. «La situazione, forse, è peggio di come ce le immaginavamo», ha ammesso ieri l’analista-blogger democratico Nate Silver, che fino all’ultimo minuto si rifiutava di credere all’eventualità di una vittoria repubblicana in Massachusetts. E il “peggio”, probabilmente, per Obama e i democratici deve ancora arrivare.
(domani in edicola su Liberal quotidiano)
RightNation
mercoledì 20 gennaio 2010
A Midwinter Night's Dream
04:40. E' molto tardi e andiamo a dormire. Mancano all'appello una decina di seggi che non potranno in alcun modo cambiare il risultato finale. Scott Brown è il nuovo senatore jr. del Massachusetts, il successore di Ted Kennedy e il 41° voto del GOP al Senato. Oggi è accaduto qualcosa di impensabile, soltanto fino a pochi giorni fa, che avrà un impatto profondo sulla politica americana, non solo nel breve periodo. Avremo il tempo di analizzare tutto nelle prossime ore. Ma la riflessione, stavolta, tocca soprattutto ai Democratici, sempre che non siano già troppo impegnati a far scivolare la riformetta della sanità tra le pieghe della burocrazia. Noi, per ora, ci andiamo a godere questo fantastico e inaspettato sogno di mezzo inverno. Il Commonwealth del Massachusetts ha dimostrato che i seggi del Senato statunitense non appartengono alle famiglie, alle dinastie o ai partiti, ma al popolo. God Bless America!
04:37.
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Coakley (Dem) 1,052,391 - 47%
Brown (GOP) 1,153,808 - 52%
04:25. (...) I can tell you right now, there are a whole crap load of Democrats in marginal seats thinking “if we can’t hold Teddy Kennedy’s seat in Massachusetts, what chance have I unless I do something completely different?” Nancy Pelosi and Harry Reid wake up to a whole new world tomorrow. McQ on QandO
04:18.
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Brown (GOP) 1,135,249 - 52%
04:12. Aspettando il discorso di Scott Brown, su Fox News c'è Karl Rove. Dopo il break.
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Brown (GOP) 1,112,574 - 52%
04:02.Durante il concession speech, la Coakley ringrazia lo staff, i foot-soldiers e la famiglia Kennedy. Ci uniamo ai ringraziamenti.
04:00.
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03:39. Sarah Palin: Congratulations to the new Senator-elect from Massachusetts! Scott Brown’s victory proves that the desire for real solutions transcends notions of “blue state” and “red state”. Americans agree that we need to hold our politicians accountable and bring common sense to D.C. (via Twitter)
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Coakley (Dem) 887,754 - 47%
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03:34. Dem pollster Celinda Lake: "There's a wave... it hit VA, it hit NJ, it hit MA." (via Twitter)
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03:24. Ruffini: Coakley just conceded.
03:23. Associated Press chiama la corsa per Brown. Su Fox News dicono che la Coakley starebbe per concedere la sconfitta.
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03:10. Patrick Ruffini projects Scott Brown elected the next U.S. Senator from Massachusetts, and the 41st Republican vote (via Twitter)
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03:06. Romney si pavoneggia su Fox News. Io ancora non posso crederci...
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03:02. I dati contea per contea. Il liveblogging di Pollster.com.
02:59. Francesco Costa non è per niente soddisfatto...
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02:44. Patrick Ruffini: Very close to calling it for Brown (via Twitter)
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02:37. Is it happening?
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Coakley (Dem) 146,410 46%
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domenica 17 gennaio 2010
Viva Chile y Piñera Presidente!
UPDATE. Primer cómputo: Sebastián Piñera 51.87 %; Eduardo Frei 48.12 %. Frei accetta la sconfitta.
UPDATE 2. Piñera 51,61% Frei 48,38%.
UPDATE 3. Lo streaming live di una tv cilena. Analisi e festeggiamenti.
sabato 16 gennaio 2010
Ense Petit Placidam Sub Libertate Quietem
venerdì 15 gennaio 2010
Ragazzacci...
Il Giornale si occupa della “rivolta online” contro la Polverini. E il pezzo di Gian Maria De Francesco è soprendentemente accurato, per venire dai mainstream media. L'unica cosa sbagliata è il titolo («Liberali del Pdl contro la Polverini»). Qui il problema non ce l'hanno soltanto i liberali, ma anche quelli che non si sono mai vergognati di essere conservatori.
giovedì 14 gennaio 2010
Schizofrenia, paranoia, ignoranza
Per descrivere il rapporto tra classe politica italiana e Internet si può soltanto ricorrere a concetti presi in prestito dalla letteratura medica. E in particolare da quella branca specialistica della medicina che si occupa della prevenzione, della cura e della riabilitazione dei disturbi mentali: la psichiatria.
Partiamo dalla schizofrenia.Chi scrive ha ascoltato con le proprie orecchie, dopo le elezioni presidenziali americani del 2008, un numero impressionante di esponenti politici nostrani incensare in modo addirittura eccessivo le sorti “magnifiche e progressive” della rete. I successi obamiani nel fundraising online, la capacità di mobilitazione di strati di popolazione mai coinvolti nelle dinamiche politiche, le potenzialità nella condivisione in tempo reale delle informazioni: tutto, proprio tutto, sembrava precludere a un futuro radioso della politica, alimentato da quella gallina dalle uova d’oro post-moderna che rispondeva (e risponde) al nome di Internet. In realtà, il ruolo svolto dalla rete nel processo politico statunitense era centrale da ormai quasi un decennio. Ed era già esploso alle presidenziali del 2004, quando un manipolo di blog conservatori aveva prima sventato un golpe mediatico della Cbs ai danni di Bush (il cosiddetto “Rathergate”) e poi compromesso definitivamente il nucleo centrale della narrativa alla base della candidatura di Kerry (lo scandalo delle medaglie “immotivate” in Vietnam).
Eppure, gli stessi uomini politici che fino a qualche settimana prima si erano allegramente disinteressati al fenomeno, dopo la sbornia obamista planetaria sono improvvisamente diventati guru dei new media e dei social network politici, pronti ad affrontare le insidie della blogosfera proprio nel momento in cui in fenomeno dei blog iniziava la sua parabola discendente. Misteri dell’ipnosi collettiva.
Ma i casi di schizofrenia non si fermano qui. Un esempio tra i tanti: fino a qualche settimana fa, se un politico italiano aveva meno di diecimila “amici” su Facebook era considerato un paria tra i suoi colleghi. Dopo l’aggressione a Berlusconi in piazza del Duomo – e la proliferazione di pagine a sostegno del lanciatore psicolabile di souvenir – il social network fondato da Mark Zuckerberg è improvvisamente diventato il corrispettivo telematico dell’anti-Cristo. E si sono moltiplicate le voci dei politici che ne chiedevano la chiusura immediata. Soprattutto a nome dei loro diecimila amici su Facebook.
Oltre alla schizofrenia, poi, c’è la paranoia. Come spiegare, altrimenti, il bizzarro decreto legislativo d’attuazione di una direttiva Ue sul quale il governo ha chiesto un parere (non vincolante) al Parlamento? Secondo alcuni, si tratterebbe del tentativo di trasformare Internet in una grande televisione. Secondo altri, la volontà è quella di mettere una zavorra sulle ali delle web-tv per impedire che possano fare troppa concorrenza alla televisione generalista (se nella definizione sia compresa anche YouTube è controverso, e il testo del provvedimento non aiuta a capire). Qualunque sia l’interpretazione più corretta, resta il fatto che l’istinto di “protezione” a cui si è lasciato andare il governo somiglia terribilmente a un “disturbo delirante” basato su un “tema persecutorio non corrispondente alla realtà”. La paranoia, appunto.
Ci sono, infine, i politici che non sono né schizofrenici né paranoici, ma che modulano il loro approccio alla rete seguendo i ritmi della cara, vecchia “ignoranza” (nel senso non-socratico del termine). Questo, però, è tutto un altro discorso.
Partiamo dalla schizofrenia.Chi scrive ha ascoltato con le proprie orecchie, dopo le elezioni presidenziali americani del 2008, un numero impressionante di esponenti politici nostrani incensare in modo addirittura eccessivo le sorti “magnifiche e progressive” della rete. I successi obamiani nel fundraising online, la capacità di mobilitazione di strati di popolazione mai coinvolti nelle dinamiche politiche, le potenzialità nella condivisione in tempo reale delle informazioni: tutto, proprio tutto, sembrava precludere a un futuro radioso della politica, alimentato da quella gallina dalle uova d’oro post-moderna che rispondeva (e risponde) al nome di Internet. In realtà, il ruolo svolto dalla rete nel processo politico statunitense era centrale da ormai quasi un decennio. Ed era già esploso alle presidenziali del 2004, quando un manipolo di blog conservatori aveva prima sventato un golpe mediatico della Cbs ai danni di Bush (il cosiddetto “Rathergate”) e poi compromesso definitivamente il nucleo centrale della narrativa alla base della candidatura di Kerry (lo scandalo delle medaglie “immotivate” in Vietnam).
Eppure, gli stessi uomini politici che fino a qualche settimana prima si erano allegramente disinteressati al fenomeno, dopo la sbornia obamista planetaria sono improvvisamente diventati guru dei new media e dei social network politici, pronti ad affrontare le insidie della blogosfera proprio nel momento in cui in fenomeno dei blog iniziava la sua parabola discendente. Misteri dell’ipnosi collettiva.
Ma i casi di schizofrenia non si fermano qui. Un esempio tra i tanti: fino a qualche settimana fa, se un politico italiano aveva meno di diecimila “amici” su Facebook era considerato un paria tra i suoi colleghi. Dopo l’aggressione a Berlusconi in piazza del Duomo – e la proliferazione di pagine a sostegno del lanciatore psicolabile di souvenir – il social network fondato da Mark Zuckerberg è improvvisamente diventato il corrispettivo telematico dell’anti-Cristo. E si sono moltiplicate le voci dei politici che ne chiedevano la chiusura immediata. Soprattutto a nome dei loro diecimila amici su Facebook.
Oltre alla schizofrenia, poi, c’è la paranoia. Come spiegare, altrimenti, il bizzarro decreto legislativo d’attuazione di una direttiva Ue sul quale il governo ha chiesto un parere (non vincolante) al Parlamento? Secondo alcuni, si tratterebbe del tentativo di trasformare Internet in una grande televisione. Secondo altri, la volontà è quella di mettere una zavorra sulle ali delle web-tv per impedire che possano fare troppa concorrenza alla televisione generalista (se nella definizione sia compresa anche YouTube è controverso, e il testo del provvedimento non aiuta a capire). Qualunque sia l’interpretazione più corretta, resta il fatto che l’istinto di “protezione” a cui si è lasciato andare il governo somiglia terribilmente a un “disturbo delirante” basato su un “tema persecutorio non corrispondente alla realtà”. La paranoia, appunto.
Ci sono, infine, i politici che non sono né schizofrenici né paranoici, ma che modulano il loro approccio alla rete seguendo i ritmi della cara, vecchia “ignoranza” (nel senso non-socratico del termine). Questo, però, è tutto un altro discorso.
mercoledì 13 gennaio 2010
Tea Party all'italiana
Sono due blogger di Tocqueville molto distanti tra loro: JimMomo e Giova. Per adoperare categorie “americane”, il primo appartiene al filone libertarian; il secondo a quello dei social conservatives. E rappresentano bene due dei filoni ideologico-culturali che compongono una classica coalizione di centrodestra, in Italia come negli Stati Uniti. Di solito hanno opinioni anche sensibilmente diverse su molti temi, dall'economia alla bioetica, dalla politica estera all'immigrazione. Oggi, però, un argomento li unisce: il rifiuto della candidatura di Renata Polverini alla presidenza della Regione Lazio. Io, che sono fusionista, mi trovo in sintonia al 100% con loro: che senso ha, per la destra, vincere le elezioni per poi ritrovarsi con un governatore di sinistra (o che vuole attuare politiche di sinistra, che poi è la stessa cosa)? È arrivato il momento, anche da noi, di un moto di ribellione dal basso come quello che ha impedito la vittoria della “rino” Dede Scozzafava a NY-23. Anche a costo di perdere una elezione.
martedì 12 gennaio 2010
domenica 10 gennaio 2010
The People's Republic of Massachusetts
Premessa: inizierò a credere ad una vittoria del repubblicano Scott Brown alle elezioni suppletive per il seggio senatoriale di Ted Kennedy soltanto se - dopo la chiusura delle urne - la sua avversaria, Martha Coakley, avrà reso pubbliche almeno un paio di concession e soltanto dopo che saranno passate almene tre settimane dall'insediamento ufficiale di Brown al Congresso. Fino a quel momento, per me i democratici sono destinati a conservare il seggio del Massachusetts fino al termine della Storia.
Fatta questa premessa, però, sono estremamente divertito dal fatto che un'ipotesi del genere (una vittoria del GOP in Massachusetts) possa perfino essere presa in considerazione sui mainstream media. A scatenare il putiferio, dopo qualche voce che era già circolata nei giorni scorsi, è stato senz'altro l'ultimo sondaggio di Public Policy Polling che vede un toss-up nello stato con Brown davanti di un punto percentuale. Ai più distratti, ricordiamo che Tom Jensen di PPP è un analista di provata fede democratica (e dalle discrete capacità, se escludiamo il recente flop di NY-23). Altri sondaggisti, comunque, continuano a registrare un vantaggio sensibile per la Coakley (+15% per il Boston Globe, +9% per Rasmussen Reports). Mentre Jim Gerathy della National Review parla anche di un sondaggio del Boston Herald, non ancora reso pubblico, in cui la Coakley sarebbe davanti di 7 punti, ma con un vantaggio che scenderebbe all'1% calcolando solo i likely voters.
Quindici, sette, uno o meno uno? Come stanno davvero le cose è impossibile dirlo, ma resta il fatto che Obama, appena un anno fa ha vinto in Massachusetts con un distacco di 26 punti percentuali (62.0% contro 36.2%) e di quasi 800mila voti (su 3 milioni). Sembra passato un secolo.
UPDATE. Sullo stesso argomento, in italiano, Giova.
Fatta questa premessa, però, sono estremamente divertito dal fatto che un'ipotesi del genere (una vittoria del GOP in Massachusetts) possa perfino essere presa in considerazione sui mainstream media. A scatenare il putiferio, dopo qualche voce che era già circolata nei giorni scorsi, è stato senz'altro l'ultimo sondaggio di Public Policy Polling che vede un toss-up nello stato con Brown davanti di un punto percentuale. Ai più distratti, ricordiamo che Tom Jensen di PPP è un analista di provata fede democratica (e dalle discrete capacità, se escludiamo il recente flop di NY-23). Altri sondaggisti, comunque, continuano a registrare un vantaggio sensibile per la Coakley (+15% per il Boston Globe, +9% per Rasmussen Reports). Mentre Jim Gerathy della National Review parla anche di un sondaggio del Boston Herald, non ancora reso pubblico, in cui la Coakley sarebbe davanti di 7 punti, ma con un vantaggio che scenderebbe all'1% calcolando solo i likely voters.
Quindici, sette, uno o meno uno? Come stanno davvero le cose è impossibile dirlo, ma resta il fatto che Obama, appena un anno fa ha vinto in Massachusetts con un distacco di 26 punti percentuali (62.0% contro 36.2%) e di quasi 800mila voti (su 3 milioni). Sembra passato un secolo.
UPDATE. Sullo stesso argomento, in italiano, Giova.
venerdì 8 gennaio 2010
Unemployment
I dati sulla disoccupazione americana di dicembre sono peggio del previsto. La percentuale (seasonally adjusted) è inchiodata al 10%: 85mila posti di lavoro in meno rispetto a novembre (contro i 35mila stimati dagli economisti), in controtendenza rispetto ai numeri dello scorso mese (+4mila). Se la tendenza non si inverte in fretta, a novembre le elezioni di mid-term saranno uno spettacolo interessante.
Realignment
Secondo Gallup, noto sondaggista di estrema destra, alla fine del 2009 quattro cittadini americani su dieci si definiscono “conservatori”, contro il 36% di “moderati” e il 21% di “liberal”. Siamo esattamente alle stesse percentuali del biennio 2003-2004, che si concluse con la rielezione di George W. Bush alla Casa Bianca. Davvero strano: ci avevano assicurato che nel novembre 2008 eravamo stati testimoni di uno storico rialignment nello spettro ideologico statunitense...
domenica 27 dicembre 2009
Fireworks
Mentre tutti gli organi d'informazione mondiali riportavano la notizia del fallito attentato sul volo Amsterdam-Detroit, e mentre era già noto che il terrorista nigeriano si era dichiarato un "affiliato di al-Qaeda", che era già conosciuto dalle unità anti-terrorismo di molti paesi e che, soprattutto, la strage era stata evitata soltanto per il mancato funzionamento dell'innesco, la gloriosa CNN scriveva: "Passeggero accende fuoco d'artificio a bordo di un aereo". Leggere qui sotto per credere...

lunedì 21 dicembre 2009
martedì 15 dicembre 2009
Il volto oscuro dell'ambientalismo
Con un breve saggio che prende spunto dall'ultimo libro del francese Laurent Larcher sul “volto oscuro dell'ambientalismo”, parte con il numero in edicola oggi la collaborazione dell'ottimo Marco Respinti con Liberal quotidiano. Per dargli il benvenuto, pubblichiamo uno stralcio del suo articolo.
(...) sulle “ecoballe” esiste oramai anche in italiano una buona bibliografia specifica. Eppure il nodo autentico della vicenda ancora non è questo. Per ciò appare assolutamente indispensabile la lettura de “Il volto oscuro dell’ecologia. Che cosa nasconde la più grande ideologia del XXI secolo?”, il libro di Laurent Larcher, appena edito in versione italiana dalla torinese Lindau. (...) Un giornalista di altro profilo, certamente engagé, ma altrettanto certamente non descrivibile come un “reazionario oscurantista”, che ha il coraggio di chiamare le cose con il nome che hanno: per esempio “ideologia” l’ecologismo, anzi l’ideologia maggiore che stia funestando questo primo decennio di millennio nuovo. Perché? Perché ad avviso di Larcher, ed egli lo dimostra con raffinatezza e precisione nel libro, il “pensiero verde” è attualmente la punta più avanzata e acuminata del sentimento antiumano: anzi, un pensiero radicalmente anticristiano poiché antiumano e antiumano giacché anticristiano, così corroborando l’idea che la cultura cristiana sia latrice dell’unico, vero umanesimo possibile e riconquistando l’idea “umanista” alla tradizione cristiana.
Quello del giornalista francese, insomma, non è un libro in più nel novero di quanti si peritano, opportunamente, di smontare a norma di scienza vera le illazioni ecologiste; è un libro molto diverso, persino più importante di altri scritti sul tema proprio perché si spinge alla radice del pensiero verde. Questa sua “contro-bibbia” dell’ambientalismo coglie infatti in castagna le premesse filosofiche su cui la grande bugia verde è stata costruita nel tempo, ravvisandoci un coacervo eterogeneo di teorie smozzicate e d’idee peregrine mescolate in un calderone talvolta contraddittorio e caotico, ma solo apparentemente inconcludente. Dottrine, pensieri e parole che riguardano la teoria del “pianeta vivente” Gaia, il mito di un “paradiso perduto” di foggia solo materiale e materialistica, l’idea del “buon selvaggio”, l’animalismo più radicale e persino le fantasie su Atlantide si rincorrono e si abbracciano dentro il pentolone dell’ecologismo profondo, cercando di emarginare l’essere umano dal panorama di una natura presupposta pura e incontaminata. (...) Se l’uomo è un virus, infatti, anzi l’unico solo virus davvero nocivo a una natura altrimenti bastevole a se stessa e autoconservativa, ogni azione umana è in quanto tale intrinsecamente errata e dannosa. Ecco qua come l’ideologismo del “mito verde” persegue la propria battaglia radicale contro l’uomo in forma debolista, rinunciando cioè alla verità delle cose sulla natura e sull’uomo, e introducendo un catechismo di superstizioni desunto dall’ampio catalogo delle contro-verità illuministiche, progressistiche e neopagane. Contro l’uomo creatura, quindi, e contro il suo Creatore, in una versione ammodernata della vecchia hybris giacobina, comunista e nazionalsocialista.
Diversi lo sono solo in apparenza i padri di questo pensiero irriducibilmente contrario all’uomo, pensatori che si rifiutano di riconoscerne il ruolo di steward di una natura che, in realtà, senza la continua azione trasformatrice proprio dell’uomo in breve soccomberebbe a se stessa. Dal fondatore dell’“ecosofia”, il norvegese Arne Naess (1912-2009), al teorico di Gaia James Lovelock, dal padre del neopaganesimo contemporaneo “di destra” Alain De Benoist” al padrino del neopaganesimo sessantottino di sinistra Daniel Cohn-Bendit, dal teologo tedesco della disubbidienza Eugen Drewermann al grande profeta dell’ambientalismo odierno, l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore: in ognuno di costoro decisivo è il disprezzo verso l’uomo e le sue realtà, l’odio per le sue intraprese e la sua libertà responsabile, il ribrezzo nei confronti della sua dimensione creaturale e la sua signoria graziosa sul mondo animale, vegetale e minerale (...).
(...) sulle “ecoballe” esiste oramai anche in italiano una buona bibliografia specifica. Eppure il nodo autentico della vicenda ancora non è questo. Per ciò appare assolutamente indispensabile la lettura de “Il volto oscuro dell’ecologia. Che cosa nasconde la più grande ideologia del XXI secolo?”, il libro di Laurent Larcher, appena edito in versione italiana dalla torinese Lindau. (...) Un giornalista di altro profilo, certamente engagé, ma altrettanto certamente non descrivibile come un “reazionario oscurantista”, che ha il coraggio di chiamare le cose con il nome che hanno: per esempio “ideologia” l’ecologismo, anzi l’ideologia maggiore che stia funestando questo primo decennio di millennio nuovo. Perché? Perché ad avviso di Larcher, ed egli lo dimostra con raffinatezza e precisione nel libro, il “pensiero verde” è attualmente la punta più avanzata e acuminata del sentimento antiumano: anzi, un pensiero radicalmente anticristiano poiché antiumano e antiumano giacché anticristiano, così corroborando l’idea che la cultura cristiana sia latrice dell’unico, vero umanesimo possibile e riconquistando l’idea “umanista” alla tradizione cristiana.
Quello del giornalista francese, insomma, non è un libro in più nel novero di quanti si peritano, opportunamente, di smontare a norma di scienza vera le illazioni ecologiste; è un libro molto diverso, persino più importante di altri scritti sul tema proprio perché si spinge alla radice del pensiero verde. Questa sua “contro-bibbia” dell’ambientalismo coglie infatti in castagna le premesse filosofiche su cui la grande bugia verde è stata costruita nel tempo, ravvisandoci un coacervo eterogeneo di teorie smozzicate e d’idee peregrine mescolate in un calderone talvolta contraddittorio e caotico, ma solo apparentemente inconcludente. Dottrine, pensieri e parole che riguardano la teoria del “pianeta vivente” Gaia, il mito di un “paradiso perduto” di foggia solo materiale e materialistica, l’idea del “buon selvaggio”, l’animalismo più radicale e persino le fantasie su Atlantide si rincorrono e si abbracciano dentro il pentolone dell’ecologismo profondo, cercando di emarginare l’essere umano dal panorama di una natura presupposta pura e incontaminata. (...) Se l’uomo è un virus, infatti, anzi l’unico solo virus davvero nocivo a una natura altrimenti bastevole a se stessa e autoconservativa, ogni azione umana è in quanto tale intrinsecamente errata e dannosa. Ecco qua come l’ideologismo del “mito verde” persegue la propria battaglia radicale contro l’uomo in forma debolista, rinunciando cioè alla verità delle cose sulla natura e sull’uomo, e introducendo un catechismo di superstizioni desunto dall’ampio catalogo delle contro-verità illuministiche, progressistiche e neopagane. Contro l’uomo creatura, quindi, e contro il suo Creatore, in una versione ammodernata della vecchia hybris giacobina, comunista e nazionalsocialista.
Diversi lo sono solo in apparenza i padri di questo pensiero irriducibilmente contrario all’uomo, pensatori che si rifiutano di riconoscerne il ruolo di steward di una natura che, in realtà, senza la continua azione trasformatrice proprio dell’uomo in breve soccomberebbe a se stessa. Dal fondatore dell’“ecosofia”, il norvegese Arne Naess (1912-2009), al teorico di Gaia James Lovelock, dal padre del neopaganesimo contemporaneo “di destra” Alain De Benoist” al padrino del neopaganesimo sessantottino di sinistra Daniel Cohn-Bendit, dal teologo tedesco della disubbidienza Eugen Drewermann al grande profeta dell’ambientalismo odierno, l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore: in ognuno di costoro decisivo è il disprezzo verso l’uomo e le sue realtà, l’odio per le sue intraprese e la sua libertà responsabile, il ribrezzo nei confronti della sua dimensione creaturale e la sua signoria graziosa sul mondo animale, vegetale e minerale (...).
domenica 13 dicembre 2009
Tolleranza
Il liberale ama la tolleranza e la libertà. Il suo amore per la tolleranza è la necessaria conseguenza della convinzione di essere uomini fallibili. Tuttavia, egli è tollerante con i tolleranti, ma intollerante con gli intolleranti. La tolleranza, al pari della libertà, non può essere illimitata, altrimenti si autodistrugge. Infatti, la tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l'illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l'attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.
(Karl R. Popper, Congetture e confutazioni)
(Karl R. Popper, Congetture e confutazioni)
giovedì 10 dicembre 2009
Perspective
Date un'occhiata ai grafici qui sotto (via Anthony Watts). Il primo è quello che vi spacciano da decenni sui mainstream media, magari un po' ritoccato per renderlo più drammatico. L'hockey stick che dimostrerebbe come il processo d'industrializzazione - e dunque l'uomo - sia responsabile diretto del surriscaldamento terrestre. Anche senza taroccare i dati (in questo caso si tratta di misurazioni affidabili), la prima impressione è che i catastrofisti abbiano ragione, almeno se ci limitiamo agli ultimi 500 anni.






martedì 8 dicembre 2009
Global Cooling
Secondo un sondaggio Opinion Research per CNN, il numero di cittadini americani che crede che il “global warming” sia causato dall'uomo è sceso dal 54% della scorsa estate al 45% di oggi. E, per Rasmussen Reports, il 59% degli americani pensa che sia “molto probabile” (35%) o “abbastanza probabile” (24%) che «alcuni climatologi abbiano falsificato i dati per supportare le proprie teorie sul global warming», mentre soltanto il 26% non crede a questa possibilità (o crede che sia “poco probabile”).
lunedì 7 dicembre 2009
«My name is Barack H. and I am an alcoholic»
Immaginate una riunione degli Alcolisti Anomimi in cui tutti i membri si presentano ubriachi e con scorte extra di vino, birra e liquori per tenersi allegri. Ora immaginate che lo stesso gruppo di ubriaconi abbia il potere di prendere decisioni economiche - per migliaia di miliardi di dollari - a carico dei cittadini di tutto il mondo. Questo assurdo scenario riassume brevemente la Conferenza sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite che inizia oggi (per finire il 18 dicembre) a Copenhagen. Malgrado il fatto che l'intera conferenza sia fondata sulla credenza che l'attività dell'uomo - e soprattutto guidare automobili e volare con gli aerei - stia provocando l'emissione di gas serra che presto ci uccideranno tutti, plutocrati di tutto il mondo hanno mobilitato più di 1,200 limousine e 140 aerei privati per viaggiare da e per Copenhagen nelle prossime due settimane. Quando non si sollazzeranno con la più antica professione del mondo, i conferenzieri negozieranno un trattato in grado di succedere al Protocollo di Kyoto del 1997, che obbligava le nazioni più sviluppate a ridurre, entro il 2012, le loro emissioni di gas serra del 5% al di sotto dei valori di riferimento del 1990. Quale è stato, dunque, il risultato di questi impegni sulla riduzione delle emissioni presi a Kyoto? Secondo i dati delle Nazioni Unite, tra il 2000 e il 2006 i 27 firmatari europei hanno aumentato le loro emissioni dello 0,1%. Il Canada, addirittura, ha fatto registrare un'aumento delle emissioni del 21,3%. Mentre gli Stati Uniti, che non avevano ratificato il trattato - visto che il Senato aveva votato 95 a 0 per non imbrigliare l'economia americane con regolamenti costosi da cui Cina e India erano esplicitamente esentate - hanno di fatto ridotto le proprie emissioni del 3% nello stesso periodo.
Continua (in inglese), su The Foundry, il blog della Heritage Foundation
Continua (in inglese), su The Foundry, il blog della Heritage Foundation
mercoledì 2 dicembre 2009
Climategate: rotolano le prime teste
Lo scandalo del “Climategate” inizia a fare le prime vittime illustri. A poco più di una settimana dal vertice internazionale sul clima di Copenhagen, Phil Jones, il direttore della Climate Research Unit della University of East Anglia è stato costretto a «fare un passo indietro» in attesa della conclusione di un’inchiesta interna avviata dalla stessa università. E, dall’altra parte dell’Atlantico, un’indagine analoga è in corso su Michael Mann alla Pennsylvania State University.
Jones e Mann sono due figure assolutamente centrali nel dibattito - scientifico e politico - che circonda il global warming (o, come i climatologi mainstream preferiscono chiamarlo ultimamente, il climate change). Jones è il climatologo che possiede - ma sarebbe meglio dire “possedeva”, visto che nessuno alla Cru riesce più a trovarle - le serie storiche di dati sulla temperatura terrestre che sono alla base dei lavori dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’organizzazione internazionale creata nel 1988 dall’Onu per valutare i rischi dei cambiamenti climatici causati dall’attività umana. La stessa organizzazione che, nel 2007, ha condiviso con Al Gore il Premio Nobel per la Pace. Mann, invece, è il creatore dell’ormai celebre “hockey stick” (bastone da hockey), il contestatissimo grafico che dimostrerebbe - almeno visivamente - le responsabilità dell’uomo nell’aumento della temperatura terrestre degli ultimi decenni.
I due climatologi sono anche gli autori del 12° capitolo del terzo rapporto Ipcc, pubblicato nel 2001, dal titolo più che significativo: «Identificazione dei cambiamenti climatici e attribuzione delle cause». Sono proprio Jones e Mann, dunque, i veri autori del mantra algoriano sulle cause umane del global warming, ripetuto ossessivamente nell’ultimo decennio dalla stragrande maggioranza dei mezzi d’informazione, dei partiti politici e dei movimenti d’opinione pubblica occidentali. E sono proprio Jones e Mann le prime due (finora potenziali) vittime di quello che è stato definito, forse prematuramente, «il più grande scandalo scientifico della storia». Ma facciamo un passo indietro.
Lo scorso 21 novembre, un hacker (ma c’è anche di chi parla di un inside job) ha sottratto dai server della Climate Research Unit circa 172 di megabyte tra email interne e documenti vari. E li ha pubblicati online, non senza averne dato notizia a vari blog specializzati sul clima, in larga parte appartenenti al fronte degli “scettici”. Immediatamente, è partita una minuziosa analisi dei dati, che ha restituito un quadro inquietante dello stato in cui versa quella che Al Gore chiama «una scienza ormai consolidata».
Dopo qualche giorno di scrutinio, sono iniziati ad emergere alcuni fatti inequivocabili. Partiamo dalle email, che rivelano l’esistenza di almeno tre gravi problemi. Il primo è gli scienziati della Cru, o almeno la maggior parte di essi, lavorava costantemente perché sulle riviste accademiche ufficiali venissero pubblicati soltanto gli studi favorevoli alla teoria Agw (Anthropogenic global warming), che stabilisce la responsabilità diretta dell’uomo nei cambiamenti climatici. Questi tentativi di mettere il silenziatore a qualsiasi ricerca “controcorrente”, arrivavano al punto di esercitare pressioni nei confronti dei redattori e dei responsabili delle riviste, il tutto condito da minacce di ostracismo generalizzato nei confronti delle riviste che manifestavano anche fugaci cenni di dissenso. Un’interessante scambio di email riguarda il sito RealClimate.org (fino a qualche settimana fa considerato dai più come una delle più affidabili risorse online sull’argomento), i cui responsabili offrono i loro “servigi” alla cricca della Cru, promettendo di “moderare” (si legga “censurare”) qualsiasi commento sgradito al “partito Agw”.
In risposta a un articolo “scettico” pubblicato sulla rivista Climate Research, il direttore della Cru, Phil Jones, elabora strategie per «sbarazzarsi del pericoloso direttore» che ha avuto l’ardire di pubblicare una ricerca non perfettamente ortodossa. E Michael Mann replica: «Credo dovremmo smettere di considerarla una rivista legittima, incoraggiando i nostri colleghi della comunità scientifica a non proporre più articoli e a smettere di citarla nei loro lavori». Un perfetto caso di logica circolare. Lo scetticismo sul global warming (o sulle cause umane di esso) non è “scientifico” perché non è supportato da articoli pubblicati da riviste accademiche ufficiali. Ma se una rivista pubblica articoli “scettici”, allora diventa “non scientifica” per definizione. «Il mare è mosso perché Nettuno è infuriato. E come fai a stabilire che la causa del mare mosso sia il pessimo umore di Nettuno? Ma come, non vedi com’è mosso il mare?». Pura scienza.
In altre email, gli “scienziati” della Cru (sarà forse il caso di iniziare a utilizzare le virgolette), si scambiano consigli su come “taroccare” alcuni dati grezzi che contraddicono il graduale aumento delle temperature terrestri. Si ammette esplicitamente l’utilizzo di «trucchi» statistici per «nascondere il declino» delle temperature. Sarà poi il blogger (ed ex metereologo) Anthony Watts a spiegare i dettagli tecnici del “trucco”, che consiste nel mescolare selettivamente due serie differenti di dati sulla temperatura in modo da produrre un grafico globale che finisce nel modo preferito dall’establishment sul global warming: con la classica curva all’insù tipica dell’hockey stick.
Dalle comunicazioni tra gli “scienziati” si percepisce anche una forte insicurezza di fondo sulla solidità delle stesse teorie su cui hanno costruito le proprie fortune, accademiche e finanziarie. «Dove diavolo è finito il global warming?», si chiede qualcuno dopo aver analizzato dati che dipingono un quadro generale di diminuzione delle temperature. E un articolo di Der Spiegel che sottolinea proprio questa tendenza al “raffreddamento globale” viene accolto quasi con terrore...
Poi c’è un aspetto altrettanto inquietante che rischia in più di avere conseguenze penali (ed è al centro delle inchieste avviate dalle università britanniche e statunitensi): quello del deliberato occultamento di dati scientifici che potrebbero falsificare la teoria di fondo dell’Anthropogenic global warming. «I due MMs - si legge in una mail di Phil Jones - stanno inseguendo i dati delle stazioni Cru da anni. Se scoprissero che ora esiste un Freedom of Information Act anche nel Regno Unito, credo che cancellerei tutti i file piuttosto che darli a qualcuno». I due MMs non sono caramelle, ma Ross Mckittrick e Steve McIntyre, due degli esponenti di punta dei climatologi scettici. E ancora: Phil Jones, evidentemente pressato dai vertici amministrativi della Cru che lo spingono a rendere pubblici i dati per evitare polemiche e cattiva pubblicità, perde la pazienza e invita i suoi collaboratori a sbarazzarsi di tutte le email in cui questi dati sono stati allegati. E l’aspetto più interessante di tutta la vicenda è che, recentemente, la Cru ha ammesso che i “dati grezzi” su cui sono state elaborate tutte le teorie dell’Ipcc sono stati «inavvertitamente cancellati» durante l’ultimo trasloco di sede dell’organizzazione. Una coincidenza strabiliante. O un atto criminale di cui Jones dovrà rispondere, non solo nelle sedi accademiche.
Fin qui, si tratta di email che dipingono un quadro disarmante della situazione. Ma c’è anche un’altra serie di “chicche” nascoste in uno dei documenti pubblicati online. Si tratta di un lungo file di testo denominato “Harry_Read_Me.txt” in cui, tra le linee di codice di un programma (scritto nel vecchio linguaggio fortran), il programmatore incaricato di «dare una sistemata ai dati» esprime tutta la sua frustrazione per essere costretto a lavorare con serie di dati incompleti, incoerenti e - in ultima analisi - del tutto inutilizzabili. Si tratta di commenti troppo tecnici per essere riportati in questa sede, ma dai quali si evince una realtà che gli “scettici” avevano intuito da tempo: quella sui cambiamenti climatici non è una «scienza consolidata», ma nella migliore delle ipotesi una “scienza neonata” in cui si avrebbero difficoltà quasi insormontabili nel ricostruire una serie di misurazioni coerenti e vagamente utilizzabili, figuriamoci nell’elaborare una teoria “perfetta” in cui si arriva perfino a stabilire un nesso di causalità. Eppure, negli ultimi anni, è accaduto proprio questo.
Lo scenario che emerge dal Climategate è drammatico, ma semplice da raccontare. In ogni discussione sul global warming, nella letteratura scientifica come nei mainstream media, il risultato è sempre lo stesso: è colpa dell’uomo. Lo ha scritto Robert Tracinski su Real Clear Politics, «come i grafici sulla temperatura prodotti dalla Cru sono sempre truccati per far vedere la curva all’insù dell’hockey stick, ogni discussione sui cambiamenti climatici finisce con l’attribuire ogni responsabilità all’uomo; e ogni dato o lavoro scientifico che tende a falsificare questa teoria viene screditato come “non scientifico” proprio perché insidia questo dogma prestabilito». Ma le email (e i documenti) del “Climategate” dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che siamo in presenza di un caso gigantesco di frode scientifica organizzata. Negli ultimi cinque anni, Phil Jones ha “raccolto” finanziamenti per 13,7 milioni di sterline dal governo britannico, grazie a dati falsi, minacce trasversali e trucchi statistici. Ed è stato trattato dall’opinione pubblica, manipolata da media compiacenti, come un eroe.
Il danno, poi, potrebbe andare molto oltre questa piccola truffa milionaria, nel momento in cui una teoria non dimostrata (e probabilmente non dimostrabile) venisse utilizzata per introdurre gabbie legislative capaci di distruggere ricchezza per migliaia di miliardi, soltanto nel mondo occidentale. Proprio come rischia di accadere nei prossimi anni.
(domani in edicola su Liberal quotidiano)
Jones e Mann sono due figure assolutamente centrali nel dibattito - scientifico e politico - che circonda il global warming (o, come i climatologi mainstream preferiscono chiamarlo ultimamente, il climate change). Jones è il climatologo che possiede - ma sarebbe meglio dire “possedeva”, visto che nessuno alla Cru riesce più a trovarle - le serie storiche di dati sulla temperatura terrestre che sono alla base dei lavori dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’organizzazione internazionale creata nel 1988 dall’Onu per valutare i rischi dei cambiamenti climatici causati dall’attività umana. La stessa organizzazione che, nel 2007, ha condiviso con Al Gore il Premio Nobel per la Pace. Mann, invece, è il creatore dell’ormai celebre “hockey stick” (bastone da hockey), il contestatissimo grafico che dimostrerebbe - almeno visivamente - le responsabilità dell’uomo nell’aumento della temperatura terrestre degli ultimi decenni.
I due climatologi sono anche gli autori del 12° capitolo del terzo rapporto Ipcc, pubblicato nel 2001, dal titolo più che significativo: «Identificazione dei cambiamenti climatici e attribuzione delle cause». Sono proprio Jones e Mann, dunque, i veri autori del mantra algoriano sulle cause umane del global warming, ripetuto ossessivamente nell’ultimo decennio dalla stragrande maggioranza dei mezzi d’informazione, dei partiti politici e dei movimenti d’opinione pubblica occidentali. E sono proprio Jones e Mann le prime due (finora potenziali) vittime di quello che è stato definito, forse prematuramente, «il più grande scandalo scientifico della storia». Ma facciamo un passo indietro.
Lo scorso 21 novembre, un hacker (ma c’è anche di chi parla di un inside job) ha sottratto dai server della Climate Research Unit circa 172 di megabyte tra email interne e documenti vari. E li ha pubblicati online, non senza averne dato notizia a vari blog specializzati sul clima, in larga parte appartenenti al fronte degli “scettici”. Immediatamente, è partita una minuziosa analisi dei dati, che ha restituito un quadro inquietante dello stato in cui versa quella che Al Gore chiama «una scienza ormai consolidata».
Dopo qualche giorno di scrutinio, sono iniziati ad emergere alcuni fatti inequivocabili. Partiamo dalle email, che rivelano l’esistenza di almeno tre gravi problemi. Il primo è gli scienziati della Cru, o almeno la maggior parte di essi, lavorava costantemente perché sulle riviste accademiche ufficiali venissero pubblicati soltanto gli studi favorevoli alla teoria Agw (Anthropogenic global warming), che stabilisce la responsabilità diretta dell’uomo nei cambiamenti climatici. Questi tentativi di mettere il silenziatore a qualsiasi ricerca “controcorrente”, arrivavano al punto di esercitare pressioni nei confronti dei redattori e dei responsabili delle riviste, il tutto condito da minacce di ostracismo generalizzato nei confronti delle riviste che manifestavano anche fugaci cenni di dissenso. Un’interessante scambio di email riguarda il sito RealClimate.org (fino a qualche settimana fa considerato dai più come una delle più affidabili risorse online sull’argomento), i cui responsabili offrono i loro “servigi” alla cricca della Cru, promettendo di “moderare” (si legga “censurare”) qualsiasi commento sgradito al “partito Agw”.
In risposta a un articolo “scettico” pubblicato sulla rivista Climate Research, il direttore della Cru, Phil Jones, elabora strategie per «sbarazzarsi del pericoloso direttore» che ha avuto l’ardire di pubblicare una ricerca non perfettamente ortodossa. E Michael Mann replica: «Credo dovremmo smettere di considerarla una rivista legittima, incoraggiando i nostri colleghi della comunità scientifica a non proporre più articoli e a smettere di citarla nei loro lavori». Un perfetto caso di logica circolare. Lo scetticismo sul global warming (o sulle cause umane di esso) non è “scientifico” perché non è supportato da articoli pubblicati da riviste accademiche ufficiali. Ma se una rivista pubblica articoli “scettici”, allora diventa “non scientifica” per definizione. «Il mare è mosso perché Nettuno è infuriato. E come fai a stabilire che la causa del mare mosso sia il pessimo umore di Nettuno? Ma come, non vedi com’è mosso il mare?». Pura scienza.
In altre email, gli “scienziati” della Cru (sarà forse il caso di iniziare a utilizzare le virgolette), si scambiano consigli su come “taroccare” alcuni dati grezzi che contraddicono il graduale aumento delle temperature terrestri. Si ammette esplicitamente l’utilizzo di «trucchi» statistici per «nascondere il declino» delle temperature. Sarà poi il blogger (ed ex metereologo) Anthony Watts a spiegare i dettagli tecnici del “trucco”, che consiste nel mescolare selettivamente due serie differenti di dati sulla temperatura in modo da produrre un grafico globale che finisce nel modo preferito dall’establishment sul global warming: con la classica curva all’insù tipica dell’hockey stick.
Dalle comunicazioni tra gli “scienziati” si percepisce anche una forte insicurezza di fondo sulla solidità delle stesse teorie su cui hanno costruito le proprie fortune, accademiche e finanziarie. «Dove diavolo è finito il global warming?», si chiede qualcuno dopo aver analizzato dati che dipingono un quadro generale di diminuzione delle temperature. E un articolo di Der Spiegel che sottolinea proprio questa tendenza al “raffreddamento globale” viene accolto quasi con terrore...
Poi c’è un aspetto altrettanto inquietante che rischia in più di avere conseguenze penali (ed è al centro delle inchieste avviate dalle università britanniche e statunitensi): quello del deliberato occultamento di dati scientifici che potrebbero falsificare la teoria di fondo dell’Anthropogenic global warming. «I due MMs - si legge in una mail di Phil Jones - stanno inseguendo i dati delle stazioni Cru da anni. Se scoprissero che ora esiste un Freedom of Information Act anche nel Regno Unito, credo che cancellerei tutti i file piuttosto che darli a qualcuno». I due MMs non sono caramelle, ma Ross Mckittrick e Steve McIntyre, due degli esponenti di punta dei climatologi scettici. E ancora: Phil Jones, evidentemente pressato dai vertici amministrativi della Cru che lo spingono a rendere pubblici i dati per evitare polemiche e cattiva pubblicità, perde la pazienza e invita i suoi collaboratori a sbarazzarsi di tutte le email in cui questi dati sono stati allegati. E l’aspetto più interessante di tutta la vicenda è che, recentemente, la Cru ha ammesso che i “dati grezzi” su cui sono state elaborate tutte le teorie dell’Ipcc sono stati «inavvertitamente cancellati» durante l’ultimo trasloco di sede dell’organizzazione. Una coincidenza strabiliante. O un atto criminale di cui Jones dovrà rispondere, non solo nelle sedi accademiche.
Fin qui, si tratta di email che dipingono un quadro disarmante della situazione. Ma c’è anche un’altra serie di “chicche” nascoste in uno dei documenti pubblicati online. Si tratta di un lungo file di testo denominato “Harry_Read_Me.txt” in cui, tra le linee di codice di un programma (scritto nel vecchio linguaggio fortran), il programmatore incaricato di «dare una sistemata ai dati» esprime tutta la sua frustrazione per essere costretto a lavorare con serie di dati incompleti, incoerenti e - in ultima analisi - del tutto inutilizzabili. Si tratta di commenti troppo tecnici per essere riportati in questa sede, ma dai quali si evince una realtà che gli “scettici” avevano intuito da tempo: quella sui cambiamenti climatici non è una «scienza consolidata», ma nella migliore delle ipotesi una “scienza neonata” in cui si avrebbero difficoltà quasi insormontabili nel ricostruire una serie di misurazioni coerenti e vagamente utilizzabili, figuriamoci nell’elaborare una teoria “perfetta” in cui si arriva perfino a stabilire un nesso di causalità. Eppure, negli ultimi anni, è accaduto proprio questo.
Lo scenario che emerge dal Climategate è drammatico, ma semplice da raccontare. In ogni discussione sul global warming, nella letteratura scientifica come nei mainstream media, il risultato è sempre lo stesso: è colpa dell’uomo. Lo ha scritto Robert Tracinski su Real Clear Politics, «come i grafici sulla temperatura prodotti dalla Cru sono sempre truccati per far vedere la curva all’insù dell’hockey stick, ogni discussione sui cambiamenti climatici finisce con l’attribuire ogni responsabilità all’uomo; e ogni dato o lavoro scientifico che tende a falsificare questa teoria viene screditato come “non scientifico” proprio perché insidia questo dogma prestabilito». Ma le email (e i documenti) del “Climategate” dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che siamo in presenza di un caso gigantesco di frode scientifica organizzata. Negli ultimi cinque anni, Phil Jones ha “raccolto” finanziamenti per 13,7 milioni di sterline dal governo britannico, grazie a dati falsi, minacce trasversali e trucchi statistici. Ed è stato trattato dall’opinione pubblica, manipolata da media compiacenti, come un eroe.
Il danno, poi, potrebbe andare molto oltre questa piccola truffa milionaria, nel momento in cui una teoria non dimostrata (e probabilmente non dimostrabile) venisse utilizzata per introdurre gabbie legislative capaci di distruggere ricchezza per migliaia di miliardi, soltanto nel mondo occidentale. Proprio come rischia di accadere nei prossimi anni.
(domani in edicola su Liberal quotidiano)
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