RightNation
giovedì 5 agosto 2010
martedì 3 agosto 2010
Back to Normalcy
Dopo un paio di outlier, anche Gallup si rimette in riga e assegna al partito repubblicano 5 punti percentuali di vantaggio nel generic ballot (la scorsa settimana i democratici erano a +4%) . Nella media RCP il GOP è a +6%, con margini che oscillano dal 2% di Reuters/Ipsos all'11% di FOX News.
lunedì 2 agosto 2010
Bay of Pigs
Scrive Kevin Hassett (dell'Aei) su Bloomberg, che - guardandolo con più attenzione - l'Obamacare non è malaccio. È peggio. «L'equivalente economico della Baia dei Porci».
Sorpasso
Per la prima volta dall'insediamento di Obama alla Casa Bianca, gli americani attribuiscono al presidente democratico maggiori responsabilità sul cattivo stato di salute dell'economia di quante non ne attribuiscano all'ex presidente George W. Bush. Con le elezioni di mid-term in rapido avvicinamento e un job approval ormai stabile nei mid-forties, è tempo di scomparire dai radar.
giovedì 15 luglio 2010
L'italietta all'incontrario
Nell’italietta che va all’incontrario, neppure le mezze-dimissioni di Nicola Cosentino sfuggono al trend nazionale. Sfuggito, grazie al voto (decisivo?) dei finiani, alla richiesta di custodia cautelare per un reato come il concorso esterno in associazione camorristica, oggi è costretto a dimettersi da sottosegretario, a causa della minaccia (decisiva?) dei finiani, dopo il coinvolgimento, per ora soltanto giornalistico e non giudiziario, in una vicenda di “associazionismo segreto” che giorno dopo giorno sembra sempre più comica. La chiamano P3, ma potrebbero chiamarli Totò e Peppino, tanto sono stati goffi i tentativi della “loggia” di influenzare alcunché. Cercano Letta al telefono; e Letta si fa allegramente negare. Provano a fare pressioni sui giudici della Corte Costituzionale per favorire un voto positivo sulla legittimità del Lodo Alfano; e quelli li spernacchiano senza pietà.
Tentano disperatamente di imporre Cosentino come candidato governatore della Campania; e vengono travolti su tutto il fronte. È proprio su quest’ultima vicenda, però, che il paradosso italico si manifesta in tutta la sua virulenza. Se, infatti, è vero che in un Paese normale la proto-inchiesta sulla “P3” non avrebbe avuto alcuna chance di provocare le dimissioni immediate di un esponente del governo rimasto saldamente al suo posto dopo accuse assai più gravi, è altrettanto vero che il comportamento di Cosentino & Co. nei confronti di Stefano Caldoro - all’epoca suo concorrente nella corsa alla successione di Bassolino - sembra del tutto incompatibile con il ruolo di coordinatore del Pdl in Campania. “Impallinato” dai finiani nella sua corsa a governatore, infatti, Cosentino decide di vendicarsi (o almeno, così sembra dalle intercettazioni che spuntano come funghi estivi nelle redazioni dei giornali) facendo preparare un falso dossier contro l’ex-concorrente Caldoro, in cui il collega di partito (ohibò) viene dipinto come un abituale frequentatore di transessuali, sulla scia della moda di quei mesi inaugurata dal pieddino Marrazzo.
Non soddisfatto dal clamore provocato dal dossier, Cosentino pretende dai sodali pitreisti più pubblicità per «togliere di torno il culattone». «Questo è l’obiettivo principale - spiega a Martino in una telefonata - il fatto dei frocetti rimarrà storia». E rimarrà storia anche il maldestro tentativo di “far fuori” un collega di partito alla vigilia di una tornata elettorale. Pratica sconosciuta perfino nei Paesi in cui, sotto lo stesso simbolo, si combattono sanguinose battaglie alle primarie, figuriamoci in uno in cui i candidati sono scelti con un sistema-misto a metà tra il bingo e il concorso di bellezza.
Eppure, nell’italietta dell’incontrario, Cosentino si è dimesso da sottosegretario per lo scandalo dei «pensionati sfigati» ma non ha perso la poltrona di coordinatore del partito in Campania. Anzi, minaccia ferro e fuoco contro i “nemici”. Così vanno le cose, al giorno d’oggi.
Tentano disperatamente di imporre Cosentino come candidato governatore della Campania; e vengono travolti su tutto il fronte. È proprio su quest’ultima vicenda, però, che il paradosso italico si manifesta in tutta la sua virulenza. Se, infatti, è vero che in un Paese normale la proto-inchiesta sulla “P3” non avrebbe avuto alcuna chance di provocare le dimissioni immediate di un esponente del governo rimasto saldamente al suo posto dopo accuse assai più gravi, è altrettanto vero che il comportamento di Cosentino & Co. nei confronti di Stefano Caldoro - all’epoca suo concorrente nella corsa alla successione di Bassolino - sembra del tutto incompatibile con il ruolo di coordinatore del Pdl in Campania. “Impallinato” dai finiani nella sua corsa a governatore, infatti, Cosentino decide di vendicarsi (o almeno, così sembra dalle intercettazioni che spuntano come funghi estivi nelle redazioni dei giornali) facendo preparare un falso dossier contro l’ex-concorrente Caldoro, in cui il collega di partito (ohibò) viene dipinto come un abituale frequentatore di transessuali, sulla scia della moda di quei mesi inaugurata dal pieddino Marrazzo.
Non soddisfatto dal clamore provocato dal dossier, Cosentino pretende dai sodali pitreisti più pubblicità per «togliere di torno il culattone». «Questo è l’obiettivo principale - spiega a Martino in una telefonata - il fatto dei frocetti rimarrà storia». E rimarrà storia anche il maldestro tentativo di “far fuori” un collega di partito alla vigilia di una tornata elettorale. Pratica sconosciuta perfino nei Paesi in cui, sotto lo stesso simbolo, si combattono sanguinose battaglie alle primarie, figuriamoci in uno in cui i candidati sono scelti con un sistema-misto a metà tra il bingo e il concorso di bellezza.
Eppure, nell’italietta dell’incontrario, Cosentino si è dimesso da sottosegretario per lo scandalo dei «pensionati sfigati» ma non ha perso la poltrona di coordinatore del partito in Campania. Anzi, minaccia ferro e fuoco contro i “nemici”. Così vanno le cose, al giorno d’oggi.
mercoledì 14 luglio 2010
lunedì 12 luglio 2010
Casini agli Esteri, Frattini coordinatore unico del PdL?
Attilio Gambino, in esclusiva per Notapolitica.it.
venerdì 9 luglio 2010
Those Stubborn Toss-Ups
Larry J. Sabato, direttore del Center for Politics all'Università della Virginia, esamina gli scontri di novembre più incerti per il Senato.
domenica 27 giugno 2010
Sotto la pioggia, un raggio di sole
Pioggia, tanta pioggia. Ma soprattutto tanti amici e tanti, bellissimi, happy warriors anti-tasse. Il Tea Party di ieri a Roma ha dovuto combattere contro mille avversità (il tempo inclemente, il comune che ci ha spostato in un'altra piazza a meno di ventiquattr'ore dall'evento, il "ponte" che ha portato fuori città molti cittadini romani), ma ha raggiunto pienamente il suo obiettivo primario: quello di "farsi vedere", riportando in mezzo alla gente il tema fiscale, da sempre uno cavalli da battaglia del centrodestra (non solo in Italia) ma che negli ultimi anni è stato ridotto a slogan elettorale senza mai trovare riscontri nella politica di governo. Nei prossimi giorni, su Tocqueville.it (e su YouTube), saranno messi online gli interventi registrati al nostro "video corner", compreso il saluto di uno dei turisti americani appartenenti all'Ohio Tea Party che si sono fermati a chiacchierare con noi, regalandoci un raggio di sole (soprattutto in vista delle elezioni americane di mid-term). Intanto, con la speranza che la troupe del Tg1 arrivata a riprendere la manifestazione non sia passata invano, notiamo che sui giornali lo spazio maggiore al Tea Party l'ha dedicato un quotidiano di sinistra come Il Riformista, mentre gli organi di stampa vicini al centrodestra (a parte un discreto articolo pubblicato nella cronaca romana de Il Giornale) si sono fatti notare per la propria assenza. Continuate così, fatevi del male.
venerdì 25 giugno 2010
My enemy the state
La malvagia entità chiamata “stato” (nella fattispecie il comune) ci ha costretto a cambiare l'indirizzo del Tea Party di domani: stessa ora (18.00), stessa città (Roma), piazza diversa (Piazza del Popolo, angolo via del Corso, davanti alla chiesa di S. Maria dei Miracoli). Qualcuno di noi sarà comunque a Piazza S.Lorenzo in Lucina per dirottare il traffico :) Appuntamento a domani!
Visualizzazione ingrandita della mappa
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mercoledì 23 giugno 2010
martedì 22 giugno 2010
Stanley 2012
Dopo le prime anticipazioni di stamattina, la rivista Rolling Stone ha pubblicato la versione integrale dell'articolo che potrebbe costare il posto al generale Stanley McChrystal, comandante in capo delle forze statunitensi in Afghanistan. Il generale è stato convocato in tutta fretta a Washington. E si moltiplicano le voci su un suo imminente siluramento (o di dimissioni già rassegnate). Leggendo quello che pensa di Obama e Biden, però, io un'idea per trovare un altro posto di lavoro a Stanley - diciamo entro un paio d'anni - ce l'avrei.
UPDATE. Alessandro Tapparini, su Jefferson (da leggere, come sempre).
UPDATE. Alessandro Tapparini, su Jefferson (da leggere, come sempre).
lunedì 21 giugno 2010
Tea Party Roma
Per uscire dalla crisi ed evitare il declino: tagliare le tasse è LA priorità
Sabato 26 giugno 2010, dalle ore 18 in piazza San Lorenzo in Lucina a Roma, il Tea Party dei tartassati d’Italia. Cn una pressione fiscale pari al 43 per cento del PIL, l’Italia è uno dei paesi europei che chiede il maggior sacrificio ai propri cittadini, a fronte di una PA inefficiente ed un welfare iniquo.
Se sommiamo tasse e contributi previdenziali, scopriamo che circa il 60-70% di quanto ognuno produce è assorbito e intermediato dal settore pubblico. Per pagare tasse e contributi, dobbiamo aspettare luglio per essere finalmente liberi di lavorare per noi stessi. I più facoltosi attendono addirittura settembre.
Chi dice che non possiamo permetterci di abbassare le tasse, perché questo metterebbe a repentaglio la stabilità dei conti dello Stato, non racconta tutta la verità: in un paese in cui la spesa pubblica è superiore al 50 per cento del PIL, è sempre possibile chiedere allo Stato una “cura dimagrante”. O pensiamo davvero che non esistano i margini per ridurre la spesa inefficiente, gli sprechi, le rendite economiche?
Se vogliamo uscire dalla crisi economica ed evitare il declino dell’Italia, riscoprendo i talenti di un paese straordinario e iniettando una dose di libertà nell’economia italiana, abbassare le tasse è LA priorità.
Sito Internet - Pagina Facebook - Pagina Facebook dell’evento
Sabato 26 giugno 2010, dalle ore 18 in piazza San Lorenzo in Lucina a Roma, il Tea Party dei tartassati d’Italia. Cn una pressione fiscale pari al 43 per cento del PIL, l’Italia è uno dei paesi europei che chiede il maggior sacrificio ai propri cittadini, a fronte di una PA inefficiente ed un welfare iniquo.
Se sommiamo tasse e contributi previdenziali, scopriamo che circa il 60-70% di quanto ognuno produce è assorbito e intermediato dal settore pubblico. Per pagare tasse e contributi, dobbiamo aspettare luglio per essere finalmente liberi di lavorare per noi stessi. I più facoltosi attendono addirittura settembre.
Chi dice che non possiamo permetterci di abbassare le tasse, perché questo metterebbe a repentaglio la stabilità dei conti dello Stato, non racconta tutta la verità: in un paese in cui la spesa pubblica è superiore al 50 per cento del PIL, è sempre possibile chiedere allo Stato una “cura dimagrante”. O pensiamo davvero che non esistano i margini per ridurre la spesa inefficiente, gli sprechi, le rendite economiche?
Se vogliamo uscire dalla crisi economica ed evitare il declino dell’Italia, riscoprendo i talenti di un paese straordinario e iniettando una dose di libertà nell’economia italiana, abbassare le tasse è LA priorità.
Sito Internet - Pagina Facebook - Pagina Facebook dell’evento
lunedì 14 giugno 2010
Iron Ladies
È (quasi) ufficiale: Sarah Palin incontrerà Margaret Thatcher nel suo imminente viaggio a Londra. Ancora non si sa niente, invece, di un possibile incontro con il premier David Cameron. Ce ne faremo una ragione. Su The Corner, intanto, il caporedattore della National Review - Jay Nordlinger (intellettuale di assoluto valore e persona deliziosa: provate a cercare “Ideazione” su questa pagina) - si ricorda di quando la Palin nel 2000 (sindaco di Wasilla) appoggiò la campagna per le primarie repubblicane di... Steve Forbes. Il candidato più liberista del GOP. «Credo - scrive Nordlinger - che molta gente identifichi Sarah Palin come social conservative. Ed effettivamente lo è. Ma è anche una furiosa free-marketeer: in effetti è uno delle più solidi, coraggiosi e sonori sostenitori del libero mercato nella politica americana contemporanea».
Sarah Palin, insomma, secondo Nordlinger sarebbe una “reaganiana” a tutto tondo: «free-marketeer, social conservative e “falco” in politica estera». Anche per questo, aggiungiamo noi, un suo incontro con Maggie Thatcher sarebbe oggettivamente suggestivo. E potrebbe forse contribuire a correggere un'immagine assolutamente distorta che gli ideologi della sinistra hanno contribuito ad esportare anche da noi, trovando più di un “ripetitore mediatico” (a volte, putroppo, in buona fede). Il vero problema, forse, conclude tristemente Nordlinger, «è che molta gente non l'ha mai perdonata per non aver abortito il suo bambino Down». E se fosse vero?
Sarah Palin, insomma, secondo Nordlinger sarebbe una “reaganiana” a tutto tondo: «free-marketeer, social conservative e “falco” in politica estera». Anche per questo, aggiungiamo noi, un suo incontro con Maggie Thatcher sarebbe oggettivamente suggestivo. E potrebbe forse contribuire a correggere un'immagine assolutamente distorta che gli ideologi della sinistra hanno contribuito ad esportare anche da noi, trovando più di un “ripetitore mediatico” (a volte, putroppo, in buona fede). Il vero problema, forse, conclude tristemente Nordlinger, «è che molta gente non l'ha mai perdonata per non aver abortito il suo bambino Down». E se fosse vero?
venerdì 11 giugno 2010
Povera Ansa
Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
Certe cose fanno impallidire anche i compassionevoli statistici della Banca d’Italia. Gli stessi che alcuni mesi lanciarono con estremo rigore scientifico l’indice del disagio percepito, mettendo in unico calderone disoccupati, cassaintegrati e presunti lavoratori in nero (pardon, scoraggiati). Ieri l’agenzia Ansa ha elaborato l’ultimo monitoraggio sui trattamenti previdenziali in Italia dell’Istat e ne ha tratto la conclusione che siccome otto milioni su sedici di pensionati prendono meno di mille euro al mese, allora in Italia vivono 8 milioni di poveri. E la spiegazione degli analisi di via della Dataria è talmente semplice da apparire perfino convincente: «Considerando che la soglia di povertà relativa al di sotto della quale l'Istat considera l'individuo povero è quella di una spesa procapite di 999,67 euro al mese (in una famiglia di due componenti), si può dedurre che, se la pensione rappresenta l'unica entrata, i pensionati poveri sono circa 8,3 milioni». Appunto, se è l’unica entrata!
In realtà la vera notizia è che l’Italia è un Paese di vedovi e vedove inconsolabili, che faticano ad arrivare alla fine del mese, non hanno neppure un nipotino da accompagnare al parco e scavano nei cassonetti dell’immondizia per mettere assieme il pranzo con la cena. Si dirà che quello dei burloni dell’Ansa è un divertissement, una speculazione sfociata nel paradosso fatta in una giornata di sole soltanto per vedere l’effetto che fa. Peccato che il Corriere.it abbia subito titolato “In Italia è povero un pensionato su due”. E non sarà il solo a farlo.
Certe cose fanno impallidire anche i compassionevoli statistici della Banca d’Italia. Gli stessi che alcuni mesi lanciarono con estremo rigore scientifico l’indice del disagio percepito, mettendo in unico calderone disoccupati, cassaintegrati e presunti lavoratori in nero (pardon, scoraggiati). Ieri l’agenzia Ansa ha elaborato l’ultimo monitoraggio sui trattamenti previdenziali in Italia dell’Istat e ne ha tratto la conclusione che siccome otto milioni su sedici di pensionati prendono meno di mille euro al mese, allora in Italia vivono 8 milioni di poveri. E la spiegazione degli analisi di via della Dataria è talmente semplice da apparire perfino convincente: «Considerando che la soglia di povertà relativa al di sotto della quale l'Istat considera l'individuo povero è quella di una spesa procapite di 999,67 euro al mese (in una famiglia di due componenti), si può dedurre che, se la pensione rappresenta l'unica entrata, i pensionati poveri sono circa 8,3 milioni». Appunto, se è l’unica entrata!
In realtà la vera notizia è che l’Italia è un Paese di vedovi e vedove inconsolabili, che faticano ad arrivare alla fine del mese, non hanno neppure un nipotino da accompagnare al parco e scavano nei cassonetti dell’immondizia per mettere assieme il pranzo con la cena. Si dirà che quello dei burloni dell’Ansa è un divertissement, una speculazione sfociata nel paradosso fatta in una giornata di sole soltanto per vedere l’effetto che fa. Peccato che il Corriere.it abbia subito titolato “In Italia è povero un pensionato su due”. E non sarà il solo a farlo.
giovedì 10 giugno 2010
La scintilla
Michael Barone, sulla National Review, analizza il “momento fondante” che ha dato vita ai Tea Party statunitensi: The Transformative Power of Rick Santelli’s Rant. Lettura istruttiva. (Sul nostro post dell'epoca c'è ancora il video)
mercoledì 9 giugno 2010
Propaganda Reuters
La Reuters beccata ancora una volta (anzi due!) a taroccare fotografie in nome della propaganda anti-israeliana (quando si potrà, finalmente, tornare a chiamare l'antisemitismo con il proprio nome?). Nella prima delle due coppie di fotografie, Reuters ha cancellato un coltello in mano a un “pacifista”, una grande chiazza di sangue e il braccio, anch'esso insanguinato, di un soldato israeliano. Trasformando una scena splatter in “Bambi torna a Gaza”. Anche nel secondo caso, a scomparire è un grande coltello, lo strumento preferito dai militanti filo-palestinesi per esportare la pace in Medioriente.
martedì 8 giugno 2010
Collapse
Arthur Laffer (sì, quello della curva) spiega, sul Wall Street Journal, perché gli aumenti delle tasse voluti dall'amministrazione Obama potrebbero provocare un collasso - economico e finanziario - nel 2011.
lunedì 7 giugno 2010
venerdì 4 giugno 2010
Comunicato Tea Party Roma
Come organizzatori del Tea Party di Roma del prossimo 26 Giugno non possiamo che guardare con simpatia ad un'eventuale adesione alla nostra manifestazione da parte del Presidente della Camera, Gianfranco Fini. Come Fini certamente può immaginare, non esistono adesioni più importanti di altre e la sua ci fa piacere al pari di tutte quelle che arriveranno: il nostro vuole essere un movimento aperto, spontaneo, trasversale. Che parla di Politica ma lontano dalle logiche che animano la politica dei giorni nostri.
Tutti i contributi arricchiscono il nostro evento e sono accolti con favore. Nel caso del Presidente Fini, poi, ci farebbe doppiamente piacere poter notare che una sua adesione rappresenterebbe anche un cambio di strategia non secondario. Da fiero oppositore dei tagli fiscali proposti dal Governo Berlusconi tra il 2001 e il 2006 e da coriaceo sostenitore degli aumenti salariali ai dipendenti pubblici ad aderente alla prima manifestazione nazionale anti-tasse: speriamo che in tanti, come lui, possano cambiare idea. Anche grazie ai Tea Party.
Tocqueville.it
Tutti i contributi arricchiscono il nostro evento e sono accolti con favore. Nel caso del Presidente Fini, poi, ci farebbe doppiamente piacere poter notare che una sua adesione rappresenterebbe anche un cambio di strategia non secondario. Da fiero oppositore dei tagli fiscali proposti dal Governo Berlusconi tra il 2001 e il 2006 e da coriaceo sostenitore degli aumenti salariali ai dipendenti pubblici ad aderente alla prima manifestazione nazionale anti-tasse: speriamo che in tanti, come lui, possano cambiare idea. Anche grazie ai Tea Party.
Tocqueville.it
Comunicato Tea Party Italia
Tea Party Italia apprende con sorpresa - come si legge su "Il Giornale" di oggi e su "Italia Oggi" di ieri - della volonta del presidente della Camera, Gianfranco Fini, di «cavalcare» il movimento italiano del «meno stato, meno tasse». I due articoli in questione, firmati rispettivamente da Francesco Cramer e Antonio Calitri, rappresentano ricostruzioni tanto fantasiose da risultare quasi divertenti. Tea Party Italia è un un movimento trasversale di cittadini aperto a tutte le associazioni - politiche e non - che ne condividono le sue finalità. E ospita, come accade per il movimento Tea Party statunitense, espressioni anche molto diverse della realtà sociale e associativa del Paese: dall'aggregatore di blog Tocqueville.it alla rivista politica Ultima Thule, dal Movimento Libertario alla ConfContribuenti, dal Columbia Institute a Libertiamo. L'adesione ai Tea Party di "Generazione Italia", insomma, non può e non deve essere in alcun modo intesa come un "patrocinio" dell'onorevole Fini. Si tratta di una forzatura giornalistica che non fa onore né alla deontologia professionale né alle testate che hanno ospitato gli articoli in questione. La battaglia di Tea Party Italia contro l'eccessiva pressione fiscale non è (e non sarà) «cavalcata» da nessun leader politico, né di maggioranza né di opposizione, ma solo da tanti individui liberi e di buon senso che vedono, nelle troppe tasse e nell'invasività dello stato nelle nostre vite, il problema più serio da affrontare in questo paese.
Tra le altre cose, facciamo notare al signor Cramer che il Tea Party Roma si svolgerà in piazza San Lorenzo in Lucina il 26 giugno (alle ore 18.00) e non “domani” come afferma nel suo articolo.
Coordinamento Tea Party Italia
Tra le altre cose, facciamo notare al signor Cramer che il Tea Party Roma si svolgerà in piazza San Lorenzo in Lucina il 26 giugno (alle ore 18.00) e non “domani” come afferma nel suo articolo.
Coordinamento Tea Party Italia
giovedì 3 giugno 2010
Viola sarà lei!
Sia chiaro, non può che farci piacere che un giornale economico nazionale come Italia Oggi si occupi del movimento Tea Party Italia. Ma raramente ho letto un articolo pieno di inesattezze, anzi di vere e proprie invenzioni, come quello scritto da Antonio Calitri e intitolato “Per Fini un tea party tutto viola”. A prescindere dalla parte che riguarda Gianfranco Fini (che è fantascienza pura e non merita commento), la cosa più fastidiosa del pezzo è il paragrafo secondo cui, visto che Tea Party Italia si organizza soprattutto online, vuol dire che «sfrutta l'esperienza del popolo viola». Internet, per la verità, esisteva molto prima che nascesse il “popolo viola”. E di certo sopravviverà anche a Italia Oggi. Poi non capiscono perché uno si vergogna a dire in pubblico che di mestiere fa il giornalista...
mercoledì 2 giugno 2010
PdL, liberalismo e lapirisimo
Marco Ferrante, su Il Riformista di oggi.
Il Pdl, così com’è fatto oggi, sarà in grado di resistere alle pressioni corporative che si manifesteranno fuori e dentro il Parlamento e saprà difendere una Finanziaria per la prima volta apertamente di parte come quella disegnata dal governo? «O il centrodestra riesce a resistere o perisce», dice uno dei fondatori di Forza Italia, Giuliano Urbani. Sicuramente il Pdl è molto diverso dalle sue origini, da Forza Italia, partito contemporaneamente d’emergenza e di rottura, fatto di cocci rincollati di moderatismo primorepubblicano e di una leadership superdinamica. Era stato il partito che aveva abbattuto il tabù fiscale e piano piano smantellato il pregiudizio sulla prospettiva di un centrodestra all’italiana.
Con il tempo è cambiato, realismo malinteso e governismo lo hanno spinto anno dopo anno in una imitazione di democristianità e di cultura post-fanfaniana (lapirismo lo ha definito ieri sul Corriere della Sera uno dei professori chiamati nel 1996 da Silvio Berlusconi a irrobustire l’ossatura liberale del partito liberale di massa, Marcello Pera, il quale di quel partito è stato un maggiorente, anche mentre si lapirizzava). Poi è arrivato il conto della crisi globale, la necessità di una manovra di aggiustamento biennale da 24,9 miliardi fatta dopo una recessione a meno cinque del Pil, in una situazione di crescita ancora bassa e di tensioni nella maggioranza.
Occasione storica, tanto che Berlusconi in una conferenza stampa di presentazione della Finanziaria rompe un interdetto personale e per la prima volta da quando fa politica identifica in un soggetto specifico - i dipendenti pubblici - una componente sociale che non potrà proteggere e alla quale anzi chiede esplicitamente un sacrificio. Ora quel sacrificio passerà allo scrutinio della protesta sindacale, del collateralismo, delle cinghie di trasmissione con la politica, e infine al dibattito parlamentare d’autunno.
«Sì - dice Urbani - È la prima volta, non è mai successo che si identifichi un ceto che non si può difendere, ma è importante notare che non c’è un intento punitivo. Per un Paese che vive al disopra delle sue possibilità è arrivato il momento di ridimensionare il tenore di vita, è la spesa statale è la prima spesa». Conferma Saverio Vertone, arrivato in Forza Italia nel 1996: «In quel momento c’era l’idea di estendere quanto più possibile l’ombrello protettivo della politica di Forza Italia, garantire il maggior numero di soggetti sociali, noi stessi entrammo con quell’idea». Ma è in grado il Pdl di resistere alle pressioni corporative che adesso arriveranno e che identificheranno nel presidente del Consiglio - così come Giulio Tremonti gli ha ricordato in quella conferenza stampa - il titolare politico della manovra? Dice ancora Urbani: «Certo, non sarà facile perché questo è un Paese di corporazioni, che non sono isole di predoni, ma la struttura stessa della società. C’è chi, come Pera, chiede a Belusconi di fare di più. Ha provato a dare delle spallate, ma la struttura corporativa non ha ceduto. L’unica speranza è il vincolo europeo, ma non so se le manovre analoghe dei paesi dell’euro basteranno a dare una copertura alla battaglia politica italiana».
Andrea Mancia, è il vicedirettore di Liberal - quotidiano estraneo a questa partita interna al Pdl - ed è anche il fondatore di Tocqueville, un aggregatore di siti e di blog di area di centrodestra, sono ormai 3.200. «È vero - osserva - che è la prima volta che si decide di abbandonare una visione di ecumenismo sociale. Ma non mi sembra che sia stato individuato un bersaglio negli statali, semmai il governo ha deciso di sospendere temporaneamente una protezione eccessiva. In questo ha ragione Marcello Pera nel suo articolo sul Corriere della Sera di ieri. Erano anni che non trovavo condivisibili le cose dette da Pera».
Reggerà il Pdl alle pressioni? «Il Pdl è debole, ma la situazione è di tale emergenza che non può tornare indietro. Ai confini del Pdl ci sono avvisaglie di un movimento di rivolta fiscale. Sul sito “www.t-party.it” ci sono già una dozzina di gruppi spontanei. Non spostano voti, ma sono simboli di una certa insofferenza da parte di quel pezzo di opinione pubblica che si considera produttrice di ricchezza, che vede dispersa in cambio di nulla. È quasi una forma di leghismo delle origini, mentre la lega è ormai un partito statalista da circa dieci anni». Come osserva Simone Bressan, coordinatore provinciale del movimento giovanile del Pdl di Udine, e animatore del sito “www.notapolitica.it”, «l’elettorato del Pdl chiede al governo di andare fino in fondo, non so se la classe dirigente può farlo. Ma è un problema che non riguarda solo il Popolo della libertà. La vertenza contro corporazioni potenti, in questo caso gli statali o l’Anm, nessuna classe dirigente oggi in Italia è nelle condizioni di reggerla. Tutti pensano che il Paese sia ingovernabile e che si possa procedere solo per piccoli aggiustamenti. In teoria Berlusconi è ancora l’unico che avrebbe carisma e consenso per dare un senso riformista alla sua storia personale. O Berlusconi lo fa ora oppure lo farà qualcun altro costretto dalla storia, quando saremo messi ancora peggio di oggi».
In questo dibattito è interessante il rapporto tra i liberali e Giulio Tremonti, l’antimercatista, al quale spetta l’onere tecnico-politico della manovra. Dice Bressan che «in fondo ci muove lo stesso obiettivo di ridurre il peso dello Stato e di ristabilire un rapporto tra legge ed economia». Urbani è più scettico, «non so se Tremonti voglia andare fino in fondo». Ma una parte non trascurabile della classe dirigente che si muove intorno al Pdl ritiene che non sia più tempo per la semplice manutenzione dell’esistente con l’affinamento della tecnica di governo, anche perché questo finisce con il dare più forza semmai alla Lega. Urbani nota che «paradossalmente in questa fase di crisi rispunta una consapevolezza liberale».
Mancia proietta il ragionamento in una previsione: «La questione economica nella base del centrodestra esiste ancora. C’è spazio per un venti per cento di elettorato che chiede a una classe dirigente politica di essere davvero liberale e riformista. La conferenza stampa dell’altro giorno, la dichiarazione rivolta agli statali, in una condizione di normalità politica avrebbe avuto un grande valore politologico. Dopo sedici anni di rivoluzione monca, quelle parole adesso hanno bisogno di un seguito, di una specie di ritorno alle origini».
martedì 1 giugno 2010
Utili idioti
Un commento dell'ex capo di stato maggiore della Difesa, Mario Arpino, domani in edicola su Liberal quotidiano.
Sembra che altre due navi di “Free Gaza” stiano dirigendo verso la costa palestinese. Evidentemente si vuole sfruttare il successo mediatico del sanguinoso evento di lunedì. Forse si cerca di provocare altra violenza, o si ritiene che dopo l’immancabile e unanime condanna, Tzahal non abbia il coraggio di ripetersi. Intanto, Israele ha già fatto sapere che non consentirà alcuna violazione al blocco navale.
Pare incredibile che ci sia ancora qualcuno che stenti a capire che con gli israeliani sulle questioni esistenziali è vietato scherzare. E per Israele, senza profondità strategica, qualsiasi violazione di questo tipo ha carattere esistenziale. È dal 1948 che la stanno spingendo a comportarsi così. D’altro canto, era qualche giorno che i media suonavano la grancassa per preparare il gioioso evento: il primo sbarco vittorioso a Gaza di truppe iridate. La flotta, quanto mai eterogenea per tipo e bandiera, era pronta da tempo al “colpo di mano” davanti a un settore di Cipro occupato dalla Turchia. Quello che la comunità internazionale non riconosce. Ne fanno parte anche due navi che battono bandiera greca, forse proprio quelle due ora in navigazione, tanto per dimostrare che l’odio per Israele sa affratellare anche acerrimi nemici.
Quanto vi fosse di umanitario e di politico in questa tragica pantomima non è difficile capirlo, anche se è bello – e fa anche “fino” – assumere un atteggiamento politicamente corretto e porre l’accento sulla vocazione pacifica degli organizzatori, piuttosto che sulla loro fama di mestatori internazionali. I quali, per ammorbidire le intransigenze israeliane, non si sono fatti scrupolo di tirare in ballo anche un presunto interessamento verso Hamas per le sorti del caporale Shalit, sequestrato e sparito nel nulla da quattro anni. Speranza che è stata un’altra delusione per i genitori del soldato, i quali hanno ammesso che, a detta del portavoce degli stessi “pacifisti”, l’obiettivo vero era solo quello di «rompere l’assedio». «Credo che siano solo dei provocatori», aveva detto il padre. I “pacifisti” in azione sono volontari di quaranta Paesi, alcuni certamente in buona fede – ai tempi di Giannini e del Merlo Giallo erano chiamati “utili idioti” – ma altri rispondono al nome del vescovo palestinese Hylarion Cappucci, a suo tempo condannato per contrabbando di armi e poi “salvato” per intercessione della Santa Sede, dello sceicco-estremista arabo Rahed Sallah, leader di una fazione del Movimento Islamico israeliano, e dell’ineffabile Nobel per la pace Mairead Corrigan-Maguire.
Oltre, naturalmente, al solito gruppetto di italiani. Questione politica quindi, e non umanitaria. “Free Gaza”, non “Free Shalit”. In quanto alle 10mila tonnellate di aiuti e di cemento, gli israeliani avevano indicato per tempo dove sbarcarli – questo le cronache non lo dicono – e si erano incaricati del trasporto a Gaza. Invece, niente. Lo stesso capo di Hamas, Hanieh, si era predisposto per salutare lo sbarco a Gaza, in un tripudio di bandiere.
Singolari, nella vicenda, le responsabilità della Turchia e, indirettamente, anche di quella parte di Europa che ora, piangendo lacrime di coccodrillo, si associa ipocritamente alle immancabili lagne dell’Onu. Una ong turca, già nota per le simpatie verso al-Qaeda e Hamas, sembrerebbe aver finanziato questa spedizione, che il governo di Erdogan non ha impedito. La Turchia laica di Ataturk era il maggiore alleato dell’occidente in Medioriente. Fantasticando di democrazia a propria immagine e somiglianza, la burocrazia dell’Unione, piuttosto che accoglierla, l’ha insipientemente spinta a ricercarsi un proprio ruolo regionale, e perché questo possa accadere non c’è nulla di meglio che lasciarsi trasportare da una deriva islamista cui, all’interno, è stata devitalizzata ogni forma di contrasto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. “Chi è causa del suo mal, pianga se stesso...”
Sembra che altre due navi di “Free Gaza” stiano dirigendo verso la costa palestinese. Evidentemente si vuole sfruttare il successo mediatico del sanguinoso evento di lunedì. Forse si cerca di provocare altra violenza, o si ritiene che dopo l’immancabile e unanime condanna, Tzahal non abbia il coraggio di ripetersi. Intanto, Israele ha già fatto sapere che non consentirà alcuna violazione al blocco navale.
Pare incredibile che ci sia ancora qualcuno che stenti a capire che con gli israeliani sulle questioni esistenziali è vietato scherzare. E per Israele, senza profondità strategica, qualsiasi violazione di questo tipo ha carattere esistenziale. È dal 1948 che la stanno spingendo a comportarsi così. D’altro canto, era qualche giorno che i media suonavano la grancassa per preparare il gioioso evento: il primo sbarco vittorioso a Gaza di truppe iridate. La flotta, quanto mai eterogenea per tipo e bandiera, era pronta da tempo al “colpo di mano” davanti a un settore di Cipro occupato dalla Turchia. Quello che la comunità internazionale non riconosce. Ne fanno parte anche due navi che battono bandiera greca, forse proprio quelle due ora in navigazione, tanto per dimostrare che l’odio per Israele sa affratellare anche acerrimi nemici.
Quanto vi fosse di umanitario e di politico in questa tragica pantomima non è difficile capirlo, anche se è bello – e fa anche “fino” – assumere un atteggiamento politicamente corretto e porre l’accento sulla vocazione pacifica degli organizzatori, piuttosto che sulla loro fama di mestatori internazionali. I quali, per ammorbidire le intransigenze israeliane, non si sono fatti scrupolo di tirare in ballo anche un presunto interessamento verso Hamas per le sorti del caporale Shalit, sequestrato e sparito nel nulla da quattro anni. Speranza che è stata un’altra delusione per i genitori del soldato, i quali hanno ammesso che, a detta del portavoce degli stessi “pacifisti”, l’obiettivo vero era solo quello di «rompere l’assedio». «Credo che siano solo dei provocatori», aveva detto il padre. I “pacifisti” in azione sono volontari di quaranta Paesi, alcuni certamente in buona fede – ai tempi di Giannini e del Merlo Giallo erano chiamati “utili idioti” – ma altri rispondono al nome del vescovo palestinese Hylarion Cappucci, a suo tempo condannato per contrabbando di armi e poi “salvato” per intercessione della Santa Sede, dello sceicco-estremista arabo Rahed Sallah, leader di una fazione del Movimento Islamico israeliano, e dell’ineffabile Nobel per la pace Mairead Corrigan-Maguire.
Oltre, naturalmente, al solito gruppetto di italiani. Questione politica quindi, e non umanitaria. “Free Gaza”, non “Free Shalit”. In quanto alle 10mila tonnellate di aiuti e di cemento, gli israeliani avevano indicato per tempo dove sbarcarli – questo le cronache non lo dicono – e si erano incaricati del trasporto a Gaza. Invece, niente. Lo stesso capo di Hamas, Hanieh, si era predisposto per salutare lo sbarco a Gaza, in un tripudio di bandiere.
Singolari, nella vicenda, le responsabilità della Turchia e, indirettamente, anche di quella parte di Europa che ora, piangendo lacrime di coccodrillo, si associa ipocritamente alle immancabili lagne dell’Onu. Una ong turca, già nota per le simpatie verso al-Qaeda e Hamas, sembrerebbe aver finanziato questa spedizione, che il governo di Erdogan non ha impedito. La Turchia laica di Ataturk era il maggiore alleato dell’occidente in Medioriente. Fantasticando di democrazia a propria immagine e somiglianza, la burocrazia dell’Unione, piuttosto che accoglierla, l’ha insipientemente spinta a ricercarsi un proprio ruolo regionale, e perché questo possa accadere non c’è nulla di meglio che lasciarsi trasportare da una deriva islamista cui, all’interno, è stata devitalizzata ogni forma di contrasto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. “Chi è causa del suo mal, pianga se stesso...”
L'iPad (quello vero)
Dopo aver letto (me l'hanno segnalato, mica me lo sono andato a cercare) Vittorio Zucconi che, su Repubblica, paragona l'iPad a un «pianeta di pochi centimetri quadrati dove la libertà è senza limiti», mi sono sentito in dovere di andare a ripescare un articoletto che ho scritto venerdì scorso su Liberal quotidiano. Astenersi odiatori-Apple-professionisti e sacerdoti della setta di Cupertino.
La caccia è scattata all’alba di ieri, ma era stata pianificata in tutti i dettagli da più di un mese. Tanto, infatti, hanno dovuto attendere gli italiani (come quasi tutti gli europei, i giapponesi e gli australiani) per mettere le mani sull’iPad di Apple, il nuovo “oggetto del desiderio” hi-tech che negli Stati Uniti è stato lanciato sul mercato ad aprile. Code a Milano (dove gli Apple Store avevano accettato soltanto prenotazioni online), ma anche a Bologna e Roma. Mentre a Palermo sono arrivati solo i “modelli da esposizione”, lasciando a bocca asciutta centinaia di appassionati. Euforia contenuta, in ogni caso, rispetto a quello che è accaduto all’Apple Store principale di Tokyo, dove nelle prime ore della mattina si era già formata una fila di 800 metri, con più di mille ansiosi acquirenti.
Tanta attesa, naturalmente, ha il suo prezzo. Perché il Italia il nuovo touch-screen di Apple costerà 499 euro (per la versione Wi-Fi a 16gb) e addirittura 799 euro (per la versione Wi-Fi+3G a 64gb). Prezzi non bassi, in termini assoluti, visto che ormai un laptop di fascia media non costa più di 400-500 euro, ma che negli Stati Uniti non hanno frenato vendite-record: un milione di unità in ventotto giorni (contro i 74 che ci aveva messo l’iPhone per raggiungere lo stesso traguardo) e quasi nove milioni previste per il 2010 (il 43% delle quali negli Usa). Il successo, almeno iniziale dell’iPad, unito a quello ormai consolidato di iPod e iPhone, ha portato nei giorni scorsi la Apple a diventare la compagnia hi-tech più valutata sui mercati (221 milioni di dollari), scavalcando i rivali storici di Microsoft (219 milioni). È tutto oro quello che luccica, insomma? Non esattamente.
Intendiamoci, l’iPad è un oggetto splendido e probabilmente, per usare le parole di Steve Jobs, davvero «rivoluzionario». Chiunque abbia avuto per le mani, anche per qualche minuto, un iPhone o un iPod Touch può intuire immediatamente le potenzialità del nuovo gioiellino di Apple. La velocità, la semplicità d’uso e la pulizia del sistema operativo sviluppato a Cupertino sono ormai leggendarie. Proprio come la straordinaria base di software sviluppato per iPhone da cui l’iPad può partire, in attesa che vengano prodotte applicazioni “specializzate” in grado di sfruttare il monitor più ampio (9,7 pollici) e la risoluzione più alta (1024x768). Con le sue caratteristiche tecniche, poi, l’iPad sembra poter dominare senza troppi sforzi il mercato dei lettori di E-book, finora quasi monopolizzato dal Kindle di Amazon.
Aggiungete una cpu (Apple A4 PoP da 1 gigahertz) in grado di surclassare qualsiasi console portatile per videogiochi in commercio, tanta memoria e una connettività estremamente flessibile (soprattutto nei modelli di punta), audio e video di altissima qualità e il cerchio, in teoria, dovrebbe chiudersi. E proprio questo ci hanno raccontato la schiacciante maggioranza dei giornalisti e dei commentatori che hanno invaso giornali e web nei giorni successivi al suo lancio statunitense. Il problema è che, troppo spesso, questi giornalisti - per “amore”, più che per interesse - quando scrivono dei prodotti Apple sembrano Emilio Fede quando parla di Silvio Berlusconi o Chris Matthews quando «sente i brividi» dopo un discorso di Barack Obama.
Qualsiasi creatura di Steve Jobs, insomma, viene osannata a prescindere e i suoi difetti vengono accuratamente ignorati. Di difetti, invece, l’iPad ne ha. E parecchi. Andiamo in ordine sparso. L’iPad non ha una porta Usb (o Firewire) per il collegamento di periferiche esterne. Una precisa strategia commerciale più che una mancanza incidentale, perché Apple preferisce vendere (a carissimo prezzo) ogni espansione, piuttosto che permettere all’utente di scegliere il proprio prodotto preferito. In un apparecchio multimediale così sofisticato, poi, non si può fare a meno di notare l’assenza di una webcam (o almeno di una fotocamera), di un’uscita video standard che permetterebbe di collegare senza troppi problemi l’iPad a un monitor o a una televisione hd e di qualsiasi compatibilità con Adobe Flash (la tecnologia software più utilizzata per i video e i videogiochi sul web). Tutto, insomma, sembra il frutto del tentativo di “sigillare” il tablet per impedirgli qualsiasi comunicazione con prodotti non targati Apple.
Una filosofia che Steve Jobs persegue da decenni, con alterne fortune. E che trova il suo completamento in quello che è il più grande asset, ma anche il più grave difetto dei prodotti multimediali Apple: iTunes. Se è vero, infatti, che proprio dalla vendita di musica e applicazioni (negli Usa anche film e serie tv) arrivano i profitti più vistosi per la casa della mela morsicata, è anche vero che il passaggio “obbligatorio” da iTunes per riempire di contenuti iPod, iPhone e iPad rappresenta una limitazione della libertà inaccettabile per chiunque non sia un utente occasionale o un fanatico della setta di Cupertino. Ecco perché sono sempre di più i clienti Apple che ricorrono alla tecnica del “jailbreaking” che permette un utilizzo molto più flessibile di iPhone e iPad (oltre che l’accesso, illegale, ad una miriade di applicazioni “piratate” a costo zero). Ed ecco perché, proprio nei giorni in cui l’iPad sbarca in Europa, una piccola compagnia tedesca - la Neofonie - si prepara a lanciare sul mercato un anti-iPad (significativamente battezzato “WePad”), che promette di far dimenticare tutte le limitazioni imposte da Apple al proprio hardware: display più grande (11,6 pollici); maggiore risoluzione (1366x768); processore più veloce (Intel Atom N450 a 1.66GHz); una webcam; due porte Usb; un lettore di memorie flash; un modem Wwan integrato; compatibilità assicurata con il software Adobe. Il tutto, racchiuso nelle accoglienti braccia del sistema operativo Android, sviluppato da Google per tablet e smartphone. Il prezzo? Probabilmente il modello di punta costerà come l’iPad di fascia più bassa. Apple deve stare attenta, insomma. Non sempre sono i rivoluzionari a vincere la rivoluzione.
UPDATE. Il nuovo nome del tablet di Neofonie sarà “WeTab” e putroppo il lancio è stato rimandato a settembre (h/t: Paolo Della Sala)
La caccia è scattata all’alba di ieri, ma era stata pianificata in tutti i dettagli da più di un mese. Tanto, infatti, hanno dovuto attendere gli italiani (come quasi tutti gli europei, i giapponesi e gli australiani) per mettere le mani sull’iPad di Apple, il nuovo “oggetto del desiderio” hi-tech che negli Stati Uniti è stato lanciato sul mercato ad aprile. Code a Milano (dove gli Apple Store avevano accettato soltanto prenotazioni online), ma anche a Bologna e Roma. Mentre a Palermo sono arrivati solo i “modelli da esposizione”, lasciando a bocca asciutta centinaia di appassionati. Euforia contenuta, in ogni caso, rispetto a quello che è accaduto all’Apple Store principale di Tokyo, dove nelle prime ore della mattina si era già formata una fila di 800 metri, con più di mille ansiosi acquirenti.
Tanta attesa, naturalmente, ha il suo prezzo. Perché il Italia il nuovo touch-screen di Apple costerà 499 euro (per la versione Wi-Fi a 16gb) e addirittura 799 euro (per la versione Wi-Fi+3G a 64gb). Prezzi non bassi, in termini assoluti, visto che ormai un laptop di fascia media non costa più di 400-500 euro, ma che negli Stati Uniti non hanno frenato vendite-record: un milione di unità in ventotto giorni (contro i 74 che ci aveva messo l’iPhone per raggiungere lo stesso traguardo) e quasi nove milioni previste per il 2010 (il 43% delle quali negli Usa). Il successo, almeno iniziale dell’iPad, unito a quello ormai consolidato di iPod e iPhone, ha portato nei giorni scorsi la Apple a diventare la compagnia hi-tech più valutata sui mercati (221 milioni di dollari), scavalcando i rivali storici di Microsoft (219 milioni). È tutto oro quello che luccica, insomma? Non esattamente.
Intendiamoci, l’iPad è un oggetto splendido e probabilmente, per usare le parole di Steve Jobs, davvero «rivoluzionario». Chiunque abbia avuto per le mani, anche per qualche minuto, un iPhone o un iPod Touch può intuire immediatamente le potenzialità del nuovo gioiellino di Apple. La velocità, la semplicità d’uso e la pulizia del sistema operativo sviluppato a Cupertino sono ormai leggendarie. Proprio come la straordinaria base di software sviluppato per iPhone da cui l’iPad può partire, in attesa che vengano prodotte applicazioni “specializzate” in grado di sfruttare il monitor più ampio (9,7 pollici) e la risoluzione più alta (1024x768). Con le sue caratteristiche tecniche, poi, l’iPad sembra poter dominare senza troppi sforzi il mercato dei lettori di E-book, finora quasi monopolizzato dal Kindle di Amazon.
Aggiungete una cpu (Apple A4 PoP da 1 gigahertz) in grado di surclassare qualsiasi console portatile per videogiochi in commercio, tanta memoria e una connettività estremamente flessibile (soprattutto nei modelli di punta), audio e video di altissima qualità e il cerchio, in teoria, dovrebbe chiudersi. E proprio questo ci hanno raccontato la schiacciante maggioranza dei giornalisti e dei commentatori che hanno invaso giornali e web nei giorni successivi al suo lancio statunitense. Il problema è che, troppo spesso, questi giornalisti - per “amore”, più che per interesse - quando scrivono dei prodotti Apple sembrano Emilio Fede quando parla di Silvio Berlusconi o Chris Matthews quando «sente i brividi» dopo un discorso di Barack Obama.
Qualsiasi creatura di Steve Jobs, insomma, viene osannata a prescindere e i suoi difetti vengono accuratamente ignorati. Di difetti, invece, l’iPad ne ha. E parecchi. Andiamo in ordine sparso. L’iPad non ha una porta Usb (o Firewire) per il collegamento di periferiche esterne. Una precisa strategia commerciale più che una mancanza incidentale, perché Apple preferisce vendere (a carissimo prezzo) ogni espansione, piuttosto che permettere all’utente di scegliere il proprio prodotto preferito. In un apparecchio multimediale così sofisticato, poi, non si può fare a meno di notare l’assenza di una webcam (o almeno di una fotocamera), di un’uscita video standard che permetterebbe di collegare senza troppi problemi l’iPad a un monitor o a una televisione hd e di qualsiasi compatibilità con Adobe Flash (la tecnologia software più utilizzata per i video e i videogiochi sul web). Tutto, insomma, sembra il frutto del tentativo di “sigillare” il tablet per impedirgli qualsiasi comunicazione con prodotti non targati Apple.
Una filosofia che Steve Jobs persegue da decenni, con alterne fortune. E che trova il suo completamento in quello che è il più grande asset, ma anche il più grave difetto dei prodotti multimediali Apple: iTunes. Se è vero, infatti, che proprio dalla vendita di musica e applicazioni (negli Usa anche film e serie tv) arrivano i profitti più vistosi per la casa della mela morsicata, è anche vero che il passaggio “obbligatorio” da iTunes per riempire di contenuti iPod, iPhone e iPad rappresenta una limitazione della libertà inaccettabile per chiunque non sia un utente occasionale o un fanatico della setta di Cupertino. Ecco perché sono sempre di più i clienti Apple che ricorrono alla tecnica del “jailbreaking” che permette un utilizzo molto più flessibile di iPhone e iPad (oltre che l’accesso, illegale, ad una miriade di applicazioni “piratate” a costo zero). Ed ecco perché, proprio nei giorni in cui l’iPad sbarca in Europa, una piccola compagnia tedesca - la Neofonie - si prepara a lanciare sul mercato un anti-iPad (significativamente battezzato “WePad”), che promette di far dimenticare tutte le limitazioni imposte da Apple al proprio hardware: display più grande (11,6 pollici); maggiore risoluzione (1366x768); processore più veloce (Intel Atom N450 a 1.66GHz); una webcam; due porte Usb; un lettore di memorie flash; un modem Wwan integrato; compatibilità assicurata con il software Adobe. Il tutto, racchiuso nelle accoglienti braccia del sistema operativo Android, sviluppato da Google per tablet e smartphone. Il prezzo? Probabilmente il modello di punta costerà come l’iPad di fascia più bassa. Apple deve stare attenta, insomma. Non sempre sono i rivoluzionari a vincere la rivoluzione.
UPDATE. Il nuovo nome del tablet di Neofonie sarà “WeTab” e putroppo il lancio è stato rimandato a settembre (h/t: Paolo Della Sala)
lunedì 31 maggio 2010
Pacifisti
Un pacifista offre il suo ramoscello d'ulivo (ricurvo) ai militari israeliani che pretendevano di ispezionare la nave carica di “aiuti umanitari” per Gaza. E che si sono scioccamente rifiutati di farsi linciare. Sullo sfondo, fotografi della stampa indipendente.
UPDATE. Ugo Volli, da “Il blog di Barbara”: lettura obbligatoria.
UPDATE/2. Simone Bressan, su Freedomland: Con Israele.
mercoledì 26 maggio 2010
The Road to Socialism
«Paychecks from private business shrank to their smallest share of personal income in U.S. history during the first quarter of this year, a Usa Today analysis of government data finds. At the same time, government-provided benefits - from Social Security, unemployment insurance, food stamps and other programs - rose to a record high during the first three months of 2010». USA Today
Percentuale degli stipendi che arrivano dal settore privato? Ai minimi storici. Percentuale delle entrate provenienti dal welfare? Ai massimi storici. USA Today analizza i dati (federali) del primo trimestre 2010. E noi dedichiamo questa analisi a chi ancora sorride quando legge nella stessa frase “Obama” e “socialismo”.
Percentuale degli stipendi che arrivano dal settore privato? Ai minimi storici. Percentuale delle entrate provenienti dal welfare? Ai massimi storici. USA Today analizza i dati (federali) del primo trimestre 2010. E noi dedichiamo questa analisi a chi ancora sorride quando legge nella stessa frase “Obama” e “socialismo”.
Per un (mezzo) miracolo italiano
Pdl al minimo storico (32,5%). Fiducia per il governo al minimo storico (dal 50% al 47%). “Job approval” di Silvio Berlusconi in calo, ma non troppo (dal 56% al 54%). Per quanto riguarda il Cavaliere, si tratta di un mezzo miracolo statistico... (continua su Free News Online)
martedì 25 maggio 2010
42!
The Rasmussen Reports daily Presidential Tracking Poll for Tuesday shows that 24% of the nation's voters Strongly Approve of the way that Barack Obama is performing his role as president. Forty-four percent (44%) Strongly Disapprove, giving Obama a Presidential Approval Index rating of -20 (...) Overall, 42% of voters say they at least somewhat approve of the president's performance. That is the lowest level of approval yet measured for this president. Fifty-six percent (56%) now disapprove of his performance.
Rasmussen Reports
Rasmussen Reports
Run, Dino, Run!
Secondo il Seattle Times, Dino Rossi sembra essersi finalmente deciso a correre per il Senato a Washington State. Rossi, sconfitto di misura da Christine Gregoire due volte nella corsa a governatore (nel primo caso, più che di sconfitta, si dovrebbe parlare di furto) è l'unico esponente del GOP competitivo contro la democratica Patty Murray. Nel mio personalissimo cartellino, Washington State passa da Solid Dem a toss-up.
lunedì 24 maggio 2010
Aloha
Il repubblicano Charles Djou ha vinto le special elections nel primo distretto delle Hawaii con il 39,5% dei voti, battendo i democratici Colleen Hanabusa (31%) ed Ed Case (28%). Djou è il primo esponente del GOP hawaiiano ad approdare al Congresso negli ultimi vent'anni. E soltanto il terzo da quando l'arcipelago del Pacifico è diventato uno stato USA.
giovedì 20 maggio 2010
mercoledì 19 maggio 2010
Rand Revolution
«I have a message. A message from the tea party. A message that is loud and clear and does not mince words. We've come to take our government back». Rand Paul, 18 maggio 2010
martedì 18 maggio 2010
Gilder and me
Oltre ad essere (secondo me) uno dei più interessanti pensatori di questo secolo, George Gilder è anche una persona alla mano, di rara simpatia. Nella foto, da sinistra: Rosita Romano, Piercamillo Falasca, George Gilder, il sottoscritto, Umberto Mucci, Nini Gilder.
lunedì 17 maggio 2010
mercoledì 12 maggio 2010
Settled
Quando Al Gore decise di assillare l’intera umanità coi rischi che essa correrebbe per via del riscaldamento globale antropogenico, il pezzo forte del suo ragionamento fu quello del consenso scientifico: «science is settled», amava dichiarare. La scienza del clima è tutt’altro che settled e, semmai, è la responsabilità umana che è settled, nel senso che sappiamo con certezza che l’uomo non c’entra. In ogni caso, il consenso nella scienza è un concetto non solo utopico e mai esistito ma, comunque, irrilevante. Nessuno scienziato che si rispetti vi farebbe mai appello, perché la scienza non si fonda sul consenso, né sull’autorità di alcuno. La scienza si fonda solo sui fatti, e solo questi sono il giudice ultimo di qualunque affermazione che voglia essere scientifica...
Franco Battaglia, continua su Free News Online
Franco Battaglia, continua su Free News Online
martedì 11 maggio 2010
Free
Free news online nasce per offrire una lettura della realtà italiana. Mette a disposizione una chiave interpretativa delle notizie, un modo per interpretarle, un ordine per meglio comprenderle. Nasce per presentare e far nascere idee, la materia prima che scarseggia in un Paese che si culla nel luogo comune e nella faziosità, che anima scontri roventi, talora forsennati, ma troppo spesso privi di contenuto reale. L’Italia è un Paese colmo di energie nascoste e inespresse, quindi sprecate. A cominciare dai giovani, tenuti a marinare in un sistema dell’istruzione che li addestra più al galleggiamento che alla competizione, e posti fuori dal mercato del lavoro. Il nostro è un Paese nel quale si è “giovani”, considerati debuttanti, ad età in cui i nostri nonni erano da tempo padri di famiglia, lavoratori, professionisti, in ogni caso padroni della loro sorte. Una situazione intollerabile, resa ancora più preoccupante dall’assenza di reazione, di ribellione, dall’eclissi del desiderio di cambiare. Forse perché non ci si crede, o forse perché la droga dei trasferimenti pubblici ha fiaccato il tessuto più giovane.
Rassegnazione e galleggiamento sono i mali contro i quali contiamo d’impegnare il nostro ragionare, la nostra passione civile. Può darsi che scrivere non basti, di sicuro tacere è da complici. E noi non vogliamo esserlo. Free news nasce con una struttura volontaristica, sarà costruito con le opinioni e le competenze di chi le mette liberamente a disposizione degli altri. Contiamo di essere ripagati dalle risposte di chi legge e vorrà scrivere, divenendo uno spazio aperto, ma certo non privo d’idenità o in balia degli umori. Di roba simile ce n’è già troppa, nella politica e nella pubblicistica italiane. (Davide Giacalone)
lunedì 10 maggio 2010
Gilder, l'uomo che sussurra al futuro
George F. Gilder è stato chiamato in mille modi: da proto-maschilista a tecno-utopista, passando per pseudocreazionista e ultra-liberista. Ma nessuna di queste definizioni riesce a rendere pienamente la complessità del personaggio, della sua storia e delle sue idee. Qualcuno lo considera uno dei pochi, veri geni del nostro secolo, perché è stato in grado di elaborare nel corso degli anni una “teoria unificata” capace di integrare politologia, sessuologia, antropologia, economia, tecnologia e religione. Altri lo archiviano come un pensatore sopravvalutato, che ha avuto la fortuna di essersi trovato un paio di volte nel posto giusto al momento giusto. Così, a qualche mese dall’uscita del suo ultimo libro (“The Israel Test”, che con ogni probabilità non vedrà mai la luce in Italia), forse il modo migliore per spiegare George Gilder è proprio quello più semplice: raccontare la sua vita.
Da casa Gilder a casa Rockefeller
George F. Gilder nasce a New York nel 1939. Suo padre Richard, aviatore, muore nei cieli europei durante la Seconda guerra mondiale quando George ha soltanto tre anni. Prima di partire per il fronte, però, Richard ha stretto un patto di sangue con il suo compagno di stanza al college: se morirà in guerra, l’amico provvederà all’educazione del figlio. Alla morte di Richard, il roommate mantiene la promessa. E, nella tragedia della perdita paterna, il piccolo George inciampa in una fortuna sfacciata. Perché l’amico del padre risponde al nome di David Rockefeller, sesto figlio del banchiere John Davison Rockefeller Jr. e nipote più giovane (e oggi unico erede sopravvissuto) di J.D. Rockefeller Senior, fondatore della Standard Oil e capostipite di una delle dinastie più ricche e potenti degli Stati Uniti d’America. Poteva capitargli di peggio. George viene educato in “comproprietà” tra la famiglia Rockfeller, nel cuore dell’aristocrazia finanziaria di Manhattan, e quella naturale, in una fattoria nei pressi di Tyringham, in Massachusetts. Inutile dire che, facendo la spola tra Wall Street e l’allevamento di bovini, George si trasforma ben presto nella “pecora nera” della dinastia di cui, a pieno titolo, fa parte. E fin da giovane abbraccia un’ideologia schiettamente conservatrice, almeno rispetto allo standard della prole di David Rockefeller. Così, mentre Peggy diventa amica personale di Fidel Castro, Abby dedica la propria vita a spiegare al mondo la malvagità degli scarichi delle toilette moderne (oltre a fondare il MoMA) ed Eileen si sollazza con le meraviglie della medicina alternativa, George inizia a flirtare con il Grand Old Party. Non prima, però, di aver trascorso un’adolescenza burrascosa. Gilder frequenta la Hamilton School, un liceo molto progressista (almeno per l’epoca) di New York, dove si fa notare soprattutto per qualche furto in libreria. Entrato ad Harvard, si fa espellere durante il primo anno perché non ha nessuna intenzione di frequentare regolarmente i corsi. In un impulso di orgoglio decide di entrare nei marine. Ma la vita militare non fa per lui. Così dopo sei mesi torna ad Harvard con la coda tra le gambe, si laurea (nel 1962) e inizia a frequentare la Ripon Society, il thinktank dei “centristi repubblicani” che dominano in quel periodo il partito fondato da Lincoln.
Repubblicano progressista
Negli anni Sessanta, Gilder è il perfetto prototipo del progressive republican: è lo speechwriter di molti uomini politici in vista nell’establishment del Gop (da Nelson Rockefeller a George Romney, passando per il giovane Richard Nixon), diventa il portavoce del senatore moderato Charles Mathias (Maryland) nei momenti più caldi della protesta anti Vietnam. E nel 1966, insieme a Bruce Chapman (suo compagno di stanza ad Harvard), scrive un durissimo pamphlet contro lo strappo anti elitario di Barry Goldwater – “The Party That Lost Its Head” (“Il partito che ha perso la testa”) – in cui denuncia il disprezzo nei confronti degli intellettuali che caratterizza la svolta “populista” dei repubblicani post 1964. Qualche anno più tardi, ripensando a questa fase della sua vita, Gilder non riuscirà trattenere un profondo disprezzo: “Ero un tipico sottoprodotto del Ventesimo secolo, liberal, secolarista e malato di priapismo, che si atteggiava a poeta per nascondere il proprio senso di colpa wasp. Infatuato del jazz, del blues, del soul e di tutto quello che appartiene alla cultura nera in un disperato tentativo di assorbirne la mascolinità più sfacciata. Convinto che i più grandi scrittori del mondo fossero Norman Mailer, Joan Didion e Robert Lowell, senza rendersi conto che la maggior parte della poesia contemporanea era infettata da sciocchezze nichiliste e fantasie marxistoidi. Sicuro che Castro e Ho Chi Minh fossero soltanto riformatori agrari, mentre si cullava nella sua seduta settimanale dallo psicanalista reichiano sulla East End Avenue. Sprezzante nei confronti degli uomini d’affari e degli esperti di tecnologia per la loro mancanza di ‘anima’. In parole povere, ero un tipico esempio di intellettuale parassita del Capitalismo”.
Svolta a destra
Sono almeno tre gli episodi che spingono Gilder a sganciarsi dal progressive republicanism che caratterizza i suoi anni del college: l’incontro con William F. Buckley jr., che qualche anno prima ha fondato la National Review; la pubblicazione del Moynihan Report sulla disgregazione della famiglia afroamericana, che appiccherà il sacro fuoco della sua battaglia contro il welfare; il reportage di Theodore Draper per The New Leader che inizia a far trapelare le prime crude verità sul regime castrista. Ma nessuno di questi tre episodi può essere collegato direttamente con quello che rende George Gilder, all’improvviso, uno degli uomini più odiati degli Stati Uniti. All’inizio degli anni Settanta, Gilder vive a Cambridge dove si occupa della pubblicazione del Ripon Forum, lo storico giornale della Ripon Society. Un giorno, però, ha la malaugurata idea di scrivere un articolo in difesa di Nixon, che ha appena esercitato il suo diritto di veto su una legge approvata dal Congresso a maggioranza democratica e sponsorizzata al Senato da Walter Mondale, che avrebbe esteso a dismisura il “day care” per i meno abbienti. La teoria di Gilder è semplice: dopo che il welfare, soprattutto nelle famiglie nere delle grandi città, ha praticamente reso superflua la figura paterna (a garantire il mantenimento del nucleo familiare, infatti, ci pensa l’assistenza pubblica), non è il momento più adatto per compiere lo stesso errore con la figura materna, sostituendola con lo stato-balia. Il ragionamento, oggi, non sfiora neppure i confini del “politicamente corretto”, abituati come siamo a decenni di dimostrazioni sull’impatto disgregativo dell’assistenzialismo sul tessuto connettivo delle famiglie.
Suicidio sessuale
Nel 1971, però, quella di Gilder è una bomba atomica. Anche per i repubblicani mainstream. Le ricercatrici della Ripon Society sono indignate e pretendono – ottenendolo – il licenziamento immediato di Gilder dal giornale dell’associazione. E la controversia assume quasi immediatamente contorni nazionali. Invitato a un confronto pubblico dalla tv pubblica Pbs, deve affrontare centinaia di femministe imbufalite che vorrebbero scorticarlo vivo. Dopo aver speso anni alla ricerca di un modo per conquistare l’attenzione femminile, Gilder sembra finalmente esserci riuscito. Ma il prezzo che deve pagare è l’esilio. Lascia Cambridge e si trasferisce a New Orleans, dove inizia a lavorare per un amico – Ben C. Toledano – che ha deciso di candidarsi al Senato per il Partito repubblicano. Solo, reietto e senza un dollaro in tasca, in Louisiana George affoga la sua disperazione esistenziale nella scrittura di “Sexual Suicide” (pubblicato nel 1973 e ripubblicato con qualche aggiornamento nel 1986 con il titolo “Man and Marriage”), in cui sostiene che il femminismo ha scardinato la “costituzione sessuale” della civiltà umana, che era riuscita a trasformare l’istinto predatorio del maschio per il sesso, la guerra e la caccia, “costringendolo” a diventare marito e padre. Se l’articolo per il Ripon Forum era un’esplosione atomica, “Sexual Suicide” è un bombardamento nucleare a tappeto su un asilo nido. Per il movimento femminista Gilder diventa il Grande Satana da esorcizzare a ogni costo, tanto da meritare – sia per il settimanale Time che per l’organizzazione Now (National Organization of Women) – il titolo di “Porco Sciovinista dell’Anno”. Titolo di cui, a distanza di tanti anni, va ancora fiero.
L’invenzione della Reaganomics
Tanto scandalo, naturalmente, procura a Gilder un momento di forte notorietà che l’autore sfrutta per approfondire una serie di temi appena sfiorati in “Sexual Suicide”. Il risultato d questo cambio di paradigma è altro libro molto controverso: “Visible Man: A True Story of Post-Racist America” (“L’uomo visibile: una storia vera dell’America post-razzista”, uscito nel 1978 e ripubblicato nel 1995) che rappresenta il passaggio ideale dalla sua fase sociologica a una più concentrata sui temi dell’economia. La teoria economica della supplyside inizia a entrare nel dibattito politico statunitense verso la metà degli anni Settanta, soprattutto grazie al lavoro di due giornalisti del Wall Street Journal – Jude Wanniski e Robert L. Bartley – che riescono a creare un formidabile contrappeso teorico al keynesianesimo dominante. Al centro del sistema c’è la famosissima “curva di Laffer”, che dimostra matematicamente come l’aumentare delle tasse non comporti necessariamente un aumento delle entrate per lo stato. Anzi, che esiste un “punto di rottura”, in qualsiasi sistema economico, oltre il quale aumentare le tasse diventa controproducente, a prescindere da qualsiasi criterio di equità fiscale. La leggenda vuole che la prima “bozza” della curva sia stata scarabocchiata nel 1974 dallo stesso Arthur Laffer su un tovagliolo di carta, durante una riunione in cui l’economista voleva convincere alcuni notabili del Gop dell’inutilità dell’ultimo aumento delle tasse voluto da Gerald Ford. Oltre a Wanniski e Laffer, intorno allo stesso tavolo c’erano Dick Cheney (all’inizio per niente convinto) e Donald Rumsfeld. Qualche anno dopo Gilder, che ormai scrive con continuità sulla pagina degli editoriali del Wall Street Journal e partecipa alla stesura degli economic reports di Laffer, prende a punto di partenza il lavoro di Wanniski, lo miscela abilmente con l’ossatura filosofica di Friedrich August von Hayek e Milton Friedman, e scrive lo splendido “Wealth and Poverty” (“Ricchezza e povertà”) che sarà pubblicato nei primi mesi del 1981, pochi giorni dopo l’insediamento di Ronald Reagan alla Casa Bianca. Il timing è perfetto: “Wealth and Poverty” vende milioni di copie e diventa il “manifesto ufficiale” della Reaganomics. Gli analisti scopriranno che proprio Gilder è stato l’autore vivente più citato da Reagan durante la sua presidenza.
Uno sguardo nel futuro
Il cerchio filosofico-ideologico di Gilder sembra chiudersi: la rottura del nucleo familiare tradizionale e il welfare portano alla povertà; la famiglia, il lavoro e la libertà di impresa portano alla ricchezza. A 42 anni, Gilder sembra ormai arrivato: il New York Times definisce il suo libro come la “più intelligente guida al capitalismo in circolazione”, il suo nome è sulla bocca di tutti quelli che contano nel movimento conservatore, le sue apparizioni sono contese dai network televisivi nazionali. Tutti vogliono “assaggiare” un pezzo dell’astro nascente della Reaganomics. L’unico a non essere d’accordo è proprio Gilder. Lui, infatti, già vive nel futuro. Analizzando a fondo i meccanismi del capitalismo, Gilder si innamora un’altra volta. E anche questa volta si tratta di un amore tormentato. Dopo una “pausa” lunga quasi un decennio, in cui studia – partendo da zero – la tecnologia e le dinamiche del mercato della microelettronica (con il fervore di un ventenne, lo spirito di sacrificio di un quarantenne e l’umiltà di un sessantenne), Gilder rinasce come il guru più osannato del movimento tecno- utopista che forgia le fondamenta di una rivoluzione digitale ai suoi primi vagiti. Nel 1989 esce “Microcosm: the Quantum Revolution in Economics and Technology” (“Microcosm: la rivoluzione quantica nell’economia e nella tecnologia”), che diventa prestissimo una bibbia per tutti i visionari della Silicon Valley. Nel 1992 pubblica “Live After Television” (“La vita dopo la televisione”) in cui anticipa di qualche decennio temi che soltanto oggi iniziano a essere trattati dalla saggistica mainstream, preconizzando la convergenza tra telecomunicazioni, microelettronica e fibra ottica. Insieme a Gordon Moore (fondatore di Intel) e Robert Meltcafe (creatore di Ethernet e fondatore di 3Com), Gilder ha anche l’onore di essere il titolare di una delle “Tre leggi della tecnologia” che governano il mondo contemporaneo. Secondo la Legge di Moore, la potenza di calcolo dei microchip raddoppia ogni 18 mesi (corollario: il prezzo di un computer con una data potenza di calcolo si dimezza ogni 18 mesi). Secondo la Legge di Metcalfe, il valore di un network è proporzionale al quadrato del numero di nodi che lo compongono. Secondo la Legge di Gilder, la larghezza di banda totale dei sistemi di telecomunicazione triplica ogni dodici mesi. Queste tre leggi, che molti hanno giudicato transitorie ma che continuano a funzionare alla perfezione da decenni (quella di Moore addirittura dal 1965) scandiscono – a nostra insaputa – i ritmi della società tecnologica in cui viviamo. E Gilder è una delle poche persone che ha immaginato questo mondo prima di tutti gli altri. La sua capacità di anticipare le tendenze del mercato, la sua prosa messianica e la sua incrollabile fede nel futuro gli garantiscono uno status quasi mitologico nella ristretta cerchia dei tecno-entusiasti che si radunano intorno alla rivista Wired creata e diretta da Louis Rossetto. Gilder, oltre che per Wired, scrive per Forbes (di cui dirige lo spin off tecnologico Asap) e per il Wall Street Journal. Profetizza una rivoluzione fatta di sabbia (silicio), vetro (fibra ottica) e aria (wireless). E quando le società hi-tech, nella seconda metà degli anni Novanta, iniziano a diventare gli investimenti più appetibili per le banche d’affari, Gilder si trova – quasi spontaneamente – in posizione perfetta per sfruttare il vento digitale che soffia alle sue spalle. Tra il 1999 e il 2000, quando esce “Telecosm: The World After Bandwidth Abundance” (“Telecosm: il mondo dopo l’abbondanza della banda larga”), Gilder non è più soltanto il più riverito guru delle nuove tecnologie e il consigliere strategico di Newt Gingrich e Steve Forbes. E’ l’uomo capace di far muovere i mercati con un tratto di penna. La sua newsletter a pagamento, il mitico Gilder’s Report, ha 110 mila abbonati negli Stati Uniti, incassa sette milioni di dollari all’anno e si parla di un’imminente quotazione in Borsa che oscillerebbe tra i 150 e i 200 milioni di dollari. Al Gilder’s Report lavorano 55 analisti a tempo pieno, ma tutto si regge sulle intuizioni di George, che sceglie personalmente le società più “calde” su cui puntare. La cosa straordinaria è che i suoi “seguaci” sono tanto fedeli che, pochi minuti dopo la segnalazione di un titolo, gli acquisti sono così numerosi che le quotazioni del titolo in questione raddoppiano.
Scoppia la bolla
Tutto, però, finisce in un istante, nel marzo del 2000, con lo scoppio della “bolla” delle dotcom. Nel giro di un paio di settimane, nel fuggi fuggi generale da Wall Street, Gilder si ritrova con meno di diecimila abbonati, cinque impiegati, qualche milione di dollari di debiti e il fisco avvinghiato alla gola. E’ costretto a rivendere la rivista The American Spectator, che aveva comprato un paio di anni prima per trasformarla nel magazine della “destra digitale”. Lo salvano gli amici Steve Forbes e Bruce Chapman, che lo ospita come senior fellow nel suo think-tank di Seattle, il Discovery Institute. I giorni delle vacche grasse sono ormai un ricordo, e George si ritira in buon ordine a lavorare nelle colline della contea di Berkshire, al confine tra il Massachusetts e il Connecticut. Fibra ottica o no, resta un uomo di campagna. Nel 2005 pubblica “The Silicon Eye: How a Silicon Valley Company Aims to Make All Current Computers, Cameras, and Cell Phones Obsolete” (“L’occhio di silicio: come una società della Silicon Valley vuole rendere obsoleti i computer, le macchine fotografiche e i telefoni cellulari”), forse il suo lavoro più tecnico, che ne conferma però le doti di divulgatore.
Dietro c’è un Disegno (intelligente)
Mentre si allontana il ricordo dei suoi giorni da guru hi-tech, anche per perché tutte le sue profezie iniziano ad avverarsi, magari con qualche decennio di ritardo, Gilder è pronto per una nuova sfida intellettuale. Il durissimo colpo del 2000 avrebbe ucciso un cavallo. Tra il 2004 e il 2005 convince Chapman ad aprire un ufficio del Discovery Institute a Washington D.C., con l’obiettivo di trasformare un think-tank nato per risolvere i problemi di traffico a Seattle nella punta di diamante intellettuale del movimento di rivolta contro il neodarwinismo. Per lo scorno e il disorientamento degli scientisti di ogni colore politico, la parola d’ordine di Gilder e del Discovery Institute non è “creazionismo”, ma “intelligent design”. E non si tratta di una differenza di poco conto. Gilder parte dalla Teoria dell’informazione di Claude E. Shannon del Mit (tratteggiata nel classico “Teoria matematica della comunicazione” del 1948) per dimostrare come l’evoluzione non possa, in ultima analisi, essere spiegata semplicemente ricorrendo a cause fisiche “non intelligenti”. Nel luglio 2005 la National Review pubblica un suo lungo e devastante saggio, dal titolo “Evolution and Me” che scatena, ancora una volta, un dibattito senza precedenti nel mondo accademico e politico statunitense. L’articolo è una sorta di “teoria unificata del metodo gilderiano” in cui tutte le intuizioni contenute nei lavori del futurologo statunitense – da “Sexual Suicide” a “Telecosm” – vengono utilizzate per sottolineare come il darwinismo sia ormai diventato un “ostacolo per l’avanzamento della scienza”. “Dopo circa un secolo di tentativi di appiattimento filosofico – scrive Gilder – abbiamo scoperto che l’universo è testardamente gerarchico (…) e nessuna accumulazione di conoscenza nella fisica e nella chimica è in grado di rivelarci il minimo insight sull’origine della vita, sui processi di calcolo, sulle fonti della coscienza, sulla natura dell’intelligenza o sulle cause della crescita economica (…) Il materialismo in genere, come il riduzionismo darwinista in particolare, contraddice se stesso. Come scrisse il biologo britannico Haldane nel 1927, ‘Se i miei processi mentali sono determinati interamente dal movimento degli atomi nel mio cervello, non ho ragione di supporre che le mie convinzioni siano vere; e dunque non ho ragione di supporre che la mia mente sia composta soltanto da atomi’. L’intelligent design è semplicemente un modo per rivendicare l’esistenza di un universo gerarchico (…) e si guarda bene dal sostenere che l’intelligenza manifestamente presente nell’universo sia di origine sovrannaturale”. La reazione dei neodarwinisti è scomposta. Abituati a dileggiare una destra religiosa che invoca l’interpretazione letterale della Bibbia e crede che la razza umana sia comparsa sulla Terra appena da pochi millenni, non sanno che pesci prendere quando si trovano a dibattere con persone che masticano con disinvoltura matematica applicata, ingegneria elettronica e biologia. Chris Mooney della rivista progressive The American Prospect, non trovando di meglio, ricorda i trascorsi “moderati” di Gilder e Chapman. E li accusa di essere diventati più estremisti degli estremisti che un tempo combattevano. Ma ci vuole altro per ribattere alle argomentazioni di Gilder e al suo durissimo attacco alla “trappola della superstizione materialistica” da cui prendono le mosse i lavori sull’Intelligent design. “Presentarci come trogloditi che credono nell’Arca di Noè è davvero bizzarro – dice – Ma se questo è il modo che hanno scelto per attaccarmi, peggio per loro. In realtà è tutto piuttosto divertente. E’ come se ti sparassero a bruciapelo mancandoti totalmente”. Così dopo qualche anno di dibattito sull’ID, con i neodarwinisti arroccati in difesa in tutto il mondo, Gilder può tranquillamente passare il testimone ai suoi colleghi del Discovery Institute, come Ann Gauger, Douglas Axe e Brendan Dixon. Per lui, a settantuno anni, è arrivato il momento di combattere un’altra battaglia della Culture war. E il fronte, stavolta, è in medio oriente.
The Israel Test
Non era certamente nelle intenzioni dell’autore – scrive Michael Medved nella sua recensione a “The Israel Test” – ma siamo di fronte a un libro che potrebbe provocare nei lettori ebrei un raro caso di invidia nei confronti dei wasp. Ci voleva un protestante al cento per cento come George Gilder, infatti, per trovare qualcuno con il coraggio di dare vita a un saggio così favorevole a Israele e agli ebrei”. E ci voleva Gilder per scrivere una verità che è spesso rimasta oscurata dalle nebbie del politicamente corretto: “Intrappolati nel dibattito sui suoi vizi e sui suoi errori, i critici di Israele non vedono il filo rosso che unisce la lunga storia dell’antisemitismo. Israele è odiato soprattutto per le sue virtù”. La tesi di Gilder è che le radici del conflitto mediorientale non siano legate al controllo del territorio o alla religione, ma siano soprattutto psicologiche e derivino dal risentimento nei confronti dei successi di Israele. L’antisionismo, insomma, è spinto dagli stessi fenomeni che hanno sempre alimentato l’antisemitismo: l’invidia e l’incapacità di comprendere il libero mercato. Emozioni che si manifestano con l’odio nei confronti dei commercianti, degli imprenditori, dei banchieri e degli altri creatori di ricchezza, soprattutto nel caso in cui una minoranza si distingue sotto il profilo economico. Le persone “normali”, secondo Gilder, non nutrono questo tipo di risentimento, tipico piuttosto delle élite intellettuali che diffondono un concetto tanto antico quanto falso: la povertà è causata sempre dallo sfruttamento, perché qualcun altro. Questo è il motivo per cui Israele divide il mondo: da una parte le Nazioni Unite, le organizzazioni internazionali e i dipartimenti umanistici delle università, che considerano il capitalismo come un gioco a somma zero, in cui il successo si ottiene a spese dei poveri e dell’ambiente; dall’altra, chi ammira i successi di Israele e capisce che il capitalismo è un gioco a somma positiva in cui tutti possono trarre benefici dalle fortune di chi è in grado di creare ricchezza. I collettivisti e i loro apologeti, dunque, invidiano Israele e gli ebrei perché non sono capaci di emularli. E la loro reazione è quella di tentare di distruggere tutto quello che mette in evidenza i loro fallimenti. Imprenditori e scienziati ebrei come Albert Einstein, Niels Bohr, Heinrich Hertz, John von Neumann e Richard Feynman sono il fondamento della rivoluzione tecnologica che ha disegnato la società contemporanea, ma Gilder analizza in dettaglio tutti i campi d’eccellenza che hanno portato Israele (soprattutto dopo le riforme economiche del primo governo Netanyahu) a diventare la nazione con il maggiore tasso di innovazione pro capite, superando addirittura gli Stati Uniti. Il destino di Israele, però, è appeso a un filo sottile: prevarranno le forze dell’invidia o quelle che riconoscono la forza creativa dell’eccellenza? È questo il “test” che deciderà le sorti, non solo dello stato ebraico, ma dell’intera civiltà occidentale.
Larry Silverbud, da Il Foglio di sabato 8 maggio 2010
Da casa Gilder a casa Rockefeller
George F. Gilder nasce a New York nel 1939. Suo padre Richard, aviatore, muore nei cieli europei durante la Seconda guerra mondiale quando George ha soltanto tre anni. Prima di partire per il fronte, però, Richard ha stretto un patto di sangue con il suo compagno di stanza al college: se morirà in guerra, l’amico provvederà all’educazione del figlio. Alla morte di Richard, il roommate mantiene la promessa. E, nella tragedia della perdita paterna, il piccolo George inciampa in una fortuna sfacciata. Perché l’amico del padre risponde al nome di David Rockefeller, sesto figlio del banchiere John Davison Rockefeller Jr. e nipote più giovane (e oggi unico erede sopravvissuto) di J.D. Rockefeller Senior, fondatore della Standard Oil e capostipite di una delle dinastie più ricche e potenti degli Stati Uniti d’America. Poteva capitargli di peggio. George viene educato in “comproprietà” tra la famiglia Rockfeller, nel cuore dell’aristocrazia finanziaria di Manhattan, e quella naturale, in una fattoria nei pressi di Tyringham, in Massachusetts. Inutile dire che, facendo la spola tra Wall Street e l’allevamento di bovini, George si trasforma ben presto nella “pecora nera” della dinastia di cui, a pieno titolo, fa parte. E fin da giovane abbraccia un’ideologia schiettamente conservatrice, almeno rispetto allo standard della prole di David Rockefeller. Così, mentre Peggy diventa amica personale di Fidel Castro, Abby dedica la propria vita a spiegare al mondo la malvagità degli scarichi delle toilette moderne (oltre a fondare il MoMA) ed Eileen si sollazza con le meraviglie della medicina alternativa, George inizia a flirtare con il Grand Old Party. Non prima, però, di aver trascorso un’adolescenza burrascosa. Gilder frequenta la Hamilton School, un liceo molto progressista (almeno per l’epoca) di New York, dove si fa notare soprattutto per qualche furto in libreria. Entrato ad Harvard, si fa espellere durante il primo anno perché non ha nessuna intenzione di frequentare regolarmente i corsi. In un impulso di orgoglio decide di entrare nei marine. Ma la vita militare non fa per lui. Così dopo sei mesi torna ad Harvard con la coda tra le gambe, si laurea (nel 1962) e inizia a frequentare la Ripon Society, il thinktank dei “centristi repubblicani” che dominano in quel periodo il partito fondato da Lincoln.
Repubblicano progressista
Negli anni Sessanta, Gilder è il perfetto prototipo del progressive republican: è lo speechwriter di molti uomini politici in vista nell’establishment del Gop (da Nelson Rockefeller a George Romney, passando per il giovane Richard Nixon), diventa il portavoce del senatore moderato Charles Mathias (Maryland) nei momenti più caldi della protesta anti Vietnam. E nel 1966, insieme a Bruce Chapman (suo compagno di stanza ad Harvard), scrive un durissimo pamphlet contro lo strappo anti elitario di Barry Goldwater – “The Party That Lost Its Head” (“Il partito che ha perso la testa”) – in cui denuncia il disprezzo nei confronti degli intellettuali che caratterizza la svolta “populista” dei repubblicani post 1964. Qualche anno più tardi, ripensando a questa fase della sua vita, Gilder non riuscirà trattenere un profondo disprezzo: “Ero un tipico sottoprodotto del Ventesimo secolo, liberal, secolarista e malato di priapismo, che si atteggiava a poeta per nascondere il proprio senso di colpa wasp. Infatuato del jazz, del blues, del soul e di tutto quello che appartiene alla cultura nera in un disperato tentativo di assorbirne la mascolinità più sfacciata. Convinto che i più grandi scrittori del mondo fossero Norman Mailer, Joan Didion e Robert Lowell, senza rendersi conto che la maggior parte della poesia contemporanea era infettata da sciocchezze nichiliste e fantasie marxistoidi. Sicuro che Castro e Ho Chi Minh fossero soltanto riformatori agrari, mentre si cullava nella sua seduta settimanale dallo psicanalista reichiano sulla East End Avenue. Sprezzante nei confronti degli uomini d’affari e degli esperti di tecnologia per la loro mancanza di ‘anima’. In parole povere, ero un tipico esempio di intellettuale parassita del Capitalismo”.
Svolta a destra
Sono almeno tre gli episodi che spingono Gilder a sganciarsi dal progressive republicanism che caratterizza i suoi anni del college: l’incontro con William F. Buckley jr., che qualche anno prima ha fondato la National Review; la pubblicazione del Moynihan Report sulla disgregazione della famiglia afroamericana, che appiccherà il sacro fuoco della sua battaglia contro il welfare; il reportage di Theodore Draper per The New Leader che inizia a far trapelare le prime crude verità sul regime castrista. Ma nessuno di questi tre episodi può essere collegato direttamente con quello che rende George Gilder, all’improvviso, uno degli uomini più odiati degli Stati Uniti. All’inizio degli anni Settanta, Gilder vive a Cambridge dove si occupa della pubblicazione del Ripon Forum, lo storico giornale della Ripon Society. Un giorno, però, ha la malaugurata idea di scrivere un articolo in difesa di Nixon, che ha appena esercitato il suo diritto di veto su una legge approvata dal Congresso a maggioranza democratica e sponsorizzata al Senato da Walter Mondale, che avrebbe esteso a dismisura il “day care” per i meno abbienti. La teoria di Gilder è semplice: dopo che il welfare, soprattutto nelle famiglie nere delle grandi città, ha praticamente reso superflua la figura paterna (a garantire il mantenimento del nucleo familiare, infatti, ci pensa l’assistenza pubblica), non è il momento più adatto per compiere lo stesso errore con la figura materna, sostituendola con lo stato-balia. Il ragionamento, oggi, non sfiora neppure i confini del “politicamente corretto”, abituati come siamo a decenni di dimostrazioni sull’impatto disgregativo dell’assistenzialismo sul tessuto connettivo delle famiglie.
Suicidio sessuale
Nel 1971, però, quella di Gilder è una bomba atomica. Anche per i repubblicani mainstream. Le ricercatrici della Ripon Society sono indignate e pretendono – ottenendolo – il licenziamento immediato di Gilder dal giornale dell’associazione. E la controversia assume quasi immediatamente contorni nazionali. Invitato a un confronto pubblico dalla tv pubblica Pbs, deve affrontare centinaia di femministe imbufalite che vorrebbero scorticarlo vivo. Dopo aver speso anni alla ricerca di un modo per conquistare l’attenzione femminile, Gilder sembra finalmente esserci riuscito. Ma il prezzo che deve pagare è l’esilio. Lascia Cambridge e si trasferisce a New Orleans, dove inizia a lavorare per un amico – Ben C. Toledano – che ha deciso di candidarsi al Senato per il Partito repubblicano. Solo, reietto e senza un dollaro in tasca, in Louisiana George affoga la sua disperazione esistenziale nella scrittura di “Sexual Suicide” (pubblicato nel 1973 e ripubblicato con qualche aggiornamento nel 1986 con il titolo “Man and Marriage”), in cui sostiene che il femminismo ha scardinato la “costituzione sessuale” della civiltà umana, che era riuscita a trasformare l’istinto predatorio del maschio per il sesso, la guerra e la caccia, “costringendolo” a diventare marito e padre. Se l’articolo per il Ripon Forum era un’esplosione atomica, “Sexual Suicide” è un bombardamento nucleare a tappeto su un asilo nido. Per il movimento femminista Gilder diventa il Grande Satana da esorcizzare a ogni costo, tanto da meritare – sia per il settimanale Time che per l’organizzazione Now (National Organization of Women) – il titolo di “Porco Sciovinista dell’Anno”. Titolo di cui, a distanza di tanti anni, va ancora fiero.
L’invenzione della Reaganomics
Tanto scandalo, naturalmente, procura a Gilder un momento di forte notorietà che l’autore sfrutta per approfondire una serie di temi appena sfiorati in “Sexual Suicide”. Il risultato d questo cambio di paradigma è altro libro molto controverso: “Visible Man: A True Story of Post-Racist America” (“L’uomo visibile: una storia vera dell’America post-razzista”, uscito nel 1978 e ripubblicato nel 1995) che rappresenta il passaggio ideale dalla sua fase sociologica a una più concentrata sui temi dell’economia. La teoria economica della supplyside inizia a entrare nel dibattito politico statunitense verso la metà degli anni Settanta, soprattutto grazie al lavoro di due giornalisti del Wall Street Journal – Jude Wanniski e Robert L. Bartley – che riescono a creare un formidabile contrappeso teorico al keynesianesimo dominante. Al centro del sistema c’è la famosissima “curva di Laffer”, che dimostra matematicamente come l’aumentare delle tasse non comporti necessariamente un aumento delle entrate per lo stato. Anzi, che esiste un “punto di rottura”, in qualsiasi sistema economico, oltre il quale aumentare le tasse diventa controproducente, a prescindere da qualsiasi criterio di equità fiscale. La leggenda vuole che la prima “bozza” della curva sia stata scarabocchiata nel 1974 dallo stesso Arthur Laffer su un tovagliolo di carta, durante una riunione in cui l’economista voleva convincere alcuni notabili del Gop dell’inutilità dell’ultimo aumento delle tasse voluto da Gerald Ford. Oltre a Wanniski e Laffer, intorno allo stesso tavolo c’erano Dick Cheney (all’inizio per niente convinto) e Donald Rumsfeld. Qualche anno dopo Gilder, che ormai scrive con continuità sulla pagina degli editoriali del Wall Street Journal e partecipa alla stesura degli economic reports di Laffer, prende a punto di partenza il lavoro di Wanniski, lo miscela abilmente con l’ossatura filosofica di Friedrich August von Hayek e Milton Friedman, e scrive lo splendido “Wealth and Poverty” (“Ricchezza e povertà”) che sarà pubblicato nei primi mesi del 1981, pochi giorni dopo l’insediamento di Ronald Reagan alla Casa Bianca. Il timing è perfetto: “Wealth and Poverty” vende milioni di copie e diventa il “manifesto ufficiale” della Reaganomics. Gli analisti scopriranno che proprio Gilder è stato l’autore vivente più citato da Reagan durante la sua presidenza.
Uno sguardo nel futuro
Il cerchio filosofico-ideologico di Gilder sembra chiudersi: la rottura del nucleo familiare tradizionale e il welfare portano alla povertà; la famiglia, il lavoro e la libertà di impresa portano alla ricchezza. A 42 anni, Gilder sembra ormai arrivato: il New York Times definisce il suo libro come la “più intelligente guida al capitalismo in circolazione”, il suo nome è sulla bocca di tutti quelli che contano nel movimento conservatore, le sue apparizioni sono contese dai network televisivi nazionali. Tutti vogliono “assaggiare” un pezzo dell’astro nascente della Reaganomics. L’unico a non essere d’accordo è proprio Gilder. Lui, infatti, già vive nel futuro. Analizzando a fondo i meccanismi del capitalismo, Gilder si innamora un’altra volta. E anche questa volta si tratta di un amore tormentato. Dopo una “pausa” lunga quasi un decennio, in cui studia – partendo da zero – la tecnologia e le dinamiche del mercato della microelettronica (con il fervore di un ventenne, lo spirito di sacrificio di un quarantenne e l’umiltà di un sessantenne), Gilder rinasce come il guru più osannato del movimento tecno- utopista che forgia le fondamenta di una rivoluzione digitale ai suoi primi vagiti. Nel 1989 esce “Microcosm: the Quantum Revolution in Economics and Technology” (“Microcosm: la rivoluzione quantica nell’economia e nella tecnologia”), che diventa prestissimo una bibbia per tutti i visionari della Silicon Valley. Nel 1992 pubblica “Live After Television” (“La vita dopo la televisione”) in cui anticipa di qualche decennio temi che soltanto oggi iniziano a essere trattati dalla saggistica mainstream, preconizzando la convergenza tra telecomunicazioni, microelettronica e fibra ottica. Insieme a Gordon Moore (fondatore di Intel) e Robert Meltcafe (creatore di Ethernet e fondatore di 3Com), Gilder ha anche l’onore di essere il titolare di una delle “Tre leggi della tecnologia” che governano il mondo contemporaneo. Secondo la Legge di Moore, la potenza di calcolo dei microchip raddoppia ogni 18 mesi (corollario: il prezzo di un computer con una data potenza di calcolo si dimezza ogni 18 mesi). Secondo la Legge di Metcalfe, il valore di un network è proporzionale al quadrato del numero di nodi che lo compongono. Secondo la Legge di Gilder, la larghezza di banda totale dei sistemi di telecomunicazione triplica ogni dodici mesi. Queste tre leggi, che molti hanno giudicato transitorie ma che continuano a funzionare alla perfezione da decenni (quella di Moore addirittura dal 1965) scandiscono – a nostra insaputa – i ritmi della società tecnologica in cui viviamo. E Gilder è una delle poche persone che ha immaginato questo mondo prima di tutti gli altri. La sua capacità di anticipare le tendenze del mercato, la sua prosa messianica e la sua incrollabile fede nel futuro gli garantiscono uno status quasi mitologico nella ristretta cerchia dei tecno-entusiasti che si radunano intorno alla rivista Wired creata e diretta da Louis Rossetto. Gilder, oltre che per Wired, scrive per Forbes (di cui dirige lo spin off tecnologico Asap) e per il Wall Street Journal. Profetizza una rivoluzione fatta di sabbia (silicio), vetro (fibra ottica) e aria (wireless). E quando le società hi-tech, nella seconda metà degli anni Novanta, iniziano a diventare gli investimenti più appetibili per le banche d’affari, Gilder si trova – quasi spontaneamente – in posizione perfetta per sfruttare il vento digitale che soffia alle sue spalle. Tra il 1999 e il 2000, quando esce “Telecosm: The World After Bandwidth Abundance” (“Telecosm: il mondo dopo l’abbondanza della banda larga”), Gilder non è più soltanto il più riverito guru delle nuove tecnologie e il consigliere strategico di Newt Gingrich e Steve Forbes. E’ l’uomo capace di far muovere i mercati con un tratto di penna. La sua newsletter a pagamento, il mitico Gilder’s Report, ha 110 mila abbonati negli Stati Uniti, incassa sette milioni di dollari all’anno e si parla di un’imminente quotazione in Borsa che oscillerebbe tra i 150 e i 200 milioni di dollari. Al Gilder’s Report lavorano 55 analisti a tempo pieno, ma tutto si regge sulle intuizioni di George, che sceglie personalmente le società più “calde” su cui puntare. La cosa straordinaria è che i suoi “seguaci” sono tanto fedeli che, pochi minuti dopo la segnalazione di un titolo, gli acquisti sono così numerosi che le quotazioni del titolo in questione raddoppiano.
Scoppia la bolla
Tutto, però, finisce in un istante, nel marzo del 2000, con lo scoppio della “bolla” delle dotcom. Nel giro di un paio di settimane, nel fuggi fuggi generale da Wall Street, Gilder si ritrova con meno di diecimila abbonati, cinque impiegati, qualche milione di dollari di debiti e il fisco avvinghiato alla gola. E’ costretto a rivendere la rivista The American Spectator, che aveva comprato un paio di anni prima per trasformarla nel magazine della “destra digitale”. Lo salvano gli amici Steve Forbes e Bruce Chapman, che lo ospita come senior fellow nel suo think-tank di Seattle, il Discovery Institute. I giorni delle vacche grasse sono ormai un ricordo, e George si ritira in buon ordine a lavorare nelle colline della contea di Berkshire, al confine tra il Massachusetts e il Connecticut. Fibra ottica o no, resta un uomo di campagna. Nel 2005 pubblica “The Silicon Eye: How a Silicon Valley Company Aims to Make All Current Computers, Cameras, and Cell Phones Obsolete” (“L’occhio di silicio: come una società della Silicon Valley vuole rendere obsoleti i computer, le macchine fotografiche e i telefoni cellulari”), forse il suo lavoro più tecnico, che ne conferma però le doti di divulgatore.
Dietro c’è un Disegno (intelligente)
Mentre si allontana il ricordo dei suoi giorni da guru hi-tech, anche per perché tutte le sue profezie iniziano ad avverarsi, magari con qualche decennio di ritardo, Gilder è pronto per una nuova sfida intellettuale. Il durissimo colpo del 2000 avrebbe ucciso un cavallo. Tra il 2004 e il 2005 convince Chapman ad aprire un ufficio del Discovery Institute a Washington D.C., con l’obiettivo di trasformare un think-tank nato per risolvere i problemi di traffico a Seattle nella punta di diamante intellettuale del movimento di rivolta contro il neodarwinismo. Per lo scorno e il disorientamento degli scientisti di ogni colore politico, la parola d’ordine di Gilder e del Discovery Institute non è “creazionismo”, ma “intelligent design”. E non si tratta di una differenza di poco conto. Gilder parte dalla Teoria dell’informazione di Claude E. Shannon del Mit (tratteggiata nel classico “Teoria matematica della comunicazione” del 1948) per dimostrare come l’evoluzione non possa, in ultima analisi, essere spiegata semplicemente ricorrendo a cause fisiche “non intelligenti”. Nel luglio 2005 la National Review pubblica un suo lungo e devastante saggio, dal titolo “Evolution and Me” che scatena, ancora una volta, un dibattito senza precedenti nel mondo accademico e politico statunitense. L’articolo è una sorta di “teoria unificata del metodo gilderiano” in cui tutte le intuizioni contenute nei lavori del futurologo statunitense – da “Sexual Suicide” a “Telecosm” – vengono utilizzate per sottolineare come il darwinismo sia ormai diventato un “ostacolo per l’avanzamento della scienza”. “Dopo circa un secolo di tentativi di appiattimento filosofico – scrive Gilder – abbiamo scoperto che l’universo è testardamente gerarchico (…) e nessuna accumulazione di conoscenza nella fisica e nella chimica è in grado di rivelarci il minimo insight sull’origine della vita, sui processi di calcolo, sulle fonti della coscienza, sulla natura dell’intelligenza o sulle cause della crescita economica (…) Il materialismo in genere, come il riduzionismo darwinista in particolare, contraddice se stesso. Come scrisse il biologo britannico Haldane nel 1927, ‘Se i miei processi mentali sono determinati interamente dal movimento degli atomi nel mio cervello, non ho ragione di supporre che le mie convinzioni siano vere; e dunque non ho ragione di supporre che la mia mente sia composta soltanto da atomi’. L’intelligent design è semplicemente un modo per rivendicare l’esistenza di un universo gerarchico (…) e si guarda bene dal sostenere che l’intelligenza manifestamente presente nell’universo sia di origine sovrannaturale”. La reazione dei neodarwinisti è scomposta. Abituati a dileggiare una destra religiosa che invoca l’interpretazione letterale della Bibbia e crede che la razza umana sia comparsa sulla Terra appena da pochi millenni, non sanno che pesci prendere quando si trovano a dibattere con persone che masticano con disinvoltura matematica applicata, ingegneria elettronica e biologia. Chris Mooney della rivista progressive The American Prospect, non trovando di meglio, ricorda i trascorsi “moderati” di Gilder e Chapman. E li accusa di essere diventati più estremisti degli estremisti che un tempo combattevano. Ma ci vuole altro per ribattere alle argomentazioni di Gilder e al suo durissimo attacco alla “trappola della superstizione materialistica” da cui prendono le mosse i lavori sull’Intelligent design. “Presentarci come trogloditi che credono nell’Arca di Noè è davvero bizzarro – dice – Ma se questo è il modo che hanno scelto per attaccarmi, peggio per loro. In realtà è tutto piuttosto divertente. E’ come se ti sparassero a bruciapelo mancandoti totalmente”. Così dopo qualche anno di dibattito sull’ID, con i neodarwinisti arroccati in difesa in tutto il mondo, Gilder può tranquillamente passare il testimone ai suoi colleghi del Discovery Institute, come Ann Gauger, Douglas Axe e Brendan Dixon. Per lui, a settantuno anni, è arrivato il momento di combattere un’altra battaglia della Culture war. E il fronte, stavolta, è in medio oriente.
The Israel Test
Non era certamente nelle intenzioni dell’autore – scrive Michael Medved nella sua recensione a “The Israel Test” – ma siamo di fronte a un libro che potrebbe provocare nei lettori ebrei un raro caso di invidia nei confronti dei wasp. Ci voleva un protestante al cento per cento come George Gilder, infatti, per trovare qualcuno con il coraggio di dare vita a un saggio così favorevole a Israele e agli ebrei”. E ci voleva Gilder per scrivere una verità che è spesso rimasta oscurata dalle nebbie del politicamente corretto: “Intrappolati nel dibattito sui suoi vizi e sui suoi errori, i critici di Israele non vedono il filo rosso che unisce la lunga storia dell’antisemitismo. Israele è odiato soprattutto per le sue virtù”. La tesi di Gilder è che le radici del conflitto mediorientale non siano legate al controllo del territorio o alla religione, ma siano soprattutto psicologiche e derivino dal risentimento nei confronti dei successi di Israele. L’antisionismo, insomma, è spinto dagli stessi fenomeni che hanno sempre alimentato l’antisemitismo: l’invidia e l’incapacità di comprendere il libero mercato. Emozioni che si manifestano con l’odio nei confronti dei commercianti, degli imprenditori, dei banchieri e degli altri creatori di ricchezza, soprattutto nel caso in cui una minoranza si distingue sotto il profilo economico. Le persone “normali”, secondo Gilder, non nutrono questo tipo di risentimento, tipico piuttosto delle élite intellettuali che diffondono un concetto tanto antico quanto falso: la povertà è causata sempre dallo sfruttamento, perché qualcun altro. Questo è il motivo per cui Israele divide il mondo: da una parte le Nazioni Unite, le organizzazioni internazionali e i dipartimenti umanistici delle università, che considerano il capitalismo come un gioco a somma zero, in cui il successo si ottiene a spese dei poveri e dell’ambiente; dall’altra, chi ammira i successi di Israele e capisce che il capitalismo è un gioco a somma positiva in cui tutti possono trarre benefici dalle fortune di chi è in grado di creare ricchezza. I collettivisti e i loro apologeti, dunque, invidiano Israele e gli ebrei perché non sono capaci di emularli. E la loro reazione è quella di tentare di distruggere tutto quello che mette in evidenza i loro fallimenti. Imprenditori e scienziati ebrei come Albert Einstein, Niels Bohr, Heinrich Hertz, John von Neumann e Richard Feynman sono il fondamento della rivoluzione tecnologica che ha disegnato la società contemporanea, ma Gilder analizza in dettaglio tutti i campi d’eccellenza che hanno portato Israele (soprattutto dopo le riforme economiche del primo governo Netanyahu) a diventare la nazione con il maggiore tasso di innovazione pro capite, superando addirittura gli Stati Uniti. Il destino di Israele, però, è appeso a un filo sottile: prevarranno le forze dell’invidia o quelle che riconoscono la forza creativa dell’eccellenza? È questo il “test” che deciderà le sorti, non solo dello stato ebraico, ma dell’intera civiltà occidentale.
Larry Silverbud, da Il Foglio di sabato 8 maggio 2010
giovedì 6 maggio 2010
UK: Final Predictions
Gli ultimi sondaggi dalla Gran Bretagna, su UK Polling Report. Domani liveblogging con Simone.
Avg. 35.5 27.3 27.5 +8.0
| CON | LAB | LDEM | Con Lead | |
| Populus | 37 | 28 | 27 | +9 |
| ComRes | 37 | 28 | 28 | +9 |
| Opinium | 35 | 27 | 26 | +8 |
| ICM | 36 | 28 | 26 | +8 |
| YouGov | 35 | 28 | 28 | +7 |
| Angus Reid | 36 | 24 | 29 | +7 |
| Harris | 35 | 29 | 27 | +6 |
| TNS BMRB | 33 | 27 | 29 | +4 |
mercoledì 5 maggio 2010
Dems: primarie deserte
In tre elezioni primarie (a livello statale) che si sono svolte martedì in Indiana, North Carolina e Ohio, il turnout della base democratica è stato nettamente inferiore a quello delle elezioni precedenti. In Ohio soltanto 663mila elettori si sono presentati per scegliere tra Lee Fisher e Jennifer Brummer come candidato democratico per il Senato. E si trattava di primarie dall'esito incerto, a differenza di quelle del 2006 in cui votarono 872mila elettori. Per le primarie, sempre al Senato, della North Carolina, gli elettori sono stati invece 425mila (il 14,4% dei registered democrats), contro i 444mila (18%) del 2004. E anche in quel caso si trattava di elezioni praticamente inutili, visto che Mike Easley non aveva nessun serio contendente. In Indiana, infine, per le primarie democratiche della Camera hanno votato soltanto in 204mila, contro i 357mila del 2002 e i 304mila del 2006.
lunedì 3 maggio 2010
Idee Marginali
Da oggi un nuovo blog si aggiunge alla mia lista di letture obbligatorie quotidiane. Si tratta di Idee Marginali, curato da due Ph.D. candidates in Economia alla University of Chicago: Andrea Asoni (il suo Il motel dei Polli ispirati è sempre stato uno dei miei blog preferiti) e Ferdinando Monte. A loro due, il mio più grande “in bocca al lupo” per questa avventura. A tutti gli altri: chi non legge è un keynesiano-di-ritorno.
Late Surge?
Dagli swing seats, buone notizie per i Tories di David Cameron. I dettagli da Simone Bressan, su FreedomLand.
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