lunedì 30 novembre 2009

Sondaggio SpinCon [24-30 novembre]

Sale a 13 punti il vantaggio di Silvio Berlusconi sul rivale Pierluigi Bersani: è il risultato di una ricerca effettuata dall'istituto di sondaggi online SpinCon per Notapolitica.it. Se gli italiani potessero eleggere direttamente il Presidente del Consiglio, il 47,3% sceglierebbe Berlusconi, il 34,1% Bersani e l'11,5% Casini. Sarebbero ancora indecisi circa 7 italiani su 100. Berlusconi conferma sostanzialmente il dato di inizio novembre, facendo registrare un +0,5% rispetto al testa a testa precedente. In crescita Pierferdinando Casini (+1,5%) che sembra rubare voti al segretario del Pd Bersani, in calo quasi di un punto. Scendono (-0,9%) gli indecisi.

Tra i partiti, il centrodestra conferma il buono stato di salute con il Pdl al 37,7% (+0,2), la Lega al 9,6 (+0,1), La Destra 1,6 (-0,3) e l'Mpa all'1,1% e un dato complessivo di coalizione che arriva al 50%. Ritorna a quota 28% il Pd in leggerissima salita rispetto alla scorsa settimana, mentre cedono qualche punto i Comunisti (1,6%, - 0,1), Sinistra e Libertà (1,7%, -0,4) e i Radicali (1,4% , -0,1). Più 0,1% per i Verdi e stabili Grillo (0,6%) e Italia dei Valori (6,1%) .

Segnali positivi arrivano dal nuovo polo di centro. La partnership Casini-Rutelli sembra portare frutti positivi per entrambi, con l'Udc che arriva al 7,5% (+0,5%) e l'Alleanza per l'Italia che guadagna lo 0,2% e fa registrare un solido 2,3%. La somma dei due movimenti è vicinissima alla soglia psicologica del 10%, risultato assolutamente alla portata soprattutto se in vista ci fosse un riavvicinamento con l'Mpa di Lombardo.

martedì 24 novembre 2009

Sondaggio SpinCon [14-23 novembre]

Se si votasse domani mattina, l'Alleanza per l'Italia di Francesco Rutelli otterrebbe il 2,1% dei consensi, "rubando" voti al Partito Democratico, al Pdl e pescando nel bacino degli indecisi. E' quanto rileva l'ultimo sondaggio di SpinCon per Notapolitica che ha testato le intenzioni di voto degli italiani dopo la scissione dei rutelliani dal Pd e l'inizio di un percorso "neocentrista" che vedrebbe coinvolti anche l'Udc di Casini e l'Mpa di Lombardo.

Ad oggi, questo terzo polo varrebbe circa il 10%. Merito delle forze fresche rutelliane ma merito soprattutto di una Udc in ottima forma e in costante ascesa, data al 7,2% e capace di guadagnare nell'ultimo mese quasi un punto e mezzo percentuale. Completerebbe il quadro il Movimento per le Autonomie, costante al 1,1%.

Nella maggioranza di governo rimangono sostanzialmente invariati sia il Pdl al 37,5% in leggero calo rispetto all'ultimo sondaggio, che La Destra in leggera ascesa all'1,9%. Soffre invece la Lega Nord che sembra pagare i "tira e molla" di queste settimane circa i suoi possibili candidati governatori in Veneto (Zaia) e Piemonte (Cota). E proprio grazie al malcontento della base in queste due regioni, il partito di Bossi perde l'1.2% rispetto all'ultimo osservatorio politico. Nel centrosinistra perde qualche decimo di punto il Pd (-0,7%) e ritorna seppur di poco sotto quota 28.

Perdono qualche decimale anche l'Italia dei Valori (-0,3%) e i Comunisti (-0,4%) che si fermano rispettivamente al 6,1% e all'1,7%. Torna sopra il 2%, Sinistra e Libertà e rimangono stabili all'1,5% i Radicali. I nuovi Verdi in solitaria rimangono costanti attorno allo 0,3%.

Con questo ultimo osservatorio politico, Spincon ha testato anche il gradimento di un'ipotetica Lista Grillo. Secondo i risultati in nostro possesso, un movimento di questo tipo non andrebbe oltre lo 0,6%. Un dato che deve far riflettere, soprattutto tenendo in considerazione il fatto che si tratta di un sondaggio effettuato sul web e che quindi tende a sovrarappresentare il cosiddetto "popolo della rete" e i suoi movimenti.

lunedì 23 novembre 2009

Il crollo degli idoli

In attesa di finire la lettura (completa) delle email “uscite” dall'Hadley Centre (c'è chi non crede alla teoria dell'hacker ma segue la pista del leak interno), abbiamo chiesto a Carlo Stagnaro dell'Istituto Bruno Leoni un articolo per il numero di Liberal in edicola domani. Lo pubblichiamo integralmente, in anteprima, per i lettori di The Right Nation.

Potessero tornare indietro nel tempo, forse i climatologi vorrebbero un lodo Alfano globale. Almeno potrebbero salvarsi dal fango che sta schizzando ovunque, dopo essere entrato nel ventilatore della rete. Un hacker ha messo a disposizione la corrispondenza privata di molti di loro, saccheggiando i server dell’Hadley Centre, il centro di ricerca sul clima dell’Università della East Anglia. Nelle centinaia di email, c’era di tutto: discussioni scientifiche, scambi di idee sulle tattiche da utilizzare e tanta, tanta disonestà intellettuale. Del tipo che uno, quando sprofondato in poltrona si gusta una spy-story in tv, si aspetta dai cattivi. Solo che, nella percezione mondiale, i chierici del global warming sono i buoni più buoni, gli onesti più onesti, i ricercatori più disinteressati del pianeta Terra.

Intendiamoci: la violazione delle mailbox private degli scienziati è una vergogna. La magistratura britannica si è messa a caccia del responsabile e bisogna sperare che lo trovi e lo punisca in modo esemplare (come andrebbe fatto con chiunque irrompa nella privacy altrui). Detto questo, non possiamo far finta di non aver visto. L’indignazione per quello che è accaduto non può cancellare quello che abbiamo letto. Non possiamo ignorare che la percezione di integrità degli scienziati ne esce con le ossa rotta. Non tutti hanno perso la verginità intellettuale, beninteso: ma molti, sì. Per esempio, Kevin Trenberth si lamenta che “in questo momento non possiamo dare una spiegazione alla mancanza di riscaldamento ed è una finzione che non possiamo permetterci” (negli ultimi anni le temperature globali sembrano aver smesso di crescere).

Phil Jones parla con leggerezza del “trucchetto di Mann” (l’autore del grafico “a mazza da hockey”, su cui si basano tutti gli scenari più catastrofisti) “per nascondere il declino [delle temperature] in alcune serie a partire dal 1981”. Un loro collega spiega che “taglierò gli ultimi punti dalla curva prima del mio prossimo discorso, in modo che quel trend verso il basso sembri l’effetto della fine della serie, piuttosto che il risultato dei recenti anni freddi”. E poi dibattiti su come rafforzare il “clan” degli allarmisti e ripulire le riviste scientifiche dai contributi degli scettici, e addirittura esortazioni a cancellare dati scomodi. Se non è un complotto, è almeno un comportamento sospetto e sospettosamente diffuso. I testi di altre lettere sono disponibili, tra l’altro, sui blog “ClimateMonitor” e “Cambi di stagione”.

Questo significa che dobbiamo riavvolgere il nastro della storia, mettere in dubbio il riscaldamento globale o la sua componente antropica? Non necessariamente. L’approccio politico che molti protagonisti dell’allarmismo hanno dimostrato di avere ne compromette, almeno in parte, la credibilità, ma di per sé non ne confuta le tesi. E tuttavia fa suonare un campanello d’allarme. Perché significa che la comunità di cui il mondo si fidava ciecamente, non è in realtà né santa né pura. Dunque, le indicazioni che da essa giungono non vanno prese per oro colato, ma vanno valutate alla luce da un lato della posizione della comunità scientifica nel suo complesso, inclusi i settori meno compiacenti, dall’altro delle implicazioni economiche e politiche. In altre parole, quello che le email rubate rivelano è che i climatologi non sono i dodici apostoli: e, nella misura in cui lo sono, sono un po’ Pietro prima che il gallo canti, un po’ Giuda. Bisognerebbe riprendere in mano oggi, dopo l’esplosione di questo scandalo, il romanzo “Stato di paura” del compianto Michael Crichton, in cui una setta di fanatici ambientalisti è disposta a tutto, perfino a uccidere e causare disastri di ogni sorta, pur di trascinare il mondo dalla sua parte. Pur nell’estremizzazione narrativa, quelle pagine appaiono meno fantasiose e più profetiche.

Sul piano politico, una vicenda del genere avrà delle ripercussioni. Se email simili fossero state sottratte agli scettici, lo scandalo sarebbe anzi esploso con ben maggiore attenzione ed effetti più devastanti (invece i giornali l’hanno presa comoda). Di certo, il prossimo vertice di Copenhagen – già dato per semimorto – non se ne gioverà. Se gli individui che più di tutti strepitano perché si faccia qualcosa si dimostrano dei disonesti o, nella più benevola delle interpretazioni, degli onesti demagoghi, necessariamente il senso di urgenza per le azioni da essi invocate si riduce. E la questione climatica passa, come in parte è già accaduto e come sarebbe naturale, in secondo piano rispetto a temi più urgenti, a partire dalla recessione.

Ma c’è anche un altro e più duraturo risultato: improvvisamente, la statua equestre che le chiacchiere internazionali hanno eretto al catastrofismo ondeggia sul suo piedistallo. I fautori della certezza sono meno affidabili, e quindi diventano più credibili i difensori dell’incertezza. Se la scienza è meno solida, anche la politica lo deve diventare. Se non siamo così sicuri della componente antropogenica del riscaldamento globale, dei suoi drammatici effetti ambientali, della sua inevitabilità e dell’assoluta urgenza della riduzione delle emissioni, allora possiamo valutare le scelte politiche che stiamo per compiere con più calma. Inoltre, le scelte devono essere costruite in modo tale da incorporare l’incertezza: altrimenti rischiamo di partire per una crociata al termine della quale non c’è alcun beneficio ambientale.

Da ultimo, c’è un’implicazione più vasta, che prescinde dal dato climatico. Come ha scritto Guido Guidi, «registriamo il definitivo sorpasso della blogosfera sull’informazione di tipo tradizionale». I blog si sono subito accorti dello scoop, e hanno saputo distinguere in modo corretto il peccato originale (il furto di corrispondenza) dal contenuto delle email. La grande stampa vi ha dedicato poca attenzione e per dovere, senza il gusto della notizia. È sempre difficile, abbattere gli idoli venerati fino al giorno prima. (Carlo Stagnaro)

Da leggere (in italiano): Giornalettismo, Climate Monitor, Chicago-Blog, Il Mango di Treviso, 1972, Giova.

domenica 22 novembre 2009

Climategate

Abbiamo deciso di aspettare almeno 48 ore prima di analizzare in profondità quello che potrebbe rivelarsi il più gigantesco scandalo scientifico dell'ultimo secolo. Prima, vogliamo avere la certezza (certezza che sta diventando sempre più solida con il passar dei minuti) che le email che sono circolate nel weekend siano tutte vere. Perché ancora ci sembra tutto troppo bello per essere reale... Intanto potete iniziare a capire quello che sta succedendo, leggendo - in italiano - l'ottimo pezzo scritto da Piero Vietti per Il Foglio online e quello, appena decente (un miracolo, vista la testata) di Paolo Valentino per il Corriere della Sera. Se masticate l'inglese, invece, vi consiglio Rob Piccoli su Wind Rose Hotel (o il round-up qui sotto).

Round-Up. Daily Telegraph, Watts Up with That?, Andrew Bolt, Macsmind, Investigate Magazine, Clusterstock, Little Green Footballs, The Astute Bloggers, Pajamas Media, Gateway Pundit, Tim Blair, Don Surber, Washington Examiner, Townhall.com, Wizbang, The Air Vent, Hit & Run, Shout First…, Sister Toldjah, The Corner, Big Government, Vox Popoli, The Other McCain, Winds of Change, Dean's World, Neptunus Lex, Stop The ACLU, Atlas Shrugs, AmSpecBlog, Freerepublic, YID With LID, Weasel Zippers, The Strata-Sphere, Planet Gore, Michelle Malkin, Little Green Footballs, American Power, The Enterprise Blog, Hot Air.

giovedì 19 novembre 2009

Sondaggio SpinCon: Berlusconi 80,2% Fini 19,8%

L'80% degli elettori del centrodestra continua a preferire Silvio Berlusconi a Gianfranco Fini. Lo conferma il sondaggio Spincon per Notapolitica.it che ha testato il gradimento dei due leader del centrodestra e li ha messi virtualmente in competizione per la carica di Presidente del Consiglio.

Se nel centrodestra ci fossero delle ipotetiche primarie con in palio la candidatura a Premier, Berlusconi stravincerebbe sul Presidente della Camera, convincendo l'81,8% degli elettori del PdL e il 79,6% degli elettori della Lega. Una vittoria nettissima, che ha percentuali quasi imbarazzanti al centro-nord con Berlusconi che sfiora il 90% in Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Gianfranco Fini che supera il 25% soltanto in alcune regioni del Sud.

Il recente dualismo tra Presidente della Camera e Premier sembra quindi penalizzare Fini, almeno tra gli elettori del PdL, partito di cui è co-fondatore, che scelgono in massa Berlusconi e sembrano vivere le ultime uscite dell'ex leader di Alleanza Nazionale come un parziale tradimento dell'alleato. Netta affermazione di Berlusconi anche tra gli elettori leghisti, che sembrano avergli ormai perdonato gli anni delle liti con Bossi e, soprattutto in Lombardia e Veneto, gli regalano un autentico plebiscito.

Più equilibrata la sfida tra l'elettorato dei partiti minori della coalizione, La Destra e Mpa, dove assistiamo ad un sostanziale pareggio tra i due. Se sull'elettorato de La Destra pesa ancora la comune provenienza aennina che garantisce a Fini una leggera maggioranza, nell'Mpa la bilancia pende, seppur leggermente, a favore del Cavaliere.

L'uomo che chiede scusa al mondo

«Se era sciocco un anno fa negare la rilevanza storica dell'elezione di Obama, sarebbe ancora più miope oggi ignorare la rapidità con la quale l'inquilino della Casa Bianca più amato dagli europei si sta incaricando di demolire a colpi di piccone la percezione che degli Stati Uniti hanno coloro che li ammirano e li difendono (...) Puoi essere un gran conferenziere, un ottimo diplomatico, un buon maggiordomo, ma non il leader del mondo libero. Obama è amato in Europa, nei circoli snob che assegnano i premi, nella sinistra che non crede in se stessa, nei sogni dei liberali confusi, non perché sta cambiando l'America. Obama è osannato perché sta indebolendo l'America, proprio come piace a chi l'America l'ha sempre detestata».

Enzo Reale, leggi tutto il post su 1972.

mercoledì 11 novembre 2009

Spincon per Notapolitica.it [11 novembre 2009]

In un'ipotesi di corsa a tre Berlusconi-Bersani-Casini per la Presidenza del Consiglio, gli italiani sceglierebbero ancora il Cav. Secondo il sondaggio effettuato da Spincon per Notapolitica, infatti, il Premier sarebbe accreditato del 47% dei consensi degli italiani. Dodici punti indietro (con un distacco invariato rispetto all' ultimo sondaggio) il leader del Pd, mentre si ferma al 10% la corsa di Pierferdinando Casini come possibile candidato solitario. Un risultato, quello del leader dell'Udc, che raccoglie comunque un numero di consensi nettamente superiore rispetto a quello del suo partito e che finisce per portar via voti, trasversalmente, a entrambi gli schieramenti.

L'8% di elettori, invece, non sceglie nessuno dei tre e sarà su questi indecisi che gli schieramenti si daranno battaglia anche in vista delle prossime regionali. Abbastanza stabile la situazione dei partiti, con le due formazioni più importanti (PDL e PD) che perdono rispettivamente 1.1 e 0.8 punti percentuali rispetto al sondaggio Spincon della settimana scorsa e vedono il partito di Berlusconi e Fini fermarsi al 37.8%, mentre il neosegretario Bersani riporta il Pd sotto quota 29, al 28,6%.

In ottima forma l'Udc che, complice anche la scelta di questi giorni dei rutelliani, guadagna un punto percentuale e si avvicina moltissimo al 7% con un dato in costante crescita negli ultimi giorni. Un possibile polo centrista che vedesse aggregati Casini, Rutelli e magari l'MPA di Lombardo potrebbe agevolmente sfondare il muro psicologico del 10% e diventare la terza forza politica nazionale dietro PDL e PD.

In lieve calo la Lega Nord (10.7%, meno 0.3%) che perde qualche posizione in Emilia Romagna e Liguria, ma si conferma partito fortissimo in Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia e Piemonte. L'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro (6.4%, meno 0.3%) cede ancora qualche decimo di punto e sembra ormai assestarsi attorno al 6%. In salita La Destra (1.6%, più 0.3%)e Radicali (1.5%, più 0.3%) mentre sostanzialmente stabili Comunisti (2%), Sinistra e Libertà (1.9%) e Verdi (0.2%).

lunedì 9 novembre 2009

Fort Hood. Conclusioni (non) affrettate

Nell'offrire le sue glaciali condoglianze alle famiglie delle vittime del massacro di Fort Hood, il presidente Obama si è affannato ad invitare gli americani a non «saltare subito a conclusioni affrettate» identificando Nidal Malik Hasan come un terrorista islamico. Anche se italiani (almeno di passaporto), gli abbiamo voluto dare ascolto, astenendoci da qualsiasi commento “di pancia” in merito. Ormai, però, sono passati quattro giorni. E la nostra pancia non vuole smetterla di brontolare. Anche perché continuano ad accumularsi gli indizi che puntano verso il movente “islamista” della strage, nel totale disinteresse dei mainstream media americani e italiani.

A squarciare il velo di omertà che avvolge il sistema dei media, finora ci ha pensato soprattutto il quotidiano britannico Daily Telegraph. Nell'edizione di sabato, Philip Sherwell e Alex Spillius hanno raccontato come Hasan, nel 2001, frequentasse la «controversa moschea Dar al-Hijrah, di Great Falls (Virginia) insieme a due dei terroristi dell'11 settembre». Nella stessa moschea, nel maggio 2001, si sono svolti i funerali della madre di Hasan. «L'imam di quei giorni - scrivono Sherwell e Spillius - era Anwar al-Awlaki, un americano di origine yemenita a cui è stato impedito di partecipare a un incontro pubblico a Londra, perché accusato di aver sostenuto gli attacchi terroristici contro le truppe britanniche in Iraq e in Afghanistan». Il Telegraph ha anche raccolto la testimonianza di Charles Allen, ex sottosegretario all'intelligence del dipartimento per la Homeland Security, che descrive al-Awlaki (che ora vive in Yemen), come un «supporter di al-Qaeda, leader spirituale di tre dei dirottatori dell'11 settembre, che indottrinava i musulmani americani con prediche online che incoraggiavano gli attacchi terroristici contro le strutture militari statunitensi».

Hasan, che alcuni dei sopravvissuti dichiarano aver sentito urlare «Allah Akhbar» mentre sparava alle sue vittime con due pistole semi-automatiche, prima della strage ha distribuito copie del Corano ai vicini di casa. E chi lo conosce bene dice di avergli sentito esprimere l'opinione che «la guerra al terrorismo è in realtà una guerra contro l'Islam», il tutto condito da «sentimenti anti-semiti» e la difesa d'ufficio dei suicide bombers. «Non sono sorpreso dalla notizia della strage - dice al Telegraph il dottor Val Finnell, che insieme ad Hasan aveva seguito un corso nel 2008 - era una bomba ad orologeria pronta ad esplodere». Secondo i parenti, dopo la morte dei genitori (nel 1998 e nel 2001), Hasan era diventato sempre più devoto, affogando la propria malinconia nella lettura ossessiva del Corano. «Non aveva una fidanzata, non andava a ballare, non frequentava locali», dicono. Sembra che, quando viveva nei sobborghi washingtoniani di Silver Spring, Hasan si fosse iscritto ad un servizio di “ricerca dell'anima gemella” per musulmani, specificando che cercava una donna che indossasse il velo e che pregasse almeno cinque volte al giorno. Una ricerca rivelatasi inutile.

Nell'edizione di domenica
del Daily Telegraph, il corrispondente degli Stati Uniti, Nick Allen, scava ancora di più in profondità, svelando che Hasan - durante un convegno a cui partecipava insieme ad altri dottori al Walter Reed Army Medical Centre, dove lavorava fino a sei mesi fa, prima di essere trasferito a Fort Hood - aveva dichiarato che «gli infedeli dovrebbero essere decapitati e costretti a bere olio bollente» (non si sa se prima o dopo la decapitazione). Vi sembra il ritratto di un uomo sotto stress o quello di un fondamentalista islamico? Molti suoi colleghi, scrive Allen, raccontano che Hasan diceva di sentirsi «prima musulmano e poi americano”. E uno dei poliziotti che ha tentato di impedirgli la strage spiega che, durante la sparatoria, Hasan gli è sembrato «molto calmo». Per il senatore democratico Joe Lieberman, che presiede il comitato per la Homeland Security, questi sono «forti segnali di avvertimento» che avrebbero dovuto mettere l'esercito statunitense sull'avviso e identificare Hasan come «un fondamentalista islamico». «In casi come questi l'esercito dovrebbe seguire una linea di “tolleranza zero” - spiega il senatore - e procedere ad una espulsione immediata». Ma i colleghi di Hasan si difendono, affermando di non aver voluto presentare un reclamo ufficiale per paura di essere etichettati come “razzisti”.

Ecco le conseguenze della dittatura contemporanea del politically correct: ignorare l'evidenza, per paura di essere tacciati di razzismo o anti-islamismo dai campioni del multiculturalismo. E continuare ad ignorare la realtà, sistematicamente e metodicamente, perfino di fronte al sangue di tredici innocenti, vittime del peggiore attacco terroristico subito dagli Stati Uniti d'America dopo l'11 settembre 2001. Welcome to Obamaland.

UPDATE. Qualcosa inizia a muoversi, sul canale che - secondo Obama - non trasmette «news».

Sfida a tre

giovedì 5 novembre 2009

The Power of Memory

Change I Can Believe In!

Pensate quello che volete di Ann Coulter, ma questo articolo è divertentissimo ed estremamente lucido. Appena qualche assaggio.

«Con il 49% del repubblicano Chris Christie contro il 44% di Corzine, le elezioni non erano abbastanza incerte per poter essere rubate da ACORN. Malgrado Corzine sia andato specialmente bene tra le prostitute minorenni del Salvador che vivono in case di proprietà del governo».

«I media cercheranno di salvare la riforma sanitaria parlando soltanto del 23° distretto di New York, dove ha vinto un democratico. Congratulazioni, democratici: avete vinto un seggio del Congresso a New York. La prossima sarà: un cattolico eletto Papa».

«I conservatori sono più popolari dei repubblicani. Al contrario, i liberal sono meno popolari dei democratici. Quando i conservatori prendono il controllo del Partito repubblicano, i repubblicani vincono. Quando i liberal prendono il controllo del Partito democratico, i democratici restano senza potere dagli 8 ai 12 anni».

mercoledì 4 novembre 2009

La sconfitta di Obama

La parola d’ordine, alla Casa Bianca, è “fare finta di niente”. Secondo il guru di Obama, David Axelrod, il presidente «non ha neppure seguito lo spoglio delle schede in Virginia e New Jersey alla televisione», preferendo concentrarsi sulla partita casalinga dei Chicago Bulls (che, per la cronaca, hanno vinto in rimonta sui Milwaukee Bucks). E secondo il portavoce Robert Gibbs, i giornalisti fanno male a trarre conclusioni troppo affrettate dall’esito dell’ultima tornata elettorale.

«Non guardiamo a queste corse per il governatore - ha detto, ancora prima dei risultati ufficiali - come a qualcosa che possa significare molto per i nostri sforzi riformatori o in vista delle elezioni del 2010». Ma si trattava del più classico degli spin pre-elettorali. Perché, nella notte tra martedì e mercoledì, la batosta è arrivata. Dura e per certi versi inaspettata. E le “vittime” principali sono senz’altro il Partito democratico e l’amministrazione guidata da Barack H. Obama. «Anche nel 2001 - ha spiegato Gibbs, questa volta a sconfitta ormai consumata - i Repubblicani hanno perso Virginia e New Jersey, ma non credo che questo abbia influito sulle scelte legislative del presidente Bush».

Tutto vero, naturalmente, ma questo racconta soltanto una parte (e tutto sommato marginale) della realtà. Perché a vedere le sfide per le poltrone di governatore in Virginia e New Jersey come un “referendum su Obama” non erano soltanto i repubblicani più ottimisti, ma anche gli strateghi democratici che avevano deciso di investire nelle due elezioni una montagna di dollari e il “capitale politico” dello stesso Obama. Il presidente, infatti, si è fatto vedere moltissimo negli ultimi mesi, soprattutto in New Jersey, dove i democratici hanno subito una delle sconfitte più amare degli ultimi decenni.

La Casa Bianca può anche continuare a “far finta di niente”, insomma, ma è davvero poco probabile che questo mini-test elettorale non provochi contraccolpi sulle dinamiche politiche nella beltway washingtoniana, soprattutto perché le due docce fredde di Virginia e New Jersey non sono arrivate da sole. Ma proviamo a entrare nel dettaglio.

La sconfitta democratica dalle proporzioni più vistose è arrivata in Virginia, dove il candidato repubblicano Bob McDonnell ha sconfitto Creigh Deeds con più di 300mila voti e 17 punti percentuali di distacco (58,6% contro 41,2%), “trascinando” con sé anche i candidati del Gop per le cariche di Liutenant Governor (Bill Bolling) e Attorney General (Ken Cuccinelli), anche loro vincenti, rispettivamente, con 13 e 15 punti di vantaggio. Nel Commonwealth della Virginia, la carica di governatore è limitata a un solo mandato, quindi tecnicamente nessuno dei due candidati era un incumbent, ma il governatore uscente era il democratico Tim Kaine, che nel 2005 aveva battuto il repubblicano Jerry W. Kilgore con quasi 100mila voti 5 punti percentuali di distacco. Ecco le proporzioni reali - e impreviste - della disfatta democratica di quest’anno: uno swing di quasi mezzo milione di voti (e oltre 20 punti percentuali) in cinque anni. Oppure in un anno, visto che nel 2008 Obama aveva ottenuto in Virginia più o meno lo stesso risultato di Kaine.

Spazzato via, in questo caso soprattutto per colpa della pessima campagna elettorale di Deeds, anche lo storico vantaggio democratico nelle contee del nord (in pratica sobborghi di Washington), dove il partito da sempre costruisce le fortune elettorali necessarie per contrastare lo strapotere repubblicano nel resto dello stato. Oggi la mappa della Virginia è tornata a essere “rosso scuro”, con qualche isolata macchia blu intorno alle città di Alexandria, Richmond e Petersburg. Dopo appena dodici mesi, insomma, un purple state strappato al Gop dopo oltre 40 anni (l’ultimo democratico a vincere, prima di Obama, era stato Lyndon Johnson nel 1964), torna solidamente nella colonna repubblicana. That’s change.

Non con proporzioni così vistose, ma la sconfitta democratica in Virginia era tutto sommato prevista e, forse, già “digerita” dall’establishment del partito. Quella in New Jersey, invece, non era ipotizzata neppure dagli attivisti repubblicani più accesi, visto che il Garden State ha una tradizione che - da decenni - tende a registrare un distacco molto ridotto tra i due partiti durante i sondaggi effettuati in campagna elettorale, per poi trasformarsi in un sonoro landslide democratico nel giorno del voto. Anche quest’anno, dunque, il vantaggio accumulato dallo sfidante repubblicano Chris Christie nei confronti del governatore uscente Jon Corzine durante la primavera e l’estate, sembrava destinato ad evaporare in autunno. Complice anche la presenza di un “terzo incomodo”, l’indipendente (ex repubblicano) Chris Daggett.

Effettivamente, in settembre e ottobre i numeri di Christie sono iniziati a scendere pericolosamente, ma quelli di Corzine hanno stentato a decollare, fermandosi sempre appena al di sopra del 40% (un risultato pessimo, per un incumbent). Negli ultimi sondaggi prima del voto, Christie e Corzine erano praticamente alla pari. E la conventional wisdom era che, in qualche modo, i democratici sarebbero riusciti a portare a casa uno stato “blu” da oltre vent’anni. Il massimo a cui il Gop poteva puntare sembrava una “notte molto lunga” con l’esito deciso dal risultato del candidato indipendente (che in teoria tende a scemare nel giorno delle elezioni). Nessuno, ma proprio nessuno, ipotizzava una vittoria di Christie con oltre 100mila voti e oltre 4 punti percentuali di distacco.

È vero che Corzine era un governatore estremamente impopolare, perfino per gli standard del New Jersey. Ma in questo caso Obama si era speso moltissimo per impedire il pick-up repubblicano, battendo lo stato in lungo e in largo per sostenere il suo candidato. Nonostante il “tocco” di Barack, rispetto alla vittoria del 2005 Corzine ha perso 200mila voti e quasi 9 punti percentuali, mentre Christie, in confronto al candidato del Gop di allora, Doug Forrester, ha guadagnato più di 50mila voti e oltre 5 punti. Uno swing vicino al 15%, in uno stato “blu” coperto dal mercato pubblicitario di New York e su cui Obama e il partito democratico hanno investito decine di milioni di dollari. Una sconfitta clamorosa. Anche per Obama.

Qualche magro motivo di consolazione, i democratici possono trovarlo nella conferma di John Garamendi al 10° distretto congressuale della California e dalla vittoria più risicata del previsto del sindaco indipendente (ed ex-Gop) di New York, Michael Bloomberg contro William Thompson (50,6% contro 46%). Mentre il movimento progressive non si aspettava affatto la sconfitta nel referendum sul “matrimonio gay” in Maine, che lo ha visto sconfitto con oltre 5 punti di distacco.

Tutta un’altra storia è quella relativa al 23° distretto congressuale nello stato di New York, dove il democratico Bill Owens ha sconfitto di misura il candidato del Conservative Party, Doug Hoffman. In questo distretto storicamente repubblicano, si svolgevano special elections per sostituire John M. McHugh, scelto da Obama per essere il suo Secretary of the Army. I vertici del Gop hanno scelto Dede Scozzafava, candidato giudicato (non a torto) troppo liberal dalla base del partito, che si è ribellata riversando i propri consensi su Hoffman. Nel distretto si è scatenata una guerra senza quartiere all’interno del partito repubblicano, che ha portato al ritiro anticipato della Scozzafava (che ha poi appoggiato i democratici) e alla corsa all’endorsement per Hoffman da parte dei vertici del Gop.

A beneficiarne, è stato Owens, che ha vinto per poco più di cinquemila voti, ma che dovrà rimettere in palio il seggio il prossimo anno durante le elezioni di mid-term. I democratici, ora, cantano vittoria. Ma, come spiega Patrick Ruffini, “cyberguru” della campagna di Bush nel 2004, «a NY-23 si sono appena svolte le primarie del partito repubblicano e ha vinto Hoffman; le elezioni generali si svolgeranno nel 2010». Obama e i democratici faranno meglio a ricordarselo.

(domani in edicola, su Liberal quotidiano)

lunedì 2 novembre 2009