RightNation
mercoledì 20 ottobre 2010
The New Republican Right
Dick Morris, su RealClearPolitics. Lettura obbligatoria (soprattutto in Italia).
USA 2010 - Seconda puntata: il Sud
Larry Silverbud su Il Foglio di oggi
Mentre prosegue, verso il Sud repubblicano, il nostro viaggio nelle elezioni di mid-term americane, si moltiplicano i sondaggi che cercano di definire il mood dell’elettorato a livello nazionale. Rispetto alla scorsa settimana non è cambiato moltissimo. Il distacco tra i due partiti nel generic ballot continua ad oscillare intorno al 7% a favore del GOP. I democratici guadagnano qualcosa al Senato, migliorando le proprie posizioni in alcuni stati considerati toss-up (Washington, Colorado, West Virginia). Per i repubblicani, invece, aumentano ancora le chance di conquistare la Camera, visto il frenetico moltiplicarsi dei seggi democratici che vengono giudicati competitivi in questo ciclo elettorale. La dinamica delle corse più incerte, comunque, è ancora estremamente fluida. Ed è troppo presto per sbilanciarsi in previsioni definitive. Resta, fortissima, la sensazione che il clima generale sia estremamente sfavorevole al partito che attualmente controlla Casa Bianca e Congresso. E per annusare i contorni di questa “rivolta anti-democratica”, non c’è niente di meglio che una gita a Dixieland.
West Virginia
2008: McCain +13%
Sen: Goodwin (D) – open
Cam: GOP 1 DEM 2
Stato repubblicano negli anni successivi alla sua secessione dalla Virginia (1861), il Mountain State si allinea alla coalizione rooseveltiana durante la Grande Depressione, grazie anche alla fortissima presenza degli United Miner Workers. Dagli anni Trenta, elegge quasi esclusivamente candidati democratici al Senato e al Camera, anche se negli ultimi decenni si è spostato decisamente in campo repubblicano a livello presidenziale.
Nel 2010, la sfida più appassionante è quella per il seggio del Senato lasciato libero dalla morte di Robert Byrd. A sfidarsi sono il popolarissimo governatore democratico Joe Manchin, un social conservative che bene si adatta all’istinto ideologico del West Virginia, e l’imprenditore repubblicano John Raese. All’inizio sembrava una vittoria facile per Manchin, ma nell’ultimo mese i sondaggi hanno descritto una vigorosa rimonta di Raese. E adesso il GOP crede al “miracolo”. Per gli analisti, al momento, la corsa è un toss-up puro. Buone possibilità di pick-up, per i repubblicani, anche nel 1° distretto (open) della Camera con David McKinley.
Virginia
2008: Obama +7%
Cam: GOP 5 DEM 6
Sarà tutta concentrata in un pugno di distretti alla Camera la rivincita cercata dai democratici della Virginia dopo l’umiliante sconfitta subita lo scorso anno nella corsa a governatore. Lo stato-simbolo della vittoria obamiana, tornato “rosso” nel giro di 12 mesi con la larghissima vittoria di Bob McDonnell contro Creigh Deeds (+17%), è stato il precursore della ripresa repubblicana. Il GOP non può permettersi una battuta d’arresto proprio ora e proprio nell’Old Dominion. Quest’anno i repubblicani puntano soprattutto al 2° e al 5° distretto – nella parte più meridionale dello stato - in cui Scott Rigell e Robert Hurt hanno ottime chance di battere i due freshmen democratici, Glenn Nye e Tom Perriello. Se l’onda rossa fosse particolarmente alta, poi, potrebbe essere in pericolo anche l’11° distretto a sud-ovest di Washington D.C. (Fairfax e una parte di Prince William County): Gerry Connolly ha battuto abbastanza agevolmente Keith Fimian nel 2008, ma dopo il 2009 un “ribaltone” non sembra affatto impossibile.
Kentucky
2008: McCain +16%
Sen: Bunning (R) – open
Cam: GOP 4 DEM 2
Stato dalle molteplici sfumature geo-ideologiche, il Kentucky resta solidamente repubblicano a livello presidenziale e leggermente più competitivo nelle sfide per il Congresso. Quest’anno, la corsa più seguita è quella per il seggio del Senato lasciato “open” dal ritiro del repubblicano Jim Bunning. I democratici hanno a lungo sperato nella vittoria dell’attorney general Jack Conway, soprattutto dopo che Rand Paul (figlio di Ron, il paleolibertarian GOP candidato alla Casa Bianca nel 2008) è uscito vincente dalle primarie repubblicane. Le posizioni ultraliberiste del paladino dei Tea Party sembravano fuori luogo nell’humus fondamentalmente socially conservative del Bluegrass State. Ma Paul ha condotto una campagna elettorale misurata e convincente. E i sondaggi lo vedono davanti con un buon margine di vantaggio. Alla Camera, l’unico distretto competitivo è il 3° (il cuore della produzione del bourbon), ma tutto dipenderà dall’intensità della vittoria repubblicana a livello nazionale.
Tennessee
2008: McCain +15%
Gov: Bredesen (D) – open
Cam: GOP 4 DEM 5
Primo stato del Sud ad “allinearsi” al dominio repubblicano degli ultimi decenni, il Tennessee è stato a lungo un’anomalia elettorale della Bible Belt (eleggeva governatori del GOP perfino negli anni della segregazione). Quest’anno, con la popolarità di Obama in caduta libera, il Volunteer State dovrebbe essere uno dei punti di forza della scommessa repubblicana. Prima di tutto, dopo il ritiro di Phil Bredesen, il GOP è quasi sicuro di strappare la poltrona di governatore ai democratici con il sindaco di Knoxville, Bill Haslam. Poi ci sono almeno tre distretti “blu” (su cinque) a serio rischio di switchover. Due, entrambi “open”, sono quasi sicuri per i repubblicani: nel 6° al confine con il Kentucky (rurale e sempre più “suburbanizzato”) dovrebbe prevalere Diane Black; nell’8° all’estremo ovest dello stato, il favorito è il contadino e cantante gospel Stephen Fincher. Nel terzo, ancora incertissimo, soltanto il suo voto contrario alla riforma sanitaria tiene ancora a galla l’incumbent democratico Lincoln Davis.
North Carolina
2008: Obama +0,5%
Sen: Burr (R)
Cam: GOP 5 DEM 8
Dopo essere stato campione del Solid Democratic South e terra di conquista per i candidati repubblicani alle presidenziali (da Nixon in poi), il North Carolina è ormai diventato uno swing state in piena regola. Nel 2010, però, il clima politico del Tar Heel State sembra favorire decisamente il GOP. Le elezioni per il Senato vedono nettamente favorito l’incumbent repubblicano Richard M. Burr, che pure nelle previsioni della vigilia avrebbe dovuto soffrire parecchio contro Elaine Marshall. E alla Camera i distretti competitivi potrebbero essere addirittura tre (tutti, al momento, in mano ai democratici). Per i repubblicani, comunque, le speranze più solide di pick-up sono al confine meridionale con il South Carolina. Nel 7° distretto, Ilario Pantano sta dando più filo da torcere del previsto all’incumbent democratico Mike McIntyre. Nell’8° distretto, il repubblicano Harold Johnson è vicinissimo nei sondaggi all’uscente Larry Kissell. In caso di larga vittoria repubblicana, sarebbe a rischio anche il seggio democratico di Bob Etheridge, nel 2° distretto.
South Carolina
2008: McCain +9%
Gov: Sandford (R) - open
Sen: DeMint (R) - open
Cam: GOP 4 DEM 2
Con il South Carolina iniziamo la nostra discesa verso gli stati dove il dominio del GOP è raramente messo in discussione, almeno negli ultimi decenni. Fondatore di fatto della Confederazione sudista, il Palmetto State non dovrebbe riservare troppe sorprese nelle sfide per il Senato e per il governatore. Nel primo caso, il repubblicano Jim DeMint viaggia nei sondaggi con 40-45 punti percentuali di vantaggio su Alvin Green, vincitore a sorpresa delle primarie democratiche. Più incerta, ma non troppo, la corsa per la poltrona di governatore, in cui la repubblicana Nikki Halley non sembra essere stata scalfita da un paio di scandaletti “sessuali” emersi durante la campagna elettorale. E continua ad avere una decina di punti di distacco nei confronti del democratico Vincent Sheehen. Per la Camera, il GOP punta tutto sul 5° distretto (uno dei due controllati dai democratici), in cui il pronostico tra l’incumbent John Spratt e lo sfidante Mick Mulvaney è “too close to call”. Il fatto che Spratt controlli il distretto da 28 anni, la dice lunga sulle difficoltà che stanno incontrando i democratici in questo ciclo elettorale.
Georgia
2008: McCain +5%
Gov: Perdue (R) – open
Sen: Isakson (R)
Cam: GOP 7 DEM 6
Fino al 1964, la Georgia è stata una delle roccaforti più impenetrabili del partito democratico. Alle presidenziali, il candidato democratico ha vinto 24 elezioni consecutive dal 1868 al 1960; un governatore democratico è sempre stato eletto negli anni tra il 1872 e il 2002. Si tratta del record di dominio incontrastato di un singolo partito in tutta la storia americana. Poi, complice anche la Great Migration, tutto è cambiato. Oggi l’Empire State of the South è rosso. E anche nel 2010 le cose non sembrano promettere bene per i democratici. La loro speranza maggiore era il ritiro (obbligato) di Sonny Perdue da governatore. Ma la campagna di Roy Barnes (battuto proprio da Pedue nel 2002) contro il repubblicano Nathan Deal non è mai davvero decollata. Strada in discesa anche per l’incumbent del GOP al Senato, Johnny Isakson contro lo sfidante democratico Michael Thurmond. Alla Camera, infine, il GOP si gioca le sue chance migliori nel 2° distretto sud-occidentale (Mike Keown contro Sanford Bishop) e nel centralissimo 8° distretto, in cui il repubblicano Austin Scott sembra in fortissima rimonta nei confronti dell’incumbent Jim Marshall.
Florida
2008: Obama +3%
Gov: Crist (I) – open
Sen: LeMieux (R) – open
Cam: GOP 15 DEM 10
Dopo l’incubo del recount nel 2000, la Florida sembra essere diventata leggermente più “rossa”, con Bush e McCain al di sopra della media nazionale nel 2004 e nel 2008. Con la rivolta contro la riforma sanitaria, particolarmente accesa nel Sunshine State (dove la popolazione anziana è numerosa), i democratici non possono fare molto altro che tentare di evitare una disfatta. La loro speranza migliore è la corsa per il governatore, in cui Alex Sink sembra leggermente in vantaggio sul repubblicano Rick Scott (anche se i sondaggi restano molto contraddittori). Per il resto, si profila uno scenario molto favorevole al GOP. Al Senato, la corsa a tre che coinvolge il repubblicano Marco Rubio, il democratico Kendrick Meek e l’indipendente (ed ex governatore repubblicano-obamiano) Charlie Crist sembra ormai segnata a vantaggio del favorito dei Tea Party. Il vero tsunami, però, potrebbe arrivare alla Camera. Dei dieci distretti controllati dai democratici, addirittura quattro potrebbero diventare pick-up per il GOP: nel 2° al confine con la Georgia, Steve Southerland è in netto vantaggio sull’incumbent Allen Boyd; nel’8° a nord di Orlando il paladino dell’Obamacare, Alan Grayson, è in grande difficoltà contro Daniel Webster; nel 22° (Palm Beach) il veterano afro-americano dell’Iraq tenta la rivincita contro Ron Klein; nel 24°, sulla costa atlantica centrale, la freshman Susanne M. Kosmas dovrebbe pagare caro il suo voto alla riforma sanitaria (oltre che al cap-and-trade) contro la sfidante repubblicana Sandra Adams. Nubi minacciose si addensano sulla Florida.
Alabama
2008: McCain +21%
Gov: Riley (R) – open
Sen: Shelby (R)
Cam: GOP 5 DEM 2
L’Alabama negli ultimi decenni si è dipinta di un rosso sempre più “scuro”, con la vistosa eccezione della “Black Belt” (che in questo caso comprende una serie di contee che attraversa lo stato da ovest a est, a sud di Tuscaloosa) dove vive la maggior parte della folta comunità nera dello stato che vota in massa per il partito democratico. Immune al fascino obamiano nel 2008, quest’anno The Heart of Dixie eleggerà senza problemi un governatore del GOP (Robert Bentley al posto dell’uscente Bob Riley). E al Senato l’incumbent repubblicano Richard Shelby ha una trentina di punti di vantaggio sullo sfidante William Barners. Con la rappresentanza democratica alla Camera ridotta a sole due unità, gli sforzi repubblicani si stanno concentrando sul 2° distretto, nel quadrante sud-orientale dello stato, dove la young gun Martha Roby tenta di soffiare il seggio al freshman democratico Bobby Bright. La corsa, per ora, è un toss-up.
Mississippi
2008: McCain +13%
Cam: GOP 1 DEM 3
Governato dal monopartitismo per oltre 140 anni (a favore dei democratici), il Magnolia State è oggi profondamente rosso, anche se alcune tracce dell'antico dominio possono essere ancora trovate sia nella politica locale che nei rappresentanti dello stato alla Camera. Nel 2010, non sono previste sfide per il Senato o per la poltrona di governatore (in mano ai repubblicani). E il GOP proverà quantomeno a riequilibrare le sorti alla Camera. La sua possibilità migliore è nel 1° distretto del nord-ovest, al confine con Alabama e Tennessee, in cui l’incumbent democratico Travis W. Childers è costantemente sopravanzato nei sondaggi dallo sfidante Alan Nunnelee. Se il dato nazionale fosse particolarmente positivo per i repubblicani, poi, qualche sorpresa potrebbe arrivare anche dal 4° distretto del sud-ovest, dove il blue dog Gene Taylor sta soffrendo più del previsto contro il repubblicano Steven Palazzo, malgrado i suoi voti contrari a Obamacare, stimulus e cap-and-trade.
Louisiana
2008: McCain +19%
Sen: Vitter (R)
Cam: GOP 6 DEM 1
Quando il dominio democratico del Sud collassò verso la metà degli anni Sessanta, la Louisiana iniziò a eleggere candidati del GOP alla Camera e come governatori. Ma per vedere un repubblicano del Bayou State approdare alla Camera si sarebbe dovuto aspettare fino al 2004, con il ritiro di John Breaux e la vittoria di David Vitter. Nel 2010 Vitter, malgrado qualche vicissitudine scabrosa (il suo nome fu ritrovato nell’indirizzario della “Madame” che allietava le notti di molti politici a Washington), non sembra troppo infastidito dalla candidatura di Charlie Melancon e viaggia verso una tranquilla riconferma. Alla Camera, controllando 6 seggi su 7, i repubblicani non hanno troppi margini di manovra. Anzi, rischiano seriamente di perdere il 2° distretto (New Orleans) vinto a sorpresa da Joseph Cao nel 2008. In compenso, con Jeff Landry, il GOP ha qualche possibilità di strappare ai democratici il 3° distretto (quello più colpito dalla “marea nera”), lasciato libero proprio da Melancon per la sua corsa al Senato.
Arkansas
2008: McCain +20%
Gov: Beebe (D)
Sen: Lincoln (D)
Cam: GOP 1 DEM 3
Sempre più repubblicano alle presidenziali, l’Arkansas torna in genere a essere un feudo democratico alle elezioni per il governatore e il Congresso. Nonostante il clima politico sfavorevole, anche nel 2010, il governatore incumbent Mike Bebee non avrà problemi a conservare la sua poltrona. Mentre al Senato, con ogni probabilità, i democratici perderanno un seggio che controllano da oltre un secolo. La sconfitta di Blanche Lincoln contro l’ex congressman John Boozman, infatti, è data per scontata sia dagli analisti che dei sondaggisti. E la sconfitta al Senato potrebbe aprire il “vaso di Pandora” anche alla Camera. Dei tre distretti controllati dai democratici, infatti, solo il 4° (in piena Black Belt) sembra orientato verso la riconferma dell’incumbent. Gli altri due potrebbero clamorosamente cambiare colore, anche in questo caso dopo oltre un secolo. Nel 1° distretto, che comprende il delta del fiume Mississippi, il candidato democratico Chad Causey sembra davvero troppo liberal rispetto al baricentro ideologico della zona. E il repubblicano Rick Crawford è davanti nei sondaggi. Nel 2° distretto, quello della capitale Little Rock, Tim Griffin (protégé di Karl Rove) sembra in grado di conquistare senza troppi problemi il seggio lasciato libero da Vic Snyder e difeso da Joyce Elliot.
Okhlahoma
2008: McCain +32%
Gov: Henry (D) – open
Sen: Coburn (R)
Cam: GOP 4 DEM 1
Roccaforte del New Deal rooseveltiano e swing-state fino al 1964, l'Oklahoma aderì convintamente al programma "law & order" di Nixon nel 1968 e da quell'anno non si è più spostato dalla zona rossa della mappa elettorale. Nel 2010, con il ritiro del governatore democratico Brad Henry, il pick-up repubblicano è dato per certo, visto che nello scontro al femminile tra Mary Fallin (R) e Jari Askins (D), la repubblicana viaggia con una ventina di punti percentuali di vantaggio. Il distacco cresce al +40% nella corsa del Senato tra l’incumbent Tom Coburn e lo sfidante democratico Jim Rogers. Calma piatta anche alla Camera, con i repubblicani che controllano 4 seggi su 5 e i democratici che dovrebbero riuscire a riconfermare Dan Boren nel 2° distretto, quello più orientale al confine con l’Arkansas, grazie anche al suo voto negativo sulla riforma sanitaria voluta da Obama.
Texas
2008: McCain +12%
Gov: Perry (R)
Cam: GOP 20 DEM 12
Quando nel Texas dominavano i democratici, il partito era diviso tra i Tory Democrats - che provarono a boicottare la candidatura di FDR nel 1944 - e i Liberal Democrats custodi dell’ortodossia rooseveltiana. Con l’ascesa alla Casa Bianca del texano Lyndon Johnson, i conservatori del partito democratico passarono in massa ai repubblicani, che intanto conquistavano voti nelle contee a nord di San Antonio e nei sobborghi in espansione di Dallas e Houston. Oggi che a dominare è il GOP, il partito è spaccato tra l’ala conservatrice/populista e quella più fedele all’establishment. Passano i decenni, ma la politica del Lone Star State resta tra le più affascinanti e complesse di tutti gli Stati Uniti d’America. Quest’anno, nella corsa a governatore, il repubblicano Rick Perry cerca la quarta rielezione consecutiva (sarebbe un record) a spese dell’ex sindaco di Houston, Bill White. I democratici hanno a lungo coltivato la speranza di battere Perry, ma il successore di George W. Bush dovrebbe farcela anche questa volta. Pur controllando quasi tutto il “controllabile” alla Camera (cioè tutte le contee non-ispaniche a nord di Houston), il GOP tenta il colpaccio in almeno due distretti. Nel 17°, il conservatore democratico Chet Edwards tenta ancora una volta di respingere gli attacchi repubblicani in un distretto molto “rosso”, ma questa volta l’imprenditore Bill Flores sembra un avversario davvero temibile. Se l’onda lunga del GOP acquistasse particolare potenza, poi, i democratici potrebbero rischiare anche nel 23° distretto – un’enorme distesa di deserto a sud-ovest di San Antonio e al confine con il Messico – dove si scontrano l’incumbent Ciro Rodriguez e lo sfidante Quico Canseco. Olè!
2/continua
Mentre prosegue, verso il Sud repubblicano, il nostro viaggio nelle elezioni di mid-term americane, si moltiplicano i sondaggi che cercano di definire il mood dell’elettorato a livello nazionale. Rispetto alla scorsa settimana non è cambiato moltissimo. Il distacco tra i due partiti nel generic ballot continua ad oscillare intorno al 7% a favore del GOP. I democratici guadagnano qualcosa al Senato, migliorando le proprie posizioni in alcuni stati considerati toss-up (Washington, Colorado, West Virginia). Per i repubblicani, invece, aumentano ancora le chance di conquistare la Camera, visto il frenetico moltiplicarsi dei seggi democratici che vengono giudicati competitivi in questo ciclo elettorale. La dinamica delle corse più incerte, comunque, è ancora estremamente fluida. Ed è troppo presto per sbilanciarsi in previsioni definitive. Resta, fortissima, la sensazione che il clima generale sia estremamente sfavorevole al partito che attualmente controlla Casa Bianca e Congresso. E per annusare i contorni di questa “rivolta anti-democratica”, non c’è niente di meglio che una gita a Dixieland.
West Virginia
2008: McCain +13%
Sen: Goodwin (D) – open
Cam: GOP 1 DEM 2
Stato repubblicano negli anni successivi alla sua secessione dalla Virginia (1861), il Mountain State si allinea alla coalizione rooseveltiana durante la Grande Depressione, grazie anche alla fortissima presenza degli United Miner Workers. Dagli anni Trenta, elegge quasi esclusivamente candidati democratici al Senato e al Camera, anche se negli ultimi decenni si è spostato decisamente in campo repubblicano a livello presidenziale.
Nel 2010, la sfida più appassionante è quella per il seggio del Senato lasciato libero dalla morte di Robert Byrd. A sfidarsi sono il popolarissimo governatore democratico Joe Manchin, un social conservative che bene si adatta all’istinto ideologico del West Virginia, e l’imprenditore repubblicano John Raese. All’inizio sembrava una vittoria facile per Manchin, ma nell’ultimo mese i sondaggi hanno descritto una vigorosa rimonta di Raese. E adesso il GOP crede al “miracolo”. Per gli analisti, al momento, la corsa è un toss-up puro. Buone possibilità di pick-up, per i repubblicani, anche nel 1° distretto (open) della Camera con David McKinley.
Virginia
2008: Obama +7%
Cam: GOP 5 DEM 6
Sarà tutta concentrata in un pugno di distretti alla Camera la rivincita cercata dai democratici della Virginia dopo l’umiliante sconfitta subita lo scorso anno nella corsa a governatore. Lo stato-simbolo della vittoria obamiana, tornato “rosso” nel giro di 12 mesi con la larghissima vittoria di Bob McDonnell contro Creigh Deeds (+17%), è stato il precursore della ripresa repubblicana. Il GOP non può permettersi una battuta d’arresto proprio ora e proprio nell’Old Dominion. Quest’anno i repubblicani puntano soprattutto al 2° e al 5° distretto – nella parte più meridionale dello stato - in cui Scott Rigell e Robert Hurt hanno ottime chance di battere i due freshmen democratici, Glenn Nye e Tom Perriello. Se l’onda rossa fosse particolarmente alta, poi, potrebbe essere in pericolo anche l’11° distretto a sud-ovest di Washington D.C. (Fairfax e una parte di Prince William County): Gerry Connolly ha battuto abbastanza agevolmente Keith Fimian nel 2008, ma dopo il 2009 un “ribaltone” non sembra affatto impossibile.
Kentucky
2008: McCain +16%
Sen: Bunning (R) – open
Cam: GOP 4 DEM 2
Stato dalle molteplici sfumature geo-ideologiche, il Kentucky resta solidamente repubblicano a livello presidenziale e leggermente più competitivo nelle sfide per il Congresso. Quest’anno, la corsa più seguita è quella per il seggio del Senato lasciato “open” dal ritiro del repubblicano Jim Bunning. I democratici hanno a lungo sperato nella vittoria dell’attorney general Jack Conway, soprattutto dopo che Rand Paul (figlio di Ron, il paleolibertarian GOP candidato alla Casa Bianca nel 2008) è uscito vincente dalle primarie repubblicane. Le posizioni ultraliberiste del paladino dei Tea Party sembravano fuori luogo nell’humus fondamentalmente socially conservative del Bluegrass State. Ma Paul ha condotto una campagna elettorale misurata e convincente. E i sondaggi lo vedono davanti con un buon margine di vantaggio. Alla Camera, l’unico distretto competitivo è il 3° (il cuore della produzione del bourbon), ma tutto dipenderà dall’intensità della vittoria repubblicana a livello nazionale.
Tennessee
2008: McCain +15%
Gov: Bredesen (D) – open
Cam: GOP 4 DEM 5
Primo stato del Sud ad “allinearsi” al dominio repubblicano degli ultimi decenni, il Tennessee è stato a lungo un’anomalia elettorale della Bible Belt (eleggeva governatori del GOP perfino negli anni della segregazione). Quest’anno, con la popolarità di Obama in caduta libera, il Volunteer State dovrebbe essere uno dei punti di forza della scommessa repubblicana. Prima di tutto, dopo il ritiro di Phil Bredesen, il GOP è quasi sicuro di strappare la poltrona di governatore ai democratici con il sindaco di Knoxville, Bill Haslam. Poi ci sono almeno tre distretti “blu” (su cinque) a serio rischio di switchover. Due, entrambi “open”, sono quasi sicuri per i repubblicani: nel 6° al confine con il Kentucky (rurale e sempre più “suburbanizzato”) dovrebbe prevalere Diane Black; nell’8° all’estremo ovest dello stato, il favorito è il contadino e cantante gospel Stephen Fincher. Nel terzo, ancora incertissimo, soltanto il suo voto contrario alla riforma sanitaria tiene ancora a galla l’incumbent democratico Lincoln Davis.
North Carolina
2008: Obama +0,5%
Sen: Burr (R)
Cam: GOP 5 DEM 8
Dopo essere stato campione del Solid Democratic South e terra di conquista per i candidati repubblicani alle presidenziali (da Nixon in poi), il North Carolina è ormai diventato uno swing state in piena regola. Nel 2010, però, il clima politico del Tar Heel State sembra favorire decisamente il GOP. Le elezioni per il Senato vedono nettamente favorito l’incumbent repubblicano Richard M. Burr, che pure nelle previsioni della vigilia avrebbe dovuto soffrire parecchio contro Elaine Marshall. E alla Camera i distretti competitivi potrebbero essere addirittura tre (tutti, al momento, in mano ai democratici). Per i repubblicani, comunque, le speranze più solide di pick-up sono al confine meridionale con il South Carolina. Nel 7° distretto, Ilario Pantano sta dando più filo da torcere del previsto all’incumbent democratico Mike McIntyre. Nell’8° distretto, il repubblicano Harold Johnson è vicinissimo nei sondaggi all’uscente Larry Kissell. In caso di larga vittoria repubblicana, sarebbe a rischio anche il seggio democratico di Bob Etheridge, nel 2° distretto.
South Carolina
2008: McCain +9%
Gov: Sandford (R) - open
Sen: DeMint (R) - open
Cam: GOP 4 DEM 2
Con il South Carolina iniziamo la nostra discesa verso gli stati dove il dominio del GOP è raramente messo in discussione, almeno negli ultimi decenni. Fondatore di fatto della Confederazione sudista, il Palmetto State non dovrebbe riservare troppe sorprese nelle sfide per il Senato e per il governatore. Nel primo caso, il repubblicano Jim DeMint viaggia nei sondaggi con 40-45 punti percentuali di vantaggio su Alvin Green, vincitore a sorpresa delle primarie democratiche. Più incerta, ma non troppo, la corsa per la poltrona di governatore, in cui la repubblicana Nikki Halley non sembra essere stata scalfita da un paio di scandaletti “sessuali” emersi durante la campagna elettorale. E continua ad avere una decina di punti di distacco nei confronti del democratico Vincent Sheehen. Per la Camera, il GOP punta tutto sul 5° distretto (uno dei due controllati dai democratici), in cui il pronostico tra l’incumbent John Spratt e lo sfidante Mick Mulvaney è “too close to call”. Il fatto che Spratt controlli il distretto da 28 anni, la dice lunga sulle difficoltà che stanno incontrando i democratici in questo ciclo elettorale.
Georgia
2008: McCain +5%
Gov: Perdue (R) – open
Sen: Isakson (R)
Cam: GOP 7 DEM 6
Fino al 1964, la Georgia è stata una delle roccaforti più impenetrabili del partito democratico. Alle presidenziali, il candidato democratico ha vinto 24 elezioni consecutive dal 1868 al 1960; un governatore democratico è sempre stato eletto negli anni tra il 1872 e il 2002. Si tratta del record di dominio incontrastato di un singolo partito in tutta la storia americana. Poi, complice anche la Great Migration, tutto è cambiato. Oggi l’Empire State of the South è rosso. E anche nel 2010 le cose non sembrano promettere bene per i democratici. La loro speranza maggiore era il ritiro (obbligato) di Sonny Perdue da governatore. Ma la campagna di Roy Barnes (battuto proprio da Pedue nel 2002) contro il repubblicano Nathan Deal non è mai davvero decollata. Strada in discesa anche per l’incumbent del GOP al Senato, Johnny Isakson contro lo sfidante democratico Michael Thurmond. Alla Camera, infine, il GOP si gioca le sue chance migliori nel 2° distretto sud-occidentale (Mike Keown contro Sanford Bishop) e nel centralissimo 8° distretto, in cui il repubblicano Austin Scott sembra in fortissima rimonta nei confronti dell’incumbent Jim Marshall.
Florida
2008: Obama +3%
Gov: Crist (I) – open
Sen: LeMieux (R) – open
Cam: GOP 15 DEM 10
Dopo l’incubo del recount nel 2000, la Florida sembra essere diventata leggermente più “rossa”, con Bush e McCain al di sopra della media nazionale nel 2004 e nel 2008. Con la rivolta contro la riforma sanitaria, particolarmente accesa nel Sunshine State (dove la popolazione anziana è numerosa), i democratici non possono fare molto altro che tentare di evitare una disfatta. La loro speranza migliore è la corsa per il governatore, in cui Alex Sink sembra leggermente in vantaggio sul repubblicano Rick Scott (anche se i sondaggi restano molto contraddittori). Per il resto, si profila uno scenario molto favorevole al GOP. Al Senato, la corsa a tre che coinvolge il repubblicano Marco Rubio, il democratico Kendrick Meek e l’indipendente (ed ex governatore repubblicano-obamiano) Charlie Crist sembra ormai segnata a vantaggio del favorito dei Tea Party. Il vero tsunami, però, potrebbe arrivare alla Camera. Dei dieci distretti controllati dai democratici, addirittura quattro potrebbero diventare pick-up per il GOP: nel 2° al confine con la Georgia, Steve Southerland è in netto vantaggio sull’incumbent Allen Boyd; nel’8° a nord di Orlando il paladino dell’Obamacare, Alan Grayson, è in grande difficoltà contro Daniel Webster; nel 22° (Palm Beach) il veterano afro-americano dell’Iraq tenta la rivincita contro Ron Klein; nel 24°, sulla costa atlantica centrale, la freshman Susanne M. Kosmas dovrebbe pagare caro il suo voto alla riforma sanitaria (oltre che al cap-and-trade) contro la sfidante repubblicana Sandra Adams. Nubi minacciose si addensano sulla Florida.
Alabama
2008: McCain +21%
Gov: Riley (R) – open
Sen: Shelby (R)
Cam: GOP 5 DEM 2
L’Alabama negli ultimi decenni si è dipinta di un rosso sempre più “scuro”, con la vistosa eccezione della “Black Belt” (che in questo caso comprende una serie di contee che attraversa lo stato da ovest a est, a sud di Tuscaloosa) dove vive la maggior parte della folta comunità nera dello stato che vota in massa per il partito democratico. Immune al fascino obamiano nel 2008, quest’anno The Heart of Dixie eleggerà senza problemi un governatore del GOP (Robert Bentley al posto dell’uscente Bob Riley). E al Senato l’incumbent repubblicano Richard Shelby ha una trentina di punti di vantaggio sullo sfidante William Barners. Con la rappresentanza democratica alla Camera ridotta a sole due unità, gli sforzi repubblicani si stanno concentrando sul 2° distretto, nel quadrante sud-orientale dello stato, dove la young gun Martha Roby tenta di soffiare il seggio al freshman democratico Bobby Bright. La corsa, per ora, è un toss-up.
Mississippi
2008: McCain +13%
Cam: GOP 1 DEM 3
Governato dal monopartitismo per oltre 140 anni (a favore dei democratici), il Magnolia State è oggi profondamente rosso, anche se alcune tracce dell'antico dominio possono essere ancora trovate sia nella politica locale che nei rappresentanti dello stato alla Camera. Nel 2010, non sono previste sfide per il Senato o per la poltrona di governatore (in mano ai repubblicani). E il GOP proverà quantomeno a riequilibrare le sorti alla Camera. La sua possibilità migliore è nel 1° distretto del nord-ovest, al confine con Alabama e Tennessee, in cui l’incumbent democratico Travis W. Childers è costantemente sopravanzato nei sondaggi dallo sfidante Alan Nunnelee. Se il dato nazionale fosse particolarmente positivo per i repubblicani, poi, qualche sorpresa potrebbe arrivare anche dal 4° distretto del sud-ovest, dove il blue dog Gene Taylor sta soffrendo più del previsto contro il repubblicano Steven Palazzo, malgrado i suoi voti contrari a Obamacare, stimulus e cap-and-trade.
Louisiana
2008: McCain +19%
Sen: Vitter (R)
Cam: GOP 6 DEM 1
Quando il dominio democratico del Sud collassò verso la metà degli anni Sessanta, la Louisiana iniziò a eleggere candidati del GOP alla Camera e come governatori. Ma per vedere un repubblicano del Bayou State approdare alla Camera si sarebbe dovuto aspettare fino al 2004, con il ritiro di John Breaux e la vittoria di David Vitter. Nel 2010 Vitter, malgrado qualche vicissitudine scabrosa (il suo nome fu ritrovato nell’indirizzario della “Madame” che allietava le notti di molti politici a Washington), non sembra troppo infastidito dalla candidatura di Charlie Melancon e viaggia verso una tranquilla riconferma. Alla Camera, controllando 6 seggi su 7, i repubblicani non hanno troppi margini di manovra. Anzi, rischiano seriamente di perdere il 2° distretto (New Orleans) vinto a sorpresa da Joseph Cao nel 2008. In compenso, con Jeff Landry, il GOP ha qualche possibilità di strappare ai democratici il 3° distretto (quello più colpito dalla “marea nera”), lasciato libero proprio da Melancon per la sua corsa al Senato.
Arkansas
2008: McCain +20%
Gov: Beebe (D)
Sen: Lincoln (D)
Cam: GOP 1 DEM 3
Sempre più repubblicano alle presidenziali, l’Arkansas torna in genere a essere un feudo democratico alle elezioni per il governatore e il Congresso. Nonostante il clima politico sfavorevole, anche nel 2010, il governatore incumbent Mike Bebee non avrà problemi a conservare la sua poltrona. Mentre al Senato, con ogni probabilità, i democratici perderanno un seggio che controllano da oltre un secolo. La sconfitta di Blanche Lincoln contro l’ex congressman John Boozman, infatti, è data per scontata sia dagli analisti che dei sondaggisti. E la sconfitta al Senato potrebbe aprire il “vaso di Pandora” anche alla Camera. Dei tre distretti controllati dai democratici, infatti, solo il 4° (in piena Black Belt) sembra orientato verso la riconferma dell’incumbent. Gli altri due potrebbero clamorosamente cambiare colore, anche in questo caso dopo oltre un secolo. Nel 1° distretto, che comprende il delta del fiume Mississippi, il candidato democratico Chad Causey sembra davvero troppo liberal rispetto al baricentro ideologico della zona. E il repubblicano Rick Crawford è davanti nei sondaggi. Nel 2° distretto, quello della capitale Little Rock, Tim Griffin (protégé di Karl Rove) sembra in grado di conquistare senza troppi problemi il seggio lasciato libero da Vic Snyder e difeso da Joyce Elliot.
Okhlahoma
2008: McCain +32%
Gov: Henry (D) – open
Sen: Coburn (R)
Cam: GOP 4 DEM 1
Roccaforte del New Deal rooseveltiano e swing-state fino al 1964, l'Oklahoma aderì convintamente al programma "law & order" di Nixon nel 1968 e da quell'anno non si è più spostato dalla zona rossa della mappa elettorale. Nel 2010, con il ritiro del governatore democratico Brad Henry, il pick-up repubblicano è dato per certo, visto che nello scontro al femminile tra Mary Fallin (R) e Jari Askins (D), la repubblicana viaggia con una ventina di punti percentuali di vantaggio. Il distacco cresce al +40% nella corsa del Senato tra l’incumbent Tom Coburn e lo sfidante democratico Jim Rogers. Calma piatta anche alla Camera, con i repubblicani che controllano 4 seggi su 5 e i democratici che dovrebbero riuscire a riconfermare Dan Boren nel 2° distretto, quello più orientale al confine con l’Arkansas, grazie anche al suo voto negativo sulla riforma sanitaria voluta da Obama.
Texas
2008: McCain +12%
Gov: Perry (R)
Cam: GOP 20 DEM 12
Quando nel Texas dominavano i democratici, il partito era diviso tra i Tory Democrats - che provarono a boicottare la candidatura di FDR nel 1944 - e i Liberal Democrats custodi dell’ortodossia rooseveltiana. Con l’ascesa alla Casa Bianca del texano Lyndon Johnson, i conservatori del partito democratico passarono in massa ai repubblicani, che intanto conquistavano voti nelle contee a nord di San Antonio e nei sobborghi in espansione di Dallas e Houston. Oggi che a dominare è il GOP, il partito è spaccato tra l’ala conservatrice/populista e quella più fedele all’establishment. Passano i decenni, ma la politica del Lone Star State resta tra le più affascinanti e complesse di tutti gli Stati Uniti d’America. Quest’anno, nella corsa a governatore, il repubblicano Rick Perry cerca la quarta rielezione consecutiva (sarebbe un record) a spese dell’ex sindaco di Houston, Bill White. I democratici hanno a lungo coltivato la speranza di battere Perry, ma il successore di George W. Bush dovrebbe farcela anche questa volta. Pur controllando quasi tutto il “controllabile” alla Camera (cioè tutte le contee non-ispaniche a nord di Houston), il GOP tenta il colpaccio in almeno due distretti. Nel 17°, il conservatore democratico Chet Edwards tenta ancora una volta di respingere gli attacchi repubblicani in un distretto molto “rosso”, ma questa volta l’imprenditore Bill Flores sembra un avversario davvero temibile. Se l’onda lunga del GOP acquistasse particolare potenza, poi, i democratici potrebbero rischiare anche nel 23° distretto – un’enorme distesa di deserto a sud-ovest di San Antonio e al confine con il Messico – dove si scontrano l’incumbent Ciro Rodriguez e lo sfidante Quico Canseco. Olè!
2/continua
© - FOGLIO QUOTIDIANO
giovedì 14 ottobre 2010
USA 2010 - Prima puntata: il Nordest
Larry Silverbud su "Il Foglio" di oggi
L’unico dubbio è “quanti?”. Quanti seggi perderanno i democratici alle elezioni di mid-term del 2 novembre? Abbastanza da farsi sfuggire il controllo della Camera? O addirittura abbastanza da dissipare una super-majority che, fino a gennaio, era in grado di bloccare qualsiasi velleità repubblicana al Senato? E quanti governatori riconquisterà il GOP, che oggi ne ha un paio in meno degli avversari? Quanto alta e devastante, insomma, sarà l’onda rossa che minaccia di travolgere la prima metà di mandato del presidente Obama, consegnandogli un Congresso capace di trasformarlo in una “anatra zoppa” alla vigilia del 2012?

La memoria non può non andare verso altre elezioni storiche che hanno cambiato – a volte per decenni –le dinamiche del sistema politico statunitense. Il paragone più frequente individuato dagli analisti è quello con il 1994, anno in cui il GOP di Newt Gingrich e del “Contract with America” strappò ai democratici 54 seggi alla Camera e 8 al Senato, conquistando per la prima volta dal 1954 il controllo totale del Congresso. Ma ci sono esempi anche più inquietanti, per il partito di Barack Obama, Nancy Pelosi e Harry Reid. Con un presidente eletto trionfalmente due anni prima (come oggi) e un Congresso reduce da una decisa svolta legislativa a sinistra (come oggi), nel 1938 il partito democratico di Franklin D. Roosevelt perse la bellezza di 72 seggi alla Camera e 6 al Senato. O le elezioni del 1946, con 55 seggi conquistati dal GOP alla Camera e addirittura 12 al Senato, in quello che tutti consideravano un referendum su Harry Truman. A ruoli invertiti (e con una magnitudo più contenuta), anche i 31 seggi conquistati alla Camera dai democratici nel 2006, insieme a 6 senatori, rappresentano un esempio minaccioso della forte tendenza dell’elettorato americano a “punire” il partito del presidente nelle elezioni di mid-term.
Quest’anno poi, oltre alla storia, anche il clima politico ed economico sembrano presagire una batosta, per i democratici, di quelle che meritano un capitolo a parte negli almanacchi dei politologi. Il flop della riforma sanitaria con l’opinione pubblica, la ripresa incerta, il tasso di disoccupazione ormai fermo da mesi appena al di sotto del 10%, le incertezze in politica estera che irritano sia la destra che la sinistra, il disastro ambientale in Louisiana, l’emorragia di consiglieri in fuga dall’amministrazione, il fenomenale successo popolare del movimento Tea Party, la progressiva perdita di appeal del presidente e il ripidissimo calo del suo job approval, il solido (e rarissimo) vantaggio repubblicano nei sondaggi relativi al generic congressional ballot: tutto sembra cospirare contro Obama e il suo partito. E le previsioni degli analisti, pur con gradi diversi, confermano uno scenario molto preciso.

Secondo il modello statistico creato da Nate Silver di Fivethirtyeight.com (recentemente approdato al New York Times), che si è dimostrato molto preciso negli ultimi cicli elettorali, il GOP dovrebbe riuscire a conquistare il controllo della Camera, passando da 178 a 226 seggi (+48), sfiorando la maggioranza al Senato (+7/8 seggi rispetto ai 41 attuali) e strappando 6 governatori ai democratici (da 24-26 a 30-20). Per RealClearPolitics, che da anni elabora le medie di tutti i sondaggi nazionali e locali, i repubblicani sono favoriti in 211 distretti della Camera. Al GOP, insomma, basterebbe vincere in 7 dei 36 distretti ancora incerti per conquistare il controllo della Camera. E la storia ci insegna che in genere i distretti toss-up si muovono massicciamente verso il partito “vincente”, soprattutto in quelle che sono considerate wave elections. Al Senato RCP vede un 50-50 frutto di 9 pick-up repubblicani, a cui va aggiunto un +7 tra i governatori che porterebbe il totale a 31-19. Numeri simili a quelli di Scott Elliot, il mitico “blogging Caesar” di Election Projection, che pronostica un +49 alla Camera, un +9 al Senato e un +7 tra i governatori.
Una forte affermazione repubblicana è prevista anche da Larry Sabato, direttore del Center for Politics dell’Università della Virginia e titolare di “Crystal Ball”: +47 alla Camera; +7/8 al Senato; +8 tra i governatori. Per Charlie Cook del Cook Political Report, “è molto probabile che i repubblicani riescano a conquistare i 39 seggi di cui hanno bisogno pe ottenere la maggioranza”. Cook scrive di non voler giocare a “indovina quanto pesa il cocomero”, ma afferma di credere che il numero finale di pick-up sarà “molto superiore a 39”. La sua previsione per il Senato, invece, è di +7/9 (con un +6/8 tra i governatori).
Con nuvole tanto minacciose all’orizzonte, ci accingiamo a partire per un viaggio dettagliato – stato per stato – tra le sfide più interessanti che stanno caratterizzando questo turbolento ciclo elettorale. Partiremo dalle roccaforti democratiche del Nordest (Maine, New Hampshire, Vermont, Massachusetts, Rhode Island, Connecticut, New York, New Jersey, Delaware e Maryland) per poi dirigerci decisamente verso il Sud e la Bible Belt (West Virginia, Virginia, Kentucky, Tennessee, North e South Carolina, Georgia, Florida, Alabama, Mississippi, Louisiana, Arkansas, Oklahoma e Texas). Il Lone Star State sarà la nostra porta verso il West gli stati del Pacifico (New Mexico, Colorado, Wyoming, Utah, Arizona, Nevada, California, Hawaii, Oregon, Washington, Alaska, Idaho e Montana). Dall’estremo nord, infine, ci sposteremo nuovamente verso l’Atlantico, attraversando le regioni del Midwest, dove si stanno combattendo alcune delle battaglie elettorali più appassionanti (North e South Dakota, Nebraska, Kansas, Missouri, Iowa, Minnesota, Wisconsin, Illinois, Indiana, Ohio e Pennsylvania). Arrivati ai confini della linea Mason-Dixon, che un tempo separava gli yankee dai confederati, potremo forse avere le idee più chiare sull’esito di queste elezioni di mid-term. Per capire se il vento che da qualche mese soffia verso Capitol Hill è soltanto una brezza di stagione o sta per trasformarsi in un tornado. Ma è tempo di partire.
PRIMA PUNTATA: IL NORDEST
Bastione repubblicano fino agli anni Ottanta (tra il 1916 e il 1988 ha scelto soltanto due volte un candidato democratico alle elezioni presidenziali), negli ultimi decenni il Maine ha svoltato decisamente a sinistra, pur mantenendo quello spirito “indipendente” che ha sempre caratterizzato la sua storia politica recente.
Nel 2010, il Pine Tree State non mette in gioco i suoi due seggi al Senato (saldamente nelle mani di due Rino Ladies, republicans in name only, come Olimpia Snowe e Susan Collins), ma la contesa più interessante riguarda la poltrona di governatore lasciata vacante dal democratico John Baldacci. Il candidato repubblicano è Paul LePage, ex sindaco di Waterville, nettamente spostato a destra sia in campo sociale che economico. Dall’altra parte c’è Libby Mitchell, presidente del Senato statale, che spera di diventare la prima donna-governatore nella storia del Maine. In due sondaggi su tre, tra quelli effettuati nelle ultime settimane, LePage ha un vantaggio che sfiora i 20 punti percentuali. Ed è visto dagli analisti come il favorito, soprattutto perché – almeno finora – i temi fiscali hanno dominato la campagna elettorale. In uno stato con una forte inclinazione liberal, sarà comunque dura per lui mantenere la testa fino a novembre.
Alla Camera, invece, i due incumbent democratici (Chellie Pingree e Mike Michaud) non dovrebbero avere troppi problemi nel difendere i propri seggi dall’attacco degli sfidanti repubblicani (Dean Scontras e Jason Levesque), rispettivamente nel 1° e 2° distretto dello stato.
Unico residuo purple nell’oceano blu del New England, il Granite State (in cui, secondo alcuni storici, è nato il partito repubblicano) è stato una roccaforte del GOP fino all’era Clinton, votando per soli tre candidati democratici in tutta la sua storia (Wilson, Roosevelt e Johnson) e dimostrando di preferire nettamente l’approccio individualista all’economia del partito dell’elefante. Con un motto come “Live free or die”, però, negli ultimi decenni il New Hampshire ha dimostrato di gradire sempre meno il conservatorismo sociale di un GOP che parlava con uno spiccato accento del Sud. E ha eletto sempre più frequentemente candidati democratici, ad ogni livello.
Nel 2010, oltre alla corsa per il governatore (in cui lo sfidante repubblicano John Stephen non sembra poter impensierire l’incumbent democratico John Lynch), è in ballo il seggio del Senato lasciato libero dal repubblicano Judd Gregg, scelto nel 2009 da Obama come proprio secretary of commerce e quasi subito fuggito a gambe levate dall’amministrazione. Di fronte si trovano l’ex congressman del 2° distretto, il democratico Paul Hodes, e l’attorney general repubblicana Kelly Ayotte (una delle “mama grizzlies” di Sarah Palin). Per ora Ayotte sembra la favorita, con un vantaggio nei sondaggi che oscilla intorno al 9-10%.
Con l’indice di popolarità di Obama che nel Granite State è particolarmente basso, il GOP intravede anche la possibilità di conquistare entrambi i seggi della Camera, attualmente in mano ai democratici. Nel 1° distretto, gli analisti vedono nettamente favorito l’ex sindaco di Manchester, Frank Guinta, nei confronti di Carol Shea-Porter. Nel 2° la battaglia sarà più difficile, ma il repubblicano moderato Charlie Bass (l’ex congressman sconfitto proprio da Hodes nel 2006) ha ottime chance di vittoria contro la democratica Ann Kuster.
Fino agli anni Novanta, in tutta la storia degli Stati Uniti soltanto Lyndon Johnson, nella vittoria landslide contro Barry Goldwater nel 1964, era riuscito a portare il Vermont nella casella democratica delle elezioni presidenziali. A cavallo tra il 19° il 20° secolo, il GOP dominava a tal punto la politica del Green Mountain State che i suoi candidati peggiori non scendevano mai sotto il 70% dei voti. E soltanto qui (oltre che in Maine), Franklin D. Roosevelt ha perso tutte e quattro le volte che ha corso per la Casa Bianca. Prendete questo scenario, ribaltatelo, e avrete una fotografia del Vermont di oggi, totalmente controllato dal partito democratico e capace di eleggere al Senato l’unico candidato “socialdemocratico” del Congresso, l’indipendente Bernie Sanders.
In questo ambiente particolarmente ostile, i repubblicani non hanno alcuna chance di essere competitivi nell’unico distretto della Camera (l’incumbent Peter Welch viaggia con 35-40 punti percentuali di vantaggio sullo sfidante Paul Beaudry) o nella corsa per il Senato (in cui soltanto una catastrofe di proporzioni epiche potrebbe permettere al repubblicano Len Britton di insidiare Patrick J. Leahy, “padrone” del seggio dal 1974).
In più, il GOP rischia di perdere anche la poltrona di governatore, lasciata vacante da Jim Douglas dopo otto anni. Il suo vice, Brian Dubie, avrebbe avuto ottime possibilità di farcela contro Douglas A. Racine (giù sconfitto da Douglas nel 2002), ma a vincere le primarie democratiche – con un distacco di appena 182 voti, dopo un contestatissimo recount – è stato a sorpresa Peter Shumlin, il presidente del Senato statale, che si è subito dimostrato più competitivo di Racine nei sondaggi. Al momento, viste le forti inclinazioni politiche del Vermont, Shumlin deve essere considerato il (leggero) favorito.
Nato come stato repubblicano, il Massachusetts si è lentamente – ma inesorabilmente – spostato a sinistra nel corso della sua storia. Gli aristocratici yankee che avevano dominato la politica del Bay State furono spazzati via da Boston alla fine dell’800 (soprattutto a causa della fortissima immigrazione irlandese), per poi scomparire progressivamente dagli anni Trenta in avanti ed estinguersi definitivamente negli anni Sessanta. Poi, dopo la morte di Ted Kennedy, è arrivato il terremoto. Nelle special elections di questo gennaio, infatti, il semi-sconosciuto candidato repubblicano Scott Brown ha conquistato Camelot, spiazzando una distratta Marta Coakley, convinta di avere la vittoria in tasca. Brown, oltre al seggio della dinastia Kennedy, ha strappato a Obama il 60° voto al Senato, complicando l’iter della sua riforma sanitaria e certificando lo stato di estrema difficoltà in cui versa il partito democratico in questo ciclo elettorale.
Vista la vittoria di Brown, il governatore uscente Deval Patrick (il primo afro-americano a Beacon Hill) è stato a lungo considerato vulnerabile. Anche perché, nonostante il dominio dell’asinello a livello federale e locale, il GOP ha vinto quattro sfide per il governatore nelle ultime cinque elezioni, soccombendo soltanto all’onda blu del 2006. Le chance di rielezione di Patrick, però, sono aumentate con la discesa in campo di un candidato indipendente, il Tesoriere dello stato Tim Cahill. Con la presenza di Cahill a dividere il voto anti-Patrick, il candidato repubblicano Charlie Baker ha iniziato a vedere incrinarsi la speranza di poter ripetere l’exploit di Brown. Almeno fino a qualche settimana fa, quando la campagna di Cahill ha iniziato a sfaldarsi (e sono iniziate a circolare strane voci su una “benedizione” ricevuta da Patrick per la sua candidatura di disturbo). Negli ultimi giorni, insomma, Baker sembra aver ripreso quota e la corsa è tornata incertissima.
Se i repubblicani hanno conquistato un seggio al Senato e sperano di riprendersi la poltrona di governatore, alla Camera invece la People’s Republic of Massachusetts sembra orientata a riconfermare tutti i suoi democratici incumbent. Con l’unica, interessante eccezione del 10° distretto, nella parte più orientale dello stato, in cui il seggio lasciato vacante da Bill Delahunt dopo sette mandati è difeso da Bill Keating, district attorney di Norfolk County, di fronte allo sfidante repubblicano Jeff Perry, ex sergente della polizia che sta conducendo una campagna molto aggressiva. Dalle parti di Cape Cod, a gennaio, Scott Brown ha dilagato. Potrebbe essere un buon segno per il GOP.
Il Rhode Island è il più piccolo stato dell’Unione per estensione territoriale. Ed è forse quello colorato del blu più scuro. Il dominio democratico è iniziato quasi all’improvviso nel 1935 con una “bloodless revolution” che ha decapitato la macchina elettorale repubblicana dalla sera alla mattina. Da quegli anni, il GOP è riuscito qualche volta a controllare il Senato statale (negli anni Cinquanta), ma tutto il resto è rimasto sempre saldamente in mano al partito democratico.
L’unica eccezione è sempre stata la corsa a governatore, in cui i candidati repubblicani riescono spesso ad imporsi presentandosi contro la democratic machine con una piattaforma “riformista”. Dopo aver controllato la poltrona di governatore negli ultimi 16 anni senza troppi risultati, però, questa reform platform non sembra più troppo convincente per gli abitanti dell’Ocean State. Scartato il debole candidato repubblicano, John Robitaille, la strada per i democratici non è però affatto in discesa. Contro il treasure secretary Frank Caprio, infatti, si presenta come indipendente l’ex senatore rino Lincoln Chafee, ex repubblicano in rotta con un GOP “troppo estremista” (cacciato da Washington nel 2006), che secondo i sondaggi ha discrete chance di vincere questa strana corsa a tre. Sarebbe un modo, per i Rhode Islanders, di porre un freno al dominio democratico nello stato senza essere costretti ad eleggere un odiatissimo repubblicano.
Passeggiata di salute per l’asinello, invece, nei due distretti della Camera, in cui gli sfidanti repubblicani John Loughlin e Jim Langevin hanno pochissime possibilità di insidiare i democratici David Cicilline (che difende il seggio lasciato vacante da Patrick J. Kennedy) e Jim Langevin (incumbent).
Patria di Prescott Bush (padre di George H.W. e nonno di George W.) e della polemista conservatrice Ann Coulter, il Connecticut è ormai uno stato blu come pochi altri, anche se il numero degli iscritti ai registri elettorali sotto l’etichetta “indipendente” resta superiore a quello dei due partiti maggiori, come ha dimostrato l’elezione di Joseph Lieberman al Senato nel 2008 (dopo la sconfitta alle primarie democratiche).
Nel 2010, con il ritiro da governatore della repubblicana moderata Mary J. Rell, il GOP rischia seriamente di perdere la poltrona di governatore che, dal 1990, è l’unica carica importante che controlla nel Constitution State. Il favorito è il sindaco democratico di Stamford, Dan Malloy, ma il repubblicano Tom Foley, ex ambasciatore in Irlanda, nelle ultime settimane sta lentamente recuperando nei sondaggi. E la corsa è a un passo dal diventare un toss-up.
Più agevole, per i democratici, la difesa del seggio senatoriale lasciato “aperto” da Chris Dodd (ultimo esponente di una potente dinastia politica locale). Con Dodd a tentare la rielezione, il GOP avrebbe avuto buone possibilità di compiere un clamoroso pick-up. Ma, purtroppo per i repubblicani, Dodd si è fatto da parte dopo una serie cospicua di accuse di corruzione. E l’attorney general democratico Richard Blumenthal sembra poter resistere, piuttosto comodamente, all’assalto di uno dei candidati più “coloriti” di questo ciclo elettorale: Linda McMahon, ex presidente della lega professionista di wrestling.
Per quanto riguarda la Camera, dando per scontata la rielezione degli incumbent democratici nei primi tre distretti dello stato, qualche sorpresa potrebbe arrivare dal 4° e dal 5°, dove Jim Himes e Chris Murphy stanno soffrendo più del previsto contro gli sfidanti repubblicani (e chiaramente italo-americani) Dan Debicella e Sam Caligiuri. Se l’onda del GOP fosse abbastanza alta, la parte più occidentale del Connecticut potrebbe essere una delle vittime più clamorose dell’alluvione.
Swing-state puro nei primi anni della storia politica americana (dal 1866 al 1896 nessun candidato ha avuto un vantaggio superiore al 5% nei confronti dell'avversario), agli inizi del '900 lo stato di New York ha conosciuto un lungo dominio repubblicano (interrotto solo da Wilson nel 1916) fino all'era-Roosevelt. Dopo aver attraversato con entusiasmo decrescente le presidenze di FDR, l'Empire State è tornato a votare per il GOP dal 1948 al 1956; per poi tornare all'ovile democratico dal 1960 al 1968. Nixon e Carter sono stati il preludio agli ultimi due successi repubblicani nello stato, grazie a Reagan. Ma ormai New York stava scivolando sempre di più in casa democratica, come avrebbero dimostrato Dukakis, Clinton, Gore, Kerry e Obama con le vittorie democratiche sempre più larghe degli ultimi vent’anni.
Senza storia, nel 2010, la corsa per il posto di governatore lasciato libero da David A. Paterson: l’attorney general Andrew Cuomo è sembrato leggermente in difficoltà verso metà settembre contro il repubblicano (e prediletto dal movimento del Tea Party) Carl Paladino. Ma nelle ultime settimane è tornato sui livelli precedenti, con un vantaggio che oscilla intorno al 20%.
Niente da fare, per il GOP, anche nelle due sfide del Senato. L’incumbent Charles Shumer viaggia con una trentina di punti di distacco dallo sfidante Jay Townsend. E nella special election, Kirsten Gillibrand sembra aver rintuzzato l’attacco di Joe DioGuardi (che dopo le primarie aveva ridotto il distacco entro la singola cifra) per tornare intorno ai 15-20 punti di vantaggio.
Lo scenario cambia radicalmente alla Camera, dove attualmente i democratici controllano 26 seggi contro i 2 dei repubblicani (uno è vacante). Il GOP non dovrebbe avere difficoltà a conservare il 3° e il 26° distretto, mentre è decisamente all’attacco in almeno otto distretti. In quattro di questi distretti (19°, 23°, 24° e 29°) i repubblicani sono addirittura favoriti per la vittoria, mentre negli altri (1°, 13°, 20° e 25°), ancora incertissimi, tutto dipenderà dall’intensità della red wave. Certo che passare dall’attuale 26-2 a un ipotetico 18-10 sarebbe uno sconvolgimento epocale per le dinamiche politiche dell’Empire State.
Sogno proibito dei repubblicani in tutte le presidenziali del dopo-Clinton, da decenni il New Jersey sembra a lungo competitivo durante la campagna elettorale, per poi deludere sistematicamente il GOP all’apertura delle urne. Una clamorosa eccezione a questa regola non scritta della storia politica recente degli Stati Uniti è stata la performance di Chris Christie nella corsa alla poltrona di governatore che si è svolta nel novembre del 2009, in cui il candidato repubblicano ha clamorosamente battuto l’incumbent democratico Jon Corzine.
Nel 2010, con il governatore ormai assegnato al GOP e nessuna corsa prevista al Senato, tutta l’attenzione si è spostata sulla Camera. A differenza che in altri stati, però, soltanto uno dei tredici distretti in gioco sembra poter dare vita a una vera competizione. Si tratta del 3° distretto, in cui il democratico uscente, John Adler, ha un vantaggio estremamente ridotto nei confronti dello sfidante repubblicano Jon Runyan, ex stella del football professionistico americano (ha giocato a Houston, Philadelphia e San Diego). “Big ‘Ol” Runyan sembra, in questo ciclo elettorale, l’unica possibilità per il GOP di strappare un pick-up nel Garden State. In caso di cataclisma, però, i democratici potrebbero essere a rischio anche nel 6° e nel 12° distretto.
Dal 1952 alla fine dello scorso secolo, il Delaware è stato uno dei cosiddetti bellwether states, in cui ha sempre vinto il candidato poi arrivato alla Casa Bianca. Nelle elezioni presidenziali del 2000 e del 2004, però, scegliendo i candidati democratici sconfitti, il First State (fu il primo dei 13 stati originari a firmare la Costituzione americana) ha perso questa caratteristica per mimetizzarsi sempre di più nel blu scuro degli stati del nord-est.
Nel 2010, a lungo i repubblicani hanno contato di conquistare il seggio del Senato, lasciato libero dal vicepresidente Joe Biden e temporaneamente occupato da Edward E. Kaufman. Il “campione” del GOP era il popolarissimo congressman Mike Castle, che tutti i sondaggi davano per largamente vincente contro l’oscuro county executive di New Castle County, Chris Coon. Alle primarie del 14 settembre, però, il movimento dei Tea Party ci ha messo lo zampino, portando ad una inaspettata vittoria la “dissidente” repubblicana Christine O’Donnell. Per tutta l’estate, il duello tra Castle e O’Donnell ha provocato scintille ed astio in campo conservatore, con i “puristi” e i “pragmatici” a darsela di santa ragione su blog e giornali. I risultato è stato la vittoria della O’Donnell, che avrà pure fatto fuori un repubblicano-troppo-moderato ma ha anche, di fatto, consegnato il seggio a Coons, che è in vantaggio in tutti i sondaggi con un distacco in doppia cifra.
Ad aggiungere danno al danno, la candidatura (fallita) di Castle al Senato ha “liberato” l’unico distretto della Camera, che il repubblicano Glenn Urquhart ha pochissime possibilità di difendere contro l’ex vicegovernatore democratico John C. Carney. Due seggi persi, per il GOP, al prezzo di uno.
Spezzato geo-politicamente in due, con i democratici fortissimi nelle zone urbane di Baltimora, Prince George e Montgomery (oltre che nella periferia orientale di Washington) e i repubblicani dominanti nelle meno popolose contee occidentali e nella Eastern Shore, il Maryland è (almeno in teoria) uno stato del Sud che si comporta elettoralmente come un qualsiasi stato del New England. Questo ha portato a un dominio democratico addirittura precedente alla Guerra Civile, che ha sempre regalato pochissime soddisfazioni al GOP.
Nel 2010, la corsa per il governatore è la rivincita (a ruoli invertiti) di quella del 2006, con l’incumbent democratico, l’ex sindaco di Baltimora, Martin O’Malley, opposto a Robert Ehrich Jr, ex congressman che nel 2002 era riuscito a diventare il primo governatore repubblicano dell’Old Line State dai tempi di Spiro Agnew. Per tutta l’estate, il diffuso sentimento anti-establishment e le difficili condizioni dell’economia hanno portato Ehrlich molto vicino a O’Malley nei sondaggi. Nelle ultime settimane, però, il candidato democratico sembra aver allungato il passo. Non ancora abbastanza, però, per potersi sentire definitivamente al sicuro.
Negli otto distretti della Camera, infine, di cui sette controllati dai democratici, il GOP punta molto forte sul 1° (proprio quello che comprende la Eastern Shore), perso per un soffio nel 2006, che – nel clima politico attuale – il candidato repubblicano Andy Harris non dovrebbe avere troppi problemi a strappare al freshman democratico Frank Kratovil.

La memoria non può non andare verso altre elezioni storiche che hanno cambiato – a volte per decenni –le dinamiche del sistema politico statunitense. Il paragone più frequente individuato dagli analisti è quello con il 1994, anno in cui il GOP di Newt Gingrich e del “Contract with America” strappò ai democratici 54 seggi alla Camera e 8 al Senato, conquistando per la prima volta dal 1954 il controllo totale del Congresso. Ma ci sono esempi anche più inquietanti, per il partito di Barack Obama, Nancy Pelosi e Harry Reid. Con un presidente eletto trionfalmente due anni prima (come oggi) e un Congresso reduce da una decisa svolta legislativa a sinistra (come oggi), nel 1938 il partito democratico di Franklin D. Roosevelt perse la bellezza di 72 seggi alla Camera e 6 al Senato. O le elezioni del 1946, con 55 seggi conquistati dal GOP alla Camera e addirittura 12 al Senato, in quello che tutti consideravano un referendum su Harry Truman. A ruoli invertiti (e con una magnitudo più contenuta), anche i 31 seggi conquistati alla Camera dai democratici nel 2006, insieme a 6 senatori, rappresentano un esempio minaccioso della forte tendenza dell’elettorato americano a “punire” il partito del presidente nelle elezioni di mid-term.

Secondo il modello statistico creato da Nate Silver di Fivethirtyeight.com (recentemente approdato al New York Times), che si è dimostrato molto preciso negli ultimi cicli elettorali, il GOP dovrebbe riuscire a conquistare il controllo della Camera, passando da 178 a 226 seggi (+48), sfiorando la maggioranza al Senato (+7/8 seggi rispetto ai 41 attuali) e strappando 6 governatori ai democratici (da 24-26 a 30-20). Per RealClearPolitics, che da anni elabora le medie di tutti i sondaggi nazionali e locali, i repubblicani sono favoriti in 211 distretti della Camera. Al GOP, insomma, basterebbe vincere in 7 dei 36 distretti ancora incerti per conquistare il controllo della Camera. E la storia ci insegna che in genere i distretti toss-up si muovono massicciamente verso il partito “vincente”, soprattutto in quelle che sono considerate wave elections. Al Senato RCP vede un 50-50 frutto di 9 pick-up repubblicani, a cui va aggiunto un +7 tra i governatori che porterebbe il totale a 31-19. Numeri simili a quelli di Scott Elliot, il mitico “blogging Caesar” di Election Projection, che pronostica un +49 alla Camera, un +9 al Senato e un +7 tra i governatori.
Con nuvole tanto minacciose all’orizzonte, ci accingiamo a partire per un viaggio dettagliato – stato per stato – tra le sfide più interessanti che stanno caratterizzando questo turbolento ciclo elettorale. Partiremo dalle roccaforti democratiche del Nordest (Maine, New Hampshire, Vermont, Massachusetts, Rhode Island, Connecticut, New York, New Jersey, Delaware e Maryland) per poi dirigerci decisamente verso il Sud e la Bible Belt (West Virginia, Virginia, Kentucky, Tennessee, North e South Carolina, Georgia, Florida, Alabama, Mississippi, Louisiana, Arkansas, Oklahoma e Texas). Il Lone Star State sarà la nostra porta verso il West gli stati del Pacifico (New Mexico, Colorado, Wyoming, Utah, Arizona, Nevada, California, Hawaii, Oregon, Washington, Alaska, Idaho e Montana). Dall’estremo nord, infine, ci sposteremo nuovamente verso l’Atlantico, attraversando le regioni del Midwest, dove si stanno combattendo alcune delle battaglie elettorali più appassionanti (North e South Dakota, Nebraska, Kansas, Missouri, Iowa, Minnesota, Wisconsin, Illinois, Indiana, Ohio e Pennsylvania). Arrivati ai confini della linea Mason-Dixon, che un tempo separava gli yankee dai confederati, potremo forse avere le idee più chiare sull’esito di queste elezioni di mid-term. Per capire se il vento che da qualche mese soffia verso Capitol Hill è soltanto una brezza di stagione o sta per trasformarsi in un tornado. Ma è tempo di partire.
PRIMA PUNTATA: IL NORDEST
Maine 2008: Obama +17% Gov: Baldacci (D) – open Cam: GOP 0 DEM 2 |
Bastione repubblicano fino agli anni Ottanta (tra il 1916 e il 1988 ha scelto soltanto due volte un candidato democratico alle elezioni presidenziali), negli ultimi decenni il Maine ha svoltato decisamente a sinistra, pur mantenendo quello spirito “indipendente” che ha sempre caratterizzato la sua storia politica recente.
Nel 2010, il Pine Tree State non mette in gioco i suoi due seggi al Senato (saldamente nelle mani di due Rino Ladies, republicans in name only, come Olimpia Snowe e Susan Collins), ma la contesa più interessante riguarda la poltrona di governatore lasciata vacante dal democratico John Baldacci. Il candidato repubblicano è Paul LePage, ex sindaco di Waterville, nettamente spostato a destra sia in campo sociale che economico. Dall’altra parte c’è Libby Mitchell, presidente del Senato statale, che spera di diventare la prima donna-governatore nella storia del Maine. In due sondaggi su tre, tra quelli effettuati nelle ultime settimane, LePage ha un vantaggio che sfiora i 20 punti percentuali. Ed è visto dagli analisti come il favorito, soprattutto perché – almeno finora – i temi fiscali hanno dominato la campagna elettorale. In uno stato con una forte inclinazione liberal, sarà comunque dura per lui mantenere la testa fino a novembre.
Alla Camera, invece, i due incumbent democratici (Chellie Pingree e Mike Michaud) non dovrebbero avere troppi problemi nel difendere i propri seggi dall’attacco degli sfidanti repubblicani (Dean Scontras e Jason Levesque), rispettivamente nel 1° e 2° distretto dello stato.
New Hampshire 2008: Obama +9% Gov: Lynch (D) Sen: Gregg (R) - open Cam: GOP 0 DEM 2 |
Unico residuo purple nell’oceano blu del New England, il Granite State (in cui, secondo alcuni storici, è nato il partito repubblicano) è stato una roccaforte del GOP fino all’era Clinton, votando per soli tre candidati democratici in tutta la sua storia (Wilson, Roosevelt e Johnson) e dimostrando di preferire nettamente l’approccio individualista all’economia del partito dell’elefante. Con un motto come “Live free or die”, però, negli ultimi decenni il New Hampshire ha dimostrato di gradire sempre meno il conservatorismo sociale di un GOP che parlava con uno spiccato accento del Sud. E ha eletto sempre più frequentemente candidati democratici, ad ogni livello.
Nel 2010, oltre alla corsa per il governatore (in cui lo sfidante repubblicano John Stephen non sembra poter impensierire l’incumbent democratico John Lynch), è in ballo il seggio del Senato lasciato libero dal repubblicano Judd Gregg, scelto nel 2009 da Obama come proprio secretary of commerce e quasi subito fuggito a gambe levate dall’amministrazione. Di fronte si trovano l’ex congressman del 2° distretto, il democratico Paul Hodes, e l’attorney general repubblicana Kelly Ayotte (una delle “mama grizzlies” di Sarah Palin). Per ora Ayotte sembra la favorita, con un vantaggio nei sondaggi che oscilla intorno al 9-10%.
Con l’indice di popolarità di Obama che nel Granite State è particolarmente basso, il GOP intravede anche la possibilità di conquistare entrambi i seggi della Camera, attualmente in mano ai democratici. Nel 1° distretto, gli analisti vedono nettamente favorito l’ex sindaco di Manchester, Frank Guinta, nei confronti di Carol Shea-Porter. Nel 2° la battaglia sarà più difficile, ma il repubblicano moderato Charlie Bass (l’ex congressman sconfitto proprio da Hodes nel 2006) ha ottime chance di vittoria contro la democratica Ann Kuster.
Vermont 2008: Obama +37% Gov: Douglas (R) - open Sen: Leahy (D) Cam: GOP 0 DEM 1 |
Fino agli anni Novanta, in tutta la storia degli Stati Uniti soltanto Lyndon Johnson, nella vittoria landslide contro Barry Goldwater nel 1964, era riuscito a portare il Vermont nella casella democratica delle elezioni presidenziali. A cavallo tra il 19° il 20° secolo, il GOP dominava a tal punto la politica del Green Mountain State che i suoi candidati peggiori non scendevano mai sotto il 70% dei voti. E soltanto qui (oltre che in Maine), Franklin D. Roosevelt ha perso tutte e quattro le volte che ha corso per la Casa Bianca. Prendete questo scenario, ribaltatelo, e avrete una fotografia del Vermont di oggi, totalmente controllato dal partito democratico e capace di eleggere al Senato l’unico candidato “socialdemocratico” del Congresso, l’indipendente Bernie Sanders.
In questo ambiente particolarmente ostile, i repubblicani non hanno alcuna chance di essere competitivi nell’unico distretto della Camera (l’incumbent Peter Welch viaggia con 35-40 punti percentuali di vantaggio sullo sfidante Paul Beaudry) o nella corsa per il Senato (in cui soltanto una catastrofe di proporzioni epiche potrebbe permettere al repubblicano Len Britton di insidiare Patrick J. Leahy, “padrone” del seggio dal 1974).
In più, il GOP rischia di perdere anche la poltrona di governatore, lasciata vacante da Jim Douglas dopo otto anni. Il suo vice, Brian Dubie, avrebbe avuto ottime possibilità di farcela contro Douglas A. Racine (giù sconfitto da Douglas nel 2002), ma a vincere le primarie democratiche – con un distacco di appena 182 voti, dopo un contestatissimo recount – è stato a sorpresa Peter Shumlin, il presidente del Senato statale, che si è subito dimostrato più competitivo di Racine nei sondaggi. Al momento, viste le forti inclinazioni politiche del Vermont, Shumlin deve essere considerato il (leggero) favorito.
Massachusetts 2008: Obama +26% Gov: Patrick (D) Cam: GOP 0 DEM 10 |
Nato come stato repubblicano, il Massachusetts si è lentamente – ma inesorabilmente – spostato a sinistra nel corso della sua storia. Gli aristocratici yankee che avevano dominato la politica del Bay State furono spazzati via da Boston alla fine dell’800 (soprattutto a causa della fortissima immigrazione irlandese), per poi scomparire progressivamente dagli anni Trenta in avanti ed estinguersi definitivamente negli anni Sessanta. Poi, dopo la morte di Ted Kennedy, è arrivato il terremoto. Nelle special elections di questo gennaio, infatti, il semi-sconosciuto candidato repubblicano Scott Brown ha conquistato Camelot, spiazzando una distratta Marta Coakley, convinta di avere la vittoria in tasca. Brown, oltre al seggio della dinastia Kennedy, ha strappato a Obama il 60° voto al Senato, complicando l’iter della sua riforma sanitaria e certificando lo stato di estrema difficoltà in cui versa il partito democratico in questo ciclo elettorale.
Vista la vittoria di Brown, il governatore uscente Deval Patrick (il primo afro-americano a Beacon Hill) è stato a lungo considerato vulnerabile. Anche perché, nonostante il dominio dell’asinello a livello federale e locale, il GOP ha vinto quattro sfide per il governatore nelle ultime cinque elezioni, soccombendo soltanto all’onda blu del 2006. Le chance di rielezione di Patrick, però, sono aumentate con la discesa in campo di un candidato indipendente, il Tesoriere dello stato Tim Cahill. Con la presenza di Cahill a dividere il voto anti-Patrick, il candidato repubblicano Charlie Baker ha iniziato a vedere incrinarsi la speranza di poter ripetere l’exploit di Brown. Almeno fino a qualche settimana fa, quando la campagna di Cahill ha iniziato a sfaldarsi (e sono iniziate a circolare strane voci su una “benedizione” ricevuta da Patrick per la sua candidatura di disturbo). Negli ultimi giorni, insomma, Baker sembra aver ripreso quota e la corsa è tornata incertissima.
Se i repubblicani hanno conquistato un seggio al Senato e sperano di riprendersi la poltrona di governatore, alla Camera invece la People’s Republic of Massachusetts sembra orientata a riconfermare tutti i suoi democratici incumbent. Con l’unica, interessante eccezione del 10° distretto, nella parte più orientale dello stato, in cui il seggio lasciato vacante da Bill Delahunt dopo sette mandati è difeso da Bill Keating, district attorney di Norfolk County, di fronte allo sfidante repubblicano Jeff Perry, ex sergente della polizia che sta conducendo una campagna molto aggressiva. Dalle parti di Cape Cod, a gennaio, Scott Brown ha dilagato. Potrebbe essere un buon segno per il GOP.
Rhode Island 2008: Obama +25% Gov: Carcieri (R) – open Cam: GOP 0 DEM 2 |
Il Rhode Island è il più piccolo stato dell’Unione per estensione territoriale. Ed è forse quello colorato del blu più scuro. Il dominio democratico è iniziato quasi all’improvviso nel 1935 con una “bloodless revolution” che ha decapitato la macchina elettorale repubblicana dalla sera alla mattina. Da quegli anni, il GOP è riuscito qualche volta a controllare il Senato statale (negli anni Cinquanta), ma tutto il resto è rimasto sempre saldamente in mano al partito democratico.
L’unica eccezione è sempre stata la corsa a governatore, in cui i candidati repubblicani riescono spesso ad imporsi presentandosi contro la democratic machine con una piattaforma “riformista”. Dopo aver controllato la poltrona di governatore negli ultimi 16 anni senza troppi risultati, però, questa reform platform non sembra più troppo convincente per gli abitanti dell’Ocean State. Scartato il debole candidato repubblicano, John Robitaille, la strada per i democratici non è però affatto in discesa. Contro il treasure secretary Frank Caprio, infatti, si presenta come indipendente l’ex senatore rino Lincoln Chafee, ex repubblicano in rotta con un GOP “troppo estremista” (cacciato da Washington nel 2006), che secondo i sondaggi ha discrete chance di vincere questa strana corsa a tre. Sarebbe un modo, per i Rhode Islanders, di porre un freno al dominio democratico nello stato senza essere costretti ad eleggere un odiatissimo repubblicano.
Passeggiata di salute per l’asinello, invece, nei due distretti della Camera, in cui gli sfidanti repubblicani John Loughlin e Jim Langevin hanno pochissime possibilità di insidiare i democratici David Cicilline (che difende il seggio lasciato vacante da Patrick J. Kennedy) e Jim Langevin (incumbent).
Connecticut 2008: Obama +23% Gov: Rell (R) - open Sen: Dodd (D) - open Cam: GOP 0 DEM 5 |
Patria di Prescott Bush (padre di George H.W. e nonno di George W.) e della polemista conservatrice Ann Coulter, il Connecticut è ormai uno stato blu come pochi altri, anche se il numero degli iscritti ai registri elettorali sotto l’etichetta “indipendente” resta superiore a quello dei due partiti maggiori, come ha dimostrato l’elezione di Joseph Lieberman al Senato nel 2008 (dopo la sconfitta alle primarie democratiche).
Nel 2010, con il ritiro da governatore della repubblicana moderata Mary J. Rell, il GOP rischia seriamente di perdere la poltrona di governatore che, dal 1990, è l’unica carica importante che controlla nel Constitution State. Il favorito è il sindaco democratico di Stamford, Dan Malloy, ma il repubblicano Tom Foley, ex ambasciatore in Irlanda, nelle ultime settimane sta lentamente recuperando nei sondaggi. E la corsa è a un passo dal diventare un toss-up.
Più agevole, per i democratici, la difesa del seggio senatoriale lasciato “aperto” da Chris Dodd (ultimo esponente di una potente dinastia politica locale). Con Dodd a tentare la rielezione, il GOP avrebbe avuto buone possibilità di compiere un clamoroso pick-up. Ma, purtroppo per i repubblicani, Dodd si è fatto da parte dopo una serie cospicua di accuse di corruzione. E l’attorney general democratico Richard Blumenthal sembra poter resistere, piuttosto comodamente, all’assalto di uno dei candidati più “coloriti” di questo ciclo elettorale: Linda McMahon, ex presidente della lega professionista di wrestling.
Per quanto riguarda la Camera, dando per scontata la rielezione degli incumbent democratici nei primi tre distretti dello stato, qualche sorpresa potrebbe arrivare dal 4° e dal 5°, dove Jim Himes e Chris Murphy stanno soffrendo più del previsto contro gli sfidanti repubblicani (e chiaramente italo-americani) Dan Debicella e Sam Caligiuri. Se l’onda del GOP fosse abbastanza alta, la parte più occidentale del Connecticut potrebbe essere una delle vittime più clamorose dell’alluvione.
New York 2008: Obama +25% Gov: Paterson (D) – open Sen: Shumer (D) – Gillibrand (D) Cam: GOP 2 DEM 26 |
Swing-state puro nei primi anni della storia politica americana (dal 1866 al 1896 nessun candidato ha avuto un vantaggio superiore al 5% nei confronti dell'avversario), agli inizi del '900 lo stato di New York ha conosciuto un lungo dominio repubblicano (interrotto solo da Wilson nel 1916) fino all'era-Roosevelt. Dopo aver attraversato con entusiasmo decrescente le presidenze di FDR, l'Empire State è tornato a votare per il GOP dal 1948 al 1956; per poi tornare all'ovile democratico dal 1960 al 1968. Nixon e Carter sono stati il preludio agli ultimi due successi repubblicani nello stato, grazie a Reagan. Ma ormai New York stava scivolando sempre di più in casa democratica, come avrebbero dimostrato Dukakis, Clinton, Gore, Kerry e Obama con le vittorie democratiche sempre più larghe degli ultimi vent’anni.
Senza storia, nel 2010, la corsa per il posto di governatore lasciato libero da David A. Paterson: l’attorney general Andrew Cuomo è sembrato leggermente in difficoltà verso metà settembre contro il repubblicano (e prediletto dal movimento del Tea Party) Carl Paladino. Ma nelle ultime settimane è tornato sui livelli precedenti, con un vantaggio che oscilla intorno al 20%.
Niente da fare, per il GOP, anche nelle due sfide del Senato. L’incumbent Charles Shumer viaggia con una trentina di punti di distacco dallo sfidante Jay Townsend. E nella special election, Kirsten Gillibrand sembra aver rintuzzato l’attacco di Joe DioGuardi (che dopo le primarie aveva ridotto il distacco entro la singola cifra) per tornare intorno ai 15-20 punti di vantaggio.
Lo scenario cambia radicalmente alla Camera, dove attualmente i democratici controllano 26 seggi contro i 2 dei repubblicani (uno è vacante). Il GOP non dovrebbe avere difficoltà a conservare il 3° e il 26° distretto, mentre è decisamente all’attacco in almeno otto distretti. In quattro di questi distretti (19°, 23°, 24° e 29°) i repubblicani sono addirittura favoriti per la vittoria, mentre negli altri (1°, 13°, 20° e 25°), ancora incertissimi, tutto dipenderà dall’intensità della red wave. Certo che passare dall’attuale 26-2 a un ipotetico 18-10 sarebbe uno sconvolgimento epocale per le dinamiche politiche dell’Empire State.
New Jersey 2008: Obama +15% Cam: GOP 5 DEM 8 |
Sogno proibito dei repubblicani in tutte le presidenziali del dopo-Clinton, da decenni il New Jersey sembra a lungo competitivo durante la campagna elettorale, per poi deludere sistematicamente il GOP all’apertura delle urne. Una clamorosa eccezione a questa regola non scritta della storia politica recente degli Stati Uniti è stata la performance di Chris Christie nella corsa alla poltrona di governatore che si è svolta nel novembre del 2009, in cui il candidato repubblicano ha clamorosamente battuto l’incumbent democratico Jon Corzine.
Nel 2010, con il governatore ormai assegnato al GOP e nessuna corsa prevista al Senato, tutta l’attenzione si è spostata sulla Camera. A differenza che in altri stati, però, soltanto uno dei tredici distretti in gioco sembra poter dare vita a una vera competizione. Si tratta del 3° distretto, in cui il democratico uscente, John Adler, ha un vantaggio estremamente ridotto nei confronti dello sfidante repubblicano Jon Runyan, ex stella del football professionistico americano (ha giocato a Houston, Philadelphia e San Diego). “Big ‘Ol” Runyan sembra, in questo ciclo elettorale, l’unica possibilità per il GOP di strappare un pick-up nel Garden State. In caso di cataclisma, però, i democratici potrebbero essere a rischio anche nel 6° e nel 12° distretto.
Delaware 2008: Obama +25% Sen: Kaufman (D) – open Cam: GOP 1 DEM 0 |
Dal 1952 alla fine dello scorso secolo, il Delaware è stato uno dei cosiddetti bellwether states, in cui ha sempre vinto il candidato poi arrivato alla Casa Bianca. Nelle elezioni presidenziali del 2000 e del 2004, però, scegliendo i candidati democratici sconfitti, il First State (fu il primo dei 13 stati originari a firmare la Costituzione americana) ha perso questa caratteristica per mimetizzarsi sempre di più nel blu scuro degli stati del nord-est.
Nel 2010, a lungo i repubblicani hanno contato di conquistare il seggio del Senato, lasciato libero dal vicepresidente Joe Biden e temporaneamente occupato da Edward E. Kaufman. Il “campione” del GOP era il popolarissimo congressman Mike Castle, che tutti i sondaggi davano per largamente vincente contro l’oscuro county executive di New Castle County, Chris Coon. Alle primarie del 14 settembre, però, il movimento dei Tea Party ci ha messo lo zampino, portando ad una inaspettata vittoria la “dissidente” repubblicana Christine O’Donnell. Per tutta l’estate, il duello tra Castle e O’Donnell ha provocato scintille ed astio in campo conservatore, con i “puristi” e i “pragmatici” a darsela di santa ragione su blog e giornali. I risultato è stato la vittoria della O’Donnell, che avrà pure fatto fuori un repubblicano-troppo-moderato ma ha anche, di fatto, consegnato il seggio a Coons, che è in vantaggio in tutti i sondaggi con un distacco in doppia cifra.
Ad aggiungere danno al danno, la candidatura (fallita) di Castle al Senato ha “liberato” l’unico distretto della Camera, che il repubblicano Glenn Urquhart ha pochissime possibilità di difendere contro l’ex vicegovernatore democratico John C. Carney. Due seggi persi, per il GOP, al prezzo di uno.
Maryland 2008: Obama +25% Gov: O’Malley (D) Sen: Mikulski (D) Cam: GOP 1 DEM 7 |
Spezzato geo-politicamente in due, con i democratici fortissimi nelle zone urbane di Baltimora, Prince George e Montgomery (oltre che nella periferia orientale di Washington) e i repubblicani dominanti nelle meno popolose contee occidentali e nella Eastern Shore, il Maryland è (almeno in teoria) uno stato del Sud che si comporta elettoralmente come un qualsiasi stato del New England. Questo ha portato a un dominio democratico addirittura precedente alla Guerra Civile, che ha sempre regalato pochissime soddisfazioni al GOP.
Nel 2010, la corsa per il governatore è la rivincita (a ruoli invertiti) di quella del 2006, con l’incumbent democratico, l’ex sindaco di Baltimora, Martin O’Malley, opposto a Robert Ehrich Jr, ex congressman che nel 2002 era riuscito a diventare il primo governatore repubblicano dell’Old Line State dai tempi di Spiro Agnew. Per tutta l’estate, il diffuso sentimento anti-establishment e le difficili condizioni dell’economia hanno portato Ehrlich molto vicino a O’Malley nei sondaggi. Nelle ultime settimane, però, il candidato democratico sembra aver allungato il passo. Non ancora abbastanza, però, per potersi sentire definitivamente al sicuro.
Negli otto distretti della Camera, infine, di cui sette controllati dai democratici, il GOP punta molto forte sul 1° (proprio quello che comprende la Eastern Shore), perso per un soffio nel 2006, che – nel clima politico attuale – il candidato repubblicano Andy Harris non dovrebbe avere troppi problemi a strappare al freshman democratico Frank Kratovil.
1/continua
© - FOGLIO QUOTIDIANO
venerdì 8 ottobre 2010
Usa 2010 - Round-Up 8 Ottobre
• Il tasso di disoccupazione Usa resta inchiodato al 9.6% (95mila posti di lavoro in fumo: peggio delle previsioni). Con l'ultimo sondaggio CBS News, invece, il distacco dei democratici dal GOP nel generic congressional ballot sale al 5.7%.
• Da qualche giorno il trend negativo di Dino Rossi (R) nella corsa al seggio senatoriale di Washinton State sembra essersi invertito. Nell'ultimo sondaggio Rasmussen, Rossi conduce di 3 punti percentuali su Patty Murray (49-46). Adesso, nella media RCP, la Murray è davanti soltanto dello 0.5%. Lo stato, insieme a Nevada e Illinois, è uno dei tre toss-up di Pollster.com. E i repubblicani devono vincerli tutti e tre se vogliono arrivare a quota 51 al Senato.
• In un sondaggio (indipendente) effettuato da Rossman/Team TelCom per il 15° distretto del Michigan (MI-15), il dean democratico della Camera - John Dingell - è sotto di quattro punti percentuali nei confronti dello sfidante repubblicano Rob Steele (44-40). L'unico altro sondaggio disponibile per questo distretto, in cui Nate Silver assegna il 100% di probabilità di vittoria ai democratici, risale alla metà di settembre (Detroit News) e vede Dingell in vantaggio di 19 punti (30-49).
• Secondo il modello di previsione elaborato da Nate Silver per Fivethirtyeight, il GOP ha attualmente il 24% di probabilità di controllare il Senato dopo le elezioni di mid-term, contro il 22% della scorsa settimana e il 15% di quella precedente.
• In una delle più patetiche dichiarazioni rilasciate in tutta la campagna elettorale, David Plouffe tenta (senza troppo riuscirci) il trucco più vecchio della preistoria politica. So much for the change...
• Memo per tutti quelli convinti che la politica italiana sia “sporca” e che... «certe cose in America non succederebbero mai». Re-think about it. Commenti su Breitbart.tv, Politics Daily, GayPatriot, Ben Smith's Blog, Theblogprof, Big Journalism, Riehl World View, MyFox DC, Calbuzz, Liberty Pundits Blog, The Page, Left Coast Rebel, POWIP, Sara in italy, HotAirPundit
• Si moltiplicano le voci su un possibile ritiro del democratico Kendrick Meek dalla corsa per il Senato in Florida, per favorire la candidatura “indipendente” di Charlie Crist contro il repubblicano Mark Rubio. È un segno palese del panico che serpeggia a Obamalandia. Al momento, nella media RCP, Rubio è a +10.5% su Crist e a +22.2% su Meek. Commenti: Wall Street Journal, Hot Air, The Reid Report, JustOneMinute, YID With LID, Post on Politics, Saint Petersblog, Sun-Sentinel e George's Bottom Line
[updating...]
• Da qualche giorno il trend negativo di Dino Rossi (R) nella corsa al seggio senatoriale di Washinton State sembra essersi invertito. Nell'ultimo sondaggio Rasmussen, Rossi conduce di 3 punti percentuali su Patty Murray (49-46). Adesso, nella media RCP, la Murray è davanti soltanto dello 0.5%. Lo stato, insieme a Nevada e Illinois, è uno dei tre toss-up di Pollster.com. E i repubblicani devono vincerli tutti e tre se vogliono arrivare a quota 51 al Senato.
• In un sondaggio (indipendente) effettuato da Rossman/Team TelCom per il 15° distretto del Michigan (MI-15), il dean democratico della Camera - John Dingell - è sotto di quattro punti percentuali nei confronti dello sfidante repubblicano Rob Steele (44-40). L'unico altro sondaggio disponibile per questo distretto, in cui Nate Silver assegna il 100% di probabilità di vittoria ai democratici, risale alla metà di settembre (Detroit News) e vede Dingell in vantaggio di 19 punti (30-49).
• Secondo il modello di previsione elaborato da Nate Silver per Fivethirtyeight, il GOP ha attualmente il 24% di probabilità di controllare il Senato dopo le elezioni di mid-term, contro il 22% della scorsa settimana e il 15% di quella precedente.
• In una delle più patetiche dichiarazioni rilasciate in tutta la campagna elettorale, David Plouffe tenta (senza troppo riuscirci) il trucco più vecchio della preistoria politica. So much for the change...
• Memo per tutti quelli convinti che la politica italiana sia “sporca” e che... «certe cose in America non succederebbero mai». Re-think about it. Commenti su Breitbart.tv, Politics Daily, GayPatriot, Ben Smith's Blog, Theblogprof, Big Journalism, Riehl World View, MyFox DC, Calbuzz, Liberty Pundits Blog, The Page, Left Coast Rebel, POWIP, Sara in italy, HotAirPundit
• Si moltiplicano le voci su un possibile ritiro del democratico Kendrick Meek dalla corsa per il Senato in Florida, per favorire la candidatura “indipendente” di Charlie Crist contro il repubblicano Mark Rubio. È un segno palese del panico che serpeggia a Obamalandia. Al momento, nella media RCP, Rubio è a +10.5% su Crist e a +22.2% su Meek. Commenti: Wall Street Journal, Hot Air, The Reid Report, JustOneMinute, YID With LID, Post on Politics, Saint Petersblog, Sun-Sentinel e George's Bottom Line
[updating...]
giovedì 7 ottobre 2010
Usa 2010 - Round-Up 7 Ottobre
• Sharron Angle ha 4 punti percentuali di vantaggio su Harry Reid nell'ultimo sondaggio Rasmussen per il seggio senatoriale del Nevada. Per la prima volta da metà luglio, la candidata dei Tea Party sorpassa il leader della maggioranza democratica al Senato nella media RCP (43.8-43.5).
• In una serie di sondaggi effettuati da ANGA per The Hill su 12 corse cruciali per il controllo della Camera (AZ-1, IL-11, MD-1, NM-2, OH-15, OH-16, VA-2, VA-5, CO-4, MI-7, NV-3, PA-3), per 11 volte lo sfidante repubblicano è in vantaggio sul freshman democratico. Soltanto nel 7° distretto del Michigan, Mark Schauer riesce a costringere alla parità il candidato del GOP, Tim Walberg (che però nella media RCP ha oltre 5 punti percentuali di vantaggio).
• John Raese raggiunge quota 50% nell'ultimo sondaggio Rasmussen sulla special election per il Senato in West Virginia e adesso conduce di 6 punti (50-44) contro il popolare ex governatore democratico Joe Manchin. Secondo lo stesso istituto di ricerca, alla fine di luglio, Manchin aveva 16 punti di vantaggio nei confronti di Raese (35-51).
• Mark Blumenthal, su Pollster.com, spiega come gli istituti di ricerca definiscono e scelgono i loro “filtri” per i likely voters.
• E se per scoprire chi controllerà il prossimo Congresso si dovesse aspettare oltre il 2 novembre?
[updating...]
• In una serie di sondaggi effettuati da ANGA per The Hill su 12 corse cruciali per il controllo della Camera (AZ-1, IL-11, MD-1, NM-2, OH-15, OH-16, VA-2, VA-5, CO-4, MI-7, NV-3, PA-3), per 11 volte lo sfidante repubblicano è in vantaggio sul freshman democratico. Soltanto nel 7° distretto del Michigan, Mark Schauer riesce a costringere alla parità il candidato del GOP, Tim Walberg (che però nella media RCP ha oltre 5 punti percentuali di vantaggio).
• John Raese raggiunge quota 50% nell'ultimo sondaggio Rasmussen sulla special election per il Senato in West Virginia e adesso conduce di 6 punti (50-44) contro il popolare ex governatore democratico Joe Manchin. Secondo lo stesso istituto di ricerca, alla fine di luglio, Manchin aveva 16 punti di vantaggio nei confronti di Raese (35-51).
• Mark Blumenthal, su Pollster.com, spiega come gli istituti di ricerca definiscono e scelgono i loro “filtri” per i likely voters.
• E se per scoprire chi controllerà il prossimo Congresso si dovesse aspettare oltre il 2 novembre?
[updating...]
martedì 5 ottobre 2010
Usa 2010 - Round-Up 5 Ottobre
• Sotto il blando titolo “GOP Well Positioned Among Likely Midterm Voters”, l'ultimo sondaggio di Gallup sul generic ballot nasconde numeri da incubo per il partito democratico. I repubblicani sono davanti “solo” di 3 punti percentuali tra i registered voters (46-43), ma schizzano a +13% (53-40) tra i likely voters in uno scenario di alta affluenza alle urne e addirittura a +18% (56-38) con un lower turnout. Commenti su FiveThirtyEight, Weekly Standard, The Politico, The Hill, Hugh Hewitt, Politics Daily, RedState, The Atlantic, Hot Air, National Review e American Spectator
• Notizie (leggermente) migliori per i democratici arrivano dagli ultimi sondaggi di ABC/Washington Post e Rasmussen Reports. Michael Barone, sul Washington Examiner, analizza le differenze tra i numeri di Gallup e quelli di Rasmussen.
• Come conservare il proprio seggio alle elezioni di mid-term? Don’t mention that you’re a Democrat.
• James O’Keefe risponde alla CNN. Jim Hoft, su Gateway Pundit, è soddisfatto dalle sue spiegazioni. Ma secondo Kenneth P. Vogel, su The Politico, molti «powerful conservatives» lo stanno abbandonando.
• Dopo Nate Silver al New York Times e Jay Cost al Weekly Standard, Pollster.com (di Mark Blumenthal) sbarca su The Huffington Post.
• I guai, per i democratici, cominciano dal mid-west.
• Obi Wan, la fonte misteriosa di Jim Gerathy su The Campaign Spot, ci regala qualche «osservazione veloce» su California e Kentucky.
• Il vero rischio per i repubblicani alle elezioni di mid-term? Secondo Dick Morris si chiama «under confidence».
• Sventagliata di sondaggi pubblicata da Fox News (l'istituto di ricerca è Pulse Opinion Research, uno spin off di Rasmussen) su tre seggi democratici al Senato che fino a qualche mese fa sembravano inattaccabili (Nevada, West Virginia, Connecticut) e su due seggi repubblicani che sembravano a rischio (Missouri, Ohio). Ebbene, secondo POR i democratici resistono soltanto in Connecticut, con il +10% di Blumenthal sulla McMahon, mentre per il momento soccombono in Nevada (Angle +3%), West Virginia (Raese +5%), Missouri (Blunt +8%) e Ohio (Portman +16%).
• Notizie (leggermente) migliori per i democratici arrivano dagli ultimi sondaggi di ABC/Washington Post e Rasmussen Reports. Michael Barone, sul Washington Examiner, analizza le differenze tra i numeri di Gallup e quelli di Rasmussen.
• Come conservare il proprio seggio alle elezioni di mid-term? Don’t mention that you’re a Democrat.
• James O’Keefe risponde alla CNN. Jim Hoft, su Gateway Pundit, è soddisfatto dalle sue spiegazioni. Ma secondo Kenneth P. Vogel, su The Politico, molti «powerful conservatives» lo stanno abbandonando.
• Dopo Nate Silver al New York Times e Jay Cost al Weekly Standard, Pollster.com (di Mark Blumenthal) sbarca su The Huffington Post.
• I guai, per i democratici, cominciano dal mid-west.
• Obi Wan, la fonte misteriosa di Jim Gerathy su The Campaign Spot, ci regala qualche «osservazione veloce» su California e Kentucky.
• Il vero rischio per i repubblicani alle elezioni di mid-term? Secondo Dick Morris si chiama «under confidence».
• Sventagliata di sondaggi pubblicata da Fox News (l'istituto di ricerca è Pulse Opinion Research, uno spin off di Rasmussen) su tre seggi democratici al Senato che fino a qualche mese fa sembravano inattaccabili (Nevada, West Virginia, Connecticut) e su due seggi repubblicani che sembravano a rischio (Missouri, Ohio). Ebbene, secondo POR i democratici resistono soltanto in Connecticut, con il +10% di Blumenthal sulla McMahon, mentre per il momento soccombono in Nevada (Angle +3%), West Virginia (Raese +5%), Missouri (Blunt +8%) e Ohio (Portman +16%).
martedì 28 settembre 2010
Fifty States Strategy
Buone notizie - per il Senato - da Wisconsin e (addirittura) West Virginia. Mentre Dino Rossi risale leggermente a Washington State e Linda McMahon, in Connecticut (!), recupera in due settimane il 4% per Rasmussen e il 3% per Quinnipiac (ora, secondo la media RCP è a -4% da Blumenthal).
lunedì 27 settembre 2010
sabato 25 settembre 2010
giovedì 23 settembre 2010
martedì 21 settembre 2010
Ugly Nations
Il dubbio, ormai, è diventato un semplice esercizio accademico: l’Onu è soltanto inutile o, con il passare degli anni, è diventata addirittura dannosa? L’ultima sfilata dei leader mondiali al Palazzo di Vetro, per certificare lo stato dell’arte (traduzione: il fallimento) degli Obiettivi del Millennio non ci aiuta a dirimere la questione. La sede delle Nazioni Unite sembra ormai essersi trasformata in una versione, mediaticamente più sofisticata, dello Speakers’ Corner di Hyde Park. Ognuno sale sul palco, dice quello che vuole dire, saluta e se ne va. Con una sola, significativa differenza: nel parco londinese, i dittatori (se riconosciuti) non sono in genere accolti a braccia aperte.
Se però scorriamo brevemente il primo e il secondo articolo dello Statuto delle Nazioni Unite, che ne definiscono «obiettivi e principi», il senso strisciante di pessimismo cresce. «Mantenere la pace e la sicurezza internazionale»? «Promuovere la soluzione pacifica delle controversie»? «Sviluppare le relazioni amichevoli tra le nazioni»? Fallimento su tutta la linea. «Promuovere il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali degli individui»? Niente di più semplice, per un’organizzazione che ha piazzato l’Iran nella Commissione per i diritti delle donne; la Libia nel Consiglio per i diritti umani; Sudan, Cuba, Cina e Pakistan nel Comitato per il controllo delle organizzazioni non governative; Cuba, Egitto e Zimbabwe nella Commissione per lo sviluppo economico e sociale; Angola e Arabia Saudita nella Commissione per lo sviluppo sostenibile. Si tratta di scelte che riescono, contemporaneamente, a tradire lo spirito che ha portato alla creazione di commissioni o comitati e a prolungare la sofferenza delle persone che, in teoria, si volevano proteggere. Ecco allora che il pendolo che oscilla tra inutilità e dannosità inizia inesorabilmente a spostarsi verso quest’ultima. Ma non è finita.
«Promuovere la cooperazione economica e sociale», si legge nello Statuto. Che poi, in concreto, è uno dei motivi per cui - otto anni fa - erano stati approvati gli otto punti degli Obiettivi per il 2015 che spaziano dal «ridurre la mortalità infantile» al «dimezzare il numero delle persone che vive con meno di un dollaro al giorno», passando per la «parità dei sessi» e la «garanzia di un’istruzione primaria universale». Naturalmente, nel gergo Onu e in quello dei regimi che ne controllano di fatto gli organi, l’intero costo dell’operazione dovrebbe ricadere sui Paesi “ricchi”. Lunedì il segretario generale Ban Ki-moon ha detto che dei 145 miliardi di dollari promessi alle Nazioni Unite dal G8 di Gleneagles, in Scozia, mancano ancora 26 miliardi. Il degno successore di Kofi Annan si è dimenticato di ricordare che senza una decisiva espansione delle libertà economiche e dei diritti umani - ancora sconosciuti alla maggior parte dei Paesi membri - il raggiungimento di questi obiettivi (o in generale di quelli previsti dallo Statuto Onu) resta una beffarda utopia.
Le Nazioni Unite, al contrario, sembrano spingere con tutte le loro forze nella direzione opposta. Assecondano la poltica estera e la repressione interna dei dittatori; danno vita a giganteschi sforzi economici basati su truffe mediatiche (global warming, anyone?); inseguono un terzomondismo d’accatto sconfitto dalla storia e dal buon senso. Il pendolo, a questo punto, si ferma di schianto. E il responso è drastico: oggi le Nazioni Unite sono dannose per lo sviluppo dell’umanità. Meglio, molto meglio, tornare a parlare di una Lega delle democrazie.
[domani in edicola su Liberal]
Se però scorriamo brevemente il primo e il secondo articolo dello Statuto delle Nazioni Unite, che ne definiscono «obiettivi e principi», il senso strisciante di pessimismo cresce. «Mantenere la pace e la sicurezza internazionale»? «Promuovere la soluzione pacifica delle controversie»? «Sviluppare le relazioni amichevoli tra le nazioni»? Fallimento su tutta la linea. «Promuovere il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali degli individui»? Niente di più semplice, per un’organizzazione che ha piazzato l’Iran nella Commissione per i diritti delle donne; la Libia nel Consiglio per i diritti umani; Sudan, Cuba, Cina e Pakistan nel Comitato per il controllo delle organizzazioni non governative; Cuba, Egitto e Zimbabwe nella Commissione per lo sviluppo economico e sociale; Angola e Arabia Saudita nella Commissione per lo sviluppo sostenibile. Si tratta di scelte che riescono, contemporaneamente, a tradire lo spirito che ha portato alla creazione di commissioni o comitati e a prolungare la sofferenza delle persone che, in teoria, si volevano proteggere. Ecco allora che il pendolo che oscilla tra inutilità e dannosità inizia inesorabilmente a spostarsi verso quest’ultima. Ma non è finita.
«Promuovere la cooperazione economica e sociale», si legge nello Statuto. Che poi, in concreto, è uno dei motivi per cui - otto anni fa - erano stati approvati gli otto punti degli Obiettivi per il 2015 che spaziano dal «ridurre la mortalità infantile» al «dimezzare il numero delle persone che vive con meno di un dollaro al giorno», passando per la «parità dei sessi» e la «garanzia di un’istruzione primaria universale». Naturalmente, nel gergo Onu e in quello dei regimi che ne controllano di fatto gli organi, l’intero costo dell’operazione dovrebbe ricadere sui Paesi “ricchi”. Lunedì il segretario generale Ban Ki-moon ha detto che dei 145 miliardi di dollari promessi alle Nazioni Unite dal G8 di Gleneagles, in Scozia, mancano ancora 26 miliardi. Il degno successore di Kofi Annan si è dimenticato di ricordare che senza una decisiva espansione delle libertà economiche e dei diritti umani - ancora sconosciuti alla maggior parte dei Paesi membri - il raggiungimento di questi obiettivi (o in generale di quelli previsti dallo Statuto Onu) resta una beffarda utopia.
Le Nazioni Unite, al contrario, sembrano spingere con tutte le loro forze nella direzione opposta. Assecondano la poltica estera e la repressione interna dei dittatori; danno vita a giganteschi sforzi economici basati su truffe mediatiche (global warming, anyone?); inseguono un terzomondismo d’accatto sconfitto dalla storia e dal buon senso. Il pendolo, a questo punto, si ferma di schianto. E il responso è drastico: oggi le Nazioni Unite sono dannose per lo sviluppo dell’umanità. Meglio, molto meglio, tornare a parlare di una Lega delle democrazie.
[domani in edicola su Liberal]
venerdì 17 settembre 2010
Dead Fight
Durante la trasmissione “60 Minutes” della CBS, Jimmy Carter accusa Ted Kennedy di aver «deliberatamente» ritardato per 30 anni la riforma sanitaria con il suo «comprtamento offensivo e irresponsabile». Ancora nessuna reazione da parte di Ted Kennedy.
Down Under
Intervistato dal più grande quotidiano del paese, il “portavoce” dei neonati Tea Party Australia - David Goodridge - ha chiesto al giornalista di essere identificato soltanto come il «website editor». Se si reputano più importanti le proprie idee della propria visibilità personale, sarebbe saggio prendere esempio da Goodridge.
giovedì 16 settembre 2010
Tea Party & Pizza
Mentre Karl Rove è convinto che (con la vittoria di Christine O'Donnell alle primarie) il GOP abbia perso ogni speranza di conquistare il Delaware (e forse il controllo del Senato), Jeri Thompson sull'American Spectator azzarda una tesi contraria. Gli ultimi sondaggi dalla Florida, che vedono in grande vantaggio un altro “protetto” dei Tea Party dato prematuramente per sconfitto dopo le primarie, sembrano dare (almeno parzialmente) credito alla teoria della Thompson. Ma l'ottimismo, per i repubblicani, arriva come sempre dallo stato comatoso degli avversari. Ormai anche a sinistra si sono resi conto che il Partito democratico è una pizza.
mercoledì 15 settembre 2010
Wrong Continent
Clamoroso: secondo un sondaggio di Transatlantic Trends, il 78% degli intervistati approva la politica estera di Obama. Peccato che si tratti di europei. Viene alla mente l'amara constatazione di Adlai Stevenson dopo la seconda sconfitta alle presidenziali contro Dwight D. Eisenhower: «The trouble with me is, I always run on the wrong continent».
martedì 14 settembre 2010
Aridatece la CdL
PdL in calo nella media dei sondaggi nazionali calcolata da Notapolitica.it. Il partito di maggioranza relativa galleggia appena al di sopra del 30%, con una sensibile emorragia di consensi nei confronti della Lega Nord (12%) e di Futuro&Libertà (5,5%). Stabile il fronte centrista (Udc al 6,1% e Api all'1%). Ed encefalogramma piatto anche a sinistra, con Vendola oltre il 4%, Rifondazione e Comunisti sotto al 2%, Partito democratico appena sopra al 26% (7 punti in meno rispetto al 2008, esattamente come il PdL) e Idv (6,5%) frenata da Grillo (2%). Vale la pena sottolineare come il centrodestra “allargato”, che più o meno corrisponde alla Casa delle Libertà del 2006, oggi - secondo i sondaggi - raccoglierebbe circa il 56% dei voti.
lunedì 13 settembre 2010
Perpetual Minority Status
Negli ultimi giorni, lo sport preferito dai conservatori Usa - e dai simpatizzanti repubblicani in genere - sembra essere diventato quello di dividersi (in modo anche sgradevole) sulle primarie del GOP in Delaware previste per domani. Meglio la “pura” (e con ogni probabilità ineleggibile) Christine O'Donnell, beniamina dei Tea Party, o il “liberal” (e con ogni probabilità destinato alla vittoria) Mike Castle? I sondaggi prevedono un testa a testa. E i pundits di destra si scambiano insulti in ogni angolo del cyberspazio, per la gioia dei soliti noti. Noi, come scrive Paul Mirengoff di Powerline (che appoggia Castle) in una replica a Mark Levin (che appoggia O'Donnell), restiamo fedeli al celebre motto di William F. Buckley Jr.: «I conservatori dovrebbero appoggiare il più conservatore, o il meno liberal, dei candidati che hanno una chance di vincere». Fare altrimenti, come scrive John H. Hinderaker (uno dei co-blogger di Powerline), «è un biglietto di sola andata per uno status di eterna minoranza». E questo dovrebbe dispiacere a tutti i conservatori. Anche quelli più “puri”.
UPDATE. La contro-replica di Mark Levin.
UPDATE/2. La contro-contro-replica di Mirengoff.
UPDATE/3. «Everyone get a grip. Take a deep breath. Fight your best fight. Make your best arguments. Wait for the votes to be counted. Then march on and move forward». Un invito alla calma di Michelle Malkin (che sostiene O'Donnell).
UPDATE. La contro-replica di Mark Levin.
UPDATE/2. La contro-contro-replica di Mirengoff.
UPDATE/3. «Everyone get a grip. Take a deep breath. Fight your best fight. Make your best arguments. Wait for the votes to be counted. Then march on and move forward». Un invito alla calma di Michelle Malkin (che sostiene O'Donnell).
mercoledì 8 settembre 2010
Free Chicago
Il sindaco democratico di Chicago, Richard M. Daley, in carica da 21 anni (un record inferiore soltanto a quello del padre Richard J. Daley), ha deciso che nel 2011 non proverà ad essere rieletto per la settima volta. «It's time for Chicago to move on», ha dichiarato Daley. Ma una cosa è certa: se anche la “dinastia” scappa dalla windy city si annuncia maltempo (per i Dems) nei prossimi cicli elettorali.
lunedì 6 settembre 2010
FareFantascienza
«Barack Obama sembrava sull’orlo del baratro. Le lobbies lo contrastavano per la paventata riforma sanitaria, le grandi multinazionali e gli ambientalisti per il disastro nel golfo del Messico, i sindacati per la recessione, i pacifisti per i conflitti in Iraq, illustri politologi per la situazione in Medio Oriente. Ma lui, noncurante della pioggia di parole e sferzanti analisi, ha tirato dritto per la sua strada. Non una strada di sfavillanti premesse, o di retoriche enunciazioni. Non di giustificazioni con l’opinione pubblica per la congiuntura economica o per la concomitanza di un evento ambientale unico nella storia. Non una parola polemica su questo o quell’avversario, non una sola ricerca affannosa di giustificazioni, o una sola lamentela affidata ad un comunicato stampa o pronunciata vis-à- vis nello splendido giardino delle rose. Ma lavoro, lavoro e solo lavoro. (...) Senza perdersi dietro presunte strategie di persecuzione o di tradimenti, o dietro gli stucchevoli poteri forti che impediscono la rivoluzione immaginata».
Non sappiamo proprio se metterci a ridere o a piangere. L'ultimo articolo pubblicato da FareFuturo Web Magazine nella sezione esteri, scritto da Francesco De Palo e brillantemente intitolato “Rivoluzione Obama: la vera politica del fare”, è un concentrato di luoghi comuni paleo-progressisti a cui non vale neppure la pena ribattere, visto che si tratta di un cocktail di banalità e di talking-point democratici che perfino Lady Michelle si imbarazzerebbe a ripetere o Daily Kos a scrivere.
Nel giorno in cui Time (non la National Review) ci racconta “Come Obama è diventato Mister Impopolarità”, insomma, FareFuturo ci spiega che Obama è lo statista del secolo. Proprio mentre la destra americana inizia a sognare in grande per le elezioni di mid-term, FareFuturo tesse le sperticate lodi del presidente più “sinistro” degli ultimi quarant'anni (soltanto per sparare qualche pallottola spuntata contro il Cavaliere). Niente male per gli alfieri della nuova destra liberale italiana che vorrebbe organizzarsi sul modello dei Tea Party.
Se Google non c'inganna, Francesco De Palo (sul cui blog convivono, senza imbarazzo, i link a Tocqueville, Libertiamo e... Gad Lerner) è un giornalista pubblicista pugliese che - almeno fino al 2006 - si è occupato soprattutto di Grecia (paese di cui si è innamorato «al termine di un viaggio a Mykonos»). Sarebbe stato meglio, molto meglio, che si fosse continuato ad occupare delle meraviglie dell'Ellade, visti i disastri che combina scrivendo di America (non solo recentemente).
UPDATE. Ooops. (h/t 1972)
Non sappiamo proprio se metterci a ridere o a piangere. L'ultimo articolo pubblicato da FareFuturo Web Magazine nella sezione esteri, scritto da Francesco De Palo e brillantemente intitolato “Rivoluzione Obama: la vera politica del fare”, è un concentrato di luoghi comuni paleo-progressisti a cui non vale neppure la pena ribattere, visto che si tratta di un cocktail di banalità e di talking-point democratici che perfino Lady Michelle si imbarazzerebbe a ripetere o Daily Kos a scrivere.
Nel giorno in cui Time (non la National Review) ci racconta “Come Obama è diventato Mister Impopolarità”, insomma, FareFuturo ci spiega che Obama è lo statista del secolo. Proprio mentre la destra americana inizia a sognare in grande per le elezioni di mid-term, FareFuturo tesse le sperticate lodi del presidente più “sinistro” degli ultimi quarant'anni (soltanto per sparare qualche pallottola spuntata contro il Cavaliere). Niente male per gli alfieri della nuova destra liberale italiana che vorrebbe organizzarsi sul modello dei Tea Party.
Se Google non c'inganna, Francesco De Palo (sul cui blog convivono, senza imbarazzo, i link a Tocqueville, Libertiamo e... Gad Lerner) è un giornalista pubblicista pugliese che - almeno fino al 2006 - si è occupato soprattutto di Grecia (paese di cui si è innamorato «al termine di un viaggio a Mykonos»). Sarebbe stato meglio, molto meglio, che si fosse continuato ad occupare delle meraviglie dell'Ellade, visti i disastri che combina scrivendo di America (non solo recentemente).
UPDATE. Ooops. (h/t 1972)
Iscriviti a:
Post (Atom)




