mercoledì 31 maggio 2006

I numeri dietro la propaganda

Da lunedì pomeriggio, gli spin-doctor della sinistra (e i loro alleati tafazziani del centrodestra) stanno diffondendo la "lieta novella" di un forte ridimensionamento della CdL alle ultime elezioni amministrative. Fino ad oggi non avevamo avuto il tempo di fare qualche conteggio serio, ma la sensazione che si trattasse della solita favoletta ad uso e consumo del partito trasversale degli analfabeti era abbastanza forte. Almeno da quando abbiamo sentito parlare di un serrato "testa a testa" tra Letizia Moratti e Bruno Ferrante per la poltrona di sindaco di Milano (basandosi sugli exit-poll taroccati dei soliti noti), mentre in realtà la sfida si era conclusa con un margine piuttosto comodo per il candidato del centrodestra. La Moratti ha vinto con 5 punti percentuali di vantaggio, esattamente lo stesso scarto registrato tra le due coalizioni nella provincia di Milano alle elezioni politiche di aprile. Per i più disattenti, si tratta di quasi 34mila voti di vantaggio (su 680mila espressi). Calcolando, poi, la semplice somma aritmetica dei voti raccolti dai partiti che alle politiche si sono presentati alleati, la CdL ha raccolto l'11,3% dei voti in più rispetto al centrosinistra. Se questo è un "testa a testa", Prodi è un bell'uomo.

Scottati dal caso-Milano, dunque, abbiamo deciso di comparare i risultati delle politiche 2006 con alcuni dati (omogenei geograficamente) di quest'ultima tornata amministrativa. Questa operazione è stata possibile soltanto per le elezioni regionali in Sicilia e per quelle provinciali che si sono svolte a Campobasso, Imperia, Lucca, Mantova, Pavia, Ravenna, Reggio Calabria e Treviso (sul sito del Viminale i dati delle politiche non sono disaggregati per comune, ma per provincia). Abbiamo semplicemente fatto la somma aritmetica dei voti ottenuti dai partiti della CdL e dell'Unione, disinteressandoci del risultato ottenuto dai candidati alla presidenza delle province. Quello che ci interessava, infatti, era cercare di capire i movimenti dell'elettorato dal 9-10 aprile ad oggi. Vale la pena di ricordare che, in ogni provincia, l'affluenza è stata sensibilmente inferiore a quella registrata alle elezioni politiche (il dato nazionale è inferiore al 60%, rispetto all'85% di aprile): circostanza che - di fatto - penalizza fortemente la performance del centrodestra. Ci aspettavamo un massacro, con la CdL in rotta in tutte le province esaminate e in forte arretramento anche in Sicilia. Ma è andata davvero come ci hanno raccontato?

Sicilia
Il forte calo della CdL alle regionali siciliane è una truffa mediatica. Più o meno come il "testa a testa" di Milano. Alle politiche di aprile il centrodestra (compreso l'esule di AN, Nello Musumeci), aveva raccolto il 59,1% dei voti. Alle regionali (compreso Musumeci), la CdL è arrivata al 58,2%. La grande offensiva dei professionisti dell'antimafia contro Cuffaro e il macabro utilizzo di un cognome eccellente come quello di Borsellino a fini elettorali, ha scalfito la maggioranza strutturale del centrodestra in Sicilia di un misero 0,9%. Davvero un bel risultato... UPDATE. Da StarSailor (che è meglio del sito del Viminale), scopriamo che la somma dei voti di lista della CdL arriva al 61,5% (+1,4% rispetto alle politiche), mentre l'Unione si ferma al 36,0% (-4,5%). Trend: CdL +5,9%.

Campobasso
Sommando i voti dei partiti alleati alle ultime elezioni politiche, il centrosinistra ha raggiunto il 52,4% (contro il 53,4% di aprile), mentre il centrodestra si è fermato al 45,6% (contro il 46,5% di aprile). Il vantaggio del centrosinistra è dunque sostanzialmente stabile, ed è passato dal 6,9% al 6,8%.
Trend: CdL +0,1%.

Imperia
Alle politiche, il centrodestra aveva raggiunto il 61,5% dei voti contro il 38,4% della sinistra. Alle provinciali, la CdL è salita al 63,7% mentre l'Unione è scesa al 36,3%. Il vantaggio per il centrodestra è dunque passato dal 23,1% al 27,4%.
Trend: CdL +4,3%.

Lucca
A Lucca la CdL, che alle politiche aveva raccolto un sorprendente 48,8%, crolla al 40,1% (complice anche la corsa in solitario della Lega e la candidatura di un esterno che supera il 6%). In ogni caso, il vantaggio dell'Unione cresce dal 2,1% al 13,4%.
Trend: Unione +11,3%.

Pavia
La CdL, che alle politiche aveva superato il 55%, non va oltre il 53,7% (ed evita per un soffio il ballottaggio per la presidenza della provincia). Cresce lievemente la sinistra, che passa dal 44,2% al 45,5%. Il vantaggio della CdL scende dall'11,5% all'8,2%.
Trend: Unione +3,2%.

Ravenna
Le percentuali bulgare raggiunte dall'Unione alle politiche (64,0% contro 35,9%) crescono addirittura alle politiche (66,5% contro 33,2%). Il vantaggio della sinistra sale dal 28,1% al 33,3%.
Trend: Unione +5,2%.

Reggio Calabria
La CdL crolla anche a Reggio Calabria (l'unica provincia che ha cambiato "colore" rispetto al 2001). Il 3,1% che separava le due coalizioni alle politiche (51,3% contro 48,2%) è cresciuto fino al 16,8% (57,3% contro 40,5%). La Calabria è sempre più rossa. Come un peperoncino.
Trend: Unione +13,7%.

Treviso
Se il Triveneto non ci fosse, il Berluska lo avrebbe già inventato. La CdL, che già godeva di un ampio margine (+22,4%) a Treviso nelle elezioni politiche (58,3% contro 35,9%), aumenta il vantaggio fino al 31,1% (60,0% contro 28,9%). Senza contare la decina di punti percentuali raccolti dall'ex leghista Panto che corre da solo.
Trend: CdL +8,7%.

Mantova
Centrosinistra in (lieve) crescita anche a Mantova, dove passa dal 51,1% delle politiche al 52,1% delle provinciali. Questo dato, insieme al calo della CdL dal 48,8% al 47,2%, porta il vantaggio dell'Unione dal 2,3% al 4,9%.
Trend: Unione +2,6%.

Conclusioni
Rispetto alle politiche, la CdL mantiene le proprie posizioni a Campobasso, cresce in Sicilia, a Imperia e Treviso, perde qualcosa a Pavia e Mantova, perde molto a Lucca, Ravenna e Reggio Calabria. Ferme restando tutte le critiche possibili e immaginabili (e anche qualcosa di più) all'organizzazione sul territorio dei partiti del centrodestra e al bizzarro metodo di selezione della sua classe dirigente, i numeri ci dicono che in una tornata amministrativa (come quella delle provinciali) in cui l'affluenza è stata inferiore del 25% rispetto alle politiche, la CdL ha sfoderato una performance niente affatto malvagia, che certifica uno stato di salute più che discreto a livello nazionale. Cercheremo, nelle prossime settimane, di esaminare in dettaglio l'andamento delle elezioni comunali, dove l'affluenza è stata maggiore, concentrandoci soprattutto sui comuni minori, in cui il centrodestra ottiene risultati molto più lusinghieri di quelli raggiunti nelle grandi città. Aspettatevi sorprese.

sabato 27 maggio 2006

Daddy Break

Questo blog rimarrà in animazione sospesa per qualche giorno, causa... paternità. Arrivederci a presto :)

giovedì 25 maggio 2006

Abolire il liberalismo. Una provocazione
(ma non solo)

Vi invito a leggere con attenzione questo articolo di Marco Respinti, tratto dall'ultimo numero del Domenicale (lo ripubblichiamo integralmente perché, in questo momento, il sito del settimanale sembra inaccessibile). Credo che il tema centrale sollevato da Respinti meriti una discussione approfondita. (p.s. Interessante l'analisi de Il Filo a Piombo)

Abolire il liberalismo
di Marco Respinti

Le qualificazioni distinguono; ma se tutto distingue, nulla più qualifica. Prendi il “liberalismo”, per esempio. Se tutti sono “liberali” (come sembra di arguire dagli attuali scenari politico-culturali italiani), finisce che nessuno lo è davvero. Come potrebbe infatti esserlo Caio che dice cuori tanto quanto Tizio che dice picche? Indi per cui, con buona dose di consapevole follia, ci punge vaghezza di dire qui che, forse forse, è meglio eliminarla del tutto questa parola che non sa più di alcunché.

In questo ci confortano autorevoli padri. Il “liberalismo” fa problemi sin dalla definizione: «difficile», dice il Dizionario di politica UTET diretto da Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino alla voce Liberalismo compilata dallo stesso Matteucci. Addirittura irta di «particolari difficoltà». Anzi, persino «pericolosa», con una «storia guazzabuglio» in cui «abbiamo tanti liberali fra loro diversi, ma non il Liberalismo» e questi che, «ieri come oggi», «hanno occupato negli schieramenti parlamentari posizioni assai diverse: conservatrici, centriste, moderate, progressiste». Per di più, «ancor oggi la parola liberale ha significati diversi a seconda delle diverse nazioni». Una cosa di non poco conto.

Stante infatti che il linguaggio serve a comunicare – cioè a traslare da un contesto a un altro la permanenza di una sostanza, decifrando e tramandando –, un vocabolo afasico è un vocabolo inutile. Dite cioè a un americano che siete liberal per significare che v’ispirate a Ludwig von Mises, e quello vi toglierà il saluto per sempre. Per di più “liberale” è ambiguo come lo è “laico”, oggi gettonato secondo termine di un’(ab)usata endiadi. In origine, latina, significa infatti “generoso”, “munifico”.

Ora, questo importerebbe poco se non fosse però che per tutto il Settecento e porzioni significative dell’Ottocento inglese, britannico e nordamericano (quella, cioè, che s’indica come la koinè eziologica del “liberalismo”) il termine avesse mantenuto solo quel significato prepolitico.

L’origine della specie

Contenuto coscientemente politico, il termine “liberale” lo assume solo con Napoleone, il quale riformula l’intera eredità illuministico-giacobina del Settecento francese che a propria volta aveva con il tempo metabolizzato e per tempo rilanciato le lezioni semiclandestine di ciò che, prima, in Gran Bretagna, era definito free-thinking e che in Francia aveva cominciato a farsi adulto come libertinisme.

Il “grande còrso” lo usò nel Proclama del 18 Brumaio dell’anno VIII della repubblica francese, ovvero il “programma” politico con cui il 9 novembre 1799 attuò il colpo di Stato che lo impose primo console fino a quando, il 18 maggio 1804, si creò “Imperatore dei francesi”. Va detto, a lato, che questo è il periodo d’incubazione dell’idéologie, espressione con cui s’intese una “scienza delle idee” funzionale al potere politico e capace di rieducare la nazione alla verità di Stato onde fabbricare e mantenere il consenso popolare.

Il termine “liberale” fu poi definitivamente consacrato quando venne adoperato nelle Cortes (il parlamento) di Cadice, in Spagna, del 1812, a designare il partito culturalmente filofrancese. Nacque, cioè, “francese”, il “liberalismo” politico, pescando a piene mani nei contenuti ideologici della rivoluzione dell’Ottantanove e solo a posteriori, in virtù di una improvvida e mal calcolata analogia, fu applicato alla tradizione culturale anglosassone dove “liberale” valeva “munifico”.
Da qui fu poi nobiltà e miseria. In un aureo saggetto tradotto sul “Dom” del 29 maggio 2004 con il titolo Liberali, “liberal” e “libertarian”: tutta la storia di un’idea prettamente occidentale, il grande liberale (?) austriaco (e asburgico) Erik von Kühnelt-Leddihn distingue infatti almeno quattro diversi liberalismi, l’un contro l’altro armati. Nel secolo XX – ricorda Matteucci – si sono profusi grandi sforzi per la riconciliazione, anzitutto nel 1924 a Ginevra con “L’Entente internationale des partis radicaux et des partis democratiques similaires”, poi creando, a Oxford, nel 1947, l’Internazionale liberale. Ma sono rimasti dei nulla di fatto. Nel primo simposio è evidente l’ambiguità irrisolta (partis radicaux, partis similaires); nel secondo la debolezza concettuale, schiavo com’è del nominalismo marxista.

Il monte verità

Eppure ben altro ha prodotto il mondo “liberale”. All’indomani del disastro della Seconda guerra mondiale, cuore della tragedia del Novecento, chiedendosi se si fosse oramai giunti al capolinea della storia o se si potesse rifondare tutto bene e ancora meglio di prima, interrogandosi sull’incapacità delle istituzioni di diritto a fermare per tempo il totalitarismo ma senza buttare il bambino assieme all’acqua calda, la crème dell’intellettualità “liberale” – non della politica – creò la Mont Pelerin Society. La data fu il 1° aprile 1947, il luogo una omonima località delle Alpi svizzere. Iniziò tutto con una convention di dieci giorni, poi quel milieu si trasformò in un direttorio permanente di quella cultura che era ed è convinta che al “liberalismo” autentico non sia mai stata data una vera chance. Ossia che tutto quanto si è in passato paludato di quel nome è spurio, persino falso.

C’erano tutti: Milton Friedman, Luigi Einaudi, Walter Lippmann, Henry Hazlitt, Ludwig von Mises, Bertrand de Jouvenel, Michael Polanyi, Karl R. Popper, Wilhelm Röpke, per non citare che i più noti.

Anfitrione fu Friedrich A. von Hayek, il campione più famoso della “liberista” Scuola austriaca di economia, Premio Nobel 1974, che sul “liberalismo” ne avrebbe dette di belle. Nel discorso inaugurale affermò: «Sono convinto che, se la frattura fra il vero liberalismo e le convinzioni religiose non sarà sanata, non ci sarà alcuna speranza per la rinascita delle forze liberali». Von Hayek spiegò così al variopinto mondo “liberale” il perché una sessione dell’elvetico simposio fosse specificamente dedicata alla questione liberali/cristiani. L’eco più consona sembra a questo punto il Discorso ai rappresentanti del mondo della cultura, delle Chiese non cristiane e agli studenti, pronunciato a Praga, il 21 aprile 1990, da Papa Giovanni Paolo II: «se la memoria storica dell’Europa non si spingerà oltre gli ideali dell’illuminismo, la sua nuova unità avrà fondamenti superficiali e instabili». Perché? Perché la questione illuminista, come visto, è alla base del “liberalismo” che dovrebbe fondare l’Europa democratica.

Ora, le parole pronunciate da Von Hayek nel 1947 aprono la relazione presentata da Marcello Pera al convegno Liberalismo, cristianesimo e laicità (Fondazione Magna Carta, Roma, 11 dicembre 2004). Lì l’allora presidente “liberale” del Senato afferma di averle ignorate finché, molto di recente, ne è stato folgorato come a Damasco. In fila con ciò che nel libro Cattolici, pacifisti, teocon (Mondadori, Milano 2006) Gaetano Quagliariello (presidente della Fondazione Magna Carta e legittimo interprete del Pera-pensiero) dice essere il nerbo della sfida culturale lanciata, fra laici e cattolici, dall’ex seconda carica dello Stato italiano in dialogo con Papa Benedetto XVI – «ricucire lo scisma provocato dalle conseguenze del 1789» – fa un bel botto.

Il liberalismo statalista

È infatti Pera, in quella stessa relazione a convegno, a sostenere che ciò che fa problema «è la nostra storia, il nostro passato» («nostra, nostro» stanno per liberale); e che «per comprenderlo bisogna ritornare alla classica distinzione di Von Hayek circa i due liberalismi, quello “vero” anglosassone, e quello “falso”, continentale, che solo per carità di ricostruzione storica e non senza ambiguità si può chiamare ancora “liberalismo”».

Di Von Hayek è chiarificatore peraltro "Perché non sono un conservatore" (trad. it. Ideazione, Roma 1997), celeberrimo poscritto del libro The Constitution of Liberty, del 1960, da noi pubblicato come "La società libera" (Seam, Roma 1998). Temendo la morta gora dello status quo, Von Hayek proclama di considerarsi un “old whig” all’inglese, cultura che divenne “liberalismo” solo dopo essere stata alterata – dice – dal razionalismo rozzo e militante della rivoluzione francese. Ma il bello della faccenda è che l’“Old Whiggism” – progresso conservativo e conservazione innovativa – non esisterebbe se non fosse per l’angloirlandese Edmund Burke. Il quale, primo critico della rivoluzione francese e fiero avversario dell’illuminismo, è il padre riconosciuto sia del conservatorismo in cui Von Hayek dice di non riconoscersi, sia di quel “liberalismo” che, vonhayekianamente, ce l’ha con il costruttivismo illuministico-giacobino e in cui si riconosce il popperiano Pera oggi, preceduto ieri da Lord Emerich Edward Dalberg Acton.
Acton, appunto. Lo si usa dire un “cattolico-liberale”, ma fu – la differenza è enorme – un eminente storico cattolico e liberale. Cioè liberale perché cattolico (lo mostra a chiare lettere là dove descrive la storia della libertà che in tratti salienti si sovrappone alla storia della salvezza), cosa, questa, che riporta alla questione primaria: che cosa è il “liberalismo”?

Acton, un burkeano, è colui dal quale Von Hayek apprende a definire san Tommaso d’Aquino il primo (old?) whig della storia e uno che, guardando all’Italia unificata dal Risorgimento, distingueva così: «La dottrina della libertà insiste sull’indipendenza della Chiesa; la dottrina del liberalismo insiste sull’onnipotenza dello Stato quale organo della volontà popolare» (nell’articolo Cavour, pubblicato su The Rambler del luglio 1861). Visto cosa ne è stato del “liberalismo”, oggi Acton – è questo l’autorevole pensiero di Robert A. Sirico, che di Acton s’intende essendo il cofondatore e il direttore dell’Acton Institute for the Study of Religion and Liberty – sarebbe un conservatore, cioè un difensore della libertà ordinata.

L’era dell’ircocervo

Ed ecco allora la nostra proposta. Anzitutto occorre tornare a separare lucidamente ciò che oggi è confusamente unito, il liberalismo “vero”, anglosassone, da quello “falso”, continentale. Il primo – con Von Hayek e, prima, Burke – è quello che dà una lettura evolutiva (“liberalismo storicista” lo chiama Quagliariello) della cultura e dello spirito, e che poggia sull’idea dei limitati poteri della ragione umana, rispettando la tradizione su cui si basano la conoscenza e le civiltà. L’altro è quello fondato sul desiderio di rifare continuamente il mondo conformemente a uno schema ideologico (pre)determinato. È Von Hayek che ricorda, a mo’ di specimen, Voltaire: «Se volete buone leggi, bruciate quelle che avete e datevene di nuove». Più o meno l’idea di Valerio Zanone in Il liberalismo moderno (nel sesto volume della Storia delle idee politiche, economiche e sociali, diretta da Luigi Firpo per la UTET): una libertà staccata dalla verità e assunta come una religione, e una ragione che, opponendosi alla metafisica, inaugura il relativismo.

Fatto questo, occorre poi abolire, e subito, il “liberalismo”. Utile allo scopo è l’intellettuale Biagio De Giovanni, che su il Riformista del 4 marzo spera nel prossimo avvento dell’ircocervo, le nozze tra liberalismo e socialismo impossibili per Benedetto Croce, ma che invece è oramai tempo di celebrare. De Giovanni lo dice almeno dal 1989. “Spalla” di Achille Occhetto nella trasformazione del PCI nella “Cosa” che generò il PDS, poi i DS e domani forse il Partito Democratico, al tempo suggellò la necessità di sostituire, nell’immaginario militante della Sinistra, il mito del 1917, la rivoluzione bolscevica, con l’Ottantanove. Indietro per avanzare.

L’endorsement politico di Occhetto officiò l’esperimento: «Siamo voluti tornare alle fonti. Alle fonti della modernità politica. Alla fonte comune che ha dato alimento ideale, per due secoli, a tutti i movimenti democratici e di sinistra in Occidente». La Sinistra postmarxista che occupa l’intero spazio del liberalismo, richiamandosi coscientemente alle origini del razional-relativismo che lo connota, l’Ottantanove.

E gli altri “liberali”, quelli della tradizione della libertà ordinata”? Serve un altro nome. Un tempo ne fu usato uno, bruttino, che – a partire dal “Dom” del 22 novembre 2003 – abbiamo riscoperto, il “fusionismo”. Non solo l’alleanza strategica di quelli che hanno in comune degli avversari per superare sbarramenti elettorali e lucrare sdoganamenti culturali. Non certo un “partito unico”. Ma la cerca – cito dall’introduzione di Piero Cantoni a Il tascabile dell’apologetica cristiana di Peter Kreeft e Ronald K. Tacelli (trad. it. Ares, Milano 2006), parole adattissime anche se di altro contesto – di «Che cosa pensavamo quando eravamo ancora uniti? Prima di quel drammatico momento in cui abbiamo imboccato sentieri diversi, le cui conseguenze rendono ora tanto più difficilmente credibile il nostro annuncio?». L’irruzione dei Marcello Pera, Giuliano Ferrara, Gaetano Quagliariello, Oriana Fallaci, Eugenia Roccella, Giorgio Israel, senza scordare i teocon e i libertarian USA e italiani, gli Alain Finkielkraut, e nemmeno i Raimondo Cubeddu, i Marco Taradash, i Giovanni Orsina, lo permette, anzi lo impone.
Di là il liberalismo; di qua Von Hayek, che – ricorda Matteucci nel Dizionario di politica – «ha proposto di rinunciare all’uso di una parola così equivoca». Modesta proposta? Bella proposta. Noi raccogliamo firme.

Emporion mondiale

Gli eventi sportivi mondiali assumono ormai, in tempi di globalizzazione, anche un significato economico e – in qualche caso – strategico. Per questo Emporion non si lascia mai sfuggire l’occasione di raccontarli, che siano i giochi olimpici o i campionati mondiali di calcio. Quest’anno, poi, il Mondiale torna in Europa dopo la puntata asiatica e si misura con le difficoltà e le speranze di un paese che fu la locomotiva economica e che rappresenta oggi una delle grandi incognite del continente. E’ l’occasione per fare il punto sulla Germania. Ma anche di raccontare come si muove il mondo dalla visuale di una palla rotonda. Paesi emergenti che avranno il lustro di una vetrina internazionale, incroci pericolosi che la politica vorrebbe evitare ma che lo sport si diverte a far convergere. E' online il numero 62 di Emporion. [Babs]

Sogno di un complotto di fine estate

Tre (uno, due e tre) post per chi crede (davvero?) alle teorie del complotto sull'11 settembre. Poi basta, perché a discutere con i cerebrolesi si rischia di fare una brutta fine.

p.s. Sappiate che negli Stati Uniti, la patria delle teorie cospiratorie più bizzarre, i sostenitori di una "verità" alternativa sull'11 settembre sono presi a calci in culo con regolarità svizzera anche dalla sinistra più estrema ed anti-Bush.

Cinque giovani alla prova del voto

Il panorama politico italiano, anagraficamente parlando, è abbastanza deprimente, questa non è certo una scoperta. Anziani, vegliardi e ottuagenari coprono orizzontalmente tutte le cariche possibili e immaginabili, tanto da far apparire una ministra di 44 anni una ragazzina alla quale affidare il simpatico ministero per le attività giovanili (sic!), creato di fresco. Però a Ideazione abbiamo deciso di smetterla con le geremiadi e di raccontarvi le cose da un altro punto di vista, cioè da quello di cinque ragazzi, di età compresa tra i 18 e i 34 anni, che hanno deciso di sfidare lo stato delle cose e di proporre la loro candidatura alle prossime elezioni amministrative. E abbiamo scoperto che non sono solo "giovani", ma che portano idee nuove e coraggiose. Due di loro sono blogger di Tocque-ville, Giovanni Boggero e Marco Paolemili, gli atri si chiamano Fabio Luoni, Giovanni Quarzo e Christian Salone. A intervistarli è Domenico Naso. Il resto andatevelo a leggere su Ideazione.com. [Babs]

Demolizione controllata

Sto guardando Matrix. Per favore, ditemi che ho le traveggole.

UPDATE. Riassunto della trasmissione. Giulietto Chiesa dice che le Twin Towers sono state abbattute di proposito dagli americani (naturalmente pure l'attentato al Pentagono è una bufala). Marco Taradash, sulle prime, è sbigottito. Poi, giustamente, s'incazza. E cita tre volte TocqueVille (si vede che era incazzato davvero). In mezzo ai due, neutrale, scivola Enrico Mentana. Esattamente a metà strada tra Bush/Blair/(Marco) e Saddam/Osama/(Giulietto), attento a non inclinarsi neppure di un micron verso uno dei due avversari. Se questo è il giornalismo di oggi, la libertà di espressione ha conosciuto tempi migliori.

mercoledì 24 maggio 2006

A volte ritornano

E qualche volta si tratta di ritorni che riempiono il cuore. Wind Rose Hotel ha deciso di rientrare ta le mura della Città dei Liberi. Bentornato a casa, Roberto! :)

martedì 23 maggio 2006

Baghdad, Midway

Se i giornalisti di oggi facessero un reportage sulla Battaglia delle Midway, scriverebbero "Colpito aereo statunitense", con un brevissimo accenno alla distruzione della flotta giapponese.

Ralph Peters, sul New York Post, ci racconta come l'Occidente sta vincendo la guerra contro il terrorismo, nel disinteresse assoluto dei mainstream media (tutti impegnati a dimostrare l'esatto contrario). Intanto Peter Wehner (direttore dell'ufficio per le iniziative strategiche della Casa Bianca), nella pagina dei commenti del Wall Street Journal, distrugge qualcuno dei miti diffusi sull'Iraq dalla vulgata pacifista.

UPDATE: Ainpospiò pubblica la traduzione integrale dell'articolo di Peters. Must-read.

Round-Up: The Strata-Sphere, QandO, California Conservative, Power Line, Media Blog (NRO), Wizbang, PrestoPundit, Blue Crab Boulevard, Fraters Libertas.

Retrocedere, retrocedere, retrocedere!

Francesco Saverio Borrelli è il nuovo capo dell'ufficio indagini della Figc. Alla faccia di chi continua a non vedere alcuna analogia tra le degenerazioni di Mani Pulite e l'ordalia giustizialista che ha colpito il calcio italiano in queste ultime settimane.

lunedì 22 maggio 2006

Perché la sinistra non ha vinto

In edicola domani, insieme al quotidiano Libero (al ridicolo sovrapprezzo di 2,80 euro), l'ultimo volume della collana "Manuali di Conversazione Politica" a cura di Vittorio Feltri e Renato Brunetta. Di questo libro, che ospita gli interventi (tra gli altri) di Giuliano Cazzola, Angelo Crespi, Davide Giacalone, Oscar Giannino, Andrea Pamparana e Giorgio Stracquadanio, pubblichiamo in anteprima l'introduzione, scritta immediatamente dopo l'elezione di Napolitano alla presidenza della Repubblica. Buona lettura (e buon acquisto, domani in edicola)!

"10 maggio 2006. Giorgio Napolitano diventa Presidente della Repubblica. In quello stesso momento il centro sinistra è venuto meno sia al proprio programma elettorale che alla linea politica fin lì enunciata. In quel programma, difatti, c’era scritto che si voleva alzare il quorum per l’elezione del Capo dello Stato, anzi, si affermava che sarebbe stata la prima cosa da farsi, e, questo, perché era bene che al Quirinale non si arrivasse con i soli voti della maggioranza di governo. Poi, dopo le elezioni, tale concetto è stato ripetuto, senza più riferimento al quorum, ma nei fatti violato. Ed ecco i fatti.

Al momento della partenza ai blocchi della sinistra si è presentato un solo uomo: Massimo D’Alema. Chiedeva di essere eletto presidente della Camera, per poi, da lì, andare al Quirinale. La sua coalizione gli ha detto di no. Sfumata questa ipotesi ha puntato dritto al colle più alto, ma sembrava che ad eleggerlo dovesse essere il centro destra, non il centro sinistra, tant’è che il segretario dei ds, Fassino, lanciava richieste di convergenza all’opposizione, nel mentre divergeva la maggioranza.

La Casa delle Libertà aveva, invece, iniziato con un diverso passo: eleggiamo nuovamente Ciampi. E’ noto che il Presidente uscente aveva già parlato della fine del suo mandato e non voleva trovarsi nella spiacevole condizione di dovere negoziare una ricandidatura. Proprio per questo non si trattava certo di andare contro il suo volere, ma di rivolgergli un appello unitario affinché continuasse nel lavoro avviato (tanto più che una sentenza della Corte Costituzionale era giunta a dargli ragione in un conflitto di poteri da lui sollevato nei confronti del governo, e relativo al potere di grazia). La risposta di Prodi e della sinistra fu gelida: saremmo felici di confermare Ciampi, ma deve chiedercelo lui (questo era il significato del volerne l’esplicita disponibilità). In questo modo hanno bruciato l’ipotesi del secondo settennato e la risposta di Ciampi non si è fatta attendere.

Dato lo stallo, il centro destra ha allora proposto quattro nomi, tutti del centro sinistra, ma considerati di garanzia. Manco li hanno presi in considerazione. Il centro sinistra, invece, ha proposto un solo nome, quello di Giorgio Napolitano, ma non lo ha mai votato (nel timore che i franchi tiratori lo massacrassero nei primi tre scrutini). Se questo è dialogo non sappiamo cosa sia l’incomunicabilità.

E veniamo a Napolitano. Oramai è sufficiente invecchiare per essere iscritti d’ufficio all’albo dei padri della patria. Una volta contava l’intelligenza ed il coraggio, ora si punta tutto sul gerovital. Il piede di Giorgio Napolitano non ha varcato la soglia del Quirinale che già si spandono vagonate di conformismo e quintalate di sciocchezze. Adesso vi presento Napolitano.

E’ stato per lunghi anni responsabile della politica internazionale e della politica industriale del partito comunista italiano (senza offesa, si chiamava così). In quella funzione era direttamente dentro quei flussi di denaro che al pci arrivavano quali tangenti pagate dalle imprese che volevano commerciare con l’Unione Sovietica, dai petrolieri agli industriali. Si dirà: ma questa è roba d’altri tempi. Certo, però, intanto quei tempi lontani sono finiti (forse) ieri, nel 1991, a questo s’aggiunga che il signor Napolitano non ha mai voluto dire una sola parola, neanche per la storia. Di recente ha pubblicato un libro autobiografico (“Dal Pci al socialismo europeo”, Laterza), che è un manuale d’omertà e falsa memoria.

Si dice che sia un grande europeista. No, guardate, l’onorevole Napolitano è quello stesso parlamentare che tenne il discorso con cui i comunisti spiegarono perché non si dovesse entrare nel Sistema Monetario Europeo. Niente Sme, niente Banca Centale, niente euro, niente Unione Europea. Alla faccia dell’europeismo. A quell’epoca marciavano per il disarmo degli occidentali, a favore dei missili nucleari sovietici e per l’eurocomunismo. Non risultano proteste di Napolitano.
Si dice sia un coraggioso socialdemocratico. Nella seconda metà degli anni settanta Napolitano disse di avere “riletto” la Nota Aggiuntiva al Bilancio dello Stato del 1962, e di averci trovato molti spunti interessanti. Ugo La Malfa, autore di quella nota, commentò: non l’ha riletta, l’ha letta per la prima volta. Napolitano era in ritardo di una quindicina d’anni, ma passava per anticipatore dato che i suoi compagni se ne stavano assai più indietro.

Si dice che abbia guardato a Craxi senza odio. Ma a parte il fatto che l’idea di un partito unico della sinistra era di Giorgio Amendola, e risaliva al 1964, degli apprezzamenti di Napolitano non c’è traccia nella battaglia referendaria (persa dai comunisti) contro la scala mobile, né ricordo parole interessanti quando era presidente della Camera ed il giustizialismo mieteva vittime in Aula. Fu lui a ricevere la lettera dell’onorevole Moroni, e non ricordo alcun coraggio, alcuna fierezza, alcun senso delle istituzioni.

E’ un mite, certo non è un estremista. Ha doti di equilibrio, che spesso esercita restando del tutto fermo. Di davvero significativo, nella sua biografia, non ha trovato molto neppure lui stesso. Ma basta essere vecchi, non avere avuto momenti significativi, di altezza, di rottura, aver seguito la corrente, non rappresentare, nel presente, né un pericolo né un’opportunità, che l’accademia degli inutili ti chiama alla presidenza.

Prima dell’elezione di Napolitano la sinistra aveva già eletto la seconda e la terza carica dello Stato, i presidenti delle Camere, piazzando al Senato Marini ed alla Camera Bertinotti. Quest’ultimo dice di essere comunista, è stato eletto essendo segretario del Partito della Rifondazione Comunista, giuriamo di non essere noi ad avere le allucinazione, giuriamo che lo scriviamo senza volere offendere, ma, insomma, la sostanza è questa: i comunisti occupano la prima e la terza carica dello Stato. Il resto son chiacchiere.

Con Marini e Bertinotti, inoltre, sono giunti al potere i sindacati, roba che se i laburisti ci avessero provato, in Inghilterra, se ne sarebbero rimasti minoranza per il resto dei loro giorni. Il primo fu sindacalista nella cisl, il secondo nella cgil, tutti e due nati nel professionismo politico. Basta questo per capire che la distribuzione degli incarichi istituzionali non è una foto dell’Italia d’oggi, ma un dagherrotipo di quella del secolo scorso. Dunque, nell’Italia dove i sindacati rappresentano sempre meno i lavoratori e sempre più una minoranza di pensionati, nel mentre i sindacati stessi sono strutturati per negoziare contratti che riguardano una minoranza decrescente di lavoratori, nel mentre le sfide che ci attendono riguardano la dimensione globale del mercato, si prendono due sindacalisti e li si promuove a statisti. In quelle condizioni può finalmente nascere il governo di Romano Prodi, vale a dire del più longevo esponente dell’industria di Stato, che ha lungamente e ripetutamente diretto, sempre in rappresentanza della democrazia cristiana. Due figli del mondo sindacale si muoveranno per tutelare l’ascesa di un figlio dello statalismo, il tutto sotto la supervisione del ministro egli affari esteri comunisti. Qualcuno, per cortesia, svegli l’Italia, brutta addormentata, da quest’incubo del passato che non passa mai.

Qualcuno scrive che anche il centro destra, quando fu maggioranza, non divise le cariche istituzionali con l’opposizione. Lo si scrive a vanvera. Il centro destra votò, quale Presidente della repubblica, Carlo Azelio Ciampi, che era, in quel momento, ministro del tesoro nel governo di Massimo D’Alema. E Ciampi ha accompagnato tutta intera la legislatura a maggioranza di centro destra, facendosi sia sentire che valere. Quindi non c’è stata mai, neanche per un solo istante, quell’occupazione dello Stato, quella appropriazione di tutte le cariche di cui oggi la sinistra si rende protagonista.

Non bastasse questo, sarà bene ricordare che per la scelta (legittima ieri come oggi) di assegnare la presidenza delle Camere ad esponenti della maggioranza, la sinistra attaccò duramente il centro destra, ricordando la diversa condotta che aveva portato, in passato, prima Pietro Ingrao e poi Nilde Jotti ad essere presidenti della Camera dei Deputati, senza che vi fosse una maggioranza comunista (erano comunisti, senza offesa).

Di più, fin dalla nascita della Repubblica il governo è stato retto da una coalizione di diseguali, ruotante attorno alla Democrazia Cristiana, il che ecludeva potesse esserci una uniformità d’interessi politici fra le prime tre cariche dello Stato, e non è un caso, del resto, che il Quirinale sia toccato anche alle minoranze politiche. Dal che deriva che il 10 maggio 2006 si è imboccata una strada sconosciuta, si è realizzata un’inedita concentrazione di potere, si è adottata una condotta che non potrà essere modificata.

Il risultato elettorale è stato un pareggio, a seguito del quale una parte ha preso tutto per sé. Tutto si è irrigidito, ed il guaio delle cose rigide è che, sotto pressione, si spezzano".

da "Perché la sinistra non ha vinto. Dal pareggio elettorale all’occupazione delle istituzioni", a cura di Vittorio Feltri e Renato Brunetta

Repetita iuvant

"Repubblica è l'unico giornale del globo terrestre a sostenere che Bush stia facendo la guerra ai clandestini. Titolo di oggi: "Viaggio al centro del nulla, sul confine Arizona-Messico. Quel che basta per scoprire l´inutilità della piccola guerra di Bush contro i clandestini". Non sanno di che parlano. Come è noto, è vero il contrario. Bush vuole legalizzare la presenza dei clandestini in America. La sua iniziativa che viene definita "amnistia" non piace alla base repubblicana ed è per questo che il gradimento bushiano è così basso".

E' vero. Quello che ha scritto ieri Christian Rocca su Camillo è più che "noto" a chi si interessa (anche distrattamente) di politica americana. Ma ripeterlo una volta in più, a beneficio di tutti gli altri, non può che fare bene.

Sweet Balkanization

Un Montenegro in più, una Grande Serbia in meno. Forse non tutto è perduto per questa vecchia e malandata Europa.

La corona nel pugno

Oggi, nel suo colloquio settimanale con Massimo Bordin (trasmesso da Radio Radicale: qui il file mp3), Marco Pannella - pur di deprecare i fischi del centrodestra ai senatori a vita che hanno votato in massa la fiducia al governicchio Prodi - si è lanciato in una filippica (piuttosto confusa) sulle magnifiche sorti progressive della monarchia. Da Ernesto Rossi a Joseph de Maistre.

sabato 20 maggio 2006

Weekend (Open) Must-Read List

Living in the World of Thatcher & Reagan
Michael Barone
, RealClear Politics
Out of Touch: Bush & "Da Vinci Code"
Peggy Noonan
, Wall Street Journal
Feeding the hand that bites them
Mark Steyn
, Macleans.ca
Cruisin' (Cruisin', Part II)
Jay Nordlinger, National Review
The Real Iraq
Amir Taheri
, Commentary
Anti-Anti-Americanism
Victor Davis Hanson
, National Review
The Parent Trap
Glenn H. Reynolds
, Tech Central Station

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Otimaster - Il governo Prodi costa 8,3 milioni in più
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Freedomland - America, Mercato, Individuo. E Friuli
Mark My Words - For Sunday
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venerdì 19 maggio 2006

Prodi dà i numeri

"Abbiamo una maggioranza al Senato che è maggiore di quella del '96". Prodi gongola, ma è soltanto l'ennesima menzogna. Ce lo spiega A Conservative Mind.

giovedì 18 maggio 2006

Benvenuti sulla Terra/13

"Lavorerò per ricostruire l'armonia tra i poteri dello Stato, con l'obiettivo di segnare la fine della guerra fredda tra magistratura e politica. L'unico punto fermo è il superamento dell'incomunicabilità. Da uomo di centro mi adopererò per la riconciliazione". (Clemente Mastella, ministro della Giustizia, 18 maggio)

"Destano perplessità alcune dichiarazioni passate e presenti del neoministro che rischiano di tramutare la capacità di mediazione in un intendere la giustizia all'acqua di rose, e il rispetto per la magistratura solo in un fatto di bon ton istituzionale che poi si ferma davanti alle sentenze non condivise. (...) Proprio sul tipo di cultura che viene fuori dalle antiche parole del neoministro si fonda infatti la mentalità italiana (e tutta la deriva che ne consegue) della legge interpretata per l'amico e applicata per il nemico, delle leggi draconiane temperate dalla generale inosservanza e delle conseguenti mafie e clientele di ogni grado e colore. (...) Meno male che Mastella è un politico, ma che sia troppo politico per assicurarci il rispetto generale della legalità e una giustizia giusta e uguale per tutti?". (Rita Guma, Osservatorio sulla Legalità, 18 maggio)

Quote rosa (shocking)/2

Perdonateci questo isolato sbalzo d'umore femminista, ma con qualcuno ci dobbiamo proprio sfogare. Allora approfittiamo del potere (vero) che ci dà una gravidanza ormai all'ultimo stadio per prendere possesso di queste righe e dare libero sfogo all'ormone impazzito. I 6 ministeri assegnati secondo le "quote rosa" ricordano in maniera imbarazzante le ore di economia domestica in uso nelle antiche scuole religiose. Oppure l'angolo del taglio&cucito riservato al pubblico femminile in edicola e il palinsesto fatto di soap e televendite del pomeriggio. Pari opportunità (qui ci si può anche stare, ma che noia...), Politiche giovanili e Sport (con la Melandri nel perfetto ruolo della mammina pariolina che porta i figli al tennis), Famiglia (ineccepibile anche se governato da un'attempata single incallita). Poi i due cimiteri degli elefanti, per di più senza portafoglio: le Politiche comunitarie dove è andata a finire la "pasionaria" radicale candidata alla presidenza della Repubblica fino a un paio di settimane fa e gli inutili Affari Regionali dell'inutile governante di Rutelli al Comune di Roma. Il massimo del traguardo raggiungibile per una donna in politica, insomma, sembra essere ancora la Sanità. Ma, del resto, l'infermierina è sempre stata un classico nell'immaginario di un certo mondo... addirittura condito da un pizzico di sadomaso se associato al volto della Turco. Se queste sono le quote rosa, viva Luxuria. [Eowyn]

mercoledì 17 maggio 2006

Quote rosa (shocking)

Perdonateci questo isolato sbalzo d'umore maschilista, ma con qualcuno ci dobbiamo proprio sfogare. Dei 6 ministri in gonnella del nuovo governo Prodi (ma non dovevano occupare il 33% dei dicasteri, cioè 8 o 9?), due (Livia Turco e Rosy Bindi) sono di una bruttezza disarmante, altre due (Barbara Pollastrini e Giovanna Melandri) hanno - in coppia - il quoziente d'intelligenza di un ramarro morto, una (Linda Lanzillotta) ha fatto carriera soltanto grazie al marito, Franco Bassanini, e l'ultima (Emma Bonino) se la cava benino in tutte e tre le categorie (considerando Marco Pannella come suo "marito" e soprattutto come suo "cervello" politico). Se queste sono le quote rosa, viva Luxuria.

Déjà Vu

I neo ministri Fabio Mussi (Università e Ricerca) e Giovanna Melandri (Politiche giovanili e Sport) se la ridono di gusto. Forse credono di essere al funerale dei militari italiani uccisi a Nassirya.

martedì 16 maggio 2006

Spassionato (ed ingenuo)

"Direttore Belpietro, le faccio una domanda spassionata ed ingenua: ma Berlusconi non lo sapeva che il calcio era ridotto così?". (Giovanni Floris, Ballarò, 16 maggio)

domenica 14 maggio 2006

Sunday (Open) Must-Read List

You Have To See the Dots To Connect Them - Mark Steyn, Chicago Sun Times Imagine WWII With Today's Media- Victor Davis Hanson, National Review Online Europe’s Two Culture War - George Weigel, Commentary Kos Celeb. Meet the Man Who's Gunning for Joe Lieberman - James Taranto, Wall Street Journal How '06 Will Affect the '08 Electoral Map - John McIntyre, RealClear Politics Questo post è un open trackback. Fate un link qui, poi un trackback a questa URL e (prima o poi) il link al vostro post verrà aggiunto qui sotto. Se la vostra piattaforma blog non supporta i trackback, provate Simpletrack di Adam Kalsey o Wizbang Standalone Trackback Pinger. Se non avete idea di che cosa sia un trackback, segnalate il vostro post a questo indirizzo e-mail (con url, titolo del post, nome del blog e nell'object: "Sunday (Open) Must-Read List"). Altre informazioni qui. Buona domenica a tutti.

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venerdì 12 maggio 2006

Benvenuti sulla Terra/12

"Benedetto XVI ha ribadito concetti e valori che sono profondamente radicati nella tradizione del pensiero cattolico. Nulla di nuovo, ma nello stesso tempo una nuova chiamata a legare la trasmissione della vita a un amore forte, radicato nella diversità non solo biologica dell'uomo e della donna. Il Papa (...) ci ha solo ricordato che l’amore su cui si fonda il matrimoni è il fondamento indispensabile per una società in cui ogni famiglia possa vivere serenamente".
(Paola Binetti, Margherita, 11 aprile)


"C'è da rimanere stupefatti da un elemento quasi di spietatezza, di assenza di carità, nelle dichiarazioni rese ancora oggi da Joseph Ratzinger in materia di sessualità, omosessualità e famiglia. A questo punto, diventa indifferibile per la Rosa nel pugno rilanciare gli impegni presi in campagna elettorale su pacs e coppie di fatto".
(Daniele Capezzone, Rosa nel Pugno, 11 maggio)

giovedì 11 maggio 2006

Ferrara e la Right Nation

"(...) In attesa della linea, il gruppo di “Ideazione” ha ripreso la nostra trama analitica sull’America come Right Nation, dal titolo del libro che ha spiegato la nascita oltre Atlantico di una forte nazione moderata e conservatrice, ma sempre in movimento e con il cervello che funziona, e l’ha adattata a un primo interessante bilancio post elettorale. Il senso del loro ragionamento è che, certo, le battaglie che conteranno saranno innanzitutto sul fronte del governo e del Parlamento, le leggi e le tasse, le finanziarie e la politica estera, ma c’è il referendum costituzionale e prima le battaglie di Milano, Napoli e Palermo, però tutto questo non basta. C’è da consolidare, fare esprimere e guidare una “maggioranza strutturale” (così la chiamano) che è stata messa sotto da una minoranza sociale con il collante dell’antiberlusconismo. (...) Il Nord sarà la bestia nera del governo Prodi, e deve essere il drago dalle narici fumanti di un’opposizione che si attrezzi per sondarlo, capirlo, interpretarlo, e dare voce alla sua voglia di afferrare la ripresa, di cambiare la politica, di tornare a un buon livello di azione significativa dopo tanta inconcludenza interrotta da una buona campagna elettorale, che ovviamente non poteva bastare e non è bastata. La scheda bianca è un buon inizio per restare immobili. Per muoversi ci vuol altro". Un'editoriale de Il Foglio (ripubblicato anche su Ideazione.com) si occupa - tra le altre cose - della sezione d'apertura del nuovo numero di Ideazione (disponibili online l'editoriale di Pierluigi Mennitti e un mio articolo dal titolo "Anatomia di una maggioranza").

Back in the USSR

Un video imperdibile da Daw.

mercoledì 10 maggio 2006

Altro che Gramsci, ci vuole South Park

Tra tutte le cose che ho letto nel dibattito sul "gramscismo liberale" (aspettatevi un post lunghetto nei prossimi giorni, perché le cose da dire sono davvero tante), questa riflessione di Astrolabio ha due meriti oggettivi: 1) affronta la questione da un punto di vista che non puzza di Novecento; 2) il sottoscritto è d'accordo al 99,9%.

martedì 9 maggio 2006

In edicola Ideazione di maggio-giugno

E' in edicola l'ultimo numero di Ideazione. Già disponibili online, oltre all'editoriale di Pierluigi Mennitti e ad un articolo del sottoscritto sull'analisi post-elettorale, un'intervista di Christian Rocca al presidente e fondatore del Cato Institute, Edward H. Crane, uno splendido saggio di Franco Oliva sull'India e l'introduzione di Flavio Felice alla sezione dedicata a Luigi Sturzo. Chi non si abbona è un comunista, un ex-comunista o un post-comunista (e quindi può puntare al Quirinale). Ricordatevi che i cittadini di TocqueVille hanno il diritto ad uno sconto del 30%): basta una telefonata in redazione (06/6872777, chiedete di Cinzia Alvino). Buona lettura a tutti.

Rec. Corr. e Rec. Rep. on-line

E va bene che ormai i due maggiori quotidiani nazionali pensano, scrivono e sperano all'unisono, ma questa volta ci pare davvero che abbiano esagerato. Vi invitamo a leggere e comparare i due pezzi di cronaca sull'orribile assassinio di Jennifer Zacconi e del suo bambino non ancora nato. Ecco quello del Corriere ed ecco quello di Repubblica. Quando la professionalità non è acqua. [Babs]

domenica 7 maggio 2006

Doppio passo (indietro)

La svolta è arrivata alle 10 di sera. Dopo la minaccia di Berlusconi di ricorrere allo sciopero fiscale se L'Unione si fosse intestardita sul nome di Massimo D'Alema, il centrosinistra - d'intesa con lo stesso D'Alema - ha deciso di fare un passo indietro (il secondo in pochi giorni, per il presidente DS), candidando Giorgio Napolitano al Quirinale. In una nota, il portavoce di Romano Prodi, Ricardo Franco Levi, spiega che è stata in questo modo raccolta la "disponibilità" di Casini, Fini e Letta per "far convergere i voti dei partiti da loro rappresentati su una personalità del centrosinistra e di forte profilo istituzionale". In realtà i rappresentanti della CdL, facendo infuriare la Lega, avevano proposto i nomi di Franco Marini, Giuliano Amato, Mario Monti e Lamberto Dini (chi è il genio che ha avuto questa brillante idea?). Ma chiedere ai DS di mollare anche l'ultima poltrona rimasta è, francamente, un po' troppo. Resta, invece, la curiosità di vedere quale exit strategy Prodi abbia in mente per non subire l'ira del doppio-trombato Baffino. La Farnesina potrebbe non essere sufficiente: per uno come lui ci vorrebbe l'accoppiata Esteri-Difesa, con la promessa di poter bombardare un paese balcanico a scelta prima della Finanziaria. p.s. Con Napolitano al Quirinale, l'Unione perde un voto al Senato.

UPDATE. Le prime reazioni della CdL

Lorenzo Cesa, segretario Udc: «La candidatura di Napolitano richiede una riflessione molto seria. Ho convocato su questo per le 12 di domani (lunmedì, ndr) l'ufficio politico dell'Udc per parlarne nel mio partito e con gli alleati».

Fabrizio Cicchitto, vice coordinatore nazionale di Forza Italia: «Non credo possa essere una candidatura condivisibile. Ma sia chiaro che questa è una mia valutazione personale in quanto non mi sono confrontato con il Presidente Silvio Berlusconi».

Ignazio La Russa, presidente dei deputati di Alleanza nazionale: «Non ho titolo per dire sì o no a Napolitano, ma non è ininfluente il fatto che Napolitano non faccia parte della rosa dei quattro nomi...».

giovedì 4 maggio 2006

Jean-François Revel (1924-2006)

Online su Ideazione.com, lo speciale dedicato a Jean-François Revel nel numero di gennaio-febbraio 2005 della rivista. Insieme agli articoli di Riccardo Paradisi, Paolo Modugno e Massimo Teodori, da leggere il colloquio tra Vittorio Mathieu e lo stesso Revel, registrato nei locali della Fondazione Ideazione di Roma, a margine della presentazione italiana dell'ultimo libro (L'ossessione antiamericana, Lindau) scritto dal grande intellettuale francese scomparso il 30 aprile. Addio Jean-François, senza di te l'Occidente non sarà più lo stesso.

"Clearly, a civilization that feels guilty for everything it is and does will lack the energy and conviction to defend itself".
(Jean-François Revel, 1924-2006)

mercoledì 3 maggio 2006

Il sole che ride

Alfonso Pecoraro Scanio, leader dei Verdi, e Vasco Errani, presidente diessino dell'Emilia Romagna, ai funerali dei tre soldati italiani uccisi a Nassirya. Guardateli in faccia. E ricordatevi questa foto se vi dovesse capitare di incontrarli per strada.

Benvenuti sulla Terra/11

"Ormai si avverte un certo scoramento. E la sensazione più diffusa è quella tristemente nota del navigare a vista: con la fragile imbarcazione che dovrebbe condurre l’Unione all’approdo del governo che scarroccia di qua e di là, in balìa delle correnti. Il timoniere è indeciso, incerto; la navicella fragile; l’equipaggio nervoso e diviso sulla rotta da seguire". (Federico Geremicca, La Stampa, 3 maggio)