(Alert! Post molto lungo) Il carissimo
Robinik, in un commento a questo
post (ma anche in privato), mi chiede di approfondire il discorso su JFK di Oliver Stone (su cui ho espresso un giudizio molto duro), perché secondo lui Stone ha "rispettato parola per parola" il
libro da cui è tratta la sceneggiatura e il film, "a livello prodotto", è un capolavoro. Mi trattengo a stento da qualsiasi proposito omicida (scherzo!), ma soltanto perché Robinik è filo-americano almeno quanto me. E dunque merita una spiegazione più approfondita. Parto dalla seconda questione, perché Robinik ha, tutto sommato, ragione. Stone è, tecnicamente, un ottimo regista. E JFK resta, tecnicamente, uno dei suoi lavori migliori. Mi permetto soltanto di ricordare che anche
Leni Riefenstahl, per i suoi tempi, era tecnicamente bravissima. Ma questo non toglie che i suoi "documentari" sulle Olimpiadi di Berlino del 1936 e sul Congresso del partito nazionalsocialista a Norimberga siano due splendide, raffinate e - proprio per questo - pericolosissime apologie del nazismo. Quello che invece mi fa letteralmente rabbrividire (e non certo per colpa di Robinik), è che a distanza di oltre 30 anni, non solo in Italia ma anche negli Stati Uniti, non si sia ancora fatta abbastanza chiarezza sulla figura di Jim Garrison (interpretato nel film da Kevin Costner), il
district attorney di New Orleans autore del libro da cui è (parzialmente) tratto JFK. Garrison ha ancora un piccolo, ma agguerrito, gruppo di sostenitori che credono ciecamente alla pista investigativa da lui seguita all'epoca. La stessa che portò all'incriminazione - e all'assoluzione decisa dalla giuria in meno di un'ora - dell'uomo d'affari della Louisiana, Clay Shaw. Garrison accusò Shaw di aver cospirato con Lee Harley Oswald e David Ferrie per assassinare il presidente. Naturalmente per ordine della CIA o della Mafia o del "complesso industriale-militare" o di Lyndon Johnson o di Mickey Mouse. A scelta. Ora, è vero che Stone segue "parola per parola" (più o meno) le memorie di Garrison. Ma il problema è esattamente questo. La versione di Garrison è stata smontata e ridicolizzata più volte negli ultimi decenni. Proprio come i suoi metodi di raccolta delle "prove", che prevedevano il pestaggio dei testimoni e degli indagati, il tentativo di corruzione per ottenere false testimonianze e l'utilizzo disinvolto di un fantomatico "siero della verità" mai sperimentato prima. Già nel 1969, gli abusi di Garrison erano stati descritti da Milton E. Brener nel suo libro
The Garrison Case: A Study in the Abuse of Power. E un anno dopo James Kirkwood, un cronista che aveva seguito direttamente le varie fasi del processo a Shaw, aveva raccontato in modo inequivocabile la sua esperienza in
American Grotesque. Uno per uno, tutti i cultori delle teorie cospiratorie sull'omicidio di Kennedy che guardavano con interesse all'indagine di Garrison avevano preferito concentrarsi su altre piste, non meno fantasiose ma almeno non del tutto discreditate. Eppure Oliver Stone, qualche decennio più tardi, avrebbe approfittato della mancanza di memoria delle nuove generazioni per rispolverare la più sputtanata tra le migliaia di teorie sull'assassinio di Kennedy. Per portarsi a casa qualche milione di dollari e, contemporaneamente, lanciare l'ennesimo, ridicolo attacco all'establishment politico-militare americano. Dopo il film di Stone, a riportare qualche brandello di verità in questa storia ci ha pensato Patricia Lambert, con il libro
False Witness : The Real Story of Jim Garrison's Investigation and Oliver Stone's Film. Il libro della Lambert è devastante, per Garrison e per Stone. Tanto che un intero capitolo è dedicato ad elencare tutte le menzogne, le mezze verità, le omissioni, le distorsioni e i trucchi escogitati da questo antenato di Michael Moore per dare un senso compiuto ad una teoria che altrimenti non starebbe in piedi neppure per un minuto. Stone esagera nel descrivere il pestaggio di Jack Martin da parte di Guy Bannister e lo inserisce in un contesto falso (o almeno inventato). Stone suggerisce che la morte di David Ferrie non sia accidentale, mentre in realtà è stato accertato il contrario. Stone gioca (proprio come avrebbe imparato a fare Moore) con dialoghi e flashback per far capire che Dean Andrews conosceva un "Clay Bertrand" e che lui e Clay Shaw erano la stessa persona, mentre in realtà Andrews negò il fatto e non rilasciò mai una testimonianza in tal senso. Stone - e questa è la prova definitiva della sua malafede - esclude totalmente dalla storia Perry Russo (a cui Garrison tentò di estorcere con la forza una falsa testimonianza) e lo sostituisce con un fantomatico fascista omosessuale dal nome "Willie O'Keefe", che in realtà non è mai esistito. Stone falsifica più volte la realtà nella sua descrizione di Shaw, per metterlo in cattiva luce e farne intuire un carattere oscuro e potenzialmente criminale. Stone utilizza il personaggio anonimo interpretato da Donald Sutherland (probabilmente basato su Fletcher Prouty) per dare fiato alle teorie più bizzarre, smontate una ad una nel libro della Lambert. Stone distorce l'andamento del processo a Shaw, eliminando totalmente l'arringa della difesa e rendendo quasi passabile il disastroso
closing argument di Garrison. In estrema sintesi, False Witness rende finalmente giustizia ad una delle indagini (e dei processi) più scandalosi della storia giudiziaria americana. Restituendo Garrison alla palude da cui Stone l'aveva ripescato, con un'operazione politico-culturale che è andata ben oltre i limiti di qualsiasi "licenza artistica". Nessuno, ancora oggi, può avere certezze sull'assassinio di John F. Kennedy. Ma una cosa, almeno, è certa al di là di ogni ragionevole dubbio: tra tutte le teorie cospiratorie che Stone aveva a disposizione per realizzare il suo film, l'amichetto di Fidel Castro ha scelto la più stupida.
Per ulteriori approndimenti, oltre ai libri già citati, consiglio la lettura di questi articoli di Dave Reitzes e Gerald Posner,