mercoledì 21 ottobre 2009

ESCLUSIVO! Il documento del PdL anti-Tremonti

«In esclusiva per i lettori di Notapolitica pubblichiamo il documento anti-Tremonti predisposto da un nucleo molto influente di esponenti del PdL. I rumors degli ultimi giorni indicano tra gli estensori dei dieci punti alcuni tra gli uomini più in vista del centrodestra nazionale: Denis Verdini, Fabrizio Cicchitto, Claudio Scajola, Stefania Prestigiacomo e Raffaele Fitto sono solo alcuni dei nomi circolati in queste ore. Tutti, per ragioni diverse, sarebbero infastiditi dall'eccessivo protagonismo del superministro e chiederebbero a Berlusconi una nuova "rotta" per la politica economica del Governo. Non ci è dato sapere se il documento sarà inviato allo stesso Tremonti, quasi come un atto di sfiducia palese, ovvero se sarà consegnato al presidente Berlusconi. Quel che è certo è che il documento esiste e che quella che vi riportiamo è una ricostruzione quasi integrale». Su Notapolitica.it.

UPDATE.
Ooops!

martedì 20 ottobre 2009

Tremonti verso le dimissioni?

I primi segnali che qualcosa non andasse si sono avuti ai tempi delle misure anticrisi. Silvio Berlusconi spingeva per una detassazione delle tredicesime, atto forte e simbolico. Giulio Tremonti disse no, perché costava troppo, e si inventò la Social Card, lasciando perplessi gran parte dei componenti dell'esecutivo e scontentando in fondo anche il Presidente stesso. I tempi duri delle finanziarie lacrime e sangue, con tagli generalizzati e sacrifici per tutti, fecero diventare il superministro dell'Economia l'autentico “signor no” del Governo. Tanto apprezzato in campo europeo, quanto invidiato sull'italico suolo, i mal di pancia interni al centrodestra per il comportamento un po' troppo indipendente del Divo Giulio si sono moltiplicati fino alla rottura definitiva di questi giorni... (Simone Bressan e Attilio Gambino - continua su Notapolitica.it)

giovedì 15 ottobre 2009

Caccia alla volpe

“Inizieremo a trattarli come si fa con qualsiasi avversario politico. Visto che hanno deciso di dichiarare guerra al presidente, smetteremo di fingere che si tratti di una legittima testata giornalistica”. Paolino Bonaiuti contro Repubblica? Daniele Capezzone contro l’Espresso? Nicola Ghedini contro il Fatto di Travaglio? Siete fuori strada".
(Larry Silverbud su L'Occidentale)

The Kissing Company

mercoledì 14 ottobre 2009

Senza parole

Con una delibera, che ne sottolinea «indipendenza, imparzialità ed equilibrio», il plenum del Csm ha dato una promozione a Raimondo Mesiano, il giudice del tribunale civile di Milano che ha condannato la Fininvest al risarcimento di 750 milioni di euro a favore della Cir di De Benedetti per la vicenda del Lodo Mondadori. Una sentenza che è stata pesantemente contestata sia dal presidente del Consiglio, che l'ha definita un'enormità giuridica, sia dai capigruppo del Pdl a Camera e Senato che hanno parlato di «disegno eversivo». Il plenum di Palazzo dei Marescialli ha riconosciuto a Mesiano il massimo grado raggiungibile da un magistrato nella sua carriera, sancendo il superamento da parte sua della settima valutazione di professionalità. Un provvedimento motivato da «indipendenza, imparzialità ed equilibrio» e anche da «capacità, laboriosità, diligenza ed impegno dimostrati» da Mesiano nell'esercizio delle sue funzioni. La promozione è passata all'unanimità e senza nessuna discussione ed era inserita in un ordine del giorno speciale. Il provvedimento è retroattivo, visto che il riconoscimento decorre dal 13 maggio del 2008 e comporterà per il magistrato un aumento di stipendio oltre alla possibilità di concorrere per incarichi che sinora gli erano preclusi. Intanto martedì prossimo la Prima Commissione aprirà una pratica a tutela di Mesiano, dopo gli attacchi ricevuti per la sentenza sul Lodo Mondadori. (ANSA, 12:39)

martedì 13 ottobre 2009

The Common Sense Revenge

Segnalo con piacere a tutti i lettori repubblicani (nel senso del GOP, non di La Malfa), la nascita di un promettente blog - The Common Sense Revenge - fresca aggiunta alla lista dei cittadini di Tocqueville. In bocca al lupo agli autori!

The Wrong Guy

I democratici si accorgono, in leggerissimo ritardo, di aver puntato sull'uomo sbagliato in Virginia. Adam Nagourney, sul New York Times.

UPDATE. Nel sondaggio online del (conservatore) Washington Times, il 79% assegna il dibattito televisivo di ieri a McDonnell. E questo potrebbe anche sembrare ovvio, se non fosse che perfino Talking Points Memo...

Obama fails to win Nobel prize in economics

Michael Moore, Timothy Geithner also passed over. (MarketWatch)

Questo (e non solo), tra qualche minuto su “Buongiorno America”, di Stefano Pistolini, su Radio24.

lunedì 12 ottobre 2009

Tutto quello che (non) volevate sapere su Ted Kennedy. E che nessuno, naturalmente, si è mai sognato di raccontarvi

[Per il prossimo numero del bimestrale CON]

Dallo scorso 25 agosto, giorno in cui è scomparso Edward Moore Kennedy (detto “Ted”), sul più giovane dei figli di Joseph P. Kennedy Sr. e Rose Fitzgerald sono stati spesi fiumi d’inchiostro, anche in Italia. Molto, per esempio, si è raccontato della sua straordinaria carriera al Senato, che ha attraversato più di quattro decenni di storia politica americana. È stato spiegato, a ragione, che grazie a Ted Kennedy sono stati approvati centinaia di “pezzi” di legislazione federale statunitense, tra cui norme fondamentali nel campo dei diritti civili. In molti hanno ricordato l’aumento del “salario minimo” nel 1981, o la riduzione dell’età minima per votare (da 21 a 18 anni), ma i suoi successi parlamentari sono stati numerosissimi. E molti di essi sono arrivati grazie al paziente lavoro di ricerca del compromesso in cui Kennedy era maestro, capace com’era di lavorare sui fatti concreti con i congressmen
di ogni estrazione politica (persino con i più conservatori, come il suo grande amico dello Utah, Orrin Hatch) pur senza rinunciare al proprio, particolarissimo, posizionamento ideologico-culturale, nettamente spostato a sinistra per gli standard a stelle e strisce. Il tutto, in un’era dominata dai conservatori (Richard Nixon, Ronald Reagan, George W. Bush) e dai moderati (George H.W. Bush, Bill Clinton). Basterebbe questo, probabilmente, a farne un personaggio eccezionale.

Moltissimo, poi, e anche in questo caso a ragione, è stato scritto sulle terribili prove personali che il Liberal Lion del Senato Usa è stato costretto ad affrontare durante la sua vita. Soltanto tra gli otto e i sedici anni, Ted Kennedy ha dovuto assistere alla lobotomia (fallita) della sorella Rosemary, alla morte in guerra del fratello Joseph P. Kennedy Jr. e alla morte in un incidente aereo della sorella Kathleen Agnes. Poi, come in un brutto film girato da un regista perverso: gli omicidi dei fratelli John e Robert, che hanno sconvolto l’America e dato il via alla “maledizione dei Kennedy”; l’aborto spontaneo della moglie Joan; la morte sfiorata nell’incidente aereo del 1964 in cui perse la vista il suo assistente; la lunga malattia del figlio Ted Jr. (a cui venne, dodicenne, amputata una gamba). Senza contare le decine di figli dei fratelli morti, dei quali era diventato il padre “di fatto”, che vide rovinarsi inesorabilmente la vita per colpa delle droghe, dell’alcool, della dissolutezza o, più semplicemente, dell’incoscienza.

Di tutto questo, nelle settimane successive alla morte di Ted Kennedy, sono state riempite le pagine dei giornali, le onde dell’etere televisivo e radiofonico, i sottilissimi filamenti di fibra ottica che compongono la spina dorsale di Internet. C’è dell’altro, però. Ed è proprio su questo altro che i media, soprattutto italiani ed europei, hanno steso un velo di omertoso silenzio. Un silenzio tanto assordante da non poter essere giustificato con il comprensibile e dovuto rispetto nei confronti dell’evento luttuoso. Proviamo, allora, a cercare di capire cosa è stato deliberatamente tenuto nascosto, concentrandoci su quattro frammenti della sua vita, senza i quali cercare di comprendere Ted Kennedy sarebbe come provare a capire suo fratello John dimenticandosi di Marilyn Monroe e del daiquiri.

Gli studi, la Corea (in Francia) e la prima volta al Senato

Mediocre studente alla Milton Academy (la media della sufficienza, niente di più), Ted Kennedy viene ammesso all’università di Harvard per meriti dinastici, visto che il padre e tutti i suoi fratelli hanno studiato nella reginetta dell’Ivy League. Durante i travagliati studi universitari, il giovane Ted viene espulso due volte. Dopo la prima - per aver mandato un amico, evidentemente più preparato di lui, a sostenere l’esame scritto di spagnolo – viene riammesso dopo una lunga telefonata del padre. Dopo la seconda, è costretto a un paio d’anni d’esilio nell’esercito, ma è sempre il padre a evitargli la partenza per la Corea, destinandolo a una località più consona al suo lignaggio: Parigi. Ted non va oltre il grado di soldato semplice, poi torna ad Harvard, dove ottiene un diploma di laurea rubacchiato e si iscrive alla facoltà di legge della University of Virginia. L’unica attività per cui si segnala nell’ateneo fondato da Thomas Jefferson a Charlottesville è la guida veloce, grazie alla quale diventa un “sorvegliato speciale” della polizia del luogo. Una volta viene fermato per aver guidato a 90 miglia all’ora (più di 140 km/h), di notte e a fari spenti, in un centro residenziale. Naturalmente la patente non gli viene ritirata. Nel 1959 passa gli esami di abilitazione all’avvocatura e due anni più tardi diventa assistente del District Attorney della contea di Suffolk, in Massachusetts.

Con precedenti così travagliati e un curriculum accademico che non va oltre qualche discreta partita di football, anche per un Kennedy sarebbe naturale attendersi qualche anno di gavetta, prima dell’esordio nel mondo politico della Beltway washingtoniana. E quando il fratello John vince le presidenziali del 1960, sia lui che Robert si oppongono all’ipotesi di affidare il seggio senatoriale vacante del Massachusetts a Ted, giudicandolo “troppo immaturo”. Neppure Jack e Bob, però, possono fare niente di fronte all’irrevocabile decisione del patriarca Joe, che “costringe” il governatore dello stato, Foster Furcolo, a nominare l’amico di famiglia dei Kennedy, Benjamin A. Smith, giusto il tempo necessario per permettere a Ted di compiere 30 anni. Nel 1962, raggiunta l’età minima per correre, Ted si presenta di fronte all’elettorato per conquistare il seggio che era stato di JFK. Durante le primarie democratiche, il suo avversario Eddie McCormack non riesce a trattenersi : “Se il suo nome fosse Edward Moore invece di Edward Moore Kennedy, la sua candidatura sarebbe una buffonata”. Il professor Mark DeWolfe Howe, suo professore ad Harvard (e consigliere politico di JFK) dichiara che la scelta è “ridicola e offensiva”. Ma si tratta di una “offesa” particolarmente efficace, perché Kennedy vince le primarie, vince le elezioni (contro il repubblicano George Cabot Lodge II) e sarà rieletto altre sette volte consecutivamente. Potenza di un cognome.

Chappaquiddick, Edgartown, Massachusetts

Nella notte del 18 luglio 1969, Ted Kennedy partecipa a un party piuttosto particolare al Lawrence Cottage sull’isola di Chappaquiddick, a poche miglia da Martha’s Vineyard. Presenti alla festa, oltre a Ted, altri cinque uomini e sei ragazze, le cosiddette “Boiler Room Girls”, i membri femminili dello staff per la campagna presidenziale del 1968 di Robert F. Kennedy. Verso mezzanotte, Ted (già sposato da undici anni) si allontana per riaccompagnare una delle ragazze – la ventottenne Mary Jo Kopechne – nella sua stanza d’albergo a Edgartown. Ma la sorte (e non solo la sorte) è in agguato. Kennedy sbaglia direzione, imbocca una strada sterrata e male illuminata che finisce con un pontile d’attracco per i traghetti (il Dike Bridge). Ted non si accorge di niente, almeno fino a quando la sua auto, una Oldsmobile Delmont 88, precipita in acqua. Il senatore riesce ad uscire facilmente dalla vettura, ma invece di tentare con ogni mezzo di salvare Mary Jo, pensa bene di tornarsene a piedi al Lawrence Cottage, bere un paio di cocktail, avvertire il suo avvocato e andare a nanna. Mary Jo muore d’asfissia dopo qualche ora di terrore. “Non è affogata – dice l’uomo che recupera il cadavere dalla Oldsmobile – è morta asfissiata dopo almeno 3 o 4 ore. Avrei potuto tirarla fuori dalla macchina in una ventina di minuti, se mi avessero chiamato prima. Ma non ha chiamato nessuno”.

Ancora oggi, molti aspetti nella dinamica dell’incidente sono oscuri. Kennedy dice di essersi immerso in acqua (“sei o sette volte”) per cercare di recuperare la Kopechne, prima di tornare alla festa come se niente fosse. Ma nella strada che va dal Dike Bridge al Lawrence Cottage ci sono almeno quattro case da cui Ted avrebbe potuto telefonare per chiedere aiuto. Un aiuto che, con ogni probabilità, avrebbe salvato la vita di Mary Jo. Una di queste case, come testimoniano i suoi inquilini, quella notte ha le luci esterne accese.

Malgrado i numerosi tentativi di cover-up della famiglia Kennedy, nel gennaio del 1970 al tribunale di Edgartown il giudice James A. Boyle firma le conclusioni dell’inchiesta ufficiale (un fascicolo di 763 pagine che chiunque, oggi, può consultare negli archivi online dell’Fbi). Secondo il giudice, Ted guidava troppo velocemente (in maniera “negligente e temeraria”) e proprio la sua condotta al volante “ha contribuito alla morte di Mary Jo Kopechne”. Naturalmente, Ted non viene neppure processato. E la famiglia Kopechne viene messa a tacere con qualche decina di migliaia di dollari.

Il Chappaquiddick Incident spegne sul nascere le velleità presidenziali di Ted, proprio mentre la grande maggioranza dei cittadini americani è convinta che possa essere il candidato democratico destinato a sfidare Richard Nixon nel 1972. Ma nella People’s Republic of Massachusetts la sua carriera politica non viene mai messa seriamente in discussione: a novembre viene rieletto al Senato con il 62% dei voti. Questa volta però, la patente di guida gli viene sospesa per sei mesi.

Back in USSR, 1983

È 14 maggio del 1983, siamo al culmine della Guerra Fredda, nei mesi in cui i rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica sono più tesi e difficili. Il capo del KGB, Viktor Chebrikov, scrive un messaggio riservato (e segretissimo) al segretario generale del Partito comunista, Yuri Andropov. Secondo Chebrikov, un ex senatore democratico della California, John Tuney, amico di vecchia data e compagno d’università di Ted Kennedy, gli ha chiesto di mandare un segnale alla leadership sovietica. Anzi, qualcosa di più che un segnale. Kennedy, dice Tuney, è molto preoccupato per il deteriorarsi delle relazioni tra Usa e Urss, che lui crede siano pericolosamente vicine ad una confrontation nucleare. E il buon Ted è convinto che la causa primaria di questa situazione sia il presidente americano, Ronald Reagan. Al contrario, Kennedy si dice “favorevolmente impressionato” da Andropov (lo stesso simpatico personaggio che stroncò nel sangue la rivolta di Budapest nel 1956). Il senatore del Massachusetts – sostiene Tuney e Chebrikov non fatica a credergli – è disposto a fare qualsiasi cosa per fermare le “aggressive politiche” di Reagan (dai Pershing II e i Cruise in Europa alla Strategic Defense Initiative) e impedire che il leader repubblicano venga rieletto nel 1984.

Niente di particolarmente impressionante, tutto sommato, visto che qualche mese più tardi (marzo 1984) - in un’intervista a Rolling Stone – Kennedy avrebbe descritto la politica estera di Reagan come una “fuorviante tattica basata sulla paura anticomunista e su un incosciente macchinazione in stile Guerre Stellari”. Più preoccupante è che un senatore degli Stati Uniti si spinga fino a dare consigli di public relations al leader di una nazione nemica. Il problema, infatti, secondo Ted è soprattutto di marketing politico: i sovietici hanno difficoltà di comunicazione con l’opinione pubblica americana ma questo potrebbe essere risolto – dice Kennedy-via-Tuney – “se solo fossero in grado superare la cortina di fumo reaganiana e far conoscere direttamente al popolo statunitense le loro pacifiche intenzioni…”.

Ecco il piano, dunque: “agganciare” (“hook up”, in inglese, rende molto meglio l’idea) Andropov e qualche altro apparatchik sovietico con i media americani, attraverso i quali poter presentare il loro messaggio di pace universale. Nel documento – declassificato dopo l’apertura degli archivi del KGB voluta da Boris Eltsin nel 1991 – vengono fatti i nomi di Walter Cronkite e Barbara Walters. In più, Kennedy si offre di volare a Mosca per incontrare personalmente Andropov.

La generosa offerta del senatore non ha poi alcun seguito pratico, perché Andropov si ammala (sarebbe morto all’inizio del 1984) e perché la corsa verso la rielezione di Reagan acquista un’inerzia tale che per fermarla non sarebbe bastato tutto l’arsenale nucleare sovietico e tutti i network televisivi liberal (e i secondi, per la verità, saranno effettivamente utilizzati). Ma la cosa sconvolgente è che nel febbraio del 1992, grazie al ricercatore inglese Tim Sebastian, il documento era già stato scovato negli archivi sovietici e l’incredibile storia pubblicata sul quotidiano The Times. Ma tutto era finito così, nel colpevole silenzio dei media americani e nell’ignavia di quelli internazionali. Anche nel 2006, quando lo storico statunitense Paul Kengor si imbatte nuovamente nel documento (durante la scrittura del libro The Crusader: Ronald Reagan and the Fall of Communism”) e cerca diffonderne l’esistenza sui media tradizionali, lo storia viene totalmente ignorata, ad eccezione che nel talk-show radiofonico di Rush Limbaugh. Soltanto Ted Kennedy sarebbe potuto uscire “illeso” da uno scandalo di questa portata.

Robert Bork. Ovvero, quando la politica americana perse l’anima

Qualcuno si stupisce del livello di violenza verbale e di attacchi personali a cui è arrivato, negli ultimi anni, il dibattito politico statunitense. Secondo Jonah Goldberg della National Review (e la sua non è certo un’opinione isolata), “l’inizio della fine” corrisponde a una data ben precisa. E’ il 1° luglio del 1987: il presidente Reagan sceglie il giudice Robert Bork per sostituire Lewis Powell alla Corte Suprema. Powell è un “moderato”, mentre Bork – da molti considerato dei più grandi giuristi della nostra epoca – ha il terribile difetto di essere un “originalist” (come Antonin Scalia e Clarence Thomas): è convinto, cioè, che la Costituzione vada interpretata per quello che c’è scritto e non per quello che i giudici “progressisti” vorrebbero ci fosse scritto. Warren Earl Burger, che della Corte Suprema è stato Chief Justice per quasi vent’anni, parla di Bork come “il candidato più qualificato che abbia mai visto nella mia intera vita professionale”. E, come ricorda Goldberg, in questo periodo di tempo sono comprese le carriere di “pesi massimi” come Benjamin Cardozo, Hugo Black e Felix Frankfurter.

Ma questo, ai democratici, interessa poco. Spaventati dalla prospettiva di una Corte Suprema troppo spostata “a destra”, stanno preparando la controffensiva contro Bork da settimane e, appena 45 minuti dopo l’ufficializzazione della scelta di Reagan, Ted Kennedy si presenta di fronte alle telecamere di tutti i network nazionali (gli stessi a cui aveva sperato di presentare il programma progressista di Andropov) per pronunciare uno dei più brutali e incivili discorsi “politici” mai pronunciati da un senatore degli Stati Uniti d’America.

“L’America di Robert Bork è una terra in cui le donne sarebbero costrette ad abortire nei vicoli, i neri tornerebbero a essere segregati nei ristoranti, irromperebbe nelle case dei cittadini con raid notturni, agli scolari non verrebbe insegnato l’evoluzionismo, gli artisti e gli scrittori sarebbero censurati a piacimento del governo… Nessuna giustizia sarebbe meglio di questa ingiustizia”. Il “discorso”, trasmesso simultaneamente in tutte le case degli americani, provoca uno shock terrificante in tutti gli Stati Uniti. E il fatto che la sua attinenza con la realtà sia del tutto inconsistente, non basta a salvare la candidatura di Bork, la cui fine arriva qualche giorno più tardi, grazie anche alla reazione debole e tardiva dell’amministrazione Reagan.

“Bork” diventa, nel gergo politico, un sinonimo di “fare fuori qualcuno senza pietà”. Ed è proprio Ted Kennedy, l’osannato e compassionevole Liberal Lion della politica americana, ad aver dato il via a quest’epoca di degrado costante nel tono del dibattito politico. Ethal Bronner, autore di “Battle for Justice: How the Bork Nomination Shook America”, ricorda la reazione di un’incredula Peggy Noonan (allora speechwriter di Reagan e oggi editorialista del Wall Street Journal) al discorso di Kennedy: “È stata un’esibizione grottesca, ma ha funzionato. La prossima volta, la destra risponderà allo stesso modo, pareggiando nei toni e pareggiando negli attacchi”. E così è stato, in un crescendo di fango e di character assassination.

Questo, anche questo, è stato Ted Kennedy. Così, la prossima volta che qualcuno vi narrerà le gesta leggendarie del senatore del Massachusetts e dei grandi cavalieri senza macchia e senza paura che hanno dato vita all’American Camelot, provate a ricordarvi anche di Robert Bork e Mary Jo Kopechne.

venerdì 9 ottobre 2009

Obafat!





























Yasser Arafat, Kofi Annan, Jimmy Carter, Al Gore, Mohammed el-Baradei, Rigoberta Menchu... Barack Hussein Obama.

UPDATE. This is completely bizarre. President Barack Obama has just won the Nobel Peace Prize. It is unclear why. For making peace, of a kind, with Hillary Clinton? For giving up the missile shield and cheering up the Iranians? For preparing a surge of troops and weaponry in Afghanistan? Of course, traditionally it has been standard procedure that winners of the prize do their peacemaking first and are only given the prize after they have achieved something. But this innovation sweeps aside such old-fashioned notions of reward following effort. Think about it, it’s so post-modern: a leader can now win the peace prize for saying that he hopes to bring about peace at some point in the future. He doesn’t actually have to do it, he just has to have aspirations. Brilliant. (Iain Martin, Wall Street Journal)

giovedì 8 ottobre 2009

Fat is Cool

Mentre il governatore uscente del New Jersey, Jon Corzine, attacca il suo rivale repubblicano Chris Christie perché... è grasso, un'altro Grasso (Aldo) scrive sul Corriere della Sera una delle stroncature più spietate - e azzeccate - della storia della critica televisiva. Grasso è bello!

“Parla con me” di Serena Dandini è inguardabile: un’esibizione di infantilismo politico, di snobismo d’accat­to, di nostalgia dell’egemonia culturale, di narcisismo ai li­miti delle chirurgia estetica, di banalità colte, di umorismo di quart’ordine, di supponenza, tanta supponenza (...) ma per­ché il Servizio pubblico deve fi­nanziare la Dandini e i suoi die­ci autori? Perché?

Ready for (Real) Change















David Cameron alla Convention di Manchester: il liveblogging su Freedomland.

mercoledì 7 ottobre 2009

The Right’s best community organizer

«Al Saturday Night Live hanno preso in giro il presidente Barack Obama per non essere ancora riuscito a concludere nulla. Si tratta di una critica ingiusta, perché in realtà Obama ha fatto moltissimo. In nove mesi ha resuscitato il partito repubblicano, eccitato i pro-lifers, distrutto la reputazione della regulation, rafforzato i valori tradizionali, aumentato la voglia di maggiori restrizioni all'immigrazione e spinto gli elettori indipendenti verso destra (...) Forse non era proprio quello che aveva in mente, quando lasciava intendere che avrebbe voluto essere un nuovo Reagan. Ma, per ora, e proprio lui il miglior community organizer della Destra».

«A buzz-generating Saturday Night Live skit mocked Pres. Barack Obama for not yet having accomplished anything. Not fair. Obama has been on a roll. In nine months, he has breathed life into the Republican party, boosted pro-lifers, tarnished the reputation of regulation, bolstered traditional values, increased the public’s desire for immigration restriction, and shifted independent voters rightward. (...) When Obama suggested he wanted to be another Reagan, surely this wasn’t what he had in mind. But for now, he’s the Right’s best community organizer».

Rich Lowry, in splendida forma, sulla National Review

martedì 6 ottobre 2009

L'autunno caldo di Obama

Gli analisti politici statunitensi, ormai da qualche settimana, si esercitano nel prefigurare ipotesi di sconfitta (più o meno) catastrofica per il partito democratico alle elezioni di mid-term nel 2010. Complice la progressiva perdita di popolarità del presidente Obama, almeno secondo i sondaggi, qualcuno si azzarda addirittura a paragonare il prossimo ciclo elettorale con quello – sempre di mid-term – del 1994, che portò i repubblicani, guidati da Newt Gingrich e spinti dal Contract with America, alla maggioranza in entrambi i rami del Congresso. Costringendo, inoltre, il presidente Clinton a quella “svolta centrista” che avrebbe caratterizzato i rimanenti tre quarti del suo doppio mandato. Il novembre 2010, però, è francamente ancora troppo lontano per esercitarsi in previsioni così estreme. Anche perché c’è un altro novembre, quello del 2009, che potrebbe riservare a Obama – e ai democratici – qualche sgradevole sorpresa anticipata.

(Larry Silverbud, segue su L'Occidentale)

giovedì 1 ottobre 2009

Keystone's Milestone

Nuovo sondaggio di Quinnipiac University sulla corsa per il seggio senatoriale della Pennsylvania in palio nel novembre 2010. Secondo Quinnipiac, ad aprile il neo-democratico (ed ex-Rino) Arlen Specter aveva 20 punti percentuali di vantaggio sul repubblicano (ed ex-presidente del Club for Growth) Pat Toomey. Oggi, in vantaggio (anche se per un solo punto) sarebbe invece Tooney. E il job approval di Obama nello stato, per la prima volta, è sceso sotto il 50%.

Welcome Maggie!

La cicogna ha portato una sorpresa a JCF ed Elisa. Un abbraccio fortissimo a entrambi :)

mercoledì 30 settembre 2009

Red Virginia?



Dopo qualche segnale preoccupante da Rasmussen (+2), Washington Post (+4) e InsiderAdvantage (+4), dall'ultimo sondaggio SurveyUsa sulla Virginia arrivano nuovamente segnali incoraggianti per il candidato repubblicano, Bob McDonnell, che avrebbe (nonostante qualche perplessità sugli internals) un solido vantaggio di 14 punti percentuali (55%-41%) nei confronti del democratico Creigh Deeds. Survey Usa a parte, comunque, è interessante notare come negli ultimi tre mesi Deeds - malgrado la flessione di McDonnell - non sia mai andato oltre il 44% (con l'isolata eccezione del Washington Post, che naturalmente si è distinto per una violenta e sgangherata campagna anti-McDonnell), scivolando spesso sotto la soglia del 40%. Una performance davvero pessima per un incumbent “di fatto”.

Nota. Aneddoto interessante: nella sua carriera politica Creigh Deeds ha partecipato a 11 tornate elettorale, perdendo una sola volta (nella corsa per attorney general del 2005). Quella volta, a sconfiggerlo (per soli 323 voti) fu un tale Bob McDonnell.

UPDATE. È uscito oggi il nuovo sondaggio di Rasmussen Reports sulla Virginia (che stranamente ancora non è compreso nel grafico di Pollster.com): McDonnell è passato dal +2% (48-46) di metà settembre al più rassicurante +9% (51-42) di oggi.

giovedì 24 settembre 2009

«Post-American Speech»

Il commento più azzeccato sul discorso di Barack H. Obama all'assemblea delle Nazioni Unite l'ha fatto John Bolton (ex ambasciatore Usa all'Onu), in una dichiarazione rilasciata a Robert Costa della National Review. «È stato - dice Bolton - il primo discorso post-americano del primo presidente post-americano». A qualcuno, a molti forse, tutto questo farà piacere. Noi continuiamo a preferire l'America. Sullo stesso argomento, da leggere anche Michael Barone sul Washington Examiner.